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DALLA PAURA CHE NON CI SIA NESSUNO
CHE SI PRENDA CURA DI NOI ALLA SCOPERTA CHE SIAMO
NOI STESSI UN NOSTRO BUON RIFUGIO.
Konrad Lorenz, il fondatore dello studio scientifico
del comportamento sociale degli animali denominato
etologia, ha studiato la nozione di imprinting,
importantissima chiave di lettura per capire la
socialità. Nel 1935 pubblicò i risultati
di lunghe osservazioni sulla sua ochetta Martina,
che lo seguiva ovunque avendolo eletto come sua
mamma. Nelle prime fasi dello sviluppo il piccolo
animale mostra una forte predisposizione a memorizzare
ogni tipo di esperienza fatta di stimoli visivi,
olfattivi, uditivi. Tutto quello che resterà impresso
in quest'arco di tempo costituirà un fondamento
del carattere e del comportamento di tutta la vita.
Al meccanismo fondamentale dell'imprinting non sfugge ovviamente il cucciolo
d'uomo. Secondo John Bowlby, già psichiatra infantile alla Tavistock Clinic
di Londra, esistono periodi sensibili nello sviluppo sociale ed emotivo anche
nel bambino. Ci sarebbe una spinta innata a stabilire un solido rapporto di attaccamento
con la figura che si prende cura del neonato. Tutti gli stili e le strategie
relazionali che il bambino metterà in atto nel futuro sarebbero guidate
dal paragone con quella prima fondamentale persona. La teoria dell'attaccamento
elaborata da Bowlby muoveva dalla necessità di spiegare l'acuta sofferenza
emotiva conseguente alla separazione dalle persone significative. Secondo Bowlby
l'attaccamento rispondeva alla necessità evolutiva per la quale i bambini
dovevano conservare la vicinanza con i loro curatori pena gravi rischi per l'incolumità.
Tale innata motivazione si distingueva da quella del nutrimento e della sessualità.
Il sistema dell'attaccamento entra in funzione quando il bambino è impaurito
o interessato da altra noxa. In quel momento insorge il pianto e si palesa il
bisogno del contatto fisico con la figura di riferimento, che nella eventualità in
cui riesce ad alleviare l'ansia del piccolo estingue anche i comportamenti di
attaccamento. Da ciò risulta evidente che bambini più sicuri prescindono
più facilmente dalla figura di attaccamento ed hanno un raggio di esplorazione
ambientale più lungo e più autonomo. Evidentemente il grado di
convinzione che l'aiuto non può mancare al momento del bisogno predispone
il bambino ad affrontare più agevolmente situazioni potenzialmente stressanti.
Elemento molto importante nell'interazione tra il neonato e la figura di attaccamento è il
grado di sicurezza che quest'ultima riesce a dargli tramite la regolarità e
prevedibilità dei comportamenti finalizzati all'accudimento. I bambini
più ansiosi e più riluttanti all'autonomia è come se "sospettassero" l'abbandono
e quindi "fanno la guardia" raddoppiando le richieste di esplicitazione
dei segnali rassicuranti. Ovviamente anche l'atteggiamento materno potrebbe risentire
del temperamento del neonato, già presente alla nascita. Sembra assodato
che l'irritabilità del neonato nei primi giorni di vita influenza, a volte
pesantemente, il grado di sicurezza nei successivi periodi e le modalità dell'attaccamento.
Dunque non sempre le difficoltà con cui si espleta l'attaccamento possono
essere riferite a comportamenti incongrui da parte della madre, anche se protendo
a credere che un ambiente realmente sereno produca invariabilmente apprezzabili
risultati.
Un'ipotesi suggestiva considera il disturbo bipolare come conseguenza di un eccesso
di oscillazione tra l'inferno dell'abbandono e il paradiso dell'oggetto ritrovato.
Il disturbo bipolare consiste nell'alternanza di stati depressivi e stati di
esaltazione maniacale. In questo senso anche temporanei allontanamenti dei genitori
potrebbero aver innescato nel bambino reazioni di eccessiva "disperazione" piuttosto
che un più ordinario travaglio ansioso. Comunque sia la grande verità è che
più precocemente viene inoculato il veleno del "dubbio abbandonico" e
più facilmente vi può essere quella "instabilità" che
provoca manifestazioni abnormi nell'attaccamento. Credo sia molto difficile considerare
ininfluenti determinate esperienze infantili in un soggetto dipendente affettivo
o con una cronica paura di essere tradito o abbandonato dal partner.
Positive esperienze nell'infanzia sono indispensabili per la costituzione di
circuiti neuronali in grado di modulare i comportamenti affiliativi in tutto
l'arco dell'esistenza. L'ossitocina, gli oppioidi endogeni, le catecolamine hanno
un ruolo di rilievo nei comportamenti affiliativi. Risposte di stress, con tutto
quello che comportano al livello neuroendocrino, sono obbligatoriamente correlate
con ogni separazione significativa. Semplificando possiamo dire che esiste una
diretta correlazione tra le variazioni di cortisolo e l'intensità dell'angoscia
conseguente a separazione. Ugualmente i livelli delle endorfine sono predittivi
del grado di coinvolgimento nell'evento di perdita che risulta enormemente più sconquassante
se si somministra il naloxone, che occupando i recettori degli oppioidi ne rende
impossibile l'azione. Nei cuccioli gli oppioidi endogeni vengono secreti in risposta
a vari stimoli sociali tra i quali l'allattamento ha particolare rilevanza. Ciò ci
fa capire come gli oppioidi endogeni sono i più potenti lenitori dell'angoscia
e quelli che orchestrano euforia, soddisfazione e senso di ricompensa. Riflettendo
sul concetto di motivazione capiamo che quello che probabilmente muove di più l'azione
umana è la ricerca di soddisfacenti livelli di oppioidi endogeni.
Anche l'ossitocina, peptide secreto dall'ipofisi posteriore, ha un ruolo fondamentale
nelle situazioni dell'attaccamento e della perdita. E' certo che essa attenua
la reazione alla separazione in ambito sociale. L'ossitocina viene rilasciata
a seguito di stimoli di tipo sociale. Essa ha un ruolo importante nella creazione
di rapporti stabili ivi compresi quelli di coppia. E' stato osservato che il
rilascio di ossitocina è indispensabile per l'associazione materno-odore
in ratti non ancora svezzati. E' probabile che parallelamente a quello che avviene
per gli oppioidi, i neuroni ossitocinergici siano attivati da contatti fisici
dell'animale. Anche per la risposta riproduttiva l'ossitocina ha un ruolo favorente
in quanto si è visto che un'infusione centrale nei ratti provoca l'erezione
del pene mentre la somministrazione di un antagonista la inibisce. L'ossitocina è stata
identificata come un importante mediatore della memoria sociale, che ovviamente
ha un grande ruolo nei processi di apprendimento e di attaccamento.
La serotonina non può non avere un ruolo centrale nella regolazione del
comportamento sociale. Buoni livelli di questo neurotrasmettitore facilitano
indubbiamente confidenza sociale e senso di unione con il prossimo. Una riduzione
dell'attività cerebrale della serotonina, viceversa, rappresenta una conseguenza
inevitabile dell'isolamento sociale protratto.
Da Bowlby in poi numerose osservazioni circa l'attaccamento sono state condotte
nei bambini, ma via via ci si è accorti che le risultanze si attagliavano
perfettamente anche agli adulti. Nel mondo variegato dei sentimenti amorosi il
concetto di attaccamento è un bel passepartout per comprendere davvero
che cosa succede. La grande verità è che coloro che sono partner
sessuali o sentimentali per congruo tempo svolgono la funzione di figure primarie
di attaccamento l'uno per l'altro. Dunque non è un'eresia affermare che
un marito è anche un papà, e una moglie è anche una mamma,
ovviamente l'uno rispetto all'altra. Il problema potrebbe sorgere se lo sono
in modo prevalente.
I cosidetti "attacchi di panico" non sono indubbiamente estranei alla
paura della separazione e a esperienze infantili "allarmanti" in tal
senso. In diversi casi ci vuole l'acume dello specialista per tenere distinti
i disturbi d'ansia relativi alla separazione temuta (o forse anche desiderata)
e i disturbi di panico con (o senza) agorafobia. D'altra parte generalmente gli
adulti con i sintomi di ansia da separazione si rivolgono allo specialista solo
in presenza di un disturbo di panico, la cui nozione finisce ingiustamente per
inglobare tutto.
Spesso vengono confusi con una semplice timidezza, ma i disturbi da ansia sociale
sono indubbiamente qualcosa di più pesante. In questi soggetti tutte le
situazioni sociali rappresentano una minaccia poiché ci si sente scrutati
da una sorta di giudice indagatore pronto a condannare, a umiliare e a mettere
alla berlina. Quindi il contatto sociale è collegato costantemente a un
contenuto minaccioso che crea disagio e sofferenza. La semplice idea di doversi
esporre a situazioni sociali produce reazioni ansiose con sintomi fisiologici
come il rossore e la sudorazione. Tali sintomi spesso diventano il problema nel
problema e si finisce per appuntare l'ossessivo pensiero sulla paura di arrossire
o di grondare sudore al minimo contatto al di fuori di quelli familiari. La patogenesi
del disturbo vede in posizione da protagonisti sia l'amigdala che l'ippocampo,
che ovviamente si rinforzano a vicenda nell'eccesso di reazione emotiva. Con
lo strumento della risonanza magnetica si è evidenziato in soggetti con
ansia sociale una marcata e inusuale attivazione dell'amigdala, dell'ippocampo
e della corteccia prefrontale. Anche il flusso sanguigno cerebrale privilegia
le zone del sistema limbico rispetto alle aree corticali. Un soggetto tranquillo
impegnato in un discorso davanti a molte persone ha un'irrorazione corticale
notevole, contrariamente a una persona con ansia sociale nella stessa situazione.
In questi ultimi soggetti il cervello emotivo prende il sopravvento su quello
razionale, proprio nelle occasioni in cui è indispensabile che avvenga
il contrario. Il terrore di parlare in pubblico per certi soggetti è indubbiamente
giustificato anche dall'alta probabilità di impappinarsi, di perdere il
filo, di dare segni di palese agitazione. Nei soggetti con ansia sociale si è riscontrato
una marcata riduzione di recettori della dopamina. Anche la serotonina ha un
ruolo centrale nel problema in quanto i farmaci che ne inibiscono la ricaptazione
hanno un ottimo risultato curativo. Naturalmente una psicoterapia (di rilassamento
e cognitivo-comportamentale insieme) è indispensabile per risolvere definitivamente
tale invalidante condizione.
Domenico Iannetti
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