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LA TIRANNIA DEL FETICCIO: QUANDO
L'AMORE DIVIENE UN IRRANGIUNGIBILE MIRAGGIO.
Uno dei parametri in grado di delineare il confine
tra normalità e follia è quello della
libertà. Un essere umano libero è certamente
normale (e anche felice). Il folle non può non
essere tale e per questo egli non è libero.
C'era un titolo di Mario Tobino, "Le libere
donne di magliano" (1953). Lo scrittore, che
era direttore dell'ospedale psichiatrico di Lucca,
adombra la tesi che nel manicomio si possa toccare
la punta più alta di libertà che è consentita
all'essere umano: quella della dissoluzione del
legame che ci vede sottomessi alle trame della
realtà quotidiana. Ci sono stati tempi in
cui i folli venivano venerati perché più vicini
al sacro, e tempi (fino a noi recentissimi) in
cui imperava la logica della totale segregazione.
Nell'ambito della sessualità si è sempre
verificata l'etichettatura sociale del normale
e dell'anormale, con criteri così labili
che non è scorretto definire cervellotici.
Circa le pratiche sessuali sono stati definiti
non normali quasi tutti gli atti che oggi consideriamo
costitutivi della sessualità: il rapporto
orale, quello anale, le varie situazioni che rientrano
nella nozione di onanismo. Finché è stata
imperante l'ideologia sessuofobica dei centri di
potere religiosi e politici sono stati bollati
come perversi quei moti che successivamente abbiamo
concettualizzato come pulsioni. La difficile separazione
tra normale e patologico è stata gestita
normativamente da chi, con tutta evidenza, normale
non poteva essere. Tutti noi riconosciamo come
anormale la sessualità del marchese De Sade,
ma pochi si rendono conto che la vera anormalità risiedeva
nella morale dominante ai tempi dell'autore di "Justine,
o i guai della virtù". Quel che voglio
dire è che in materia sessuale la norma è spesso
dettata dalla patologia. La storia della morale
sessuale l'hanno fatta gli squilibrati che vivevano
in maniera certamente distorta la loro sessualità.
E' questo il motivo per il quale oggi siamo costretti
a riconoscere maggiore normalità sessuale
a Donatien-Alphonse-François de Sade di
quanto ne possiamo riconoscere ad Agostino d'Ippona.
Indubbiamente esiste un continuum tra normalità e patologia in ogni aspetto
della vita umana. Nella sessualità dobbiamo riconoscere che la "perversione" è parte
sostanziale della normalità. Senza l'andare "al di là" non
potrebbe esistere l'erotismo. Un rapporto fatto solo di educazione e di formalità socialmente
codificate non potrà mai essere erotico. La fustigazione del partner che
mandava in estasi il marchese di Sade, è indispensabile in un rapporto
erotico anche se tutto avviene in forma stilizzata e attenuata. A differenza
di quanto si può credere il "Divin Marchese" pur amando la sofferenza
della partner non voleva farle del male. La sua algolagnia (piuttosto modesta)
ha avuto la funzione di starter per una straordinaria, intelligente, poetica,
rigorosa fantasmazione erotica che ha aperto per noi moderni la strada della
consapevolezza e dell'accettazione delle nostre pulsioni sessuali. Sade, dopo
aver procurato per mezzo di un martinetto con corde a nodi moderate lesioni alla
sua prima vittima, Rose Keller, le spalmò sulla cute infiammata un impiastro
lenitivo. Dunque l'eros di Sade non aveva alcuna parentela con la volontà di
annientare tipica dell'odio. Era un eros abnorme che ci ha fatto vedere ingranditi
i meccanismi dell'eros tipici dell'essere umano. Il germe della perversione che
ciascuno di noi si porta dentro costituisce la più assoluta normalità.
Quando una coppia sessuale si forma ognuno dei partner a poco a poco tira fuori
le sue "istanze" erotiche perché l'altro le soddisfi. E' così,
con una sorta di esposizione della merce allo scopo di concludere il baratto,
si arriva a un contratto più o meno esplecito a cui il contraente non
può derogare pena il naufragio del rapporto. Chi si fa avanti sessualmente
per esporre il proprio "inconfessato bisogno" non deve avere un eccessivo
timore del rifiuto altrimenti finirà per rifluire sistematicamente sul "self".
Ovviamente bisogna ottenere il consenso dell'altro senza usare né la forza
né l'inganno (Sade fece credere alla mendicante Rose Keller che aveva
bisogno di una donna che gli rifacesse la camera). Il desiderio e la volontà del
proprio partner deve costituire legge assoluta. Una fidanzata restia al rapporto
orale va convinta, mai forzata. L'accettabilità in quella data situazione è il
criterio fondamentale nel giudizio di normalità. La pacca sul sedere può essere
secondo il caso una gradita richiesta di "approfondimento" o materia
per una querela alla magistratura. La stessa donna che si è ritenuta offesa
o addirittura umiliata per una profferta sessuale non vorrebbe mai che gli uomini
smettessero di apprezzare il suo "sex appeal".
Dunque, l'accettazione. Abbiamo detto che l'immaginario per essere tale non deve
avere limiti e censori. La morale nell'ambito dell'immaginario erotico non solo
non ha diritto di cittadinanza ma non ha neppure diritto di passaggio. La veste
del censore in materia sessuale la può rivestire solo il legislatore.
Infatti solo esso può stabilire i termini e i contesti in cui si può espletare
l'accettazione. Se c'è accettazione, dunque, tutto diventa lecito tra
i partner e l'unica cosa che dovrebbe essere illecita è il mestiere del
moralista o di colui che pretende di spiegarti come Dio la pensa in materia.
Accennavo prima che l'eccessiva educazione potrebbe essere incompatibile con
una sana "aggressività" erotica. Si raccontava di un pastore
protestante che come unico preliminare con la moglie usava la frase: "Cara,
vuoi assumere per favore la posizione coniugale". Educato, non c'è che
dire però... Quando c'è passione c'è sempre anche un certo
grado di aggressività. Aggressività e passione sono come due rette
parallele che non devono mai confluire in un unico alveo. Tra sesso e violenza
c'è un'oggettiva contiguità e solo una personalità equilibrata
riesce a tenere le due cose distinte. Bisogna considerare come patologica l'attivazione
sessuale per mezzo della violenza. Ogni segnale in tal senso dovrebbe consigliare
la coppia a rivolgersi al sessuologo. Ogni persona sessualmente attiva dovrebbe
farsi delle domande circa la propria comprensione dei limiti che ogni società pone
all'esercizio della sessualità e circa la propria capacità di rispettare
realmente il prossimo.
Chi vive bene la propria sessualità è un perverso non perverso.
E' uno che non rimane a bighellonare ai margini ma ci dà dentro. E' uno
che non sciorina i precetti religiosi per stabilire quello che può fare
e quello che deve evitare. E' uno che se ha una voglia condivisa con il partner
usa ogni mezzo per realizzarla e non si lascia condizionare dallo stigma che
vorrebbe demonizzare la pornografia, i giocattoli particolari, gli esibizionismi
di fronte a una web-camera. Il feticcio quando c'è una libera volontà a
manovrarlo è cosa buona. Se un maschio non avesse il feticcio di una vulva
totalmente esposta, dei seni accoglienti, dei glutei abbondanti che confluiscono
nel perineo, sarebbe davvero maschio? E se una donna non avesse il feticcio del
pene eretto, del petto villoso, delle spalle robuste, sarebbe davvero donna?
Il feticcio è parte costitutiva dell'erotismo anche quando sembra spingere
troppo i soggetti ad apprezzare più la parte che il tutto, più i
contorni che il nucleo centrale. Quando due partner si mettono daccordo su uno
stesso feticcio le cose non possono non andare a gonfie vele.
Il feticcio delle parolacce, per esempio, è un feticcio che deve essere
necessariamente condiviso con il partner altrimenti sarebbe come buttare una
fialetta puzzolente durante una festa da ballo. Stessa cosa si deve dire per
la propensione a indossare (non di nascosto ma durante il rapporto) capi di abbigliamento
del partner o sostituti anatomici come peni finti o vagine artificiali. Il feticcio
del piede, che ha una buona diffusione, se non assoluto e condiviso dal partner
non costituisce un ostacolo nella relazione. All'idea fissa di un uomo per il
piede femminile potrebbe corrispondere un'idea fissa della sua donna per le calzature
e allora si potrebbe passare una splendida serata a giocare facendo finta di
essere un commesso in un negozio di scarpe di fronte a una cliente incontentabile
che prova tutti i calzari stoccati in magazzino. L'esperienza di terapeuta mi
ha insegnato che un feticcio è meglio addomesticarlo che provare ad estinguerlo.
D'altra parte quando un feticcio è innocuo per se stessi e per il prossimo
non vedo la ragione di fare dei tentativi per estinguerlo.
Ho esordito all'inizio dicendo che la vera anomalia delle perversioni è la
tragica mancanza di libertà. Il perverso se è davvero tale è un
uomo mentalmente in catene o legato a una catena di pochi metri di lunghezza
che permette poche azioni coatte. Il perverso in genere vive il proprio copione
di facciata: lavora, è sposato, magari ha figli. Non infrequentemente
ha una vita sessuale normale che però gli procura scarso piacere. L'aspirazione
all'esplosione del "vero" piacere egli se la cova dentro. Dunque si
tratta di un portatore di doppia personalità: quella socialmente adattata
e quella antisociale e destabilizzante. Quando il perverso ha una sorta di segnale
di via libera interno (dovuto anche alla possibile valutazione dell'impunità per
il gesto che sta per commettere) egli entra nel meccanismo della costrizione
in cui qualunque freno inibitorio risulterà vano. Così il perverso
dà inizio alla sua procedura rigidamente standardizzata, ripetitiva fino
ai minimi dettagli. Sono proprio tali dettagli la sostanza del feticcio tirannico.
Il feticcio è un simbolo dell'assurdo spesso ingannevolmente camuffato
con i panni della razionalità. Non bisogna mai credere che l'oggetto sia
il feticcio, il vero feticcio è la "rigidità" mentale.
Anche il fumatore che rischia il cancro ai polmoni ha nella sigaretta il suo
feticcio. Il malato di religione ha nella religione il suo feticcio. Il dipendente
dal cibo ha nel cibo il suo feticcio. Qualunque innaturale restrizione dell'ottica
esistenziale rappresenta un'assurda adorazione del FETICCIO. Sia essa la droga
di qualunque dipendenza, l'ideologia che porta a comportamenti aberranti, la
religione come lucida follia della propria interna disperazione, il feticcio
socialmente protetto e sottratto alla verifica razionale è l'idolo da
abbattere per uscire dall'oscurantismo. Il feticista dipende in modo assoluto
dal suo feticcio, e si organizza efficacemente affinché il suo unico "bene" non
gli venga sottratto. Egli è disposto a tutto: normalmente a falsificare
le carte perché la fornicazione con il feticcio venga annoverata tra le
cose naturali, e eccezionalmente a mettere una carica esplosiva per fare strage
degli "infedeli".
Domenico Iannetti
SU QUESTI TEMI SONO POSSIBILI CONSULENZE TELEFONICHE
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