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FOBIE: AVER PAURA DI UNA
COSA SOLA PER EVITARE DI AVER PAURA DI TUTTO.
Se ci sentiamo preoccupati è logico che
ci chiediamo il perché. Il nostro cervello
analizza continuamente la situazione in cui siamo
immersi e ci dice se tutto è tranquillo
oppure se c'è qualche pericolo in agguato.
Tante volte può succedere qualcosa di molto
spiacevole: sentirsi molto preoccupati e non riuscire
a capire il perché. In quel momento l'ansia
potrebbe entrare in un vortice di autoalimentazione
con il conseguente terrore di perdita totale del
controllo mentale. Allora bisogna correre ai ripari
e cercare di individuare dove è il nemico.
L'idea che l'attacco ci può giungere da
qualsiasi parte è difficile da tollerare.
Dobbiamo in ogni momento poter dire: questo è positivo
per me; questo è negativo. E se non ci riusciamo
la nostra inquietudine tende ad elevarsi. Siamo
ben attrezzati per vivere positivamente la paura
che nella nostra storia evolutiva è stato
un elemento indispensabile per la nostra sopravvivenza.
Oggi la paura degli incidenti stradali è fondamentale
per ridurli. E una persona prudente che sulle strade
si guarda bene dal superare i limiti di velocità non
può essere certamente
additato come un fifone. Aver paura è tutt'
altro che una vergogna. Tutto ciò che minaccia
la nostra incolumità è più che
naturale che ci faccia paura. La solitudine, la
malattia, la morte del tutto ovviamente mettono
in moto le nostre reazioni emotive. Ma c'è un
limite. Per esempio preoccuparsi per la propria
salute è giustissimo, ma preoccuparsene
continuamente anche quando non c'è alcuna
ragione oggettiva costituisce un importante problema
di ansia. Infatti l'ipocondriaco progressivamente
convoglia i suoi pensieri e le sue energie su un
male immaginario che lo porta a consultare in continuazione
medici e laboratori di analisi. E quando lo spingono
a varcare la porta di uno psicologo egli non è affatto
contento poiché sente che la sua sofferenza
non viene riconosciuta.
Ma con quale criterio possiamo stabilire se una
paura è normale o esagerata? Temere di poter
rimanere intrappolati in una cabina dell'ascensore
potrebbe essere normale, ma se questo poi ci conduce
ad evitare sistematicamente palazzi, alberghi,
uffici comportandoci a volte conseguenze assai
pesanti, siamo fuori della normalità. Poi
quando palesemente l'oggetto della paura risulta
non condiviso dalla stragrande maggioranza delle
persone, i dubbi sulla patologia sono ben pochi.
Un padre che per esempio ha il terrore delle bambole
per cui la sua bambina se ne deve privare, non
può far altro che curare la sua fobia.
In generale quando la paura costituisce un intralcio
continuo nella quotidianità mettendo in
difficoltà le relazioni con le persone e
con le cose, non bisogna esitare a richiedere l'aiuto
dello specialista. Il paziente affetto da fobie
comprende perfettamente l'irrazionalità del
suo comportamento, ma nonostante l'appello continuo
alla volontà non riesce a domare la sua
paura. Con la stessa automaticità con cui
ogni individuo cerca di sfuggire al dolore, il
fobico è spinto a evitare quella data cosa
che lo mette in balia di un'ansia intollerabile.
Se sono in gioco i ragni si fa di tutto per azzerare
l'eventualità di incontrarne uno, ma quel
che è peggio si tende ad estendere sempre
più gli ambiti sospetti. Ossia se prima
bastava affacciarsi ogni sera alla finestra della
camera da letto per assicurarsi che non ci fosse
qualche ragno in agguato, poi si è costretti
ad ispezionare più volte al giorno
tutto il perimetro della casa.
Il meccanismo evitativo è tipico della risposta
fobica e si forma, talvolta per vie misteriose,
con una scelta associativa che la mente fa. Associare
il coltello alla ferita o alla morte risulta comprensibile,
per cui temere i coltelli vuole dire timore di
potersi fare o di fare del male brandendoli in
un raptus di follia. Più difficile è spiegare,
per esempio, il timore eccessivo per i fiori e
vi posso assicurare
dell'inutilità di qualunque alambiccamento
psicoanalitico. Nella psicoterapia, a mio parere,
non vale la pena di perdere tempo (e anche denaro
del paziente) nella ricerca del motivo per cui
si ha paura proprio di quella cosa o di quella
circostanza. La cosa fondamentale da tener presente è che
ci possono essere mille fobie ma c'è sempre
un'unica ansia alla base del problema. Quindi il
terapeuta deve risolvere l'ansia; inseguire i sintomi
potrebbe avere la stessa importanza di mettersi
ad osservare le nuvole nel cielo.
Le paure fobiche possono riguardare un'infinità di
oggetti. In passato c'era la tendenza a dare un
nome (rigorosamente derivato dal greco o dal latino)
a ogni singola fobia, come se ogni singola fobia
avesse un meccanismo a sé stante. Oggi ogni
buon terapeuta sa che tra ailurofobia (paura o
repulsione morbosa nei confronti dei gatti) e brontofobia
(timore eccessivo dei tuoni) non c'è alcuna
differenza sostanziale nel senso che si risolvono
nello stesso modo. Risulta chiaro da ciò che
ho detto che la fobia è una manifestazione
dell'ansia nel senso che si è messo in essere
un tentativo di ridurla concentrandola su un oggetto
specifico. E' una sorta di rituale analogo a quello
sacrificale del capro espiatorio che si accolla
tutti i peccati ed espia con la propria morte.
Il parafulmine è ben congegnato, nel senso
che cerca di regolare ciò che non ha regola:
la manifestazione ansiosa. Purtroppo il congegno raramente funziona. Quella
paura concentrata che doveva prendere il posto
della paura generalizzata, ben presto tende a divenire
generalizzata anch'essa. Il fobico è costretto
a pensare continuamente alle modalità di
evitare l'oggetto o la situazione che risvegliano
il disturbo. La mente così patisce il condizionamento
in ogni attività e le limitazioni tendono
a divenire sempre più ingombranti. Per esempio
la fobia riguardante la sporcizia e i microbi,
oltre a presentare spesso anche un aspetto ossessivo,
non può essere limitata a questo o a quell'
ambiente ma si palesa dovunque, sia di giorno che
di notte.
Dunque quello che spesso succede è che non
si riesce a tenere nel cantuccio quella singola
fobia, ma si viene progressivamente invasi e soggiogati
dalle strategie evitative. Ovviamente tali strategie
non passano inosservate da parte degli altri, e
questo non passa inosservato agli occhi (già estremamente
vigili) del fobico che se ne fa un ulteriore arnese
di auto-tortura. E' il caso dell' eritrofobia,
ossia del terrore di arrossire quando si è insieme
agli altri: il rossore ci può anche essere
ma quello che è terribile è l'ossessione
che gli altri lo notino e la necessità di
escogitare delle strategie per dissimularlo.
Le fobie hanno il terreno di eccellenza nell'infanzia,
nel senso che nessun adulto sarà fobico
se non lo è stato in qualche modo anche
da bambino, e nel senso che il bambino ha tante
paure che in gran parte scompaiono con la crescita.
Il caso del "piccolo Hans" studiato da
Freud oltre ad essere un classico è davvero
significativo di come l'ansia di perdere l'affetto
del padre in questo bambino di cinque anni si sia
tradotta in una fobia per i cavalli. I timori nell'infanzia
non necessariamente esprimono un danno psicologico.
L'infanzia ripropone la situazione mentale dell'uomo
primitivo di fronte alla natura che ha aspetti
minacciosi che non si sa spiegare e a cui non è ancora
riuscito a prendere adeguate contromisure. Altro
discorso sono le ansie e le fobie dei genitori
che del tutto ovviamente si trasmettono ai figli
quando non si ha il buon senso di risolverle prima
di essere calati nel ruolo parentale.
Domenico Iannetti
SU QUESTI TEMI SONO POSSIBILI CONSULENZE TELEFONICHE
CON IL DOTT. IANNETTI. PER INFORMAZIONI: info@studioiannetti.it
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il sito: www.villaoasiperugia.it
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