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POTERE DEL MASCHIO E MISOGINIA.
Finché non capisci davvero le tue reali
potenzialità non sei padrone di nulla.
12000 anni fa gli uomini e le donne erano organicamente
uguali agli attuali. Erano abili cacciatori ma
la loro influenza sull'ambiente era assai scarsa.
Pur essendo capaci di costruirsi utensili, di
disegnare sulle pareti delle caverne, di prepararsi
le vivande, di confezionarsi gli abiti e di approntare
rifugi, erano ancora costretti alla ricerca ambulante
del cibo. Erano ancora impotenti (si direbbe
con un azzeccato termine di psicologia) poiché erano
incapaci di controllare le fonti da cui derivava
l'estinzione dei loro bisogni. L'uomo divenne
davvero tale quando imparò a coltivare
cereali e ad allevare bestiame.
Durante il neolitico gli uomini e le donne divennero agricoltori e allevatori
e i botanici e gli zoologi sono in grado di dirci molte cose sulle varie specie
che essi adottarono e addomesticarono. Non fu il colpo di genio di qualcuno più intelligente
degli altri, bensì la concomitanza di attitudini mentali e di condizioni
climatiche. Quando i ghiacciai cominciarono a indietreggiare il clima divenne
più favorevole per la vegetazione. A poco a poco con il procedere del
meccanismo fatto di singolo problema e di ricerca della soluzione, l'uomo approntò campi
di grano sufficienti a sfamare l'intera tribù e la conseguente organizzazione
logistica, che comportò successivamente l'invenzione della ruota e l'uso
degli animali per il trasporto.
A qualcuno può sembrare strano, ma molto del merito per l'invenzione dell'agricoltura
va alla donna, che più dell'uomo aveva avuto modo di osservare il rapporto
causale tra il seme e la pianta. Il maschio verosimilmente era troppo preso dalle
manovre della caccia e le piante ebbero a lungo un posto di seconda fila nel
suo armamentario mentale. Fu certamente la donna che intuì che un semplice
bastone potesse via via assumere la funzione di zappa e di aratro, usandolo essa
normalmente per scavare radici. L'uomo era tutto preso dagli animali selvatici.
Il cane era stato addomesticato verso la fine dell'era paleolitica, ma dopo,
per lunghissimo tempo, sembrò non convenire avere il controllo su animali
che avevano l'inconveniente di dover essere sfamati. La più rigogliosa
vegetazione oltre che attirare l'uomo aveva attirato selvaggina di piccole dimensioni,
che quasi naturalmente divennero animali domestici. Gli ovini, con la loro capacità gregale
e di adattamento, furono facilmente addomesticati. A mano a mano che il cervello
del maschio si scaricava delle incombenze imposte dalla caccia, si palesò una
maggiore opportunità per la riflessione e per le soluzioni più intelligenti
dei problemi ambientali.
Il maschio ha certamente il diritto di autore sulla maggior parte delle scoperte
e delle istituzioni nei millenni. Ciò si spiega non con una inesistente
superiorità maschile rispetto alla sua compagna, ma con una soverchia
occupazione di quest'ultima che non aveva certo il tempo per pensieri speculativi.
La donna si doveva occupare dei campi, della raccolta della legna e della gestione
della casa. Pensiamo solo a quanto fosse impegnativo l'allevamento dei figli
e il macinare il grano. L'uomo invece, badando al suo gregge, aveva l'opportunità di
dare libero corso ai suoi pensieri e fantasticazioni. E' così che ogni
tanto gli capitava l'idea illuminante che si traduceva in invenzione ed innovazione
che hanno fatto avanzare la civiltà. Dal fatto che il maschio ha avvertito
di aver "realizzato" di più è derivata una maggiore autostima.
E questo ha fatto la differenza nell'economia del rapporto tra i sessi.
L'essere umano si è reso conto relativamente tardi della dipendenza causale
tra rapporti sessuali e procreazione. Certi popoli hanno ignorato tale realtà biologica
fin quasi ai giorni nostri. Degli abitanti delle Isole Salomone credevano che
i bambini fossero inviati loro dagli avi defunti e il rapporto sessuale avesse
il solo scopo del divertimento. Furono i missionari cristiani, intorno al 1930,
a svelare loro la verità. Gli esempi in tal senso potrebbero essere numerosi,
anche se i miti e le credenze di varie tribù primitive possono soggiacere
alla logica della "doppia verità". Il che potrebbe significare
che l'indigeno di Papua sia solo in parte convinto quando afferma che anche un
uomo può restare incinto se mangia la carne di opossum. Del resto basta
considerare alcuni dogmi della nostra religione per capire di quanto siano "incredibili" le
cose che crediamo o diciamo di credere. Anche in materia sessuale, in un epoca
in cui le cose del sesso sono alla portata quotidiana degli ultimi dei disinformati,
tante volte ci si imbatte in dubbi e perplessità che fanno cadere le braccia.
In materia di contaccezione, per esempio, si fanno ancora gravi errori di valutazione
e di sottovalutazione con il risultato che il numero delle gravidanze indesiderate è ancora
scandalosamente alto.
L'uomo primitivo ha avuto sempre un impatto altamente emotivo con il sangue,
nel quale si vedeva giustamente l'essenza stessa della vita. I culti che avevano
come referente i defunti o la divinità si incentravano in rituali che
si imperniavano nel versamento di sangue sacrificale. La connotazione emotiva
del sangue non poteva non riguardare in special modo la donna, portatrice del
fenomeno delle mestruazioni. Solo in tempi molto recenti si comprese la funzione
biologica del ciclo mestruale. Figuriamoci nell'uomo preistorico che sconcerto
e che inquietudine esso potesse suscitare. Questa emorragia, non portando alla
morte, non riguardando né gli uomini, né i bambini, ma solo le
donne inspiegabilmente senza causa e saltuariamente, era fonte di inestinguibili
timori. Il sangue mestruale fu oggetto di un rincaro di attribuzioni magiche
cosicché ebbe largo impiego nella pratica della magia, della stregoneria
e dell'alchimia. Naturalmente ben presto si capì che la comparsa delle
mestruazioni segnavano un netto punto di passaggio nello sviluppo della femmina
umana che nella adolescenza acquisiva la capacità di concepire. I riti
di passaggio cruenti che nelle varie etnie marcavano l'accesso alla maturità da
parte del ragazzo adolescente erano il tentativo di uguagliare la forza semiologica
del menarca.
Dunque è stato sempre presente un fenomeno che possiamo connotare come
l'opposto della freudiana "invidia del pene". I maschi hanno sempre
invidiato la capacità di portare dei figli nel proprio grembo. Si sono
sempre chiesti: perché la donna sì e io no? Dall'invidia nasce
il risentimento e dal risentimento può derivare una sistematica denigrazione
dell'altro. Dunque lo sconcerto per quell'emorragia inopinata unito a un sentimento
di risentimento a causa di una "onnipotenza mutilata" determinarono
una emarginazione della donna che dai periodi mestruali si estese a tutto l'arco
temporale. La donna stessa non poteva che soggiacere a queste manovre discriminatorie
e nel corso dei secoli essa è stata la prima garante della propria "diversità".
Quando per la prima volta la donna fu "messa nel cantuccio" per non
contaminare l'ambiente con le sue "perdite" misteriose, essa non si
ribellò anzi fu lieta di essere sollevata per qualche tempo dalle sue
pesanti incombenze quotidiane. Probabilmente, allora come oggi, il ciclo mestruale
era fonte di fastidi e di nervosismo e l'appartarsi poteva risultare piacevole.
Se pensiamo, poi, a come allora fossero frequenti le gravidanze, i parti e gli
allattamenti ci rendiamo conto che le mestruazioni erano un fenomeno alquanto
insolito e comunque non frequente nella vita della donna. L'umanità allora
non indulgeva in alcun modo nei lavaggi e nell'igiene personale e dunque una
emorragia non patologica, non potendo essere l'oggetto delle cure altrui, andava
smaltita nel più stretto privato. I tabù relativi alle mestruazioni,
da quelli carichi di crudeltà a quelli improntati a preoccupazioni igieniche,
non erano comunque certo favorevoli alla donna. L'emarginazione femminile nasceva
indubbiamente da un maschio con una più forte autostima che approntava
il contraltare all'immenso potere di essere propagatrice della vita. I miti e
le religioni codificarono il pregiudizio anti-femminile rinforzando l'egemonia
maschile con precetti e divieti.
Punto focale del ruolo dominante maschile fu la scoperta, durante la prima parte
dell'età neolitica, che le donne non potevano generare figli senza la
determinante collaborazione del maschio. Lo sperma divenne il magico catalizzatore
della nuova vita e le donne scivolarono dal ruolo di protagoniste a quello di
semplice strumento della gestazione. Una sorta di "utero in affitto" ante
litteram. Così avvenne che "le donne non contano", come dice
un verso di Cesare Pavese ("Lavorare stanca" 1936).
Quando i rapporti sessuali erano frequenti e la gravidanza condizione ordinaria,
non era facile comprendere il ruolo del maschio nella procreazione. Una gravidanza
era lunga (anche in rapporto ad una aspettativa di vita che difficilmente superava
un terzo della nostra) e i termini di comparazione temporale erano riferiti esclusivamente
alle fasi della luna. Mettere in relazione un coito con una nascita era cosa
proibitiva anche per la grande intelligenza dell'homo sapiens. L'elemento accessorio
che favorì questo fondamentale "insight" fu senza dubbio l'osservazione
degli animali che essendo divenuti domestici erano continuamente a contatto con
l'uomo. L'addomesticamento iniziò probabilmente con le capre e poi con
le pecore e i primi pastori osservarono che le femmine isolate dal gregge non
partorivano agnelli né producevano latte. La presenza di uno o due montoni
era indispensabile per ottenere tali risultati. Successivamente fu possibile
osservare che un tempo costante intercorreva tra "l'azione" di un montone
e la nascita di un agnello. Le potenzialità del singolo montone che da
solo riesce a fecondare un intero gregge di femmine, fu illuminante per il maschio
primitivo che capendo il suo potere "si montò la testa" ed elevò di
molto la propria autostima.
Prima della scoperta del potere fecondante del maschio esisteva un'assoluta parità tra
i due sessi. Nei settemila anni di durata dell'era neolitica nel Vicino Oriente
il maschio si trasformò da compagno paritario a despota nei confronti
della donna. Le maternità tenevano la femmina oggettivamente lontana dall'esercizio
del potere, costituito dal controllo sul cibo e sugli animali da tiro. Il maschio,
oltre che esercitare tale controllo, aveva molto tempo libero per "pensare".
Quando il maschio fece il suo ingresso nella storia scritta era un padrone a
tutti gli effetti e l'organizzazione della vita, dalla produzione degli utensili
alla pianificazione del lavoro e della gregalità, dipendevano da lui.
La donna non poteva che collaborare ed essere aggregata alla fase esecutiva.
Gli sprazzi di potere residuale essa non poteva che ricavarseli nel chiuso delle
camere da letto e delle cucine.
L'uomo era oggettivamente il capo famiglia, e poteva designare con la forma possessiva
i figli e la moglie. Indipendentemente dalla poligamia e dalla monogamia, la
donna fu grandemente "sottodimensionata" nella relazione coniugale.
L'uomo era l'unico titolare di diritti, e lei non poteva che aggrapparsi alle
proprie doti seduttive e alle capacità persuasive nei colloqui a "quattr'occhi".
Nella nostra società occidentale così orientata verso la predominanza
maschile ravvisiamo ancora l'ottica morale e filosofica di alcune tribù nomadi
ebree che essendo del tutto dipendenti dai loro greggi non potevano non attribuire
il potere ai detentori delle tecniche di allevamento degli animali. Quando ancora
oggi sentiamo nelle nostre chiese risuonare i termini di gregge, di buon pastore,
di pecorella smarrita difficilmente li mettiamo in relazione con la misoginia
che esclude che le donne possono mai avere un ruolo di primo piano nella gestione
ecclesiale.
Dalla presa di coscienza che bastava un solo montone per fecondare un intero
gregge ne derivò l'esplosione demografica. Intorno al 10.000 a.C. la popolazione
del mondo non superava i tre milioni di individui. Verso il 3000 a.C. si era
già oltre i cento milioni. Certo, le condizioni ambientali erano migliorate
e c'era più disponibilità di cibo. Migliorare l'alimentazione significò avere
più prestanza fisica e più risorse mentali per il pensiero creativo.
La fecondità è stata sempre direttamente dipendente dalla qualità e
dalla quantità del cibo. Ne conseguiva anche una minore mortalità infantile
e una più lunga aspettativa di vita. Nel periodo precedente all'età neolitica
generalmente si moriva intorno ai trent'anni (naturalmente per qui pochi che
la sfangavano nell'infanzia). Intorno al 5000 a.C. a Cipro le aspettative di
vita erano di 35 anni per l'uomo e di oltre 33 per la donna. La gravidanza veniva
sopportata meglio e l'allungamento della vita significò anche aumento
degli anni fecondi. Le nuove tecniche agricole permisero di sfamare un numero
grandemente superiore di bocche, e quando ci si saturava troppo dal punto di
vista demografico le migrazioni permettevano lo sfruttamento ottimale di nuove
terre. I movimenti migratori e gli intensificati commerci tra le popolazioni
nell'era neolitica permisero incroci massivi tra le diverse razze. La diversità genetica
che ne risultò unita con la migliorata alimentazione favorì lo
sviluppo di popolazioni numericamente più consistenti e qualitativamente
più dinamiche e intraprendenti. Tutto questo anche se non fu prodotta,
si accompagnò a una filosofia "fallocentrica"che ha visto il
maschio come (almeno apparentemente) progettista della storia.
A mano a mano che le tribù dell'era neolitica si aggregavano in villaggi,
paesi e poi città si assistette a una condensazione e a una istituzionalizzazione
delle mitologie e del credo religioso. Le religioni nascono con la trasmissione
della parola mediante la scrittura. Dai Sumeri in poi le narrazioni scritte tramandarono
i miti che, con il criterio del rinforzo dovuto alla ripetizione, si affermarono
in tutto il mondo di allora. Due tra i miti hanno la prevalenza in quasi tutte
le religioni: quello della creazione e quello della resurrezione. Il mito della
creazione attecchì maggiormente nei popoli cacciatori e pastori; il mito
della resurrezione interessò particolarmente i popoli dediti all'agricoltura,
sicuramente a causa della "resurrezione" della terra che ogni anno
doveva portare nuovi frutti. Le popolazioni agricole dovettero subire nei secoli
numerose invasioni, sia pacifiche che bellicose, da parte delle tribù nomadi
che erano dotate di maggiore dinamismo grazie alla loro dieta maggiormente proteica
e all'allenamento mentale derivato dal loro stile di vita. I miti di cui i vari
popoli erano i portatori così si sovrapponevano e si mescolavano stabilendo
un sincretismo che appare evidente anche oggi quando si riflette sulle credenze
religiose. La predominanza dei popoli nomadi, portatori di un forte contenuto "maschilista",
rende conto dell'accentuazione progressiva della supremazia maschile. Nelle varie
versioni del mito della creazione si assiste a un progressivo scivolamento verso
una visione "maschile" del principio divino che ha dato origine all'universo.
Dalla versione dei Sumeri, in cui è la dea Nammu a generare il cielo e
la terra, si passa al dio Marduk babilonese fino a Jehovah del testo biblico.
Dei e dee scambiano spesso ruolo e funzioni, sempre nell'ottica della predominanza
politica e degli effettivi detentori del potere.
Benché molte potenti città antiche avessero il culto di divinità femminili
nessuna rivervò ad esse un posto preminente nel proprio pantheon. La visione
dei Sumeri che contempla una dea creatrice resta un esempio unico. Solo i miti
riguardanti la resurrezione, risalenti ai tempi in cui la donna era capace di
mettere al mondo un figlio "da sola", danno più peso alle dee.
La dea della fecondità avendo un posto cruciale nelle possibilità di
sopravvivenza materiale dei popoli, deteneva molta importanza nella mente dei
fedeli. Però anche le divinità preposte alla fecondità ben
presto divennero maschili. Solo i cinesi, concependo il concetto della Grande
Madre che come prima donna alimenta e rende inesauribile la vita, diedero preminenza
a una dea. In seguito vi fu Demetra, la Madre Terra, ma essa nella civiltà cretese
non era altro che la dea del frumento, essendo il dio Adone la divinità preposta
alla fecondità. A Roma, Cibele ed Iside ebbero grande seguito di adoratori,
un po' come nella nostra religione il culto della Vergine. Ma a Roma allora come
oggi nelle nostre chiese quel che conta è la politica, ossia il fatto
che si risponda ai bisogni psicologici della gente allo stesso modo di un accorto
commerciante che sa leggere bene la "domanda" e approntare rapidamente "l'offerta".
I preti e gli uomini politici erano e sono i veri manipolatori del fenomeno religioso.
Arrivando per successive tappe al concetto di una sola divinità si è potenziato
enormemente il ruolo dei "megafoni di dio". Questi "megafoni" sono
tutti maschi e la vedo complicata che una donna possa predicare (ascoltata) dei
messaggi di effettiva parità religiosa tra i sessi. In barba a tutte le
proposte di "quote rosa" che si possono fare, la religione non ammetterà mai
(pena l'autodistruzione) che una donna equivale esattamente a un uomo.
Domenico Iannetti
SONO POSSIBILI CONSULENZE TELEFONICHE CON IL DOTT.
IANNETTI PER I PROBLEMI DI COPPIA. PER INFORMAZIONI: info@studioiannetti.it
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