 |
TIMIDEZZA: QUANTE OCCASIONI (FORSE)
IRRIMEDIABILMENTE PERDUTE!
Nessuno ama essere isolato. Tutti i nostri bisogni
più profondi li appaghiamo stando con gli
altri. Alcune volte stare con gli altri ci risulta
difficoltoso a causa di un disagio costante che
non riusciamo ad eliminare. E' la timidezza. Si è calcolato
che non meno del 10% dell'umanità è composta
da timidi o ex timidi. Ovviamente la timidezza,
pur sempre fastidiosa, ha diversi gradi di intensità.
A intensità lieve può essere una
componente, perfino affascinante, di una persona
del tutto normale. A intensità più consistente
la timidezza è indubbiamente un handicap
a volte davvero pesante. Le limitazioni sono tante
e tali che non raramente il timido sperimenta l'infelicità a
causa di esse. Il timido ha la sensazione di dover
scalare una montagna se deve interagire con persone
nuove o affrontare un'esperienza inusitata. Di
fronte alla possibilità di farsi un nuovo
amico spesso si decide per la ritirata o per la
fuga. Il timido soffre molto per l'isolamento in
cui si rifugia e per le frequenti risposte ansiose
e depressive. Quello che più angoscia il
timido è non riuscire a trasmettere all'esterno
la stessa opinione che internamente ha di sé.
Egli infatti non riesce ad imporsi nei vari ambiti
relazionali perché non riesce a parlare
apertamente e ad esprimere le proprie opinioni.
Spesso per tali motivi il timido fa la figura di
quello poco intelligente. Infatti gli altri fanno
fatica a dargli una classificazione: in mancanza
di elementi magari finiscono per considerarlo uno
alquanto passivo o che se ne frega di tutto. Non
raramente il timido appare a torto come sfuggevole,
annoiato, superbo, debole e malleabile. In quanto
a lucidità di pensiero il timido, pur avendone
magari moltissima, finisce per perderla del tutto
nelle occasioni in cui si sente al centro dell'attenzione
altrui. Quando il disagio in presenza degli altri
si evidenzia il timido corre il rischio di accrescerlo
a dismisura a causa di valutazioni sbagliate del
proprio comportamento. Infatti egli crede che il
proprio disagio risulti evidentissimo agli occhi
degli astanti, che sono pronti ad emettere un giudizio
di disprezzo e di avversione. Con tali meccanismi
spesso si alimentano delle idee fisse davvero in
grado di avvelenare l'esistenza.
Il comportamento pubblico del timido è costituito da fughe e da assenze,
mentre la sua vita privata è un tumulto di pensieri e di sensazioni
spesso caratterizzato da recriminazioni e rimpianti. La presenza silenziosa
pubblica ha il suo contrappunto nell'abbondanza del lavoro mentale in privato.
Non sempre la lettura di un libro, il lavoro per conto proprio, il contatto
con la natura riesce a spegnere l'affollarsi di preoccupazioni circa il giudizio
negativo degli altri e circa il modo più efficace di eluderne la presenza.
La timidezza con le persone dell'altro sesso può davvero segnare il
destino delle esistenze. Non è solo questione di ciondolare lo sguardo
ed evitare il contatto con gli occhi: c'è una vera e propria impotenza
a relazionarsi e quindi a trasmettere simpatie e desideri. La timida o il timido è una
specie di merce collocata in ultima fila negli scaffali: l'accoppiamento e
i suoi esiti è solo questione di fortuna e di "chi mi vuole mi
si prende". Il dichiarare la simpatia per quella ragazza o per quel ragazzo
rientra tra gli stimoli che non supereranno mai il vaglio della tirannica autocensura.
E quando un io esasperato strepita perché si tenti di dare un qualche
segnale della simpatia che si ha per quel bipede di altro genere, si ottiene
solo di arrossire, di sudare, di avere lo stomaco in subbuglio e il cuore che
galoppa all'impazzata.
Nel corso della mia trentennale attività di terapeuta ha avuto modo
di riflettere centinaia di volte su come la timidezza distorca l'autostima.
Ho incontrato persone molto intelligenti che a causa della loro profonda insicurezza
hanno vissuto una vita nelle serie inferiori pur avendo le qualità per
eccellere in serie A. Ricordo un settantenne che mi raccontava la sua vita
lavorativa fatta di grande competenza e di creatività, che era stato
dipendente di un'autentica mezzacartuccia corto di mente ma con una spocchia
che non finiva mai. Si sarebbe potuto mettere in proprio con facilità,
ma ogni volta che ci provava l'ansia e l'insicurezza lo facevano recedere.
Molti psicologi che svolgono normalmente la professione non si rendono conto
appieno del ruolo che la timidezza e le insicurezze giocano nel destino degli
individui. Quando un uomo o una donna si sono ricavati un cantuccio in impieghi
oscuri e di scarsa responsabilità, privi di contatti e di prospettive,
uno psicologo degno di tal nome dovrebbe capire se in questo c'è stato
qualcosa di sbagliato. Personalmente credo che ci sia molto di sbagliato anche
nel caso opposto, in cui la mancanza assoluta di qualunque timidezza e dosi
abbondanti di spavalderia hanno spinto in posti preminenti della società dei "minus
habens" formidabili. Il bello è che questi sono stati eletti democraticamente
da migliaia e forse da milioni di persone che normalmente sono provviste di
una buona capacità di giudizio.
Non infrequentemente la timidezza caratterizza gli anni dell'adolescenza, e
andando oltre si attenua. Dunque la timidezza è un disagio che può essere
soggetto a guarigione spontanea. L'individuo maturando e accumulando esperienze
impara a vivere meglio e a condividere meglio con gli altri. Quando però il
fenomeno appare consistente è indispensabile richiedere l'aiuto dello
psicologo. Non bisogna permettere che la qualità della vita si degradi
e si perdano importanti potenzialità. In queste terapie, oltre a risolvere
le ansie e le insicurezze di fondo, bisogna curare un adeguato linguaggio del
corpo. Il timido deve imparare a sorridere, a guardare negli occhi l'interlocutore,
a modulare la voce e a usare il tono e il volume giusto, ad andare al di là dei
monosillabi di risposta, a saper proporre argomenti di conversazione. Il timido
deve costruire una maggiore fiducia in se stesso e per far questo deve apprendere
per gradi ad incidere nelle situazioni sociali che vive. Dire la propria in
una conversazione di gruppo è un obiettivo primario da raggiungere.
Per far questo è buona cosa che il timido si prepari in anticipo ciò che
deve dire in modo da rendere più remoto il rischio che rimanga senza
parole. Parlare in pubblico è per il timido la prima grande vittoria.
Il timido deve imparare il lavoro dell'attore. Fosse una sola battuta, deve
imparare a dirla con naturalezza e convinzione. Non a caso tanti attori e personaggi
celebri riconoscono di essere timidi. Se in una situazione si riesce ad essere
autorevoli, facilmente ci si riuscirà anche in una successiva. Controbattere
polemicamente a chi è stato poco corretto con voi, oltre a scoraggiare
altre "invasioni" altrui, vi fornisce la chiave di comportamento
in occasioni analoghe. Bisogna imparare a correggere ad uno ad uno i principali
difetti della timidezza. Tenere lo sguardo sollevato, mettersi alla giusta
distanza dall'interlocutore, protendersi verso di lui e gesticolare in modo
vivace, evitare di parlare con voce troppo bassa, non temere troppo di sbagliare
il momento dell'intervento nel discorso costituiscono importanti conquiste
che significano il superamento della timidezza. Non bisogna temere di imitare
le persone sicure di sé. Ripeto, all'occorrenza fare come fa l'attore è cosa
sommamente raccomandabile. In tal senso Woody Allen aveva tutte le ragioni
a studiare fotogramma per fotogramma tutti i gesti di Humphrey Bogart in "Casablanca" nel
tentativo di essere seduttivo come lui con le donne.
Frequentare un gruppo teatrale per un timido è davvere cosa ottima.
Occorre poi dare il massimo spazio alla fantasia. Immaginarsi brillante e autorevole
in una situazione aiuta indubbiamente ad esserlo davvero. Anche parlare davanti
ad uno specchio potrebbe avere la sua utilità, soprattutto se si riesce
a capire meglio i singoli atteggiamenti da correggere e da migliorare. Prima
di stupire la ragazza che vi piace con atteggiamenti disinvolti, è bene
fare le prove generali con vostra cugina con la quale avete una buona confidenza.
La necessità di "esercitarsi" nel gruppo non vuole dire assolutamente
che è indicata una psicoterapia di gruppo. Credo al contrario che sia
meglio una terapia individuale in cui si possa lavorare senza condizionamenti
sui vari aspetti del problema. Il gruppo deve essere reale e non "addomesticato" come
nelle terapie di gruppo, in cui c'è poco vantaggio a trovare qualcuno
con gli stessi tuoi problemi e molto svantaggio a trovare tanti altri con tutt'altri
problemi.
Domenico Iannetti
SU QUESTI TEMI SONO POSSIBILI CONSULENZE TELEFONICHE
CON IL DOTT. IANNETTI. PER INFORMAZIONI: info@studioiannetti.it
Per informazioni sui week-end terapeutici presso
il B&B "Villa Oasi" di Perugia, visitare
il sito: www.villaoasiperugia.it
|