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LA PERSONALITA': SPESSO PRENDIAMO
FISCHI PER FIASCHI.
La personalità umana è una lenta
e complessa costruzione la cui lettura è tuttaltro
che facile. Quindi spesso non ha alcun senso dire
di una persona: "Ha una forte personalità",
oppure "Non ha personalità". Eredità e
ambiente pongono le fondamenta di una struttura
che continuerà ad essere modellata dalle
circostanze della vita per tutto l'arco dell'esistenza.
Dunque la personalità si modifica e si migliora,
ed è per questo che non possiamo dare netti
giudizi di valore sui tratti che sono a fondamento
degli stili comportamentali. Infatti non è giusto
affermare che essere estroversi è meglio
che essere introversi poiché gli eventuali
vantaggi dell'una o l'altra condizione dipendono
dalle circostanze e dai contesti che hanno ovviamente
un'estrema variabilità. Per esempio per
un venditore l'estroversione potrebbe essere una
condizione indispensabile per il successo; per
uno studioso potrebbe risultare prezioso un forte
grado di introversione.
Uno degli errori più frequenti che si fanno nel valutare la personalità è nel
dare troppa importanza all'aspetto fisico. In questo si è indubbiamente
portati fuori strada dalla classica classificazione che divideva i temperamenti
in sanguigno, collerico, melanconico e flemmatico. Così potrebbe bastare
uno sguardo sulla complessione fisica e sugli atteggiamenti del volto per dare
un giudizio sull'affidabilità di una persona circa le relazioni con
gli altri o la capacità di perseguire un obiettivo. Nulla di più falso.
L'essere umano non è a un solo strato, ma a tantissimi strati.
La psicologia nella sua storia ha elaborato diverse teorie relative alla personalità.
Tutte le teorie sono daccordo nel considerare la personalità come risultante
di vari elementi, ma esse differiscono sulla determinazione di tali caratteristiche,
sulla loro origine e sviluppo, sulla possibilità che possano essere
modificate. Da Freud e la psicoanalisi, a Jung e la psicologia analitica, a
Allport e Cattell con le teorie dei tratti e quelle cognitive, le teorie comportamentali
e quelle del sé, si sono aperti via via diversi orizzonti. Insomma mille
differenziazioni che non fanno che confermare la complessità del problema.
Infatti parlare di personalità vuole dire né più e né meno
parlare dell'uomo tout court.
L'aspetto fondamentale della personalità è il suo risvolto sociale
che emerge nel rapporto con gli altri e ne determina le modalità. Tale
fondamentale aspetto viene definito carattere, ed è la parte di noi
che conosciamo meglio e che gli altri riconoscono per prima in noi. La teoria
psicoanalitica, per prima, non si è accontentata di analizzare l'individuo
nel suo rapporto con la società, ma ha tentato di coglierne la complessità coinvolgendo
le motivazioni inconsce e i conflitti che in esse sussistevano.
Secondo i primi lavori di Freud la vita psichica aveva un aspetto conscio e
uno inconscio. Il comportamento umano traeva derivazione soprattutto da quest'ultimo.
Successivamente Freud riformulò il suo impianto in maniera più complessa:
Es, Io e Super-io, con cui si introducono nuovi risvolti e sfumature. Il nostro
comportamento sarebbe il frutto di una forza nascosta (l'Es) da cui si struttura
progressivamente una parte consapevole (l'Io) chiamato a mediare tra le pressioni
interne e le esigenze imposte dalla società (il Super-io). Secondo Freud
la personalità si struttura da dopo la nascita fino ai cinque anni di
età attraverso la soddisfazione erotica di tre zone diverse da cui prendono
il nome le fasi orale, anale e fallica. Da queste deriverebbero personalità di
tipo orale, anale o fallico. Tale impostazione oggi ci appare difficilmente
sostenibile ma con ciò non si può disconoscerne il grande merito
storico. La teoria analitica di Karl Gustav Jung suddivide le personalità in
due tipi generali: il tipo introverso e il tipo estroverso. Da tale ottica
ne discende che vi può essere un atteggiamento introverso o estroverso
relativamente al pensiero, al sentimento e all'intuizione.
Un posto importante nella rassegna sulle teorie della personalità occupa
quelle elaborate da Gordon Allport e Raymond Cattell. Secondo i due studiosi
i tratti sono le unità reali e costanti di ogni personalità.
La socievolezza o la timidezza, la generosità o la cordialità costituiranno
per sempre la caratteristica di quell'individuo. Peraltro vi sono tratti comuni,
che appartengono a molti, e tratti individuali più peculiari a una singola
persona. La teoria dei tratti ha avuto un ampio utilizzo nella psicologia moderna
soprattutto per mezzo di test di valutazione. H. J. Eysenck nei suoi studi
ha approntato degli schemi valutativi che mette in relazione tra di loro quelle
abitudini costanti del comportamento facilmente identificate in tratti come
la socievolezza, l'impulsività, l'ostinazione e via dicendo. Collocando
la singola personalità in parametri quali estroversione - introversione,
labilità - stabilità emozionale, realismo - idealismo, Eysenck
individua una concreta possibilità definitrice. Dunque i tratti non
corrispondono al criterio del tutto o niente, ma si correlano in varia misura
con gli altri. Un individuo, rispetto alla tipologia introversione - estroversione,
si può variamente collocare su altri parametri quali dinamismo - passività,
socievolezza - insocievolezza, audacia - prudenza, impulsività - autocontrollo,
espressività - inibizione, praticità - riflessività, irresponsabilità -
responsabilità. Quindi si può essere piuttosto estroversi o piuttosto
introversi con varie accentuazioni. Per quanto riguarda la tipologia labilità -
stabilità emozionale ci si può collocare tra senso d'inferiorità -
amor proprio, tendenza alla depressione - gioia di vivere, angoscia - calma,
tendenza ossessiva - noncuranza, dipendenza - autonomia, ipocondria - benessere
fisico, sentimenti di colpa - tranquillità di coscienza. Una persona
stabilmente emotiva, dunque, avrà ottime capacità di adattamento
e sarà caratterizzata da amor proprio, gioia di vivere, calma. Rispetto
alla tipologia realismo - idealismo le linee di tendenza saranno aggressività -
mansuetudine, autoritarismo - remissività, volitività - mancanza
di ambizione, manipolazione - empatia, ricerca del sensazionale - tendenza
alla vita tranquilla, dogmatismo - duttilità, mascolinità - femminilità.
Va sottolineato che in queste articolazioni valutative non è minimamente
implicato alcun giudizio morale, di preminenza o di valore.
Per amore di verità va sottolineato che Ippocrate con la sua formulazione
del temperamento malinconico non era andato lontano dalle recenti classificazioni
di personalità labilmente emotiva e introversa, che tende ad essere
lunatica, ansiosa, intransigente, pessimista, chiusa, insocievole. Così una
personalità introversa ma stabile sarà passiva, precisa, ponderata,
tranquilla, padrona di sé, calma esattamente come l'ippocratico carattere
flemmatico. La personalità stabile ed estroversa sarà socievole,
espansiva, loquace, bonaria e volitiva esattamente come il sanguigno di Ippocrate.
Una personalità estroversa ma labile emotivamente, infine, sarà suscettibile,
inquieta, aggressiva, impulsiva, ottimista, attiva e tale personalità Ippocrate
l'avrebbe definita collerica.
Il comportamentismo, che si sviluppò negli Stati Uniti dietro le scoperte
del fisiologo russo J. P. Pavlov e gli studi
dello psicologo americano E. L. Thorndike, favorì una teoria della personalità basata
sulla seguenza stimolo - risposta, e sul concetto di abitudine. Perché un'associazione
venga acquisita in modo stabile sono indispensabili la motivazione, lo stimolo,
la risposta e la ricompensa (o rinforzo). Tutte le abitudini vengono acquisite
secondo tale schema e perciò viene data la massima enfasi all'ambiente
e ridotto il ruolo dei fattori genetici. B. F. Skinner, con il concetto di "rinforzo
operante", individua la formazione della personalità in successivi
modellamenti operati dalle richieste dell'ambiente che gratifica l'individuo
nei suoi comportamenti funzionali.
Le teorie del sé relativamente alla personalità discendono dagli
studi di uno dei padri della psicologia moderna, William James. Dall'individuazione
del sé come fulcro della personalità si spiega la continuità dei
comportamenti e l'autopercezione di tale continuità. Kurt Goldstein
vede alla base delle motivazioni e della loro coerenza il bisogno di autorealizzarsi.
Tutte le attività, da quelle primarie tese alla sopravvivenza a quelle
più fungibili, rispondono alla finalità di realizzare se stessi
proprio tramite la soddisfazione dei bisogni. Abraham Maslow aprì una
prospettiva illuminante sul concetto di personalità umana concentrando
l'attenzione sui soggetti che apparivano più integrati nella vita e
più autorealizzati. Nelle persone che avevano raggiunto gli scopi che
si erano prefissi Maslow ravvisò una serie di caratteristiche quali
una visione realistica della vita, la naturale accettazione di se stessi e
degli altri, la spontaneità, la concentrazione sui problemi piuttosto
che su se stessi, il giusto attaccamento alle cose, la non dipendenza, il senso
della democrazia, la creatività, l'anticonformismo. Carl Rogers sottolineò l'importanza,
accanto al concetto di sé, di quello di esperienza che è l'altro
polo dell'interazione con le esigenze interne. Per autorealizzarsi bisogna
fare i conti con la qualità delle esperienze, che possono essere non
positive ed aprire la strada a conflitti con l'ambiente. Esiste la possibilità che
il concetto di sé assuma valenze negative che costringeranno l'individuo
a confliggere con i propri sentimenti favorendo così insoddisfazione
e disagio.
L'aspetto relativo alle personalità che richiederebbe maggiore consapevolezza
da parte di tutti è quello che è indicato con la nozione di "disturbi
della personalità". I disturbi della personalità, non essendo
caratterizzati da sintomi evidenti né agli occhi dell'interessato né agli
occhi altrui, vengono comunemente ignorati (per lo meno in una fase non approfondita
di conoscenza) o fraintesi. Il portatore di personalità disturbata non
ha ossessioni, depressioni o attacchi di panico, ma è rigido in alcuni
comportamenti soprattutto relazionali. Lo stile che contraddistingue il comportamento
con gli altri costituisce la vera ossatura della personalità, e perché esso
possa essere considerato normale bisogna che abbia una sufficiente flessibilità.
Flessibilità vuol dire capacità di tener conto della variabilità delle
situazioni e possibilità di essere per esempio di volta in volta dipendenti
o seduttivi. Il portatore di disturbo di personalità è rigido
e inflessibile in molti tratti: se c'è quello della seduttività esso
si presenta anche nelle occasioni in cui è francamente inopportuno;
se c'è quello della dipendenza si continua ad essere tale anche nelle
circostanze che divengono autopunitive. Le persone portatrici di un disturbo
di personalità normalmente non ne hanno coscienza essendo consueto fin
dall'infanzia quel dato modo di essere. Quando i tratti rigidi diventano disfunzionali
nell'interazione con gli altri, il portatore attribuisce ad altre cause e non
a se stesso la ragione della difficoltà. Una persona con tratti paranoici,
per esempio, non si rende conto che la sua sospettosità è abnorme
e tale da guastare quel minimo sostrato di fiducia che è indispensabile
per qualunque rapporto. Così l'idea che non ci si può fidare
di nessuno diviene sempre più forte e condiziona un progressivo e disperante
isolamento.
Esistono delle classificazioni dei disturbi della personalita. Una prima categoria è quella
relativa ai disturbi caratterizzati dal comportamento bizzarro ossia poco consono
alle regole relazionali. Chi soffre del disturbo paranoide di personalità è caratterizzato
da sospettosità eccessiva e da una visione malevola del comportamento
altrui. Tutto fatalmente viene condotto a condizioni di insostenibilità nelle
relazione poiché tali soggetti sembrano cogliere ogni occasione per
disconfermare le aperture e la buona fede degli interlocutori. Il disturbo
schizoide di personalità porta a un progressivo ritiro dai rapporti
con gli altri con conseguenti atteggiamenti evitativi e l'adozione di stili
di vita misantropi e isolati. Il disturbo schizotipico di personalità designa
un'eccentricità del comportamento con un atteggiamento tendente ad uscire
dalla realtà dei più e a favorire l'adesione a visioni magiche
o balzane del mondo.
Vi sono poi i disturbi caratterizzati da un'alta emotività. Il disturbo
borderline di personalità caratterizza l'individuo con una marcata impulsività e
con una forte instabilità in tutti gli aspetti della vita. Le relazioni
interpersonali di costoro sono imprevedibili come è mutevole il modo
di percepire se stessi. Gli interessi e i comportamenti oscillano nei campi
più vari dell'esperienza suggerendo negli altri un'impressione netta
di inaffidabilità. Il disturbo istrionico di personalità porta
il soggetto a ricercare costantemente l'attenzione degli altri e a convogliarla
con ogni mezzo su di sé. Costoro sono teatrali negli atteggiamenti e
nelle espressioni delle emozioni ed hanno una costante sottolineatura seduttiva
nei confronti degli altri. Il disturbo narcisistico di personalità convince
chi ne è affetto di essere il migliore di tutti per cui adotta la costante
pretesa di dover riscuotere l'ammirazione altrui. Data l'importanza che si
attribuisce egli pensa che tutto gli sia dovuto e per questo è lontano
mille miglia dalla consapevolezza che i rapporti devono essere caratterizzati
da reciprocità. Il disturbo antisociale di personalità si caratterizza
con il misconoscimento della necessità delle regole per cui c'è un
piacere sottile a non rispettare le leggi, i diritti e le cose altrui. Non
provando minimamente alcun senso di colpa per le infrazioni e i crimini commessi
tali soggetti rientrano a buon diritto tra quelli socialmente pericolosi.
I disturbi caratterizzati da una forte ansietà segnano invece una totale
assenza di pericolosità sociale di questi soggetti ma anche grosse difficoltà relazionali.
Il disturbo evitante di personalità predispone a una fuga costante dalle
situazioni sociali a causa dell'enorme paura di possibili giudizi negativi
degli altri. Non si tratta di semplice timidezza, anche se essa è costantemente
presente, ma qualcosa di più radicato che se non risolto con una psicoterapia
finisce per condannare alla solitudine e al fallimento queste persone. Il disturbo
dipendente di personalità segna un'assenza totale di autonomia e un
bisogno di essere accuditi e seguiti da parte degli altri a cui si delegano
le proprie decisioni e perfino i propri cespiti finanziari. Il disturbo ossessivo
compulsivo di personalità è caratterizzato da una marcata tendenza
al perfezionismo e alla precisione. La preoccupazione per l'ordine prevale
sugli altri pensieri e si ricerca un costante controllo su ciò che accade,
anche quando le circostanze suggerirebbero un atteggiamento più rilassato.
Un altro disturbo non raro di personalità è quello passivo aggressivo.
Questi soggetti risultano disfunzionali nello svolgimento dei propri compiti
a causa di un atteggiamento non collaborativo e resistente costituito dal rinvio
sistematico, dalla perdita di tempo, dalla testardaggine, dall'insufficienza
intenzionale e dalle dimenticanze. Più raro è il disturbo masochistico
di personalità da non confondere né con la relativa parafilia,
né con il disturbo dipendente. Tali soggetti ricercano nei rapporti
con gli altri la disapprovazione e perfino l'umiliazione, ricavando gratificazione
da questa modalità relazionale.
Domenico Iannetti
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