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LE DIVERSE MODALITA' DELLA PAURA
E LA PERCEZIONE DEL TEMPO CHE PASSA.
Quando viviamo un buon momento vorremmo fermare
il tempo, ma proprio allora ci accorgiamo della
fretta indiavolata che esso ha. E quando invece
ci opprime l'angoscia il tempo beffardo rallenta
la sua corsa fino a darci l'impressione che si è inchiodato
nell'immobilità. Forse un dodicenne pensando
al proprio passato ha l'impressione di essere al
mondo da tempo immemorabile; e un ottantenne che
ogni giorno ha un flash della propria fine, pur
sogguardando l'immenso panorama di memoria che
ha alle spalle, ricorda un episodio della propria
infanzia come fosse ieri. La verità più probabile
sul tempo è che esso è un sentimento
al pari degli altri sentimenti che gli danno coloritura
e significato. Possono passare decenni senza che
in noi rimanga alcuna traccia del tempo passato,
e un istante si può caricare di immensi
significati da cui è impossibile separarsi
mai.
Dobbiamo dire allora che l'orologio che portiamo al polso è poco più che
un accessorio. Quello che davvero conta per il tempo è il sentimento
di aver vissuto e di vivere. Il tempo per noi non può essere altro che
memoria, limitatamente alla nostra capacità di conservarne le tracce.
Ciò non vuol dire affatto che il nostro sguardo deve essere ossessivamente
orientato verso il passato, ma non ci può essere né presente
né futuro se non siamo capaci di assicurare una qualche pacificazione
con "il tempo perduto". E' proprio il tempo che non ritorna che realmente
ci cala nel tempo che deve ancora venire. Quello che ci attrae e quello che
ci respinge sono determinati dai nostri ricordi mediati dal sentimento del
tempo. Sappiamo che il piacere non può essere senza limiti: è un
fenomeno che noi cerchiamo di favorire e di far durare, ma invariabilmente
ha un suo acme e una dissoluzione piuttosto rapida. E' l'orgasmo in un percorso
alquanto piatto, reso interessante dal desiderio che in gran parte non è altro
che attesa. Si ha sempre l'illusione che i momenti del piacere possano durare
per sempre (che altro significato potrebbe avere la fantasmazione del paradiso?).
Poi il tempo della piattezza ci riconduce a riorganizzare un'altro acme, che
sarà invariabilmente più rapido quanto più è stato
carico di bramosia.
Il tempo della noia sembra non passare mai poiché l'attesa non riesce
ad individuare un oggetto. Il bambino ha imparato la noia proprio nell'assenza
dell'adulto o dalla sua presenza priva di stimoli. La noia è l'anticamera
della depressione poiché la mancanza di stimoli fa prevalere la pesantezza
del tempo che fa fatica a passare in quanto non lubrificato dalla soddisfazione
di piccoli desideri focali. L'essere umano fin da piccolo è legato alla
scansione dei fenomeni che se difettano portano pericolosamente il cervello
a funzionare al di sotto della soglia minima. Solo se la vostra vita è sufficientemente
ricca di stimoli e di interessi il tempo segue il suo ragionevole corso e non
si ha l'impressione di un suo faticoso procedere. Fin dai primi mesi di vita
il bambino carica di grande importanza i fenomeni inusuali che più stimolano
la curiosità più il bambino vorrebbe vedere prolungati nel tempo.
Si abitua (e si deve abituare) ad accettare che finiscano, così imparando
il desiderio che si riproducano. Dunque la delusione (per la fine del fenomeno) è il
necessario innesco dell'attesa fiduciosa. L'alternanza tra assenza e ritorno è il
meccanismo intimo della vita affettiva dell'uomo.
I ritmi della vita moderna ci hanno imposto di dare il massimo valore al tempo
oggettivo, quello scandito dall'orologio. Sta di fatto però che la vita
vera è quella direttamente connessa alle esperienze soggettive da cui
discende la realtà del comportamento umano. Il nostro modo di giostrare
tra passato e presente porta a delle espansioni e a dei restringimenti temporali
che non hanno nulla a che fare con l'oggettività dell'orologio. Una
circostanza di oggi ci può richiamare un'esperienza del passato piena
di dolore. Ma tale operazione della memoria non ha mai lo stesso significato
poiché quel lontano ricordo ci può essere molto familiare a causa
del continuo rievocarlo, oppure ci può essere lontano come un corpo
estraneo poiché lo abbiamo voluto confinare nella dimenticanza. Anche
la mentalità dell'eldorado e dell'eden perduto si basa su un camuffamento
del tempo che attraverso un'ottica nostalgica getta una luce sfiduciata e depressiva
sul presente. In un testo teatrale del 1961, "Oh les beaux jours",
Samuel Beckett mette in scena una attempata signora che viene gradualmente
inghiottita dalla terra e che rievoca in termini nostalgici le belle esperienze
del passato.
La consapevolezza della morte incide in maniera importante sulla percezione
del tempo. L'esaltazione favolistica della giovinezza è un camuffamento
in gran parte operato sulla falsariga che il giovane riesca più facilmente
a nascondersi dietro l'inconsapevolezza della morte. Non è certamente
così poiché i casi di idee ossessive circa la morte che ho curato
con la psicoterapia riguardavano in gran parte dei giovani. C'è una
grande variabilità individuale circa l'idea della morte. Qualcuno non
ci pensa praticamente mai e ciò gli permette di fare qualche errore
di valutazione in più nella vita forse con un guadagno circa la capacità "di
essere lieto". Con l'età anziana cresce la disillusione e la consapevolezza
che la corda che ci lega al palo diviene sempre più corta. Necessariamente,
dopo i cinquant'anni, bisogna cominciare a tirare i remi in barca. Un maschio,
anche se ricco di dopamina, dovrebbe pensarci dieci volte prima di imbarcarsi
di nuovo in una paternità. Ugualmente bisognerebbe essere molto cauti
nel mettere a repentaglio la propria famiglia facendosi un'amante che sarà certamente
riluttante a stare a mezzo servizio. Dopo i cinquant'anni è più agevole
vestire i panni mentali del nonno che non quelli del "latin lover".
Il cuore (anche quello anatomico) è più attrezzato per la prima
incombenza.
Nella nostra vita il tempo è stato scandito dalle scadenze che ci siamo
posti e che la società ci ha posto. Abbiamo dovuto superare tutti gli
anni scolastici ad uno ad uno. Per chi ha fatto l'università si sono
dovuti superare tutti gli esami previsti ad uno ad uno. Poi ci siamo sposati;
abbiamo avuto dei figli: altre scadenze. "Svolte", come le ha chiamate
Arthur Miller. Proprio grazie a tante "svolte" ci ritroviamo ai prolegomeni
della fine senza quasi essercene accorti. La maggior parte delle scadenze ce
le pone, con il nostro consenso, il vivere associato. Pensiamo al Natale, a
quello che questa festa ha significato fin dai nostri primi barlumi di ragione.
E nonostante tutto, dopo tanti anni, il Natale non riesce ancora a lasciarci
indifferenti. Ricordo ancora con qualche emozione le processioni religiose
a cui ho assistito nella mia infanzia. E come ritrovare ancora in una qualche
circostanza le emozioni dell'esplodere della banda musicale o dei fuochi artificiali
in occasione della festa del Santo Patrono?
In una certa misura, qualora la vita ci abbia permesso di acquisire una buona
autodisciplina, il tempo del lavoro deve partire e riscontrarsi in noi stessi,
e il tempo ludico deve partire e riscontrarsi negli altri. Guai se ci troviamo
a credere il contrario. Il lavoro dovrebbe sempre costituire un'occupazione
liberamente accettata che noi dobbiamo avere il sentimento di poter iniziare
ed interrompere su nostra iniziativa. Ugualmente occorre una strategia dell'attenzione
sull'altro perché si decida a concederci svago e accetti che a nostra
volta ne concediamo a lui.
Nella mitologia greca Chronos era così implacabile da divorare i propri
figli appena dopo la nascita. Il significato di ciò è che il
tempo non ha alcuna pietà e non addiviene mai a più miti consigli.
Infatti il tempo nutre le illusioni e fa crescere il piccolo dell'uomo; ma
poi a poco a poco lo mutila e alla fine lo uccide. Il leopardiano moto inesausto
delle cose cancella le promesse dell'infanzia e della giovinezza e porta tutto
a un desolante annullamento finale. La sfida dell'essere umano nei confronti
del tempo inesorabile si configura nel tentativo di conchiudere un significato
che gli sopravviva almeno di un attimo. Il tempo determina il mare tempestoso
in cui la barchetta dell'uomo invariabilmente si perde, ma l'illusione di sopravviversi
un po' forse sopravvive per un po'. Così ripiegandoci su noi stessi
riorganizziamo il nostro rapporto con il tempo sulla scansione della soddisfazione
dei nostri bisogni: estinguere la fame e la sete ci dà un senso di vittoria
che ha tutto il sapore di un evento consolatorio. E l'appetizione sessuale
facendoci toccare il limite tattile dell'acme orgasmico ci consegna il massimo
dell'euforia possibile per dei naufraghi quali siamo.
Essere dei buoni animali e limitare quindi l'attrito con il tempo vuole dire
porsi umilmente nell'alveo della soddisfazione dei nostri bisogni, in cui ritroviamo
pari pari l'identità a noi speculare del nostro prossimo. Ritrovare
le ragioni della fratellanza significa anche fare tutto ciò che ci è possibile
per esorcizzare il tempo che passa. Il tempo non si esorcizza con il tentativo
di rendere eterno un istante, o di ridurre l'eternità a un istante.
Nessun opera d'arte può arrogarsi la pretesa di dominare il tempo poiché nessun
opera d'arte può includere preliminarmente nel proprio programma il
progetto dell'immortalità. Ma se al pari del prossimo impariamo ad amare
i prodotti artistici che ci vengono dal passato possiamo legittimamente pensare
di non aver perso con disonore la sfida con il tempo.
Non c'è dubbio che il concetto di paura si articola su una modulazione
del tempo che può andare da una lieve increspatura a un andamento vorticoso
in grado di travolgere tutto. Infatti in situazioni quali il timore, l'apprensione,
la preoccupazione, l'inquietudine o l'esitazione il tempo non può avere
l'indolente andamento della normalità, ma in qualche modo accelera il
suo corso o lo rallenta a seconda dell'ottica interna di chi lo traguarda.
Ma in situazioni marcatamente più pesanti come l'ansia, il panico, il
terrore o la fobia il tempo prende un andamento decisamente travolgente tale
da non permettere respiro o tregua alcuna. La forte spiacevolezza che accompagna
tali stati dà la netta impressione che non si riuscirebbe a tollerarli
a lungo, cosicché il tempo ti conta spasmodicamente gli attimi. Anche
la tensione che presuppone uno stato di paura protratto con un parallelo focalizzarsi
dell'attenzione su un ristretto settore dell'esperienza, dilata il tempo che
può trascorrere con modalità anche estremamente dolorose. La
staticità non solo del campo percettivo ma anche dei contenuti mentali
che lo sottendono, dà uno stato di coscienza pesante da tollerare che
promuove la volontà di sottrarvisi con la fuga.
All'ingrosso possiamo distinguere le paure in universali o innate e in soggettive
o apprese. Le paure universali possono originare da stimoli fisici molto intensi
come il dolore o il rumore. Da persone sconosciute o eventi inusuali che non
facendo parte della memoria del soggetto creano inquietudine e apprensione.
Possiamo immaginare che cosa ha costituito un eclisse totale di sole per un
primitivo, o gli elefanti di Annibale per i romani. Sono oggetto di paure universali
situazioni con un contenuto minaccioso per la sopravvivenza come l'altezza,
il buio, il mare aperto, il freddo, l'abbandono da parte della figura di attaccamento.
In generale tutte le situazioni che richiedono l'opzione "fuga o lotta" richiamano
paure innate. Il bambino mostra precocemente di averne parecchie, da quella
dell'estraneo, a quella del buio e di animali sconosciuti. Le paure soggettive
costituiscono l'oggetto di apprendimenti derivati da un'infinita varietà di
stimoli connessi con esperienze penose o pericolose. Il meccanismo di apprendimento
va ricondotto ai riflessi condizionati di pavloviana memoria.
Il corpo manifesta la paura con dei segni incontrovertibili. In primo luogo
i muscoli mimici della faccia danno un caratteristico aspetto costituito da
occhi sbarrati, bocca semi aperta, sopracciglia ravvicinate e fronte aggrottata.
La risposta mimica facciale ha carattere universale e non dipende dalle diverse
culture. Gli stati psicofisiologici del corpo si differenziano a seconda che
si tratti di paura intensa, come il panico e la fobia, o di paura più modulata,
come la preoccupazione e l'ansia. Nel primo caso si ha una prevalente attivazione
del sistema nervoso autonomo parasimpatico, con un abbassamento della pressione
del sangue e della temperatura corporea, diminuzione del battito cardiaco e
della tensione muscolare, abbondante sudorazione e dilatazione delle pupille.
Tali stati conducono a una sorta di paralisi in cui si è incapaci di
reagire con la fuga o con l'attacco, e ciò potrebbe avere un significato
di conservazione. Stati di paura meno intensi, al contrario, attivano il sistema
nervoso simpatico, con i peli che si drizzano, con l'afflusso abbondante di
sangue ai muscoli, con la tensione muscolare e il battito cardiaco aumentato.
E' il classico stato che predispone all'attacco o alla fuga. Con la prevalenza
del parasimpatico il tempo sembra fermarsi almeno per un attimo al pari del
corpo che in certi animali entra in un vero stato di morte apparente. Con la
prevalenza del simpatico il tempo assume la vorticosità degli stati
mentali che pur costringendosi nell'unico problema della fuga o dell'attacco,
esplora in poco tempo tutte le modalità in cui essi possono espletarsi.
Come si vede la paura, con tutte le sue modalità di fuga, paralisi o
attacco risponde all'esigenza primaria della conservazione. Ma perché ciò avvenga
bisogna che essa non si "automatizzi" nel senso che tende a presentarsi
anche in assenza di uno stimolo adeguato. In questo senso il grande vantaggio
temporale di essere pronto con la propria reazione a disinnescare rapidamente
la minaccia, si muta in un grande svantaggio per il quale si vive una sorta
di mobilitazione in contesti che non richiedendola affatto vengono enormemente
appesantiti. Il soggetto con paura, in altre parole, vive il vantaggio solo
per il breve momento della risposta conservativa; la persistenza della paura
al di fuori di quest'ultima si rivela un grave handicap per il comportamento
abituale. Ciò soprattutto perché gli stati mentali invariabilmente
si restringono a contenuti disfunzionali e dunque sono oggettivamente indisponibili
per le piene competenze relazionali.
Domenico Iannetti
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