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VI RACCONTO IL SESSO... di Domenico Iannetti |
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S O M M A R I O
1 - QUALCHE MITO
2 - QUALCHE PERVERSIONE PARTICOLARMENTE STRANA
3 - L'IDEA SEMPLICE E CORAGGIOSA DI ALFRED KINSEY
4 - UNO SGUARDO ALLA CENSURA
5 - DON GIOVANNI E CASANOVA
6 - QUEI PAZZI DEL LIBERO AMORE
7 - BREVE STORIA DELLA PORNOGRAFIA
8 - UN TIPO INTERESSANTE: RESTIF DE LA BRETONNE
9 - SADE, PROFETA DELL'EROTISMO
10 - SACHER-MASOCH E IL MASOCHISMO
11 - QUALCHE ROMANZO CHE HA FATTO EPOCA |
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1) QUALCHE MITO
Mircea Eliade nel suo libro "Miti, sogni e misteri" del 1957 sostiene che è tipico della mente umana trasformare l'esistenza in miti e archetipi per cui in essi ci sarebbe sempre una verità storica o comunque passaggi veramente vissuti dagli esseri umani.
Portando l'attenzione al mito centrale della Bibbia, quello della creazione di Adamo ed Eva, a cui logicamente va fatta risalire l'origine della sessualità umana, forse non tutti sanno che accanto ad Eva, anzi prima di Eva, c'era un'altra donna: Lilith. Lilith sarebbe stata creata dall'argilla, come Adamo, e non da una sua costola, come Eva. Ciò la metteva su un piano di parità con l'uomo e, in un certo senso, in competizione con esso. Da questo confronto alla pari tra i sessi deriva la beatitudine piena dell'Adamo androgino delle origini (il paradiso terrestre), condizione perfetta che poi viene perduta, come poeticamente lo racconta Platone nel Simposio. L'essere primordiale felice aveva però un grosso difetto per poter durare: era sterile. Ecco perché il dio (Geova o Giove, poco importa) lo divise e divenne due esseri distinti. Così Eva riusci a divenire pregna e a partorire nuovi esseri umani. Lilith, dunque, a differenza di Eva, è solo sesso piacere e niente riproduzione. Il mito di questa donna primordiale si sostanzia di tanti particolari assurdi per noi abituati alla scienza. Ve ne è uno curioso e, ritengo, significativo: una antica leggenda rabinica racconta che il Creatore, a corto di materia adamitica per terminare la prima donna, decise di mettere le parti sessuali al posto del cervello. Così fu creata Lilith. Essa non può che essere sterile, nel senso di generare umani, ma feconda nel generare fantasmi della mente. Dunque una donna che si approssima alla visione maschile della pornodiva di oggi: per nulla materna e tutta dedita alla gestione degli appetiti sessuali. Gli organi sessuali dentro il cervello possono costituire anche un'efficace anticipazione dell'odierno concetto dell'erotismo. Altra suggestione di un sesso tutto localizzato nella testa è la bocca vista come fondamentale luogo erogeno. L'evocazione fantastica di Lilith ha caricato di importanza la fellatio in modo che bocca e vulva perdono i tratti distintivi e diventano quasi intercambiabili.
Di storie e riferimenti sessualmente interessanti la Bibbia è piena. Sicuramente singolare è la storia di Lot e le sue figlie. La moglie di Lot fu tramutata in una statua di sale per essersi guardata indietro mentre fuggiva da Sodoma, che Dio aveva messo a fuoco per punirla della sua depravazione. Lot e le due figlie si stabilirono in un luogo di montagna disabitato. Nel seno della famigliola solitaria (il vecchio padre vedovo e le due figlie vogliose e senza uomini) balenò un progetto che a noi oggi pare perverso ma che il testo bibblico espone in modo neutro anzi in modo quasi compiaciuto. Le due ragazze pensarono di far bere del vino al padre per poi infilarsi, una dopo l'altra, nel suo letto. Ebbero per due notti di seguito rapporti sessuali incestuosi. Così intrambe le figlie di Lot restarono incinte del loro padre. Portato a termine le gravidanze generarono due maschietti che perpetuarono la stirpe. E' la prima e forse l'unica volta che l'incesto è presentato come fatto quasi normale e per nulla morboso. L'incesto di Edipo, oltreché involontario, comporta lacerazione e tragedia; l'incesto dei faraoni è una necessità quasi biologica per preservare la purezza dinastica. Solo l'incesto di Lot è capace di scuotere dalle fondamenta un millenario divieto che rende spaesato il credente onesto intellettualmente di fronte all'unico Dio degli Ebrei. Soltanto gli artisti hanno potuto rivisitare con piacere nei loro dipinti il brano bibblico. D'altra parte era il solo modo tollerato da tempi foschi per poter esprimere un erotismo che formulato a parole sarebbe risultato blasfemo.
A proposito di situazioni sessualmente equivoche presenti nel testo bibblico, curiosa è la storia della moglie di Putifarre. Costui era un ufficiale della corte egiziana a cui era asservito Giuseppe. La moglie di Putifarre si era invaghita di Giuseppe e voleva concupirlo anche perché sembra che Putifarre per uno slancio religioso dei genitori fosse stato privato già da fanciullo degli attributi. Il tentativo di seduzione trovò la resistenza del giovane ebreo che nel divincolarsi lasciò tra le mani della donna il proprio mantello. Essere respinti in una profferta di sesso non piace a nessuno e la donna ferita nel suo orgoglio accusò Giuseppe di aver tantato di sedurla. Come è intuibile ciò provocò all'incolpevole ragazzo tanti guai di cui in questa sede non ci interessa occuparci. Quello che va sottolineato è che nell'antichità le donne non sempre aspettavano l'iniziativa del maschio in materia sessuale (soprattutto quando come nel caso di Putifarre campa cavallo...). E' poi interessante mettere in rilievo come la tentazione di ritorcere sull'altro la colpa di cui ci siamo macchiati noi stessi, è sempre esistita.
Il mito delle amazzoni conserva da sempre un grande fascino. Secondo la leggenda di origine greca esse avrebbero abitato nell'Asia Minore e sarebbero state organizzate in tre distinte tribù. Guerriere spietate, le amazzoni si bruciavano la mammella destra per poter tirare più agevolmente con l'arco. Nessun uomo era ammesso nella loro comunità. Per poter perpetuare la razza si recavano ogni primavera da montanari loro vicini per farsi fecondare al buio e in modo anonimo. Naturalmente tutti i neonati maaschi frutti di tali brevi incontri venivano immediatamente eliminati in modo cruento o meno. Le armi che usavano di preferenza erano l'ascia a doppio taglio e il giavellotto la cui invenzione è attribuita da alcuni autori proprio a loro. Virgilio dice che avevano scudi a forma di mezza luna e perciò risultavano molto maneggevoli. Altri autori hanno identificato le favolose amazzoni con le sacerdotesse di Cibele. A tal proposito c'è chi sostiene che i lidii per prima escogitarono il modo di rendere sterili le donne mediante un'operazione chirurgica con la finalità di sostituirle agli eunuchi impiegati al servizio della Dea Madre. L'operazione provocava una maschilinizzazione della donna per cui queste sacerdotesse erano nerborute e pelose come opposto dei sacerdoti di Attis che avevano caratteristiche femminili a causa della rituale asportazione dei testicoli. Comunque sia questi miti testimoniano una paura maschile per una donna indipendente e omosessuale. Le regine delle amazzoni per assurgere al massimo grado di autorità si proclamavano tutte figlie di Marte. Tra le più celebri vi fu Antiope che attaccò Teseo sul ponte del Termodonte e da questi fu sconfitta. Pentesilea, negli ultimi tempi della guerra di Troia, accorse in aiuto di Priamo e venne uccisa da Achille. Di Pentesilea il poeta Théodore de Banville immagina la morte: quando l'anima esalò tristemente attraverso la ferita aperta... un ultimo sguardo verso il cielo, per poi chiudere per sempre gli occhi audaci... C'è stato anche chi ha capovolto il mito e con una anticipazione alla Leopold von Sacher Masoch, ha immaginato che fosse Achille a perire per mano di Pentesilea. Anche Virgilio nell'Eneide esalta il coraggio virile dell'amazzone Camilla che riesce ad umiliare Arunte dalle cui mani sarà alla fine uccisa. Le amazzoni rappresentano il sesso femminile che si propone alla pari con i maschi e non si danno mai per vinte. Il mito delle amazzoni ebbe vasta risonanza come prova anche la toponomastica. Il Rio delle Amazzoni in Brasile non si chiama così per caso. I primi europei, giunti sulle rive del Maranon, vi incontrarono donne guerriere. Un frate spagnolo, sedicente testimone oculare, le descrive "bianche e alte di statura, con lunghi capelli intrecciati intorno al capo. Erano molto muscolose e giravano nude, coprendosi soltanto le vergogne: sempre nunita di arco e frecce, ognuna di esse combatte come dieci indiani". A ricorrenza fissa si bagnavano (delizia per il furtivo spettatore) nelle acque di un lago. In quell'unica occasione si concedevano accoppiamenti con maschi. Si trattava dunque di un matriarcato a cui mise termine l'eroe Yurupari, che fu elevato dagli indios del Brasile al rango di dignità divina, forse anche perché (si dice) non avesse mai toccato una donna. Così l'omosessualità delle amazzoni e quella dei maschi risultati vincitori costituiscono il culmine estremo della guerra dei sessi.
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2) QUALCHE PERVERSIONE PARTICOLARMENTE STRANA
Non verrebbe in mente a nessuno di noi di poter trarre godimento erotico dal contatto con un cadavere. Eppure la necrofilia è esistita ed esiste. Erotodo per primo ci riferisce che nell'antico Egitto si evitava di imbalsamare subito le defunte di bell'aspetto in quanto diversi fatti riprovevoli erano stati accertati. La carne è debole e l'imbalsamatore che aveva tra le mani un fresco cadavere di donna poteva cedere alla tentazione. Ovviamente l'ambiente dei becchini e degli operatori cimiteriali è stato sempre il più indiziato.
Di professione venditore di pinoli ed aiuto-becchino era Victor Ardisson che nel 1901 fu colto con le mani in pasta nel villaggio di Muy in Provenza. Costui era solito intraprendere veri rapporti sentimentali con fanciulle recentemente inumate. Le chiamava "le mie fidanzate" e spesso se le portava a casa, intere o a pezzi. Quando fu ritrovata nel suo solaio la testa di "una sua fidanzata" si giustificò dicendo che la conservava "per ricordo". Ardisson faceva così con tutte le giovani defunte che gli capitavano a tiro, ma un quadro diverso abbiamo in quei casi di necrofilia "per fedeltà". Numerosi sono gli esempi di tal genere. Il tiranno Periandro convisse con la moglie Melissa ancora un anno dopo la dipartita di quest'ultima; Erode dopo aver ucciso Marianna se la tenne accanto ancora per sette anni; Carlomagno volle invecchiare con le spoglie accanto della sua amica tedesca; Giovanna di Castiglia (detta Giovanna la Pazza) viaggiò per tre anni in compagnia del cadavere di Filippo il Bello, facendolo costantemente sorvegliare da un corpo di guardia avendo l'ossessione che altre donne lo potessero avvicinare; la principessa di Belgioioso ospitò per lungo tempo nel suo armadio l'ex segretario Gaetano Stelzi opportunamente imbalsamato. Potremmo estendere questo capitolo agli infiniti esempi di quelli che, come il protagonista de "La camera verde" di Truffaut, del ricordo della persona amata fanno un culto totalizzante. Entreremmo nel vasto campo delle fissazioni che, come in tanti casi di perversioni estreme, è in condominio con la malattia mentale. Qualche volta, nell'esplosione di certe parafilie, si nota lo stesso andamento stagionale che caratterizza la sindrome depressivo-maniacale. I casi di necrofilia che sono stati censiti hanno tutti come base la solitudine dei soggetti rispetto alla frequenza dell'altro sesso. Come in tutte le parafilie spesso il perverso rivendica la legittimità dei suoi atti. In un processo a Parigi nel 1886 un fabbro accusato di necrofilia non cercò scuse davanti alla corte ed esclamò: "Cosa vuole, signor giudice! Tutti i gusti sono gusti. Io ho quello dei cadaveri".
Alcune volte il contatto con i cadaveri è caratterizzato da violenza e sadismo e perciò si parla di "necrosadismo". In questi casi i rapporti sessuali perversi hanno un crescendo che culmina nello scempio e nella distruzione del cadavere. Nel caso celebre del sergente Bertrand il necrosadismo costituiva la parte preponderante del rapporto e mancava del tutto l'amplesso. Anche in questo caso il reo fu esplicito in tribunale (Parigi, 1849): "Non mi sarei esposto al rischio che comporta la violenza sui cadaveri, se non avessi poi potuto distruggerli".
Le cronache riportano con puntuale frequenza casi di assassini che comportano da parte dell'autore un godimento sessuale. Il coltello è un simbolo fallico ed a volte è un sostituto di organo. L'assassino sadico è tipicamente di sesso maschile. Anche le donne possono godere sessualmente di un assassinio, ma esse preferiscono mezzi più indiretti come il veleno e il culmine del godimento ce l'hanno nella preparazione del delitto. Quando nel delitto sadico la vittima è classicamente una donna, le ferite inferte prediligono le parti genitali. Spesso si ha la chirurgica asportazione di membra o organi da conservare con feticistico spirito collezionistico. Non entriamo nella psicopatologia di questi soggetti e facciamo un riferimento alla psicopatologia latente di quelli che si appassionano attraverso i mezzi di comunicazione di massa, alle trame di tali delitti. Già Freud metteva in rilievo che a causa della nostra condizione di infelici civilizzati dagli istinti repressi, ci identifichiamo per un momento con l'assassino per poi invocare a gran voce il castigo e così liquidare il nostro sentimento di colpa.
Jack lo Squartatore è senza dubbio il più celebre assassino a sfondo sessuale. Egli è il classico uccisore di donne con la modalità del coltello fallico piantato nel ventre della vittima. Jack nel quartiere londinese di Whitechapel compì in un anno (1888-89) almeno undici assassini di prostitute rimasti tutti impuniti; in tal modo dietro il nome di Jack lo Squartatore rimane solo un gigantesco punto interrogativo. Alcune caratteristiche fisiche, sulla base di testimonianze, gli sono state attribuite. Era alto, prestante ed elegante e portava baffi neri, un fazzoletto nero intorno al collo, un cappotto nero con un colletto d'astracan. Non poteva che appartenere a una classe sociale elevata. Gli sono stati intravisti accessori d'oro. Spesso recava in mano una valigetta nera da chirurgo. Poteva essere effettivamente un medico visto il gusto particolare che aveva per i pezzi anatomici: mutilava le vittime con un bisturi a scalpello e non tralasciava mai di portar via i pezzi destinati ad arricchire la sua certamente cospicua collezione. In uno dei suoi ultimi delitti lo Squartatore si concesse dei tocchi di fantasia insoliti per lui: aprì il sorriso della vittima da un orecchio all'altro. Poi portò via le orecchie e il naso precisamente recisi. Sezionò i due seni con abilità da chirurgo, squartò il ventre in profondità e lo vuotò di tutti gli organi, asportò reni ed ovaie e con gli intestini acconciò bizzarri ghirigori sullo scendiletto. Il medico legale al cospetto all'incredibile scena ebbe a dire: "Siamo di fronte al massacro di un anatomista impazzito". La polizia londinese fu a lungo mobilitata nel tentativo di individuare il serial killer. Jack lo Squartatore la sfidava con lettere nelle quali annunciava le date e i luoghi dei futuri delitti. Compiuto l'assassinio non mancava mai di spedire a Scotland Yard una lettera scritta col sangue delle uccise. Arrivò a mandare al capo della polizia pacchetti con reperti anatomici diligentemente recisi dal corpo delle donne. Il tono delle sfide epistolari è troculento e si dilunga compiaciuto sui particolari durante e post scempio. Anche la stampa riceveva simili missive e il tutto serviva a tenere a livelli elevati l'orrore. Oltre alla polizia si erano mobilitati alla caccia dello Squartatore anche i bassifondi e la malavita generica. Soprattutto la categoria dei magnaccia, duramente colpiti sul lato economico, fece di tutto per far cadere in trappola il killer, che indubbiamente dotato di grande intelligenza mandò a vuoto tutte le iniziative. Jack continuò nella sua allucinante serie di omicidi. Mille le piste derivate da segnalazioni, mille i mitomani. Una prostituta che aveva visto in faccia lo Squartatore fu impiegata per settimane nel rito di riconoscimento di giovani e prestanti uomini. Alla fine le sue parole, tra il tragico e il comico, descrivevano bene la situazione: "Non ne ho riconosciuto nessuno, ma mi piacerebbe conoscerne molti".
Tra tutte le ipotesi sul movente di tanta ferocia sulle prostituite quella che più personalmente mi convince è che quell'odio è armato dall'impotenza dell'erezione per cui verosimilmente l'assassino incapace di far funzionare il pene, fa funzionare alla perfezione il sostituto del pene, il coltello. Poco credibili mi paiono le ipotesi che favoleggiano di un padre che vendicava così la morte del figlio per sifilide.
Venti anni dopo la cessazione dei delitti, la direzione di un teatro di Londra che aveva messo in scena una ricostruzione delle imprese di "Jack the Ripper" ricevette una lettera di minaccia che gli esperti confermarono essere stata scritta con la calligrafia dello Squartatore. Unica differenza un leggero tremolio: i segni della vecchiaia.
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3) L'IDEA SEMPLICE E CORAGGIOSA DI ALFRED KINSEY
Kinsey era stato gravato da una salute cagionevole fin dall'infanzia e fu anche questo che lo spinse a dedicare la vita allo studio. La biologia fu il suo vero interesse. Si costruì fin dagli anni '20 una solida fama come entomologo e girò il continente americano sulle tracce dei suoi amati cinipi. Successivamente ottenne la cattedra di zoologia nell'università dell'Indiana e sposò subito Claire McMillen. La coppia divenne il fulcro di una ricca vita di relazione nell'ambiente universitario e a quelle serate la faceva da padrone la ricca collezione di dischi di musica di Kinsey.
Quando l'università organizzò nel 1938 un ciclo di conferenze sul matrimonio, fu naturale affidare il ruolo di coordinatore al brillante dottor Kinsey. Questi, nel condurre una ricerca sul comportamento sessuale umano, rimase stupito dalla scarsità di materiale sull'argomento. Così pensò di interrogare i suoi studenti circa le loro avventure con i coetanei. Furono i primi passi verso un'intuizione geniale: per sapere dei veri comportamenti sessuali della gente bisognava chiedere alla gente. La tenacia e lo spirito di ricerca che facevano parte del carattere di Alfred Kinsey si applicarono così sempre di più al campo oscuro e misterioso della sessualità. Egli si tolse progressivamente dal cuore e dalla mente le cinipi e si appassionò sempre di più ai rapporti sessuali degli esseri umani.
Fin dall'inizio l'università dell'Indiana appoggiò i progetti e le idee del dottor Kinsey mettendogli a disposizione locali ed attrezzature. Fin dal 1941 il Consiglio nazionale delle ricerche e la fondazione Rockefeller gli diedero sovvenzioni che permisero di effettuare migliaia di interviste per mezzo di questionari e redarre migliaia di schede. In queste schede si celava una massa di informazioni che mai prima erano state disponibili per il sapere umano. L'aver messo insieme una cerchia di validi collaboratori e la consapevolezza di avere nelle mani un tesoro unico, convinsero Kinsey a creare una società senza scopo di lucro, l'Institute for Sex Research, che diede alla ricerca una finalità più solida e determinata.
Nel 1948 venne pubblicato il "Comportamento sessuale dell'uomo" a cui seguì nel 1953 il "Comportamento sessuale della donna", tutti e due destinati (inutile sottolinearlo) a mettere il mondo in subbuglio. Con i notevoli proventi dei diritti d'autore l'Istituto riuscì a finanziare più agevolmente le proprie ricerche. Il lavoro di Kinsey era spasmodico; la sua giornata lavorativa era di non meno di quattordici ore: fatale che il suo fisico non eccezionale dovesse risentirne. I suoi compiti di direzione di un gruppo di sedici ricercatori, le mille beghe, i mille adempimenti, lo stress di una fama ormai internazionale portarono il cuore di Kinsey alle prime falle. Ma quello che più amareggiò la vita di questo coraggioso innovatore fu l'inevitabile, rozza, volgare controffensiva dell'esercito dei moralisti, delle chiese, degli ipocriti di varia estrazione. Dopo la pubblicazione del "Comportamento sessuale della donna" la fondazione Rockefeller, che dava sostanziosi aiuti finanziari, soppresse ogni sovvenzione. Fin dal 1950 contro l'Istituto fu intentato un processo in quanto destinatario di un pacco di documenti erotici provenienti dall'estero e intercettato alla dogana. Kinsey non ce la fece a godersi la soddisfazione per l'assoluzione arrivata solo nel 1957.
Il lavoro duro condito di tante amarezze accelerò il declino della salute di Kinsey che fino all'ultimo rifiutò di prendersi una pausa. Un viaggio in Europa verso la fine del 1955 non servì a prendersi quell'utile pausa bensì aumentò lo stress a causa delle molte conferenze che tenne nelle capitali di molti Paesi. Poco dopo il ritorno negli Stati Uniti ebbe una violenta crisi cardiaca che lo portò a morte in pochi mesi.
Non solo ovviamente la sessuologia ma tutta la scienza devono molto all'opera di questo tenace e generoso studioso che in vent'anni ha fatto fare un balzo in avanti alla conoscenza dell'"animale" uomo, come pochi altri. I documenti che il suo lavoro ha messo a disposizione della conoscenza hanno abbattuto miti millenari e teoremi spiritualistici fasulli. Grazie ai documenti prodotti dal lavoro di Kinsey abbiamo una più esatta nozione di normalità e variabilità del comportamento umano, una idea più precisa delle differenze uomo-donna, una percezione feconda di risultati successivi sulla continuità etero-omosessuale. Un passo decisivo verso una maggiore felicità degli individui si ebbe, vinte le meschine controversie, con il progressivo affermarsi dell'enorme valore scientifico dell'opera di Alfred Kinsey.
Il primo Rapporto del lavoro di Kinsey si era basato sui testi biografici di 5300 individui di sesso maschile e di razza bianca; il secondo sulle note caratteristiche di 5940 individui di sesso femminile e di razza bianca. Fin dalle prime fasi e per tutto il lavoro che si è sviluppato nei decenni, l'Istituto ha garantito agli intervistati l'assoluto anonimato e l'assoluta segretezza. Ovviamente, data la natura particolare delle ricerche, che toccava quasi sempre l'inconfessabile (soprattutto per quei tempi), non si è potuto seguire un rigoroso metodo della statistica scientifica nell'allestimento del campione. D'altra parte poco importa la fedeltà sociologica essendo questo lavoro solo in piccola parte di preponderante importanza per la sociologia. In altre parole non si poteva per un rigore sociologico proporre a chiunque la confidenza sui propri gusti sessuali o sui propri orgasmi. Data la base volontaria si rispettavano attentamente i criteri generali delle classificazioni sociali: età, livelli d'istruzione, situazione coniugale, formazione religiosa, professione dei genitori e degli stessi intervistati. Inoltre si richiedeva tutta una serie di dati sulla collocazione ambientale e sullo sviluppo biologico.
Furono poste più di cinquecento domande i cui paragrafi si riferiscono allo sviluppo puberale, alla masturbazione, ai sogni erotici, alle modalità del rapporto con il partner, al coito prematrimoniale, coniugale ed extraconiugale, alle attività omosessuali, ad eventuali perversioni. Con la pubblicazione dei Rapporti Kinsey è come se si fosse sollevato un velo sull'effettiva realtà dell'esercizio sessuale umano e caddero così tanti tabù e false concezioni. L'influenza dei Rapporti fu enorme nel mondo intero, ma in particolare negli Stati Uniti il cui puritanesimo aveva spesso favorito l'adozione di leggi punitive di atti sessuali che improvvisamente si scoprivano molto diffusi. Grande scalpore destò il dato che nella popolazione maschile tra i sedici e i cinquant'anni il 25 per cento degli individui ha avuto o avrà un'esperienza omosessuale abbastanza protratta nel tempo. Una consistente quota di individui maschi (intorno al 20%) ha avuto in varia misura esperienze sia etero che omosessuale. Ovviamente fu anche a causa di questi dati che i metodi e le conclusioni dei Rapporti sollevarono tante critiche. Oltre alla non significatività del campione fu insinuato il sospetto da parte degli ambienti della psicologia, che gli individui interrogati, non avendo sostanziali obiezioni a questo tipo di confessione, potessero scivolare in derive viziate da mitomania o comunque da non scrupolosa verità.
Certo, il cozzo più grosso si ebbe con la Chiesa cattolica e le altre Chiese protestanti. Per chi è incentrato in una visione religiosa è arduo liberare la materia sessuale dall'impostazione moralistica. Un religioso non riuscirà mai a dire: purché non fai male a qualcuno usa il tuo sesso quanto, come e dove ti aggrada. Le religioni esistono proprio per mettere censure dove non ce ne dovrebbero stare: nell'ambito della nostra intimità. Una visione come quella espressa da Kinsey nei suoi Rapporti, ossia totalmente incentrata su una visione "neutra" delle cose sessuali alla Chiesa cattolica dava molto fastidio, non perché avesse da contestare i fatti e le percentuali riferite, che erano noti da secoli ai confessori, ma perché sfumando il ruolo della morale sfumava perciò stesso il controllo delle coscienze da parte delle religioni. Quando la dottrina cattolica ti dice che il tuo corpo è tempio dello Spirito Santo, te ne toglie immediatamente la padronanza e il libero uso. Questo modo di toglierti la titolarità del tuo corpo gravando le cose sessuali con il marchio del peccato è un attentato alle coscienze più deboli che per paura o per ignoranza non riescono ad aderire a una visione neutra e senza ansia delle cose del sesso.
Il grande merito di Kinsey è di aver avuto nei confronti della sessualità lo stesso approccio tranquillo che aveva quando osservava gli insetti, così restituendo piena libertà e legittimità agli atti privati di ognuno. Con l'assurdo argomento che l'uomo non è un semplice animale si toglie all'uomo quello che ogni animale ha: la naturale adesione alle proprie pulsioni. La Chiesa cattolica dell'epoca nel criticare i libri-inchiesta di Kinsey, ammettendo la veridicità dei dati ma sostenendo l'inopportunità della loro diffusione ( come dire: sono verità che la massa non è in grado di sostenere), si è data davvero la zappa sui piedi, così rivelando nel religioso sempre un fondo di integralismo e di intolleranza, scarsamente rispettosi dei principi democratici moderni e della dignità che ognuno deve avere nella sfera intima. In altre parole si assiste a questo atteggiamento schizofrenico della Chiesa che dice: ho sempre saputo che l'omosessualità è diffusa, che la gente si masturba a ogni età, che le donne si sono sempre masturbate, che anche le donne hanno forti impulsi sessuali come i maschi, che l'adulterio è assai diffuso, che la sodomia è frequente ecc. ecc., ma ritengo non sia affatto opportuno divulgare queste verità. Se no come si farebbe a tenere la gente in uno stato di minorità?
Il "Comportamento sessuale dell'uomo" del 1948 giungeva del tutto inatteso, come una manciata di sementi in un campo incolto. Se ne vendettero duecentoquarantamila copie (cifra notevole per l'epoca). Nel 1953 quando uscì il "Comportamento sessuale della donna", il terreno era più dissodato e l'attesa era forte in tutto il mondo. Si raggiunse la stessa tiratura del primo libro, ma le reazioni dei moralisti furono certamente più virulente e sicuramente con maggiori turbamenti. Anche in campo protestante ci fu un sostanziale rigetto dei Rapporti non venendo da alcun commentatore religioso il segnale di apprezzare la portata di quegli argomenti divulgati.
Kinsey aveva studiato il comportamento sessuale dei singoli e i fattori che sembravano spiegarne le manifestazioni, avendo una scrupolosa attenzione a non influenzare le sue scoperte con prevenzioni personali. La posizione di Kinsey era perfettamente scientifica: lo studio del comportamento come unico mezzo per penetrare il fenomeno sessuale, evitando di fare frettolose generalizzazioni o di darne interpretazioni filosofiche. Col secondo Rapporto Kinsey ebbe il merito di saper vedere nella sessualità femminile molte implicazioni che andavano al di là della mera dimensione genitale ravvisata nel primo Rapporto come caratteristica del maschio. Per lui era una deformazione della mentalità maschile il fossilizzarsi troppo nella regione genitale. In altre parole, secondo Kinsey, l'attività sessuale è simile a un'emozione spiccata e forte che si sostanzia di una miriade di elementi fisici e mentali fusi in un tutto. Kinsey non arrischiò teorie che avrebbero tradito il suo assunto di "osservatore", ma fa capire chiaramente la sua critica di una cultura e civiltà maschile. Naturalmente in Kinsey non c'è alcuna adesione all'idea che la donna abbia meno desiderio e senta meno il sesso rispetto al maschio. Anzi uno dei suoi meriti più indubbi è quello di aver abbattuto il mito di una iposessualità femminile. Magari i tempi nei quali si raggiunge l'apice delle capacità sessuali possono essere diversi nei due sessi ma la durata dell'efficienza tende ad equivalersi nell'arco della vita.
Kinsey ravvisa una differenza di reattività a stimoli psicologici; l'uomo reagisce di più a immagini che in vario modo richiamano l'attività genitale; la donna al contrario ha bisogno di contesti più ampi come film o romanzi d'amore per avere uno stimolo paragonabile. Quindi l'eccitabilità è la stessa pur nell'accentuazione rispettiva dell'efficacia dei vari stimoli. Un'altra differenza tra i sessi Kinsey la coglie nei mutamenti rispetto alla generazione precedente: nel secondo Rapporto lo studioso ravvisa che la donna diventata maggiorenne dopo la prima guerra mondiale si è più spesso abbandonata alle carezze eterosessuali che portano all'orgasmo (senza il coito), al coito preconiugale e alla masturbazione, rispetto a sua madre e a sua nonna. Kinsey ravvisa ugualmente negli ultimi tempi una diminuita frequenza dei rapporti sessuali nelle coppie sposate, segno probabilmente che gli uomini non tenevano conto solo dei propri desideri ma anche di quello della donna. La tendenza (che dura tutt'oggi) è quella che vede l'uomo sempre più preoccupato della qualità anziché della quantità degli atti sessuali.
Tra le risultanze dei Rapporti molto innovative sono le sottolineature delle incidenze dei livelli di istruzione e delle classi sociali: si tende a trovare i partner nel proprio ambiente sociale e la masturbazione è praticata di più tra gli uomini delle classi di livello inferiore. L'incidenza delle classi sociali di appartenenza sui comportamenti sessuali è di gran lunga l'appannaggio dei maschi rispetto alle femmine. Il che voleva dire che era piuttosto la condizione socio-materiale del maschio (e non viceversa) a determinare lo stile sessuale della coppia. I maschi socialmente inferiori iniziavano prima i rapporti sessuali e diventavano monogami più tardi. I maschi socialmente più elevati tendevano a iniziare più tardi i rapporti preconiugali che frequentemente sono costituiti da quello che oggi chiamiamo petting; dopo il matrimonio la tendenza a restare monogami si afferma intorno alla mezz'età. Il tempo storico delle osservazioni di Kinsey era ancora fortemente caratterizzato dal rifiuto delle donne ad avere rapporti prematrimoniali e quindi ancora la "pluralità" era quasi essenzialmente maschile. Una "pluralità" femminile aveva la sua inevitabile connotazione in un nutrito florilegio di epiteti niente affatto lusinghieri.
Nella sua epoca Kinsey rilevò che il credo e la pratica religiosa faceva un po' da freno alla frequenza della masturbazione, delle relazioni extraconiugali e del petting. Dal suo osservatorio sembrava a Kinsey che le donne più degli uomini avessero tendenzialmente maggiori scrupoli e conflitti morali circa le trasgressioni sessuali, ma esse più dei loro compagni si allontanavano dalle pratiche religiose qualora le ritenessero dissonanti con le proprie tendenze. Kinsey non rilevò sostanziali differenze comportamentali in relazione al tipo di religione a cui si aderiva, e dunque le eventuali differenze dell'agire andavano collocate nell'opzione: credente-non credente.
I due Rapporti di Kinsey e in particolare il secondo determinarono un terremoto che lì per lì sembrava aver provocato pochi danni ma che con l'andare del tempo ci si accorse che aveva minato in profondità la stabilità dei vecchi edifici. Piano piano ci si accorse che la mentalità sessuofobica e misogina, prima dominante, diveniva sempre più impresentabile. In particolare la visione della donna oscillante tra la santa e la prostituta, non poteva più reggere. Il comportamento sessuale si avvia lentamente ma con decisione a liberarsi del tutto della supervisione del moralismo e della bigotteria.
Gli stessi ambienti religiosi, dopo le prime feroci reazioni alle pubblicazioni, capirono l'impraticabilità di una difesa strenua della vecchia tirannia sulle coscienze in materia sessuale.
Il lavoro di Kinsey favorì il primo decisivo passo sulla strada dell'effettiva equivalenza pulsionale tra il maschio e la femmina. La dignità democratica cominciava ad avere vera cittadinanza nel comportamento intimo delle persone. L'opera di Kinsey ha fatto capire a tutti che la vecchia mentalità moralistica era entrata in agonia ed occorreva una positiva e fertile revisione del modo in cui si era pensata la sessualità e il benessere intimo. Insomma la concezione "riproduttiva" cristiana che aveva tirannicamente dominato per millenni, veniva per la prima volta colpita al cuore.
Il sudiciume che il cristianesimo ha sempre attribuito all'esercizio sessuiale, finalmente cominciava ad apparire come appartenenza esclusiva dell'osservatore pio e moralista. Kinsey iniziò inconsapevolmente una guerra di liberazione degli individui dalla schiavitù della morale fasulla e imposta a tutti. Questo inveterato asservimento ha prodotto e continua a produrre un'infinita serie di vittime, che a causa dell'angoscia che le inonda annegano anzitempo nel gorgo della morte.
Anche il concetto di amore è stato spesso rivestito di una veste estranea: ogni volta che si diceva sesso si doveva per forza dire amore, altrimenti si entrava nel perverso e nel diabolico. Se oggi pensiamo che la morale non deve significare inibizione e paura, lo dobbiamo anche al lavoro di Kinsey. L'amore senza sesso ben presto si nullifica, mentre il sesso senza amore può vivere a lungo e in buona salute. Una società civile ha il dovere di togliere alla morale la struttura insensata e selvaggia di un tabù. Grazie al dottor Alfred Kinsey la sessuologia è diventata sì una scienza, ma soprattutto ha promosso una nuova e più alta morale: quella dell'equilibrio biologico.
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4) UNO SGUARDO ALLA CENSURA
Per censura si intende l'obbligo da parte del potere costituito di un esame preventivo di libri, giornali, film e programmi televisivi per avere il diritto di essere fruiti dal pubblico. Tutti gli Enti detentori del potere hanno esercitato ed esercitano la censura: pubbliche autorità, chiese, partiti, associazioni cercano in tal modo di tenere sotto controllo il dissenso e le idee a loro non congeniali. Quindi dire censura significa anche dire repressione. Il termine ha origine nell'antica Roma in quanto il census (censimento) era un controllo sui movimenti dei cittadini. Successivamente ha assunto il significato di controllo sugli scritti, principalmente.
La censura è sempre esistita. Nell'antica Cina, un imperatore nel 213 a. C. ordinò la distruzione delle opere di Confucio: così andò perduta nelle fiamme quasi tutta l'antica letteratura dell'Impero di Mezzo. Ovidio fu bandito da Roma da parte di Augusto per aver scritto l'"Ars amatoria"; ma i più antichi furono dei dilettanti rispetto a quello che fu capace di organizzare l'Occidente cristiano in materia di censura. Punto centrale fu l'istituzione da parte della Chiesa dell'Index Librorum Prohibitorum, gestito da un organismo composto da cardinali assistiti da consultori. Le opere "messe all'indice" erano davvero tabù e il procurarsele di straforo esponeva a rischi molto maggiori di un semplice biasimo. In molti Paesi, come la Francia, l'opera censoria, nata dall'iniziativa ecclesiastica, fu esercitata da re e da funzionari nominati allo scopo. La Rivoluzione francese soppresse la censura degli scritti, che fu poi reintrodotta a vari titoli. A mano a mano che veniamo verso i tempi nostri le censure, soprattutto sui giornali, furono abolite, tranne che in occasioni particolari come la guerra. La censura concernente i problemi morali ha avuto un diverso andamento. Per limitarci alla Francia, una legge del 1819 ha istituito il delitto di "oltraggio al buon costume", di cui furono vittime opere di Ronsard, La Fontaine, Voltaire, Rousseau, Barbey d'Aurevilly e molti altri. La censura ha proibito "Madame Bovary" di Flaubert e colpito "Les fleurs du mal" di Baudelaire. Solo nel secondo dopoguerra le cose hanno cominciato a cambiare e la Corte di Cassazione ha potuto annullare sentenze censorie emanate anche più di un secolo prima. Fin quasi ai nostri giorni è restata la possibilità per qualunque ente di far sequestrare un'opera dell'ingegno (libri, film) denunciandola alla magistratura come "contraria al buon costume". Ne sono seguiti molti processi. Memorabile quello intentato nel 1954 alle edizioni Jean-Jacques Pauvert per la pubblicazione di quattro opere di Sade, ossia "La philosophie dans le boudoir", "La nouvelle Justine",
"Juliette", "Les 120 journées de Sodome". Il processo si concluse con un ordine di distruzione dell'intera tiratura da parte della Camera correzionale di Parigi. Solo in appello la sentenza fu parzialmente emendata. Nel 1949 fu promulgata in Francia una legge, a tutela della gioventù, che attribuiva all'amministrazione delle poste la facoltà di rifiutarsi di distribuire opere o riviste giudicate oscene. La stessa cosa era da tempo funzionante negli Stati Uniti. Vari paesi europei avevano leggi che consentivano di proibire l'ingresso nel territorio nazionale a pubblicazioni oscene di provenienza estera. Migliaia di persone, grazie a queste leggi, sono state iscritte in liste di epurazione o condannate alla perdita del diritto d'esprimere il proprio pensiero. La cosa più assurda di tali leggi era che qualunque pinco pallino era in grado di bloccare un'opera letteraria, scientifica, politica o di altro genere, bollandola come oscena. Tutte le disposizioni di legge che davano grandi poteri censori ai più peregrini organismi e associazioni, furono abolite nel 1961 su iniziativa della Convenzione dei diritti dell'uomo istituita in seno al Consiglio Europeo di Strasburgo.
In Inghilterra fu Enrico VIII a stabilire per primo un controllo sui libri. Ai tribunali ordinari spetta la decisione sul carattere delittuoso degli scritti in base alle categorie di diffamatori, sediziosi, blasfemi e osceni. Nel 1857 fu emanato un "Obscene Publications Act" che cercava di definire che cosa si intende per oscenità, compito di difficile esito su cui si sono esercitati in molti. Anche in Inghilterra la dogana e le poste furono autorizzate a bloccare l'ingresso nel Paese di pubblicazioni giudicate contrarie alla legge. Molte egregie opere di carattere scientifico incapparono in tali maglie censorie. Ricordiamo "Studies in the Psychology of Sex" di Havelock Ellis, "The Encyclopedy of Sexual Knowledge" di Norman Haire, "The Sexual Impulse" di Edward Charle. Molte opere letterarie furono colpite da misure censorie, tra cui: "L'amante di Lady Chatterley" di D.H. Laurence, l'"Ulisse" di Joyce, la traduzione del "Satiricon" di Petronio, le "Opere complete" di Jean Genet, "Tropico del Cancro" di Henry Miller, "Malloy" di Samuel Beckett, "Lolita" di Vladimir Nabokov, "L'érotisme au cinéma" e "A History of Eroticism" di J.-M. Lo Duca.
I paesi anglofoni seguono l'andamento dell'Inghilterra con qualche spiccata sottolineatura cattolica in Irlanda, soprattutto nei confronti di opere ravvisabili come anticoncezionali.
Gli Stati Uniti si considerano gli eredi del diritto britannico e possiedono il famoso (o meglio, famigerato) Comstock Act, elaborato nel 1873 da tale personaggio, che fu messo a capo di una "società newyorkese per la soppressione del vizio". Nelle maglie di questo congegno si impigliarono, per vari motivi, Walt Whitman, Sinclair Lewis, Upton Sinclair, Bertrand Russell ed Ernest Hemingway. Nel 1929 neppure Voltaire con il suo "Candido" riuscì a sfuggire alla tagliola. La lista delle assurdità fu lunga prima di rendersi conto che si rischiava di strozzare del tutto il diritto alla libera espressione. Così la Corte suprema degli Stati Uniti ha cominciato via via a interpretare nelle proprie sentenze una visione meno restrittiva delle leggi censorie. Fu così che nel 1957 l'Istitute for Sex Research di Kinsey vinse la battaglia che lo opponeva da sette anni alla dogana statunitense e "L'amante di Lady Chatterley" riuscì a farsi riconoscere come opera d'arte e non come libro osceno.
Vita più difficile circa la censura ebbero le riviste specializzate in fotografie di nudi, che sono incorse nel marchio d'oscenità un po' dovunque; una storia del calvario della pornografia che spero di raccontare in un capitolo di questi scritti.
Dal dopoguerra fino a pochi anni fa il campo in cui l'arbitrarietà delle censure si è sbizzarrito di più è quello del cinema. In tutti i Paesi, in varia misura e con varia intensità, la censura si è organizzata per mettere delle griglie torturanti intorno alla decima musa. In generale i Paesi si possono dividere in quelli in cui i governi esercitano direttamente il controllo censorio e quelli che delegano questa funzione a una commissione apposita; ma la mano del censore può essere molto pesante in ogni caso.
Gli Stati Uniti che hanno in Hollywood la mecca del cinema, hanno elaborato una sorta di "codice morale" applicato ai film, che si sostanzia di alcune regole. E' vietato mettere in ridicolo il matrimonio e la famiglia, di presentare come cosa normale l'adulterio e i rapporti sessuali illegittimi; bisogna evitare i baci a labbra aperte, gli amplessi brutali, le pose ambigue, l'allacciamento reciproco delle gambe, la rappresentazione delle perversioni sessuali, le allusioni alle malattie veneree e all'igiene sessuale, le danze che mimano l'attività erotica, la nudità totale o anche la sua ombra, l'esibizione della parte interna della coscia e della parte inferiore del ventre, due persone di sesso diverso nello stesso letto (anche se sposate), un parto, la parola "aborto".
In Francia sebbene la censura teatrale fosse stata abolita fin dal 1906 il controllo restrittivo sul cinema non è stato da meno che in altri paesi considerati più autoritari. L'autorità di controllo poteva abolire totalmente la proiezione di un film sia in patria che all'estero, oltreché proibirne la visione ai minori di determinate età. Altro tasto doloroso sono stati i tagli che a volte erano davvero dolorosi in quanto menomavano capolavori di grandi registi. Sempre in Francia nel 1953 su centootto lungometraggi di produzione francese, sei furono vietati ai minori di sedici anni, undici autorizzati a condizione di subire tagli di alcune scene, due vietati all'esportazione in alcuni Paesi; su centocinquantasei lungometraggi stranieri, sette furono bocciati del tutto, tredici furono vietati ai minori di sedici anni e sette autorizzati previo alcuni tagli.
In Italia il meccanismo della censura si è basato su una legge del 1913 che naturalmente fu esasperata e applicata ad uso e consumo del regime, durante il ventennio fascista. Con la repubblica, sebbene l'articolo 21 della Costituzione garantisse "libertà di stampa e tutte le forme di espressione", non cambiò molto rispetto ai decenni precedenti. Su pressione del mondo cattolico più che la Costituzione si applicò sempre e comunque il divieto di fare spettacoli o qualunque altra manifestazione contraria al buon costume. E' evidente come nella nozione di "buon costume" si nascondesse sempre una visione moralistica e spesso bigotta. Nel 1949, su iniziativa del sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti si emanarono norme bavaglio che con la scusa di promuovere la crescita del cinema italiano (rispetto all'invasione dei film prodotti a Hollywood) si introdusse una vera e propria censura preventiva per le pellicole prodotte in Italia. Così, anche il neo-realismo ne fu in parte ostacolato. Dal 1962 tutti i prodotti del cinema furono sottoposti istericamente al vaglio di commissioni di censura che avevano perfino il potere di bloccare il progetto di un'opera. Solo nel 2007 la censura preventiva fu cancellata.
Sotto il fascismo ovviamente nulla poteva essere prodotto senza l'assenso preventivo del regime, ma anche molti film di qualità di produzione straniera furono proibiti e non furono visti dagli italiani dell'epoca. Tra i film bocciati ricordiamo: "Addio alle armi" di Frank Borzage del 1932, che uscì nel 1956; "Il club dei trentanove" di Alfred Hitchcock del 1935; "Il grande dittatore" di Charlie Chaplin del 1940 che uscì nel 1949 con 4 minuti di tagli (si disse per il fatto che Donna Rachele era ancora in vita); "Ossessione" di Luchino Visconti del 1943 uscito nel 1945 grazie a una copia salvata dal rogo dallo stesso Visconti; "Piccolo Cesare" di Mervyn LeRoy del 1930 uscito del 1963; "Scarface - Lo sfregiato" di Howard Hawks del 1932 uscito nel dopoguerra vietato ai minori di 16 anni; "Strada sbarrata" di William Wyler del 1937 uscito nel 1948; e la serie potrebbe eseere lunga. Tutta la produzione cinematografica dell'Unione Sovietica, ivi compresi i grandi capolavori, fu vietata in blocco dal fascismo per le sale italiane.
Esplosa la democrazia repubblicana la censura, come accennavo, non andò certo in pensione. Innumerevoli furono i film bloccati del tutto, storpiati con i tagli o vietati ai minori. Ricordiamo qualche caso clamoroso. "Arancia meccanica" di Stanley Kubrick del 1971 fu presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 1972; all'uscita nelle sale fu vietato ai minori di 18 anni, solo nel 1998 ridotto a 14 anni; il film non fu praticamente mai dato in televisione fino al 2007.
"Ultimo tango a Parigi" di Bernardo Bertolucci del 1972 fu letteralmente martirizzato dalla censura; dopo una settimana dall'uscita fu sequestrato per "esasperato pansessualismo fine a se stesso"; lungo calvario giudiziario: assolto nel 1973, condannato in appello, nel 1976 la Cassazione con sentenza definitiva ne ordinava la distruzione; come qualche volta è capitato per fortuna furono salvate alcune copie depositate presso la Cineteca Nazionale come corpo del reato; Bertolucci fu condannato in via definitiva per offesa al comune senso del pudore e fu privato dei diritti politici per la durata di cinque anni ed ebbe inoltre quattro mesi di detenzione (sospesa); nel 1982 "Ultimo tango a Parigi" fu proiettato a Roma nell'ambito di una rassegna contro la censura: gli organizzatori furono denunciati ma risultarono assolti nel procedimento penale e inoltre l'opera non fu considerata proibita; solo nel 1987 la censura riabilitò il film permettendone la distribuzione nelle sale; nel frattempo erano circolate alcune copie clandestine autorizzate dallo stesso regista; tanta ferocia censoria fu motivata soprattutto dalla scena di sodomia (non certo esplicitamente mostrata) su Maria Schneider da parte di Marlon Brando con l'ausilio del panetto di burro.
"Gola profonda" di Gerard Damiano del 1972 è un film pornosoft che ricevette un consenso generale in tutto il mondo, ma parimenti feroci avversioni; negli Stati Uniti fu sottoposto a processo e vietato in molte città; un giudice di New York nel 1972 ritenne il film non osceno, ma diversi oppositori cercarono di far invalidare la sentenza; nel 1976 a Memphis (Tennessee) oltre sessanta persone che in vario modo avevano attinenza con il film furono incriminate per cospirazione nella diffusione e distribuzione di materiale osceno; anche l'attore Harry Reems fu perseguito, ma ricevette la solidarietà del mondo hollywoodiano; in Gran Bretagna il film fu totalmente vietato e il pubblico britannico poté vederlo solo dieci anni dopo; la versione in DVD, vietate ai minori di 18 anni, fu messa in commercio solo nel 2000; la versione italiana subì qualche modificazione, in particolare mentre nell'originale il personaggio interpretato da William Love è un estraneo, in Italia diventa il fidanzato della neo infermiera Linda (come a dire che certe cose con il fidanzato sono meno intollerabili).
"Salò o le 120 giornate di Sodoma" di Pier Paolo Pasolini è del 1975 ed è l'ultimo film girato dal regista e scrittore; fu anche la sua opera più controversa e più malintesa; il film resta inoltre uno dei più "choccanti" della storia del cinema (peraltro, niente paura, è uno dei film meno visti della storia del cinema: come Sade è lo scrittore più scandaloso e meno letto di tutte le letterature); presentato a Parigi il 22 novembre 1975, tre settimane dopo la misteriosa morte violenta di Pasolini; uscì sul mercato italiano nel gennaio 1976 ma venne quasi istantaneamente sequestrato; dopo le traversie giudiziarie con la solita imputazione di oscenità e (carico da undici) corruzione di minori, fu condannato e poi assolto; solo nel 1978 fu messa in circolazione una versione (oggi reperibile su youtube) con 21 minuti di tagli per un totale di 116 minuti.
"Sesso nero" di Joe D'Amato del 1978 uscì nei suoi circuiti nel 1980; considerato il primo film porno italiano fu interamente girato a Santo Domingo. "Cannibal Holocaust" di Ruggero Deodato del 1980; film di estremo realismo della violenza razzisteggiante suscitò molte polemiche anche perché il regista fu accusato di aver girato uno "snuff movie", ossia di aver ripreso scene di vera violenza; l'accusa risultò falsa circa le persone, ma sicuramente vera circa gli animali; comunque la sbandierata scena della ragazza indigena violentata e impalata era sicuramente agghiacciante (in molti sensi); dopo la prima a Milano il film girò poco e fu sequestrato in tutto il territorio nazionale su denuncia del solito "cittadino indignato"; la pellicola tornò nelle sale nel 1984, in un primo tempo riabilitata e senza tagli, ma successivamente la censura tagliò delle scene e vietò il film ai minori di 18 anni.
"Il leone del deserto" di Moustapha Akkad del 1981 fu un caso di censura voluta dalla politica che lo vietò in Italia per il contenuto che tratta della lotta del senussita libico Omar Al-Mukhtar contro l'esercito italiano; nel 1982 il primo ministro Giulio Andreotti (personaggio ricorrente anche per ciò che riguarda la censura) ne vietò la proiezione in quanto "danneggia l'onore dell'esercito".
"W la foca" di Nando Cicero del 1982 fu bloccato subito e rimasto irreperibile fino al 2004, quando fu presentato al festival di Venezia; nonostante il divieto ai minori di 18 anni il film circolò solo due settimane per poi essere sequestrato; non è facile capire che cosa avesse di più scandaloso rispetto al lungo filone dei film erotico-brillanti che imperversarono per molti anni; sicuramente il titolo allusivo ebbe molto peso per la censura, soprattutto per l'irriguardoso completamento: ...e che Dio la benedoca; oltre a Lory del Santo nel film appare una sconosciuta e irriconoscibile Moana Pozzi.
"Totò che visse due volte" di Ciprì e Maresco del 1998 ottenne un singolare trattamento: alla vigilia dell'uscta nelle sale fu dichiarato "vietato a tutti" dalla Commissione di revisione cinematografica, che tentò così di impedirne l'uscita; non riuscendoci invocò la denuncia per vilipendio alla religione e per tentata truffa, ma i registi e la produzione, dopo il processo d'appello, furono assolti dal tribunale di Roma e il film uscì comunque; essendo stato finanziato con contributo pubblico il film, a mio avviso non privo di impatti significativi ma forse troppo monocorde nella visione disperata rappresentata, il film (dicevo) girò pochissimo e annoverò solo pochi spettatori.
Per chiudere questa carrellata su alcuni dei film censurati in Italia, cito due pellicole su Silvio Berlusconi mai apparse in Italia, "Citizen Berlusconi" di Andrea Cairola e Susan Gray del 2003, e "Bye Bye Berlusconi" di Jan Henrik Stahlberg del 2006 presentato alla biennale di Berlino e mai distribuito in Italia. Si tratta di un eccellente esempio di come la censura operata dal potere può ottenere ottimi risultati senza alcun mezzo legale o giudiziario.
Non c'è il minimo dubbio che la nostra mentalità più "laica" di persone contemporanee e la maggiore naturalezza con cui pensiamo le cose del sesso, debbono molto al cinema. Certamente saremmo ancora più in sintonia con un erotismo libero, se la censura non avesse in parte sterilizzato il messaggio di tanti film che ci hanno formato. Certo, i grandi registi hanno giocato d'anticipo e sono stati molto più intelligenti del censore "appostato". Pensiamo a Federico Fellini e in particolare alla "Dolce vita". Forse non c'è film più erotico della "Dolce vita" eppure non contiene alcuna immagine su cui si sia potuto esercitare il forbicione del censore. La stessa cosa va detta per "Otto e mezzo", film in cui l'erotismo pervade un malinconico sentimento esistenziale. L'immaginario erotico di Fellini ha contribuito a limare considerevolmente la sessuofobia nelle generazioni degli ultimi cinquant'anni. "Le tentazioni del dottor Antonio" episodio firmato da Fellini del film "Boccaccio '70", con la vamp che prende una dimensione mostruosamente grande, non ha ossessionato solo i sogni del dottor Antonio ma i sogni di tutta un'epoca.
La censura applicata al cinema ha costretto quest'ultimo a un erotismo stilizzato che paradossalmente lo ha reso più pervasivo e profondo. Si possono fare molti esempi di grandi registi che esprimono un erotismo sottinteso senza alcuna immagine propriamente erotica. Grande maestro in quest'arte fu Luis Bunuel, come nel caso di "Viridiana" nel quale la fanciulla, ex novizia, esita con la mano di fronte alla mammella di una mucca. Ne "La carne e il diavolo" di Clarence Brown, Greta Garbo sdraiata su un letto fa salire e scendere sul dito un anello; Rita Hayworth in "Gilda" si toglie molto lentamente il lungo guanto nero; una splendida Rossana Potestà diciannovenne fa entrare ed uscire il pestello dalla zangola di fronte a un uomo che la guarda affascinato, nel film "La rete".
Gli atti sessuali troppo espliciti sono stati da sempre il bersaglio di una censura solerte e insonne, a differenza degli atti di violenza che sono stati generalmente molto più tollerati purché non fossero frammisti con elementi di erotismo. Il cinema così ha dovuto trovare modalità espressive elusive, da una parte affidandosi al simbolismo e dall'altra all'avvenenza fisica degli attori. La folgorante "presenza" di Ursula Andress impreziosisce un film come "I quattro del Texas" per altri versi assai modesto. L'"intensità" fisica di Emmanuelle Riva rende ancora più "magico" un capolavoro come "Hiroshima, mon amour". Il fascino naturale e pervasivo di Jeanne Moreau determina la particolare atmosfera di "Les amants". La fisicità dell'attrice ha veicolato in tutta la storia del cinema l'impatto folgorante dell'erotismo, non attraverso l'esposizione diretta (conquista acquisita solo nei giorni nostri) bensì attraverso la suggestione. Ma il bisogno del nudo non solo nei maschi ma anche nelle femmine, non si è mai rassegnato alla privazione.
Un'altra bella sfida, dunque, è stata quella tra la censura e lo "stip-tease". Quest'ultimo ha davvero una storia antica derivando dalle danze orientali e dalla danza del ventre degli arabi. I movimenti tipici di queste danze sono stati concepiti per tenere desto il desiderio erotico virile, ma sbaglia di grosso chi vi vuole vedere un'oggettificazione della donna. Infatti è del tutto evidente che l'erotismo femminile (quando c'è) si esprime con meccanismi di graduale e sapiente ostentazione del corpo.
Lo spettacolo dello strip-tease si gioca tutto sull'alternanza: provvisoriamente vestita-provvisoriamente nuda. Il quid dell'esibizione è racchiuso nella modalità con cui si giunge alla meta, al non-plus-ultra, della nudità più o meno integrale.
La prima parte, in cui la spogliarellista è ancora vestita, è quella eroticamente più importante in quanto dà il massimo spazio all'immaginazione sorretta dalla certezza della "verifica". Questo meccanismo, se vogliamo, è la vera forza che spinge l'essere umano alla conoscenza.
Lo spettacolo a base di spogliarelli era già diffuso nell'antica Roma. Dopo il black-out di secoli operato dalla nostra religione cristiana, nei tempi moderni i primi esempi si ravvisano in America. Nel 1847 una certa Odell si spogliò a ritmo di musica al New York's American Theatre e l'acrobata Atalanta si spogliò su un fil di ferro al vecchio London Theatre. Il primo vero episodio di strip-tease si ebbe a New Orleans nel 1861 dove una ballerina apparve a cavallo con una calzamaglia color carne. Con le stesse modalità ma in maniera meno camuffata (ossia senza cavallo) il colpo fu ripetuto in un teatro di Broadway nel 1877 e questa volta gli spettatori arrossirono e le spettatrici fuggirono sconvolte. L'opulenta Little Egypt si esibì in uno spogliarello con rotazione dei seni e delle anche all'Esposizione di Saint Louis del 1904. Dal 1909 il Columbia Theatre di New York si dedicò abitualmente al "burlesque", attirando frotte sempre più grandi di spettatori. Il genere dunque si sviluppò, fu florido ed ebbe le sue dive.
Con la seconda guerra mondiale gli americani ebbero l'opportunità di esportare lo strip-tease in Europa. Nel nostro continente con le modalità che la censura via via permetteva (punto d'arrivo: bikini, poi top-less) diventò lo stadio più avanzato dello spettacolo erotico. Ma a poco a poco, il fatto di non potersi porre nuovi traguardi, portò questo genere di spettacolo a un punto morto. Insomma oltre non si poteva andare perché non lo permetteva la polizia e di meno e di diverso non si poteva fare perché non l'avrebbe permesso il pubblico. Le solite speculazioni moralistiche tendevano a presentare questi spettacoli o come opera del demonio, o come frutto tossico del capitalismo, o come decadenza, o come sfruttamento camuffato della prostituzione.
In Italia la situazione da questo punto di vista è stata caratterizzata dalla calma piatta tipica delle società ad alto tasso di ipocrisia. Con l'approvazione della legge Merlin in nessuna città italiana erano ravvisabili situazioni che potessero ricordare (sebbene alla lontana) i quartieri a luci rosse di qualche città europea. Né tantomeno c'era un teatro specializzato che si avvicinasse al modello parigino del Moulin Rouge. C'era il teatro di rivista itinerante in cui i riferimenti erotici erano molto annacquati sotto lo sguardo occhiuto della Buon Costume.
Un episodio che fece scalpore avvenne alla fine degli anni '50 quando una spogliarellista turca, Aiché Nanà, in un locale della capitale tentò di varcare quel mitico non-plus-ultra, con un fulmineo nudo integrale; risultato: arresti e chiusura del locale. Molti anni dopo il nudo edulcorato approdò anche in televisione. Una trasmissione in una rete Mediaset, "Colpo grosso", produsse più una deriva volgare della TV che un superamento della sessuofobia.
Anche la Rai nel 1983 ospitò in una trasmissione, "Il cappello sulle 23", degli spogliarelli alla camomilla, fatti però da una brava e bella ballerina, Rosa Fumetto, che si era formata ed affermata al Crazy Horse di Parigi.
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5) DON GIOVANNI E CASANOVA
In tempi in cui il controllo della religione sulle coscienze era ferreo, qualche spirito libero (e forse un po' pazzo) osava considerarsi svincolato da tutte le regole convenzionali e quindi svincolandosi dalla religione si svincolava automaticamente anche dai suoi dettami morali. Era il libertino, termine che a torto è ancora considerato spregiativo, se non altro perché egli, a differenza del bigotto, ha anticipato la mentalità contemporanea.
Il mito di Don Giovanni, che diviene protagonista di diverse opere letterarie, s'inserisce in quella scia eroica piena di fascino di colui che ha il coraggio di ribellarsi al piatto conformismo. Fu il drammaturgo spagnolo Tirso de Molina a introdurlo nella letteratura intorno al 1620. La commedia si intitolava "El Burlador de Sevilla y el Convidado de Piedra" e si richiamava dunque ai due temi fondamentali: il seduttore di donne e il libero pensatore in materia di religione e di morale. Tirso de Molina non ha inventato nulla: raccoglieva una diffusa mitologia popolare spagnola, certamente alimentata da tante biografie reali.
Secondo Maranon il vero modello a cui si è ispirato Tirso sarebbe un certo duca di Villamediana, che aveva destato scalpore per le sue imprese di scavezzacollo. Ma i modelli si confondono con gli epigoni; infatti si tramanda che un adolescente di Siviglia, profondamente impressionato dal personaggio di Don Giovanni, ne imitò le gesta e fu a sua volta immortalato in una celebre opera di Czeslaw Milosz. Anche Molière si cimentò con l'argomento scrivendo nel 1665 il suo "Don Juan ou le Festin de Pierre" (e ignoriamo se conoscesse o meno il lavoro di Molina). Certo i punti di contatto tra la commedia di Tirso e quella di Molière sono parecchi; ma l'archetipo comune potrebbe essere appunto la tradizione orale.
Il fascino che ha sempre avuto la figura di Don Giovanni si spiega con la sua grande novità e la sua assoluta modernità. Per arrivare ad essere il simbolo della libertà sessuale e del pansessualismo bisogna avere un grande sostrato filosofico, considerare la propria vita come un assoluto al posto di Dio, di cui solo molto dopo i filosofi constateranno la morte.
L'inquietudine di Don Giovanni è quella dell'uomo di oggi che non riesce a trovare consolatoria una morale basata sull'inibizione e sulla rinuncia. L'"homo unius mulieris" è una camicia di forza intollerabile per chi ha in sé (novello Ulisse) l'invincibile desiderio della conoscenza di altre donne, di altre avventure. Ogni nuova donna è come una terra promessa che si profila all'orizzonte e che comporta quasi il "dovere" dell'esplorazione.
Don Giovanni non conosce appagamento e, come Ulisse, non fa in tempo ad approdare su un nuovo lido che già la febbre di una nuova partenza lo invade.
Noi che abbiamo avuto la ventura di nascere dopo Freud, sappiamo bene che Don Giovanni è un malato che non guarirà mai la propria malattia. Infatti egli non sa godere, è un "frigido" che non troverà mai l'appagamento nonostante i molteplici orgasmi. E' senz'altro una inguaribile impotenza dovuta a una fissazione feticistica a stadi infantili in cui una madre forse troppo fredda non ha saputo trasmettere il tepore appagante del seno.
Per accettare il vincolo della fedeltà di coppia occorre avere una forte stima per il partner non come singolo individuo ma come simbolo della categoria "femmina" o della categoria "maschio". Don Giovanni non stima le donne, neppure quando la donna è "generosa" e "vulgivaga" a sua immagine e somiglianza. Nessun critico letterario l'ha mai detto (che io sappia): Don Giovanni sembra pensare che la donna "non generosa" va punita con l'abbandono immediatamento dopo la conquista, e la donna "generosa" va punita ugualmente poiché la sua generosità è invariabilmente tardiva.
Se il tenore della sfida tra i sessi è a questi livelli non possiamo liquidare Don Giovanni semplicemente come un malato. In barba a Freud dobbiamo dire che la malattia del mitico libertino è la stessa malattia che affligge l'essere umano, che fino ad oggi si è illuso di darsi un senso con le religioni e il moralismo. Oggi gli esseri umani consapevoli sono molto più vicini al folle Sade che al saggio moralista.
Dunque la modernità di Don Giovanni è davvero assoluta. Egli ci mostra come essere assolutamente liberi, anche a costo di scoprire l'impotenza dell'amore. L'amore spesso rischia di essere una pesante catena che solo uno schiavo rassegnato può continuare a trascinare. E' una sfida dura, ma forse vitale, che ci potrà permettere di allungare lo sguardo e di renderlo penetrante, in modo da capire che l'amore, così retoricamente esaltato, non è altro che una melassa di egoismo.
Certamente Don Giovanni è il profeta dell'individualismo integrale, come Sade è stato il profeta dell'erotismo. Dopo Don Giovanni gli ordini costituiti, le gerarchie immobili non hanno più senso. La sua stessa esistenza rendeva inevitabile il regicidio, la rivoluzione francese e la morte di Dio, insomma tutto quello che dopo di lui è arrivato.
Grande merito della letteratura è stato quello di aver anticipato la fine di un mondo basato sull'ideologia e il sorgere di un'alba nuova per l'individuo e i suoi bisogni. La sessualità che l'individuo esprime non può essere asservita a tutti (al disegno divino, alla specie, all'amore) tranne che a lui stesso. La mentalità libertina finalmente è in grado di aprire all'individuo la strada per occupare il posto che gli compete: il primo.
Don Giovanni ha dato al personaggio mitico del Seduttore non solo il nome, ma tutta la sostanza e tutto lo spessore. Senza l'elaborazione "filosofica" presente nel trasgressore delle "leggi inviolabili" l'Amore (con l'A maiuscola) avrebbe impunemente continuato a trattare l'erotismo e la passione come servi senza dignità. Tutto il medioevo aveva esaltato l'amore-devozione che traeva ispirazione dal mito di Tristano e Isotta. C'era stato il "dolce stil novo" e l'esaltazione dell'amor cortese. Don Giovanni sovverte ogni regola precedente; mentre Tristano è il seduttore senza passione e senza erotismo che amò la donna solo a patto di sublimarla, Don Giovanni non sublima nulla ma è capace di inseguire una "categoria" senza mai cadere nel caso particolare.
Don Giovanni è uno scettico: non crede nei miti ultraterreni, non crede nell'amore eterno, non crede alla felicità. Egli è totalmente disincantato, totalmente disilluso; ma non è affetto né dallo "spleen" baudelairiano, né dai dolori alla "giovane Werther". Egli è un uomo "esistenzialista" consapevole che non c'è nulla da aspettarsi che già non si conosca in anticipo.
Henry de Montherland ha sostenuto che Don Giovanni non passa da una donna all'altra perché non ha ottenuto quello che si aspettava, ma per il motivo opposto: avendo preso quello che da ognuna può prendere non c'è motivo di indugiare oltre. Don Giovanni sa molto bene che imbarcarsi in progetti ambiziosi, come l'amore, è puramente velleitario: non credendo nell'amore non si illude e prende esattamente quello che si può prendere. E' la vera realizzazione del "carpe diem" di Orazio, "quam minimum credula postero".
Il personaggio di Don Giovanni, anche ai nostri giorni (soprattutto ai nostri giorni) ha una grande validità. Egli ci dice di non credere ai miti e alle favole, e di far crescere la propria lucidità poiché l'illusione potrebbe contenere il veleno che ci uccide. E' stato detto che Don Giovanni è il nemico di Dio: non è esatto. Egli Dio neppure lo concepisce perché sa che non avrebbe senso sprecare tante energie per confutarlo.
Egli non ama le donne, ma neppure le odia, poiché entrambi questi sentimenti ancora una volta richiedono troppo dispendio di energie. Egli certamente ha un atteggiamento predatorio nei confronti delle donne, ma nel prendere quello che in quel momento gli occorre non ha nessuna crudeltà e nessun intento punitivo. Certamente Don Giovanni, a differenza di Casanova, non si accontenta dell'involucro; vuole certamente l'anima ma non per il gusto di fuorviarla ma per insinuare quell'atteggiamento scettico che lui crede importante per non cadere nelle illusioni.
Certamente Don Giovanni rimane un uono legato al suo tempo, perché noi oggi abbiamo perduto la possibilità di provare il suo stesso piacere per la trasgressione. Il suo sottile godimento era quello di ignorare gli interdetti e i tabù religiosi o sentimentali, nella sua epoca ancora tanto forti. Noi oggi abbiamo la fortuna di aver sfondato diverse porte, e se qualcuna resta ancora da sfondare, coraggio, siamo sulla buona strada.
Nel campo delle espressioni artistiche Don Giovanni aprì nuovi filoni espressivi. Un romanzo "moderno" come "Les liaisons dangereuses" di Choderlos de Laclos incarna la "filosofia" del dongiovanni in entrambi i protagonisti, Valmont e la marchesa di Merteuil (pur con individualità diverse). Il "Don Giovanni" di Mozart ne propone la sintesi più alta e compiuta. Il "Don Giovanni" di Molière è la versione più forte e positiva del libertino che non sfida Dio, ma semplicemente lo ignora.
Lo spirito del dongiovannismo ha certamente pervaso in parte il nostro tempo, ma la "lezione" non ha perso di attualità e di pregnanza. Soprattutto è l'anti-Tristano che deve ancora offrire molti spunti di riflessione a un mondo che ha ancora la tendenza infantile di mitizzare il sentimento dell'amore. In Tristano vi è tutta la retorica amorosa della fedeltà suprema e del desiderio senza fine. Don Giovanni ci riporta con i piedi per terra poiché il tornare a bussare sempre alla stessa porta è una sorta di miracolo, finché dura.
Ci resta da porci una domanda: ma davvero Don Giovanni va visto come l'eterno insoddisfatto? Ci vuole proprio un forte insufflamento di romanticismo per non vedere che la passione non può durare oltre un certo limite. Poi è follia pura parlare di eternità in materia di sentimenti umani. Don Giovanni è un realista; egli prende l'uovo oggi e non crede alla promessa della gallina domani. Poi Don Giovanni ci insegna che non abbiamo bisogno di una cosa sola, ma di tantissime cose. Chi di noi non ha capito che il detto "due cuori e una capanna" è un'autentica sciocchezza, gli resta ancora da compiere una lunga riflessione sulla vita. Don Giovanni, finita l'epoca della contrapposizione ai dogmi, può correre il rischio di diventare come Casanova: un donnaiolo cinico ed egoista. Ma forse Don Giovanni se ne infischia delle bassezze, essendo stato sempre considerato un peccatore impenitente sa che la peggiore bassezza la raggiungerà il "santo" e il "perfetto" quando sarà loro strappata la maschera. Di tutti i miti che invariabilmente cadranno quello del dongiovanni è il più onesto, in quanto non ha mai cercato di dimostrare quello che non è e non può essere.
Se c'è una scienza che deve continuare a studiare il dongiovannismo, questa è la psicologia. Troppo spesso (ed è vergognoso) gli psicologi (quei signori o signore a cui qualcuno ha dato una patente) continuano a parlare del sentimento dell'amore con una insalata di parole melensi che farebbero storcere il naso anche a Liala e a tutte le autrici della serie Harmony.
Giacomo Casanova era un avventuriero veneziano nato nel 1725 da genitori che operavano entrambi nel campo dello spettacolo. Morì nel 1798 nel castello di Dux dove era stato assunto come bibliotecario del conte di Waldstein. Nel 1788 pubblicò a Praga un romanzo, l'"Icosameron" che trattava dell'esplorazione al centro della terra alla maniera di Campanella e Swift, e che forse ha ispirato Verne per il suo celebre romanzo.
Questo ci fa capire subito che il soggetto è ingegnoso e versatile. Comunque la sua fama di letterato è legata a una serie di racconti autobiografici, successivamente pubblicati sotto il titolo di "Memorie".
La vita avventurosa di Casanova l'apprendiamo proprio dalla lettura di questo libro autobiografico, che ha tra i suoi pregi quello di fornirci un ritratto vivo di quell'epoca. Casanova visse nell'ambiente dei potenti della sua epoca pur non facendo parte della classe nobiliare. Per restare a galla dovette esporsi a rischi e più di una volta gli andò male. Conobbe la prigione dei Piombi di Venezia, di cui ci lascia il racconto di una carambolesca evasione, e per parte della sua vita dovette fuggire braccato da una città all'altra dell'Europa.
Casanova rivestì molti ruoli nella sua vita; fu seminarista, ufficiale e musicista, ma soprattutto un gran seduttore di donne che lo protessero e ne assicurarono i periodi di fortuna. Certamente nel descrivere le sue avventure galanti egli si compiace (e forse talvolta dà spazio alla fantasia in qualche particolare) ma sostanzialmente ci racconta la verità. Per essere un vero dongiovanni occorrono doti di manipolatore ed affabulatore e di queste Giacomo non faceva difetto. Egli spesso mette l'accento sulla sua forte fede cristiana, ma dato che aveva già subito l'accusa (con relativa prigione) di essere un libertino, capiamo subito che tutto quello che egli dice e pensa, lo dice e lo pensa nella veste di geniale opportunista.
Volendo egli vincere nell'ambiente dei potenti riteneva machiavellicamente lecito ogni mezzo e si sarebbe fatto anche buddista pur di raggiungere uno scopo. Il suo eterno fuggire da città a città era sempre motivato dalla necessità di allontanarsi dalla donna abbandonata e andare verso quella da cui sperava di ricevere i favori. Siccome Giacomo imboniva, truffava e plagiava con le sue magie (la fama di mago era a livello continentale) egli doveva fuggire di volta in volta da Amsterdam a Stoccarda, da Colonia a Zurigo, da Ginevra a Genova, da Marsiglia a Roma, da Firenze a Berlino, da Parigi a Riga, da Varsavia a Pietroburgo, da Praga a Vienna, da Madrid a Barcellona.
Sempre alla corte di sovrani, di potenti e letterati egli frequenta Federico il Grande, che ne apprezza la bella presenza, e via via Voltaire, Rousseau, Benedetto XIV, Clemente X, Maria Teresa, Giuseppe II e via via seduce una folta schiera di donne con l'avvenenza e la duttilità di spirito, risultando affascinante a tutti quelli che incontra.
Casanova era sicuramente un mistificatore e un imbroglione, ma in ogni cosa che diceva o faceva, sapeva infondere un'aura di mistero che non poteva che incuriosire. Egli è un megalomane che però si è adattato anche all'umiliante condizione di fare la spia e il delatore per la polizia e per l'inquisizione (di cui aveva patito sulla sua pelle i rigori). Egli, sicuramente libertino al fondo del suo animo, va dal capo dell'Inquisizione a sciorinare la lista delle persone che possiedono libri messi all'indice o trafficano in attività moralmente riprovevoli.
Segnala una "accademia del nudo femminile, nella quale sono ammessi perfino dei ragazzini di appena dodici o tredici anni". Segnala che in un palchetto del teatro "donne di malaffare e giovani debosciati commettono quei tali delitti, che l'autorità, pur sopportandoli, desidera perlomeno che non vengano esibiti in pubblico".
Fu un triste declino per Casanova che muore dimenticato da tutti. Di lui si riparlò vent'anni dopo la sua morte in occasione della diffusione delle "Memorie". Dalla lettura di queste ultime veniamo a conoscenza delle gesta amatorie di inguaribile seduttore, a volte generoso, a volte cinico. Giacomo, per esempio, fu capace di cedere a un altro uomo un'amante in cambio del ritratto di un'amica. Fu capace di dare una moneta d'oro a un ragazzo perché gli consentisse di godere della sua fidanzata. Non facendosi alcun scrupolo di "fedeltà" approfittò dei favori più o meno simultanei di cinque sorelle verso le quali egli scrive sfacciatamente di provare "i sentimenti di un padre" (ci ricorda qualcosa?!). Egli precisò che "il pensiero di andare a letto con loro non faceva altro che accrescere la mia tenerezza".
Nonostante queste "storture", egli continuava a proclamarsi fervente cristiano e convinto sostenitore dei retti principi morali. Egli sostiene di essere stato la "vittima" innocente dei propri sensi e che quelli "sono stati peccati di gioventù". Egli, ben inteso, non è un malvagio poiché cerca di fare quello che giudica un bene. Cura il vaiolo di una ragazza con cui è stato a letto. Approfitta dell'ingenuità di una contadina ma poi (quasi a riparazione) le trova marito.
Giacomo più d'una volta, per bontà o per convenienza, ha trovato marito alle sue amanti. Quando non riesce a trovare loro un marito, procura almeno un protettore munifico che faccia loro regali costosi.
Casanova cede per un nonnulla alla tentazione e qualunque piccolo particolare lo eccita. "Ella portava una larga crinolina e nessuna sottana: mi bastò per farmi crollare". D'altra parte, alla minima richiesta di impegno egli fugge immediatamente, come se considerasse innaturale per il piacere erotico l'idea di poter mettere sia pur piccole radici.
Egli crede che il piacere sia "il godimento attuale dei sensi: una soddisfazione completa, che gli si accorda riguardo a tutto quello che essi preparano; e quando i sensi esauriti chiedono il riposo sia per riprendere fiato sia per potersi ricostituire, il piacere si trasferisce nell'immaginazione: ci si compiace di riflettere sul piacere che ci ha procurato quell'appagamento".
Gregorio Maranon, nel saggio dedicato al tipo di dongiovannismo incarnato da Casanova, sostiene che egli non esprime virilità, bensì sensualità, che si esprime con una continua commistione del piano affettivo con quello sessuale, tipico nella donna. L'idiosincrasia verso qualsiasi forma di "fedeltà" è dovuta a un vuoto affettivo da colmare e che determina l'inquietudine errabonda propria di Giacomo. Egli era alla ricerca di una realizzazione narcisistica che si sostanziava in un ideale estetico che solo la bellezza del corpo femminile poteva incarnare.
Dunque Casanova, checché egli possa pensare di se stesso, non sa che farsene dello "spirito" ed è unicamente interessato al corpo con annessi e connessi, con i suoi apparati, con i suoi monili. Ciò spiega tra l'altro la sua passione per i gioielli. Di sé diceva con molta compiacenza: "Vivevo con un lusso straordinario. Avevo anelli, tabacchiere, catene d'orologio incrostate di pietre preziose, una croce di diamanti e di rubini appesa a un nastro di seta scarlatta".
Nella sua sostanziale onestà, confessava: "Mi rendo conto, senza arrossire, che io amo me stesso più di quanto nessuno mi abbia mai amato". Fisicamente Giacomo era di taglia gigantesca, che poteva corrispondere, se vogliamo, al tipo morfologico dell'eunuco. Per Maranon l'esibizionismo con cui racconta le sue gesta amorose, è un chiaro segno di deficienza sessuale.
Su questo personalmente non concordo visto il rimpianto di più di una donna per non averlo più disponibile. Peraltro Maranon ha ragione quando lo giudica sterile, altrimenti, visti gli scarsi strumenti contraccettivi dell'epoca e il numero stratosferico selle sue avventure, una parte significativa degli europei di oggi dovrebbero annoverarlo tra i propri antenati. D'altra parte Casanova odiava i bambini e l'idea di disseminare di marmocchi il suo intricato itinerario lo avrebbe fatto certamente inorridire.
Egli, focalmente, viveva la donna e nessun altra perpetuazione verso il futuro. Dice Havelock Ellis di Casanova: "Cercava il piacere attraverso il piacere e non si curava della disposizione delle donne che amava. Un uomo di maggiore statura morale non avrebbe potuto amare tante donne, un uomo di stoffa più volgare non sarebbe riuscito a renderle tanto felici".
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6) QUEI PAZZI DEL LIBERO AMORE
Nell'idea di "paradiso" presente in tante religioni c'è il sottofondo di "giardino delle delizie" in cui si amerà e si sarà amati liberamente e senza limiti. In barba a quelli che sottolineano continuamente il carattere "spirituale" delle delizie del paradiso gli artisti che lo hanno rappresentato visivamente hanno "visto" rigogliosi giardini, frutti ed acqua, e corpi nudi in libero moto. Nel paradiso terrestre Adamo ed Eva si amavano liberamente, non avendo la minima inibizione o il minimo senso del pudore. Che sia il "Genesi", che sia "Maometto" chi ha immaginato il paradiso lo ha visto come scenario di delizia "carnale", di delizie del corpo. Gli elementi costitutivi del "paradiso" sono in ogni caso e in chiunque lo abbia concepito, solo due: la nudità e l'eternità.
Da suggestioni religiose è nata la "fede" nella possibilità del "libero amore", dimostratasi ahimé irrealizzabile nelle società avanzate. Gli utopisti di varia estrazione si sono esercitati ad immaginare comunità affettive e sessuali, che al dunque non si potevano attagliare alla vera natura dell'essere umano. Si è sempre vagheggiato "l'età dell'oro", quella primitiva e libera società in cui la nudità avrebbe favorito la condivisione sessuale senza barriere di appartenenza; ma probabilmente tutto questo è solo frutto della fantasia.
Comunque molti tentativi di realizzare il libero amore furono fatti da parte di ristretti gruppi di "intellettuali". Prima della rivoluzione socialista in Russia, gruppi di giovani distaccatesi dal "nichilismo" si diedero alla pratica dello "shanismo" cioé il libero amore senza alcuna restrizione; fu un esempio contagioso che si diffuse in tanti gruppi di pensatori rivoluzionari, ivi compresi i bolscevichi della prima ora. Invariabilmente però la "deregulation" scatenava i bassi istinti dell'ingordigia, delle invidie, delle orge, del piacere fine a se stesso: così si determinavano livelli di tensione insostenibili.
Situazioni meno intellettuali e più radicate nel modo di vivere tradizionale hanno consentito esperienze di libero amore più significative. Una tribù dell'India, i maurya, pratica una sorta di amore collettivo: un dormitorio misto è riservato ai giovani dei due sessi che convivendo fin dalla tenera età, hanno tra loro libero contatto sessuale con il solo divieto di stabilire coppie fisse. Al raggiungimento dell'età adulta questo collettivismo sessuale cessa e si fanno le scelte per le coppie regolari (a quel punto certamente più stabili).
Ogni qual volta viene abolita la tirannia del rigido controllo sociale e religioso c'è la possibilità di praticare il libero amore, ma in materia sessuale le variabili sono tante e tali che quella "libertà" nei fatti è sempre limitata. Prima di incontrarsi davvero sessualmente e sentimentalmente bisogna scalare la montagna della conoscenza reciproca e non è cosa normale per l'essere umano nuotare con disinvoltura in situazioni promiscue. Guardando al mondo attuale degli "scambisti" bisogna considerare che solo una buona dose di stupidità consente di mettere tra parentesi il fatto che copulare tra sconosciuti è invariabilmente foriero di "guai". Voler ricavarsi di straforo fette di libero amore da situazioni indifferenziate è come avere la pretesa, novelli alchimisti, di ricavare l'oro dal vil metallo.
Il libero amore non potrà mai essere realizzato, ma aspirarvi è nondimeno positivo perché serve ad allentare una troppo rigida concezione "regolatoria". Bisogna in particolare "allentare" la pretesa delle religioni di continuare a controllare le coscienze in fatti che hanno solo una valenza intima.
Invariabilmente il concetto di libero amore si è dovuto misurare con le strutture sociali e la mentalità e ideologia religiose. Il risultato è stato quello di fughe parziali dall'istituzione "legale" prendendo perciò sempre una valenza di illegalità.
Vari utopisti, in diverse epoche, hanno favoleggiato di un uomo primitivo libero e felice, e dunque della necessità di tornare al "buon selvaggio" che vive a contatto con la natura. Le cose non stanno affatto così: nelle società primitive c'è un carico di regole e determinazione sul comportamento sessuale che per "pesantezza" è equiparabile al nostro di uomini civilizzati. Sulla scorta dei fondamentali studi degli etnologi Kardiner, Malinowski e Mead sono state fatte analisi comparate tra le società "primitive" e quelle via via più evolute, e si è così visto che in materia di comportamento sessuale c'è un "continuum" tra le società "pro" e quelle "anti" sessuali. Le società pro-sessuali erano quelle che davano libertà all'individuo nelle sue scelte sessuali, tra una gamma di possibilità considerate valide; le società anti-sessuali erano quelle nelle quali l'individuo viene annullato nelle scelte sotto la tirannia delle strutture normative. Quando le maglie sono più larghe l'individuo si può muovere in forme più o meno clandestine per affermare sempre meglio la sua libertà sessuale; quando la società è più tirannica la sfida riguarda solo piccoli gruppi, più illuminati intellettualmente, disposti a sfidare le prassi costituite anche a costo della propria vita.
Non c'è società più tiranneggiata dal punto di vista delle libertà sessuali di quella derivata dalla tradizione giudaico-cristiana, che avendo una vera ossessione sessuofobica ha fatto letteralmente terra buciata alla possibilità della più piccola "trasgressione". La pratica del libero amore o solo la sua rivendicazione teorica, ha avuto vita solo in sette segrete, prontamente bollate di eresia e perseguitate. Fin dagli inizi dell'era cristiana vi sono state sette che con vari argomenti desunte dalle Scritture, hanno cercato di unire pratiche sessuali audaci con la speculazione religiosa.
Dagli "adamiti" agli "illuminati" vi furono numerose comunità eretiche che sfidarono gli interdetti della chiesa cattolica (dico cattolica perché generalmente le chiese protestanti diedero prova di un certo liberalismo). Alcuni tentativi "dotti" per allargare le maglie, come quello della letteratura dei trovatori e dei minnesanger del dodicesimo e tredicesimo secolo, con la pratica dell'"amor cortese" e del culto della "donna angelicata", non furono perseguitati perché non furono immediatamente percepiti come "destabilizzanti". Il mondo arabo, portatore di una maggiore duttilità in materia di comportamenti sessuali, non cessò mai di avere una grande influenza sui costumi, soprattutto quelli delle classi dominanti. Il ceto dominante riusciva a ricavarsi, o di riffe o di raffe, parecchie deroghe alle norme restrittive.
A tal proposito pensiamo allo "jus primae noctis", una ben strana deroga alla ideologia sessuofobica da parte di signorotti, parroci o vescovi. Costoro avevano il diritto di deflorare la giovane sposa e quindi di deporre il proprio seme nel suo grembo. Sembra una barbarica usanza anticristiana, ma no, tutto legittimato dalla benedizione ecclesiastica! C'è infatti una solida spiegazione teologica: per infondere l'essenza immortale all'anima del nascituro il padre legittimo avrebbe dovuto aspettare la propria morte (un bel rischio se il figlio gli premoriva), così un "unto" a vario titolo del Signore risolveva il problema e in tal modo il nascituro non correva rischi. Solo Boccaccio in alcune delle sue novelle ha saputo mettere in rilievo la dabbenaggine del popolo illetterato di Dio e l'ingordigia dei potenti.
Se dalla Chiesa derivava in gran parte l'oppressione sessuale, segnali di orientamento diverso arrivavano dalle alte gerarchie del clero: spesso il loro comportamento presentava una palese viziosità e licenziosità. Mai come a proposito del clero è stato vero il detto "vizio privato e pubbliche virtù". Anche il detto popolare: "Fa' quello che prete dice e non quello che prete fa", illustra lo stesso concetto. Esisteva dunque una netta dissociazione tra dottrina e pratici comportamenti, che è rimasta fino alle soglie della modernità, per l'incapacità della Chiesa di attenuare la propria sessuofobia e la propria misoginia.
Il celibato imposto al clero cattolico non si è mai potuto sostanziare (ovviamente) con una vera astensione dall'esercizio sessuale. Fu nell'anno mille, a seguito della psicosi della fine del mondo, che si introdusse il divieto per i preti di sposarsi. I monaci (come indica il nome) invece erano sempre stati celibi. Ma come accennavo, la castità è un'altra cosa (stavo per dire: un altro paio di maniche). L'abolizione completa dei piaceri sessuali può essere considerata una virtù ma non può essere spacciata come cosa facile da attuarsi e alla portata di chiunque.
Diceva Zaratustra: "Forse che io vi consiglio di sopprimere i vostri sensi? Io vi consiglio l'innocenza dei sensi. Forse che io vi consiglio la castità? In alcuni la castità è una virtù, in altri è quasi un vizio. Se a qualcuno la castità pesa, è bene che se ne distolga, affinché essa non divenga la strada dell'inferno e cioé il fango e la fornace dell'anima".
Date le indiscutibili contradizioni presenti nella mentalità giudaico-cristiana in matetria di sessualità, la società occidentale se ne è sempre più allontanata. Scrittori come Lawrence, Joyce, Gide hanno promosso nei loro romanzi una nuova etica amorosa. Negli Stati Uniti diverse comunità hanno cercato di vincere il puritanesimo dominante, praticando una maggiore libertà sessuale.
La chiesa dei mormoni per esempio incoraggiava la poligamia e quando nel 1890 la pratica è stata ufficialmente interrotta, da essa sono emanate diverse organizzazioni che avevano nella poligamia il loro punto programmatico di forza. Un altro esempio illuminante è stato la "società perfetta" di Oneida, fondata da J.H. Noyes, autore di un libro intitolato "Male continence" che propugnava un vero comunismo sessuale e che aveva molta attenzione alle tecniche educative e alla prevenzione dei contrasti tra gli individui. Gli alti livelli di ansia e i meccanismi incontrollati delle gelosie portarono al fallimento di queste esperienze e alla loro prosecuzione sotto altre forme.
La comune di Oneida è stata istituita in un pacifico posto isolato, nel nord dello Stato di New York tra le città di Syracuse e di Utica in prossimità dell'omonimo lago. John Humphrey Noyes era un uomo dalla barba rossa, sicuro di sé, che fin dai primi studi in seminario aveva sviluppato un'interpretazione personale della Bibbia, base della sua predicazione eretica ma assai convincente per molti. Secondo Noyes la Bibbia era favorevole all'amore collettivo e all'unione fisica tra tutti i veri credenti in Dio.
I partecipanti alla comunità dovevano lavorare ed applicarsi all'educazione dei bambini. Al fine di limitare le nascite e per favorire un maggiore godimento delle donne, gli uomini dovevano cercare di non eiaculare, tranne nel caso di accertata volontà degli amanti di avere un figlio. I giovani venivano presto introdotti all'amore: le donne della comunità accoglievano nei loro letti gli adolescenti, mentre Noyes e altri "anziani" si occupavano della "catechizzazione" delle vergini. Così le quattordicenni da "iniziare" non solo gratificavano gli uomini maturi ma beneficiavano in compenso dell'esperienza di amanti esperti. La norma della "continenza maschile" garantiva tutti circa la sicurezza di evitare gravidanze indesiderate. Tra i giovani l'amore era permesso, ma la comunità vigilava che esso non prendesse una forma troppo egoistica ed esclusiva. Il corpo di ognuno appartenava a tutti e non a uno solo.
Dalla riflessione che nella società normale spesso le donne erano schiave destinate ai lavori domestici e alle ripetute gravidanze forzate, Noyes propugnava la crescita spirituale delle donne che erano educate ad avvicinarsi alla lettura, in modo da poter attingere tra i quattromila libri posseduti dalla comunità. Come si vede, Noyes non è il santone-sporcaccione di cui abbiamo avuto mille esempi; egli aveva indubbiamente una statura positiva che giustifica il fascino che aveva agli occhi dei suoi seguaci. A un uomo che gli confidava di essersi innamorato di una donna, Noyes replicò irritato: "Non è lei che ami. Tu ami la felicità".
La comune di Oneida Noyes l'aveva preparata piano piano attraverso una graduale condivisione sessuale, prima con una coppia e poi con altre coppie a cui aveva convinto la moglie Harriet Holton. La prima coppia "associata" era costituita da Mary e George Cragin. Già da tempo Noyes si sentiva sessualmente attratto da Mary (come daltronte Harriet non celava una simpatia per George) e invece di dare vita a sotterfugi ingarbugliati, diede l'avvio a quella comunità che sfidava apertamente la morale tradizionale.
Se la consumazione del rapporto interconiugale tra i Noyes e i Cragin, fece così rapidamente tanti proseliti un motivo ci sarà. Ma i più tra noi devono onestamente ammettere che non sa qual è.
Naturalmente non appena la "felice" società civile venne a conoscenza di quegli strani comportamenti sessuali, il marchio di "maiali" dediti a orge e baccanali si diffuse con la rapidità d'un lampo e arrivò l'inevitabile mandato di cattura. Noyes, con il suo carattere aperto, affrontò il giudizio delle autorità e fu rimesso in libertà dietro il versamento di duemila dollari di cauzione.
Ma i problemi non erano finiti per lui poiché un gruppo di "custodi" della morale lo cercava per dargli una dura punizione fisica. Così Noyes, memore di quello che era successo a Joseph Smith, il fondatore dei mormoni, pensò bene di rendersi irreperibile. Siamo nel 1847 e dopo diverse settimane in cui si era tenuto nascosto, Noyes informò i suoi seguaci che aveva provveduto ad acquistare i centosessanta acri di buona terra che sarà il "paradiso terrestre" della comune di Oneida (anche oggi i curiosi possono visitare quel "santuario" e con cento dollari vi si può anche pernottare).
L'avere a disposizione un luogo così accogliente in cui si potevano costruire sempre nuovi edifici, favorì molto il reclutamento di nuovi seguaci. La regola di cedere i propri beni alla comunità e l'entusiasmo dei neofiti, accrebbe la ricchezza di Oneida e l'espansione delle sue attività. La comunità era venuta in possesso anche di un veliero che fu adibito al trasporto del calcare lungo il fiume Hudson; ma un giorno una tempesta improvvisa fece capovolgere l'imbarcazione e tra gli altri vi perse la vita Mary Cragin. La disgrazia gettò nello sconforto la comunità e come al solito non mancò lo sciacallaggio della stampa religiosa che attribuì la sciagura alla giusta punizione divina. Dai pulpiti i pastori imperversarono nelle loro omelie eccitando gli animi e furono molti a tornare ad accusare Noyes di "mormonismo, islamismo e paganesimo".
Noyes che con Oneida aveva creato una organizzazione economicamente forte e con molti autorevoli appoggi, si difese attraverso la stampa di fronte all'opinione pubblica.
Egli, tatticamente, dichiarò l'abolizione del matrimonio complesso, ma calmatesi le acque il libero amore riprese a pieno volume come prima. Parallelamente Noyes esortava i suoi a una maggiore adorazione del Signore. Dunque, più libero amore e più preghiere.
Ma egli sapeva quale era la vera via per sfuggire all'azione dei nemici: "Sfuggiremo alle verghe solo se cesseremo di averne bisogno, e accresceremo la nostra prosperità solo a patto di esserne degni senza menarne vanto". Decisamente Noyes aveva capito tutto.
La comunità pagava regolarmente le tasse ma nel 1863, per motivi misteriosi, nessun uomo di Oneida venne chiamato alle armi per la guerra di Secessione. Successivamente con la pace gli affari prosperarono più di prima, producendo beni e prodotti che avevano una grande richiesta. Nel 1869, essendo la comunità così prospera, Noyes pensò di allargarsi dal punto di vista demografico, allentando la rigida regola della "continenza maschile".
In vent'anni a Oneida erano nati solo trentacinque bambini, nonostante la cospicua attività sessuale di tutti gli adulti. Naturalmente altri bambini erano stati portati dai nuovi aderenti, per cui il ricambio generazionale poteva essere assicurato.
Interessante è la modalità con cui si formavano le coppie occasionali. L'uomo che desiderava una certa donna, ne faceva richiesta a una intermediaria all'uopo designata (in genere si trattava di donna anziana e fuori del "servizio" attivo). La donna, se era disponibile (rari erano i rifiuti), dava l'assenso all'intermediaria e l'approccio avveniva. Ogni donna della comunità aveva mediamente da due a quattro amanti la settimana, mentre alcune delle più giovani (e avvenenti) arrivavano ad uno standard di sette.
La propensione all'esclusivismo veniva notevolmente scoraggiata, in quanto avrebbe incrinato il fondamento principale della comune. Gli accoppiamenti tendenti all'incremento demografico erano pianificati e autorizzati da Noyes e tra i "donatori del seme" più frequentemente impiegati figurava di gran lunga Noyes stesso.
Fatalmente anche il seme della discordia non tardò ad arrivare. C'era un uomo, Theodore, nella lista dei "fecondatori" che era malvisto praticamente da tutti a causa della strafottenza e dell'egoismo nel comportamento. Solo Noyes lo sopportava (anzi lo favoriva) trattandosi del suo unico figlio sopravvissuto. Questo Theodore era uno squinternato che sembrava facesse apposta ad infrangere tutte le regole. Certamente Noyes non lo approvava, ma volendogli evidentemente bene non riusciva ad evitare che tutti si accorgessero dei favoritismi.
Fu questo il primum movens di uno scisma che alla lunga avrebbe determinato la decadenza di Oneida.
Il punto di rottura irrimediabile si palesò nel 1875 quando il sessantatreenne Noyes, che forse mentalmente non era più quello di una volta, annunciò all'incredula comunità la sua scelta del proprio successore nella persona, manco a dirlo, del trentaquattrenne Theodore. Tutto il resto... direbbe la canzone...
Nel novecento vi furono tantissimi "eredi" che cercarono di salvare il senso della mitica Oneida. L'ispirazione religiosa (evidentemente solo una foglia di fico) è stata abbandonata e tutto è stato più laico ma certamente non meno impossibile. La "beat generation" che ebbe in Jack Kerouac il proprio capofila, ha praticato il libero amore in tutte le sue forme, ivi compresa quella omosessuale. Purtroppo la liberazione sessuale è stata illusoria, anche perchè in tanti casi ha coinciso con la schiavitù della droga. Le mitologie, al pari di quelle delle religioni tradizionali, erano troppo gravate da confusione e da idealismo. Alcuni intellettuali "beat", impregnati di Wilhelm Reich e delle filosofie orientali, pensavano che fosse fondamentale la ricerca dell'orgasmo perfetto ispirandosi a tale scopo al coito rituale dei tibetani.
Negli anni sessanta un gruppo di californiani che avevano meditato sull'esperienza di Oneida, comprarono una proprietà sui monti vicino a Santa Monica e a una dozzina di chilometri dalla spiaggia di Malibu. Per arrivarci la strada era impervia ma i posti erano davvero molto belli. Quel luogo che divenne il simbolo del libero amore si chiamò Sandstone e constava di una casa grande e di quindici acri di terreno. La gestione della casa prevedeva la partecipazione democratica di tutti, senza rigidi divisioni di ruoli.
Nella casa tutti giravano completamente nudi e i momenti "conviviali" si svolgevano di preferenza in un grande salone elegante addobbato di specchi e di sofà.
Sandstone era, a differenza della comune di Oneida, una comunità esclusivamente finalizzata ai rapporti sessuali promiscui e all'erotismo. Agli aspiranti che volevano entrare nella comunità veniva consegnato un opuscolo che ne riassumeva la filosofia: "Tra i concetti che stanno a fondamento di Sandstone, è l'idea che il corpo umano è una buona cosa, e una buona cosa sono l'aperta espressione di affetto e sessualità. I membri di Sandstone possono fare tutto ciò che loro aggrada, a patto di non assumere atteggiamenti offensivi e di non obbligare altri a sottostare ai loro desideri. A Sandstone non si svolgono attività organizzate, non si seguono programmi comportamentistici, non si fa ricorso a stampelle psicologiche. I membri sono liberi di fare ciò che desiderano, quando lo desiderano, in uno spirito di mutua partecipazione...La forza e il duraturo significato dell'esperienza di Sandstone consistono nella possibilità di contatti umani, ben diverso dal tipico contesto del solito cocktail party con i suoi giochi elusivi, le sue scappatoie. Il contatto possibile a Sandstone implica il fondamentale livello della nudità nel senso letterale del termine, la nudità fisica, e della sessualità senza infingimenti. E si tratta di un'esperienza che, così intesa, trascende di gran lunga ogni tentativo di intellettualizzarla. E' una realtà che consiste di azione, che comporta l'accettare e l'essere accettati nel modo più sostanziale, senza riserve, senza coperture, ed è questo appunto il nucleo dell'esperienza di Sandstone, che non si limita alla fantasia ma istituisce una comunità di nuovo tipo, dove la mente, il corpo, l'essere di una persona non sono più tra loro estranei. In questa comunità, le differenze tra i singoli divengono fonte di diletto anziché motivo di conflitto".
Nel 1970 il dottor Comfort, il celebre autore di "Le gioie del sesso", essendosi trasferito a Santa Barbara in California, sentì parlare di Sandstone e vi si recò più volte. Egli era già un convinto nudista e frequentando il celebre salone, fu impressionato dall'atmosfera di aperta sessualità che caratterizzava Sandstone. Era un incredibile laboratorio dal vero per osservare il comportamento erotico di esseri umani.
Vi si poteva osservare una multiforme varietà anatomica, la diversità degli approcci, in improvvisazioni che avevano nell'estraneità degli individui un elemento di grande interesse. Comfort aveva conosciuto una donna timida (venuta con il marito) che poi osserva in compagnia d'un uomo appena conosciuto mentre si esibisce in una disinvolta movenza del bacino a imitare un domatore di cavalli selvaggi. Lì vicino sempre Comfort osserva un produttore di Hollywood, con le natiche bianche e la schiena abbronzata, mentre esegue gli ordini di un'imperiosa casalinga, inginocchiato tra le sue cosce divaricate. Si notano anche peni che non ne vogliano sapere di ergersi sotto la spinta dell'ansia che comporta la prima visita a Sandstone. In compenso ci sono gli esibizionisti, le macchine da coito, quelli impegnati in sfide di durata. Ci sono due uomini che paiono disinteressati allo scambio erotico, infatti continuano a parlare tra di loro mentre due donne sono impegnate sui membri in un volenteroso opus orale. Molte coppie non hanno il cuore di intervenire e si limitano a guardare.
Comfort pensava che una serata a Sandstone poteva insegnare a un visitatore molto di più di quanto egli potesse apprendere, circa il proprio erotismo, dalla lettura di tutti i più autorevoli manuali e di tutti i più avanzati seminari organizzati dai sessuologi.
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7) BREVE STORIA DELLA PORNOGRAFIA
Il termine pornografia significa "trattato sulla prostituzione" e per estensione ha significato "pittura oscena", e per ulteriore estensione l'oscenità in generale. L'opinione sulla pornografia è stata sempre pessima, anche in chi aveva una buona opinione del sesso. Dice D.H. Lawrence: "La pornografia, quasi sempre clandestina, si individua in quanto è un'offesa alla sessualità, che oltraggia con la sua bruttura e volgarità".
Il fatto è che tutta quella bruttura, che si è sempre attribuita alla pornografia, era una proiezione inevitabile del pregiudizio sessuofobico. Si è così creata la contrapposizione tra erotismo (cosa buona) e pornografia (cosa pessima). D'altra parte ciò era necessario per difendere l'iconografia sessuale dalle persecuzioni censorie. Senza una linea di resistenza tutto quello che era corpo nudo sarebbe finito all'"Inferno", paradossalmente anche il "Giudizio universale" di Michelangelo.
"Inferno" è il nome più diffuso con cui si indicavano le collezioni erotiche delle biblioteche. Al British Museum l'"Inferno" si chiama "Arcana"; alla Library of Congress di Washington, "Delta" (simbolo greco del sesso femminile); alla Public Library di New York, "La cage"; all'Armed Forces Medical Library di Washington, "Cherry Case" oppure "Second Rayon". L'"Enfer" della Bibliothèque Nationale di Parigi fu costruito per ordine di Napoleone sul modello dell'"Inferno" della Biblioteca del Vaticano. Ma le menti più chiaroveggenti ammonivano sulla necessità di non demonizzare le opere erotiche.
L'abate Grégoire sosteneva che esse "servono alla storia dell'umanità, degli usi e costumi e delle arti. Questo tipo di produzione costituisce la base per un giudizio del secolo che l'ha vista nascere dal punto di vista dell'osservatore illuminato".
Charles Nodier, citato anche da Apollinaire, notava: "I monaci del medioevo non ci hanno privato delle turpitudini latine, che per loro sarebbe stato molto facile eliminare. Hanno avuto la buona ispirazione di intuire l'utilità relativa di ogni perversione umana".
Purtroppo la nozione di "arte" spesso non è servita a salvare dall'"Inferno" opere di grandi artisti, come è successo per l'opera grafica di Leonardo, Raffaello, Giulio Romano, Rembrandt, Courbet, Rodin, Picasso, Marquet o Pascin.
Giulio Romano, grande pittore allievo preferito di Raffaello, fu anche autore di venti posizioni erotiche incise da Marcantonio Raimondi e commentate dall'Aretino. La nobiltà della sua arte non lo salvò dai fulmini della censura e Clemente VII ne ordinò la distruzione. Parallelamente egli fu esiliato a Venezia insieme al Raimondi e all'Aretino.
Eduard Fuchs fu un erotologo tedesco nato nel 1870 e morto nel 1947. A lui si deve un'enorme raccolta di documentazione. Nel 1904 pubblicò un testo voluminoso consacrato al contenuto erotico della caricatura europea. Nel 1912 riprodusse in una pubblicazione più di 450 documenti erotici, puntualmente allocata nell'"Inferno" delle biblioteche e con relative denuncie all'autorità giudiziaria. I processi che ne seguirono costituiscono un'importante vittoria per l'erotologia, in quanto alla fine fu riconosciuta l'inconsistenza delle accuse di pornografia e la natura scientifica del suo lavoro. Cominciava così a palesarsi la tendenza di non condannare automaticamente tutto quello che sapeva di nudo o di atto sessuale. Successivamente Fuchs pubblicò una raccolta di riproduzioni (con tavole grandi, 0,60 per 1,20 metri) di grandi maestri, da Raffaello a Rembrandt, dai Carracci a Boucher, a Le Nain, a Fragonard; per finire con Rowlandson e Courbet.
Il tabù e la proibizione del nudo sono soprattutto di origine ebraica. Il mito bibblico attribuisce al peccato originale la scoperta della vergogna di fronte alla nudità. Il "Levitico" riporta la proibizione, da parte del Signore, di guardare la nudità del proprio padre e della propria madre, della propria sorella, del proprio figlio, nonché della moglie del proprio padre, della propria zia, del proprio zio, della propria nuora, e di qualunque fanciulla o donna che le mestruazioni rendono impura.
Con l'avvento del cristianesimo, i Padri della Chiesa maledicono la nudità. Nell'iconografia cristiana Eva si distingue da Adamo unicamente per le mammelle piatte e pendule.
L'idea che l'antica cultura latina aveva del corpo per molti secoli fu bandita, insieme alle terme e agli affreschi romani. Nel tredicesimo secolo cominciò piano piano il risveglio con le prime associazioni di nudisti (adamiti e begardi) che saranno ferocemente perseguitati. Sotto Carlo V, nel 1370 a Parigi, si diffondono gruppi di uomini e donne che vanno in giro nudi, ma dopo la scomunica da parte di Gregorio XI si cominciò a bruciarli nella pubblica piazza.
Il nudo nell'arte entra solo con l'avvento del Rinascimento, ma le resistenze continuarono ad essere feroci. Nel 1555 Paolo IV si mise in testa di bandire nelle arti figurative ogni tipo di nudità e questo incontrò tra l'altro l'opposizione di Michelangelo. Più recentemente Pio IX fa sistemare delle foglie di fico di zinco sui punti topici delle statue, ma il vento che vi passava attraverso faceva un gran rumore e così si decise di toglierle. Più recentemente ancora Leone XIII dispone scrupolose ispezioni nelle chiese al fine di scovare dipinti di figure poco vestite e procedere o alla "vestizione" o alla distruzione. Anche Giovanni XXIII si preoccupò di coprire, in Vaticano, il sesso degli angeli.
In Francia, durante il regno di Napoleone III, si orchestrarono molte stravaganze puritane. A Courbet fu vietata l'esposizione del 1855, a Manet il Salon de L'Industrie del 1862, mentre un'opera di Carpeaux che rappresentava un gruppo di ballerine destinata al teatro dell'Opéra fu bocciata e s'invitò l'artista a eseguirne una più morigerata. Nel 1888 in nome della legge Béranger e dell'oltraggio al pudore, furono intentate diverse azioni giudiziarie a carico di artisti.
Ma l'opinione pubblica era matura per reagire con una serie di iniziative che avevano alla base la ricerca del nudo.
Emile Bayard fonda una rivista mensile, "Le nu esthétique", che dà l'avvio a decine di iniziative simili che incontrarono il favore della gente. Nel 1907 il Salon de l'Automne espone il primo nudo cubista. Curiosamente Filippo Tommaso Marinetti, l'iniziatore del Futurismo, dichiara guerra al nudismo pittorico da lui bollato come "fiere del prosciutto putrefatto".
Prima e durante la Grande Guerra la censura impazza, ma alla fine della guerra si constata un salto di qualità a proposito del nudo. Nei "music-halls" e nelle gallerie d'arte il nudo è di casa. Joséphine Baker spopola. Vengono fondate molte società di nudisti.
Il "verbo" nudista proveniva dagli Stati Uniti. Lo proclama una certa signora Johnson, ma solo nel 1906 John Sharp lo diffonde nel mondo. Nonostante la legge punisca l'esibizione pubblica di qualsiasi nudità, viene stampato "Vivre", il primo organo nudista. Ne seguirono grandi proteste da parte di associazioni moralistiche ma dalla società civile si levarono molte voci in difesa della libertà per il nudo.
L'invenzione della fotografia ebbe un ruolo importantissimo per la rappresentazione dell'erotismo e per l'evoluzione della mentalità delle masse. Quando le arti tradizionali sembravano aver esaurito la spinta divulgativa dell'immagine come "coscienza" dell'erotologia, quest'ultima fu democratizzata e capillarmente diffusa grazie alla fotografia. Ciò costituì la materializzazione della scopofilia che alberga negli esseri umani. Agli albori della tecnica i soggetti umani da ritrarre dovevano posare per varie ore, in pieno sole. Fu merito di Daguerre nel 1839 il ridurre notevolmente i tempi di posa. I dagherrotipi pornografici di quell'epoca sono sorprendenti per la forza d'impatto e per l'efficacia.
Il grande futuro della fotografia fu ereditato in gran parte dal cinema, ma la duttilità e la forza espressiva della fotografia ha pervaso mille ambiti della società. Per quel che ci riguarda ha costituito una strada maestra per l'ispirazione e la diffusione della documentazione erotica. Mille e mille collezioni segrete possedute da privati, ma finite anche nel settore del proibito delle grandi biblioteche, rappresentano il vero specchio del costume di un'epoca.
Il merito più grande della fotografia è di tramandare ai posteri una memoria più oggettiva e meno "camuffata" delle modalità effettive di vita della gente. Soprattutto per le cose del sesso la memoria tende a idealizzare e a caricare le cose di un'ansia dovuta alle censure moralistiche.
A differenza della pittura che non riesce mai al evitare la convenzione e il manierismo, la fotografia restituisce un'oggettività che non perde mai il suo intimo fascino e non passa mai di moda. Verso la fine del diciannovesimo secolo, quando la fotografia aveva già fatto dei tentativi per conquistare il movimento, Eadweard Muybridge segnò il progresso decisivo con la realizzazione di "nudi in movimento" che aprì la strada (oltreché al cinema) a grandi applicazioni nel campo dell'erotologia e della sessuologia. A tal proposito possiamo ricordare le documentazioni foto-cinematografiche del dottor Masters, che è riuscito ad imprimere sulla pellicola tutte le fasi "minute" del rapporto sessuale (pigmentazione vulvare durante l'orgasmo, secrezione liquida della parete vaginale).
Sul piano artistico la fotografia erotica ha raggiunto straordinari livelli. In Francia, alla fine del diciannovesimo secolo, Baschet diede vita a una pubblicazione, "Le panorama", in cui alcuni numeri erano dedicati alle esposizioni di pittura che si tenevano a Parigi e in questo ambito un'apposita rubrica era dedicata al nudo. Visto l'interesse notevole con cui il pubblico accoglieva queste iniziative, nel 1903 Amédée Vignola diede vita a una rivista dedicata interamente alle fotografie di nudi: "L'étude académique".
Aveva una frequenza quindicinale e portava l'indicazione "all'uso dei pittori, scultori, decoratori e operai dell'arte". La rivista non aveva praticamente testi e ogni foto recava la didascalia sull'età della modella, il paese di provenienza e i sentimenti che la posa assunta dovevano suscitare.
Era una furba trovata dell'ideatore che ben conosceva la "ferocia" censoria dell'epoca, ma che confidava nella natura "tecnica" della pubblicazione e sull'uso "serio" a cui era destinata. Si adottarono tante precauzioni: ogni fascicolo era presentato in busta chiusa con la dicitura: "Questa pubblicazione non deve essere venduta né ai ragazzi né ai giovani". Le modelle non assumevano pose provocanti (e ci sabebbe mancato altro) ma i nudi parlavano da sé e così la bollatura di "pubblicazione oscena" fu immediata. Questo giudizio non nocque alla tiratura, anzi.
Visto il successo Vignola pubblicò una seconda rivista, "Mes modèles" che era in tutto e per tutto uguale alla prima, tranne per la non trascurabile caratteristica di presentare due immagini di ogni modella: una vestita e una spogliata. Forse Vignola non si rese conto che questa scelta era un'autentica mistura esplosiva dal punto di vista dei meccanismi erotici. Il successo (manco a dirlo) fu straordinario e vi fu una miriade di pubblicazioni con lo stesso assunto programmatico.
Si può immaginare lo scompiglio che quest'ondata di riviste portò nel mondo sempre palpitante dei moralisti. Ma la reazione si mosse con cautela in un'epoca in cui la libertà di stampa si era abbastanza consolidata e aveva radicamento nell'opinione pubblica. Così non si vollero rischiare processi laceranti per la società e dall'esito incerto. La stampa francese d'altra parte tendeva a non pascersi più del moralismo d'accatto dei gruppi di ispirazione religiosa e sessuofobica.
I moralisti condussero la loro battaglia (e la vinsero per lungo tempo) non frontalmente ma convincendo i gestori delle librerie e dei chioschi a non vendere questo tipo di riviste. La cospirazione del silenzio aveva sterilizzato la potenza di una pressione (quella dell'erotismo) che venne fuori solo successivamente in tutta la sua pienezza, ma a costo però di lunghe battaglie, di "martiri" e di "eroi".
Hefner aveva confezionato il primo numero di "Playboy" nel 1953 sul tavolo di cucina dell'appartamento dove abitava con la moglie e la figlioletta. Ma nel giro di pochi anni la rivista vedeva la luce in un moderno palazzo di quattro piani di Chicago e Hugh Hefner era diventato un ricco editore con trenta persone alle sue dipendenze e una schiera di "conigliette" che aspiravano alle pagine di "Playboy" e che non disdegnavano di "passare" nel letto di Hugh fatto sistemare attiguo allo studio.
Nel primo numero della rivista del dicembre 1953 Marilyn Monroe appariva in copertina vestita (sebbene succintamente) ma soprattutto nuda nel paginone centrale. La pagina centrale di "Playboy" divenne mitica: ogni mese vi appariva una "playmate" nuda. L'impatto si sarebbe rivelato formidabile.
Prima di "Playboy" praticamente nessuno in America aveva visto una foto a colori con una donna nuda. Lo stesso Hefner, all'inizio, era convinto di fare un prodotto, se non di nicchia, certamente non popolare. Invece nel giro di due anni si era passati da una tiratura di sessantamila copie a quattrocentomila copie mensili.
Per quanto fossero interessanti gli articoli o le vignette di satira il successo della rivista si spiegava unicamente con il grande interesse che destavano quei nudi. Il Rapporto Kinsey aveva rivelato che la generalità dei maschi si masturbava. Era la chiave per capire il fenomeno "Playboy".
Hefner fu il primo uomo ad arricchirsi vendendo fantasie masturbatorie. Una donna splendida tanto disponibile (quanto illusoria) che è lì solo per te!
Altra dimensione eccezionale relativa a Hefner è che egli mentre raggiungeva alti livelli di successo nel lavoro e nella finanza, portava avanti la sua personale battaglia di liberazione dalle proprie inibizioni sessuali. All'inizio Hugh Hefner era un represso sessuale al pari di uno qualunque dei suoi lettori, ma a mano a mano che vendeva le immagini delle sue modelle agli altri, riusciva sempre più nel miracolo di prendere per sé le modelle in carne ed ossa. La lunga fame repressa con la progressiva abbondanza di cibo si tradusse in un appetito insaziabile.
Hefner riuscì a varcare diversi traguardi, ma quello che gli diede la spinta decisiva per il successo, fu il proporre per immagini un nuovo modello di donna che superava la dicotomia brava casalinga-sgualdrina spudorata.
Quello che Kinsey aveva fatto con le sue statistiche, Hefner tradusse in immagini: la donna vera che pur restando ingenua e perfino verginale, non aveva problemi a mostrarsi nuda. Quindi egli portava avanti una operazione-verità: la donna qualunque, colta nel suo momento di erotismo.
Era questo che faceva impazzire i maschi americani. Anche il nudo della Monroe, sebbene avesse avuto molto successo, non interpretava affatto quello che avrebbe costituito la vera novità di "Playboy". Marilyn aveva già espresso nei film molto della sua potenzialità erotica, e dunque non poteva riuscire a rendere la "novità" e la "spontaneità".
Hefner raramente citava il nome delle ragazze che "esplodevano" nel paginone centrale. Una di queste esplose al suo apparire in tutti i sensi: Jayne Mansfield. Essa è riuscita ad incarnare il sogno erotico "infantile" del maschio amaricano, con l'ipermastia e con la sua aria ingenua, vera o finta. Un seno così "aberrante" e tanta disponibilità: era questo il programma. La Mansfield consapevole della carica esplosiva del suo fisico, controbilanciava intelligentemente, dicendo di sé: "Naturalmente non ce n'è un'altra in tutto il mondo che abbia un petto voluminoso quanto il mio... Io leggo la Bibbia ad alta voce tutte le sere. Non voglio avere alcun motivo di pentirmi al momento della mia morte". (Tra parentesi la morte l'ha colta impreparata ancora giovane, per un incidente stradale)
Oltre alla Mansfield nel paginone finirono Bettie Page che in precedenza aveva posato per una serie di foto underground che avevano popolato i sogni erotici dello stesso Hefner, ma che riusciva ad incarnare pienamente l'"accettabilità sociale".
In questo Diane Webber era perfetta: incarnava erotismo e aria di giovane sana abituata all'aria aperta. Diane e le altre potevano essere perfette ma avevano il difetto, agli occhi di Hefner, di non avere una verginità fotografica. Hugh aspirava a un modello nuovo di ragazze: dovevano avere l'aspetto di una gran bellezza che non si dà le arie, che sprizzasse salute e non intimidisse gli uomini anzi mandasse un forte sottinteso di disponibilità.
Hefner aveva una concezione "monogamica" delle playmates: dovevano "debuttare" a "Playboy" e rimanere fedeli a "Playboy".
La prima playmate scelta personalmente da Hefner fu una ragazza che già lavorava per lui, al reparto spedizioni. Aveva vent'anni, era bionda, con gli occhi verdazzurri, la pelle lattea, allegra e spigliata e con un corpo da schianto. Si chiamava Charlaine Karalus e sulle prime Hefner la corteggiò portandola a cena fuori a bordo della sua cadillac. Si piacquero e presero ad uscire insieme regolarmente. E oltre a fare l'amore nella stanza contigua all'ufficio, la ragazza si disse felice di apparire nel numero di luglio del 1954.
Come nelle buone procedure borghesi, le foto furono fatte vedere alla madre di Charlaine prima della pubblicazione, per una sorta di approvazione. Del resto Hefner aveva offerto alla madre un lavoro nell'ufficio commerciale e l'aveva rassicurata che si sarebbe usato un nome d'arte. Si scelse quello di "Janet Pilgrim", nome che evocava i padri pellegrini giunti a bordo del "Mayflower" a portare il puritanesimo in America.
Il numero di luglio fu salutato da centinaia di lettere entusiaste. Nella pagina centrale vi si vedeva Charlaine seduta a una scrivania con indosso una vestaglietta aperta davanti, che lasciava intravedere tutto quello che c'era da vedere. Sullo sfondo, di spalle, lo stesso Hefner in smoking e cappello a cilindro. Molto interessante la didascalia: "Riteniamo più che naturale pensare che le splendide playmates vivano in un mondo a parte. E invece, playmates potenziali si trovano tutt'attorno a voi: la nuova segretaria del vostro ufficio, la bellezza dagli occhi di cerva che ieri vi si è seduta di fronte a colazione, la ragazza che vi vende camicie e cravatte nel vostro negozio preferito. Miss Luglio noi l'abbiamo trovata nel nostro reparto distribuzione: si occupava di abbonamenti e simili. Si chiama Janet Pilgrim ed è efficiente quanto bella. Janet non ha mai fatto prima la modella, ma riteniamo che non abbia nulla da invidiare alle migliori playmates dei numeri precedenti.
Per il numero di agosto Hefner decise di puntare ancora su Janet, nonostante qualche iniziale perplessità della ragazza che era rimasta turbata dal tenore di alcune delle numerose lettere di ammiratori che esprimevano troppo "realisticamente" il loro entusiasmo.
Janet fece ancora parte per due anni del mondo erratico, fatto di illusioni, di Hefner, poi improvvisamente andò via lasciando di stucco Hugh che avrebbe messo la mano sul fuoco sulla sua "devozione". Charlaine sposò un giovane uomo d'affari di successo, si trasferì in un elegante quartiere di New York ed allevò i figli che nacquero dal suo matrimonio.
La sfida tra la pornografia e le autorità bacchettone fu per decenni feroce e all'ultimo sangue. Richard Nixon da quando si era insediato alla Casa Bianca aveva dato un forte impulso alla "crociata contro l'oscenità". Nixon era un introverso cresciuto in una famiglia povera in cui il padre frustrato e scontroso, imponeva una durissima disciplina ai figli. La madre era cresciuta in seno a una comunità religiosa dei quaccheri. Richard era divenuto un giovane rispettoso, assolutamente privo d'umorismo, che frequentò l'università retta dai quaccheri e che nella carriera politica cercò di incarnare il ruolo di acceso patriota e di fustigatore di costumi.
Alla Casa Bianca trovò molti collaboratori che condividevano la sua idea che la pornografia fosse la fonte di tutti i mali. Anche il direttore del FBI, J.Edgar Hoover, aveva sempre proclamato che la pornografia favoriva la violenza e lo stupro. Erano verità propagantistiche ad uso e consumo dei politicanti e dei bacchettoni di ogni specie, ma la verità "vera" nessuno la conosceva.
Nel 1968 il presidente Johnson aveva costituito una "Commissione Presidenziale per l'Oscenità e la Pornografia" al fine di stabilire quali effetti producesse il materiale "hard-core" sulla società americana. Nell'autunno del 1970, nonostante il lavoro indefesso di un bacchettone (Keating) infiltratovi da Nixon, la Commissione arrivò alla sorprendente conclusione che la pornografia non costituiva, a conti fatti, una grande minaccia sociale e perlomeno per quanto riguarda gli adulti conveniva ignorarla semplicemente.
"La Commissione ritiene che non vi siano motivi sufficienti per giustificare ulteriori interferenze del governo nella completa libertà di espressione di persone adulte e ciò perché estese ricerche empiriche, condotte sia dalla Commissione che da altri, non hanno portato alcuna prova che l'uso o la visione di materiali esplicitamente sessuali svolgano un ruolo significativo nel promuovere nocumenti sociali o individuali quali azioni criminose, atti di delinguenza, deviazioni sessuali e non, oppure gravi disturbi della sfera emozionale".
Il presidente Nixon, che come ha dimostrato la successiva vicenda Watergate era una persona moralistica ma per nulla morale, fece di tutto per insabbiare le risultanze del lavoro della Commissione e non riuscendoci fece scrivere da Keating una contro-relazione, che fu pubblicata insieme alla relazione ufficiale. Ne seguirono controversie che occuparono a lungo le prime pagine dei giornali.
A un certo punto successe una cosa curiosa e imprevista. Un editore californiano mise in circolazione un libro che riportava il Rapporto ufficiale e il Rapporto Keating. Fin qui, si dirà, niente di male; ma nelle sue trecentocinquantadue pagine il volume conteneva la riproduzione di tutto il materiale visionato dalla Commissione. Vi si trovavano foto e disegni di copule, ammucchiate, donne che masturbavano uomini, uomini che masturbavano donne tramite vibratori, omosessuali nei loro atti di sodomia, lesbiche che si praticavano a vicenda il connilinguo, monache che si introducevano candele nella vagina e chi più ne ha più ne metta.
Erano cinquecentoquarantasei illustrazioni di ogni tipo che l'editore certificava essere precisamente il materiale preso in esame dalla Commissione. Inoltre il volume conteneva una nota nella quale si accusava il presidente Nixon di aver respinto il responso della Commissione di esperti.
Sotto il titolo: "Mille grazie, signor presidente", vi si diceva tra l'altro: "Milioni di dollari dei contribuenti sono stati spesi per stabilire la verità esatta sull'erotismo negli Stati Uniti oggi, eppure da parte delle massime autorità sono stati compiuti tentativi di ogni sorta per gettare un velo sulle informazioni così raccolte. Lo stesso presidente ha esplicitamente negato i fatti. Ma il tentativo d'impedire la comparsa di questo libro equivale a un insulto sanguinoso rivolto a ogni adulto del nostro paese. A tutti deve essere permesso di prendere le decisioni che li riguardano; e ai fatti non ci si può sottrarre. Ed è questo che molti, moltissimi adulti, capiranno dopo aver letto questo rapporto. E va soggiunto che, in una società davvero libera, un libro del genere non sarebbe neppure necessario".
Ben presto una copia del libro illustrato giunse nelle mani di Edgar Hoover, il gran capo del FBI, che avvertì immediatamente il Presidente. Nixon l'aveva già visto: il solerte Keating gliene aveva recapitato puntualmente una copia. Presto fu riunito lo staff di consiglieri per decidere il da farsi e per poter farla pagare duramente all'editore pornografo, che peraltro era già noto ai moralizzatori di professione. Si trattava di un energico cinquantenne già processato per oscenità a San Diego e che si chiamava William Hamling.
Hamling era stato un amico di Hefner, ma a differenza di quest'ultimo aveva avuto molti più problemi con la giustizia e aveva fatto meno soldi.
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8) UN TIPO INTERESSANTE: RESTIF DE LA BRETONNE
Cominciamo col dire che Restif si pronuncia: Rétif. Se qualcuno particolarmente colto tra i lettori di queste righe, ha sentito qualche volta il termine "retifismo" sappia che il significato è quello di "feticismo del piede" e deriva appunto da Restif de la Bretonne, che era pazzo per i piedi delle donne. Ma non lo ricordiamo certamente solo per questo.
Restif de la Bretonne fu scrittore, stampatore ed editore, nato a Sacy (regione della Borgogna) nel 1734 e morto a Parigi nel 1806. Era l'ottavo figlio di un ricco fattore della Yonne e fin da piccolo dimostrò una salute molto cagionevole. Questo convinse il padre a indirizzarlo verso la professione ecclesiastica e a tal fine lo affidò per l'istruzione a un suo figlio prete.
Certamente il ragazzo dimostrò interesse per l'istruzione ma palesò anche l'irreprimibile tendenza a correre dietro alle gonnelle. Il padre rivide il progetto iniziale, e lo mandò presso uno stampatore ad imparare l'arte della fabbricazione dei libri.
Facendo il mestiere di stampatore Restif si scoprì la vocazione dello scrittore, ma in maniera davvero fluviale, tanto che gli si può attribuire l'etichetta di "grafomane". Egli scrive, stampa e vende, fermandosi molto poco a riflettere e a limare. E' il motivo per cui la critica letteraria lo ignorò quasi del tutto, salvo una grande rivalutazione negli ultimi decenni. Comunque è stato sempre considerato uno dei primi autori popolari della letteratura francese.
Esordì, nel 1767, con il romanzo "La famille vertueuse" a cui seguiranno "La fille naturelle" e "Le pied de Fanchette" del 1769, "Le paysan perverti ou les dangers de la ville" del 1776, "Le quadragénaire" del 1777, "Les contemporaires" (1780-88), "La prévention nationale" e "La paysanne pervertie" del 1784, "La femme infidèle" del 1786, "Les parisiennes" del 1787, "Ingénue Saxancourt" del 1789. Ma le opere che potrebbero essere interessanti per noi sono tante perché tante sono le opere di Restif: ben duecento cinquanta titoli! Questo ci fa capire la velocità con cui scriveva.
Restif ha anticipato il giornalista odierno che scrive ogni giorno la cronaca di quello che vede e di quello che pensa.
Ovviamente Restif è uno scrittore disuguale, incomparabile quando fa la cronaca delle vicende che vive e dunque della sua epoca, e abbastanza artefatto nelle sue opere erotiche e nelle sue pagini oscene.
André Malraux osserva: "Può sembrare strano che Restif, così abile e voluttuoso quando in un romanzo è alle prese con la violenza, diventi tanto sciocco nelle sue opere clandestine; la ragione si deve vedere nel fatto che per lui, come per tutti i nostri autori 'du second rayon', il libro erotico è soltanto un mezzo e la sensazione l'unico fine".
Restif fu un testimone di prima fila della sua epoca inquieta e se si facesse una scelta di brani della sua sterminata produzione, ne risulterebbe un grande affresco inarrivabile per chiunque altro.
Alcune opere di Restif conservano, unitariamente, un notevole fascino ed attualità. Per tante cose egli è decisamente uno scrittore da riscoprire. Lui stesso ci aiuta a farsi conoscere meglio con due opere autobiografiche: "La vie de mon père" (1779) e "Monsieur Nicolas ou Le coeur humain dévoilé" (1783).
Paul Valéry diceva: "Metto Restif molto al di sopra di Rousseau".
L'opera di Rousseau aveva influenzato le coscienze che di lì a poco avrebbero dato vita alla rivoluzione francese. Le "Confessioni" di Rousseau hanno certamente dato l'idea a Restif per "Monsieur Nicolas", ma tra il raffinato e colto Rousseau e il ruspante e istintivo Restif, la "verità" e la "spontaneità" stanno tutte dalla parte di quest'ultimo.
Rousseau non aveva una personalità autentica e alcune vicende della sua vita spiegano precisamente il perché. Jean-Jacques adolescente fu iniziato all'amore da un'amica della madre, Madame de Warens. Costei sosteneva, nei colloqui con il giovane Rousseau, di non capire come si potesse attribuire importanza all'amore. Ma dopo una settimana diventò la sua amante, lasciando affascinato e confuso il giovane. La signora Warens apparteneva alla nobiltà del cantone svizzero di Vaud e aveva sposato giovanissima un certo signor de Villardin. Un giorno un filosofo di professione, De Tavel, la convinse che la fedeltà coniugale era innaturale e ridicola, e un ragionamento tira l'altro la portò alla capitolazione. Afferrato l'assunto teorico la signora Warens non aspettò molto a tradire anche De Tavel a favore del predicatore Perret.
Successivamente si diede ancora da fare: sedusse il re Vittorio Amedeo di Savoia (detto la Volpe Savoiarda), abiurò il protestantesimo e si fece cattolica ottenendone il vantaggio di una rendita di millecinquecento lire. Visse a Chambéry con il maggiordomo, Claude Anet, di cui era segretamente l'amante.
A questo punto entrò in scena il povero Jean-Jacques Rousseau adolescente: la sua vita fu condizionata dalla Warens per più di cinque anni. Siccome Jean-Jacques stava molto male a causa della sua nevrosi aggravata anche da una stenosi uretrale, fu mandato a Montpellier da un bravo medico per cercare di curarsi.
Qui Jean-Jacques incontrò un'altra signora matura (aveva 45 anni quando incontrò Rousseau), Madame de Larnage, che dotata certo di buon cuore gratificò il giovane dei suoi favori erotici. Ma Rousseau non vedeva l'ora di rientrare a Charmettes, in quello che riteneva il suo nido esclusivo con la signora Warens. Ma come fu duro il colpo al cuore quando constatò che il suo posto era stato occupato da un giovane barbiere.
Ma niente paura, Madame de Warens aveva un'idea: si poteva stare tutt'e tre felici in un unico lettone. La proposta sconvolse il povero Jean-Jacques e il suo rifiuto gli costò l'indifferenza e la freddezza della sua amata "madrina".
La Warens aveva la palese anomalia di poter amare solo gli infelici, i deboli e gli immaturi. Era il suo modo di rimanere sempre dominante nella lotta tra i sessi. Solo se poteva manipolare, dominare e imporre la sua personalità riusciva ad amare. Quando s'inchinò di fronte al potere (come fece con Vittorio Amedeo) lo fece solo per un calcolo, per poter far breccia con la sua seduzione. Le sue sistematiche infedeltà hanno il solo scopo di affermare sempre e comunque la propria superiorità.
La Warens odia gli uomini che posseggono una personalità. Ecco perché sceglie gli adolescenti, i domestici e coloro su cui può esercitare una generosità simil-materna. Di tutti i casi possibili di frigidità, madame de Warens esprime l'esempio della donna che non si sottomette (ossia non si mette sotto) e che deve sempre sfoggiare la "dissimulazione" dei propri istinti sessuali.
Se le "Confessioni" di Rousseau hanno potuto dare a Restif l'idea di fare qualcosa di analogo, il possibile parallelo finisce qui. Infatti dove Rousseau è il massimo del "camuffamento" della memoria, Restif è il massimo dell'immediatezza del ricordo.
Restif è uno scrittore plebeo che sa rendere con immediatezza lo stesso scenario della varietà umana che successivamente ha costituito la forza di Balzac. Restif non si lascia fuorviare da preoccupazioni di stile: il suo realismo a volte appare surreale per quanto sincero.
Egli così si presenta: "Vengo a darvi tutta intera la vita di uno dei vostri simili senza mascherare nulla né dei suoi pensieri né delle sue azioni. L'uomo di cui riuscirò ad anatomizzare lo spirito non potrà essere evidentemente altri che me stesso".
Restif è sicuro di sé e non si sente inferiore a nessuno. "Ho scritto liberamente come liberamente scrissero Rabelais, Francion, Montaigne, i miei pari".
Egli è un autarchico: fa tutto da solo. Prende la materia prima dalla sua vita vissuta, la scrive e la stampa con le sue mani. Non camuffa nulla: un'esperienza come quella di Rousseau con la Warens, non l'avrebbe descritta certo con struggente nostalgia. Dice di sé: "Sono un gran favolista che anziché prendere come interlocutori gli animali, sceglie come interlocutore se stesso. Sono un animale molteplice, a volte furbo come una volpe, a volte ottuso, lento e stupido come il ciuco o il formichiere, spesso coraggioso come un leone, a volte fugace e farabutto come un lupo, altre volte aquila e avvoltoio, altre volte ancora semplice sparviero, più spesso pernice o allodola straziata. Mi mostro sotto tutte queste parvenze: sono l'eroe instancabile di una favola, nella quale interpreto la parte di ciascuno di questi animali".
Al pari del titolo pirandelliano "Uno, nessuno e centomila", Monsieur Nicolas è certamente Restif, ma anche qualunque uomo che abbia realmente vissuto. Anche il povero Rousseau riferendo dei suoi amori (tutt'altro che esaltanti) diceva: "Posso dire di aver vissuto". Ma è Restif a esprimere verità "vere" quando parla delle sue donne: "Marie Frouard aveva colpito il mio cuore... Nanette aveva parlato soltanto ai miei sensi, Julie all'anima, Ursule al mio rispetto delle convenienze, Edmée Boissard al mio bisogno di ammirazione, Mélanie e Rosalie erano state provocanti, Esther aveva costituito il motivo del continuo 'stupore' e aveva sollecitato il mio gusto della novità, ma solo a Courgis provai il vero amore...".
Il vero amore di cui parla Restif era per Jeannette Rousseau. All'epoca egli aveva quattordici anni e il ricordo di Jeannette lo trasferirà sulle innumerevoli donne della sua vita. Ognuna ebbe una caratteristica: Rose Bourgeois gli suscitò la passione dello scrivere, Madame Parangon rappresentò la "falsa virtù", e via via fino all'amore del suo "autunno", una ragazza di soli diciotto anni che gli regalò sei mesi di felicità e successivamente lo torturò in ogni modo. Tante altre donne si sono susseguite, ma il cuore a un certo punto si era messo a riposo.
Monsieur Nicolas esprime davvero un sano erotismo e la sua "libertà" ha qualcosa di più moderno di quella generalmente espressa dai libertini.
L'erotismo, davvero senza freni, Restif lo espresse nel libro l'"Anti-Justine" scritto in polemica con il suo personale nemico: il marchese di Sade.
Apollinaire che nei suoi scritti segreti aveva redatto un'ampia rassegna delle "opere oscene", dice: "Questo libro unico, delirante e di una oscenità inaudita, è il più pazzo, il più sorprendente e anche il più nauseante che esista".
Restif perde ogni freno inibitore, anche per mostrare che sa fare di meglio di quello che ha fatto Sade. "Che scusa può dare a se stesso -si chiede Restif- l'uomo che pubblica un'opera come quella che state per leggere? Ne ha cento, ma ne basti una. Un autore deve avere lo scopo di far felice il lettore. Non c'è nulla di meglio di una lettura piacevole. Fontenelle diceva: 'Non c'è dolore che resiste a un'ora di lettura'. Ora, di tutte le letture, la più avvincente è quella erotica, soprattutto se popolata da figure espessive".
Il titolo "Anti-Justine ou les Délises de l'Amour" riassume dunque l'assunto dell'opera. "Nessuno è stato più indignato di me per le sporche opere dell'infame Sade... che ho letto quando stavo in prigione. Questo scellerato preasenta le delizie dell'amore, per gli uomini, solo accompagnate da tormenti, dalla morte perfino delle donne".
Dunque l'erotismo di Restif non prevede la violenza fisica: probabilmente gli sono sufficienti i suoi amati piedi. Egli sembrerebbe un moderato dell'erotismo. "I sensi parleranno al cuore", dice. Ma basta dare una scorsa ai titoli dei quarantotto capitoli che costituiscono l'opera, per accorgersi che al pari di Sade, Restif entra nell'inferno delle sregolatezze e delle ossessioni erotiche.
L'armamentario erotico è sì senza limiti, ma la particolare insistenza sugli incesti, getta una luce poco piacevole sulla biografia di Restif, del quale sappiamo che trae sempre ispirazione, per le sue opere, dalla sua vita vissuta, e che ha vissuto (appunto) con le figlie che avevano lasciato temporaneamente i mariti.
Charles Fourier, nato nel 1772 e morto nel 1837, era un pensatore utopista che, al pari di Rousseau, propugnava un ritorno alla natura e diceva che nella vita bisognava seguire unicamente la soddisfazione delle proprie passioni. Secondo Fourier ci potrebbe essere una vera armonia sulla terra a patto che ci si lasci andare agli istinti e agli impulsi naturali.
Cercò di realizzare concretamente questo sogno e lo chiamò "falansterio", che aveva la finalità di dare a ciascuno una possibilità di scelta, e a tutti i gusti e a tutte le manie una conveniente risposta. Nell'organizzazione degli interessi del gruppo, il libero amore era un passaggio importante per arrivare alla fraternità collettiva.
Fourier considerava le aberrazioni e le perversioni sessuali come momenti privilegiati di transizione verso l'amore illimitato.
Naturalmente tutti i falansteri, allora e successivamente realizzati, furono un disastro. Ma hanno avuto sempre una grande suggestione in tanti filosofi, politici e scrittori.
Restif de la Bretonne, nella sua indisciplinata curiosità, non poteva non scrivere della "progettazione" erotica. Il libro "Le Pornographe" del 1769 porta il sottotitolo "Idee di un Bravuomo sul Progetto di Regolamento per le prostitute, Atto a prevenire le Sciagure procurate dalle Donne Pubbliche: con Note storiche ed esplicative".
Come sempre avveniva con i libri erotici, l'editore attribuisce questo libro all'inglese Lewis Moore che dopo aver vissuto venticinque anni a Parigi, avrebbe ideato un progetto per gestire la prostituzione in cui si auspica l'istituzione di una specie di falansterio sotto il diretto controllo del governo.
L'argomento viene affrontato con un atteggiamento di massima serietà e con i soliti riferimenti alla salvaguardia della famiglia e alla difesa della morale. Il volume si conclude con riferimenti all'esercizio della prostituzione nell'antichità e nei vari paesi.
Come sempre nei libri di Restif, vi si trovano le cose più curiose, come un elenco nominale delle prostitute in un pubblico luogo di "depravazione" di Avignone; oppure le disposizioni emanate in materia da Giovanna regina di Napoli, nel 1347. L'argomento della "progettazione" sociale relativa alle cose del sesso, interessava molto e si è pensato che altri scritti analoghi di Restif abbiano avuto la collaborazione di altri, come Pidansat de Mairobert o l'avvocato Linguet, che morì ghigliottinato. A quest'ultimo va attribuito il libretto "Cacomonade, Histoire politique et morale", che si può considerare come una vera e propria prefazione al "Pornographe".
Di quest'opera Restif andava particolarmente fiero e la citava spesso in contrapposizione alle idee dell'odiato Sade. Il libro porta in epigrafe una frase del "Principe" di Machiavelli: "Pigliare el meno tristo delli inconvenienti per buono".
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9) SADE, PROFETA DELL'EROTISMO
"Sade, profeta dell'erotismo" è una fondamentale opera di Gilbert Lely del 1952, che ha il grande merito di presentarci con completezza la figura di Donatien-Alphonse-François marchese di Sade. Con Sade il pensiero umano deve ancora fare i conti, avendolo a lungo liquidato come un pazzo pornografo perverso.
Era proprietario di La Coste e di Saumane, compreprietario di Mazan, luogotenente generale nelle province di Bresse, Bugey, Valromey e Gex, maestro di campo di cavalleria, nato a Parigi il 2 giugno 1740, morto nel manicomio di Charenton il 2 dicembre 1814.
Nei 1763 Sade sposa Renée-Pélagie Cordier de Launay de Montreuil, da cui avrà due figli maschi e una femmina.
Cinque mesi dopo il matrimonio, Sade viene condannato per libertinaggio e prova per la prima volta il carcere: quindici giorni a Vincennes. La prima grossa rogna ce l'ha cinque anni dopo.
A Place des Victoires Sade vede una giovane che chiedeva l'elemosina, Rose Keller. Con il pretesto che aveva bisogno di una che gli rassettasse la camera, egli conduce la ragazza nella sua casa di Arcueil, dove un po' con minacce, un po' con promesse di denaro induce Rose a spogliarsi e a farsi frastare.
Approfittando di una occasione propizia ed eludendo la sorveglianza di Sade e del suo servo Latour, la ragazza fugge e va a denunciarlo alle autorità.
Successivamente ottiene un'indennità, mentre Sade è incarcerato a Saumur, poi a Pierre-Encise finché la Grande Camera del Parlamento lo condanna soltanto a pagare una multa. Siamo nei 1768 e il re personalmente ordina la detenzione del reo.
Dopo qualche tempo Sade ottenne una sorta di condizionale e viene rimesso in libertà con l'impegno di vivere lontano da Parigi, nel suo castello di La Coste, distante una cinquantina di chilometri da Avignone.
La condotta di Sade non aveva avuto opportuni aggiustamenti: egli era quasi sempre impegnato a organizzare balli e rappresentazioni teatrali.
Nel 1772 si rimise ancora nei guai. A Marsiglia, insieme al fido Latour (costantemente suo complice), aveva organizzato una riunione con quattro ragazze facili, a cui aveva propinato delle caramelle con la cantaride.
La cantaride è un insetto che si utilizzava secco o in polvere ed aveva un'azione vescicante ed eccitante. Vanta proprietà afrodisiache (note fin dall'antichità); una sorta di viagra dell'epoca. Ma si rischiava (e molto) per la salute.
Durante la seduta a sei (Sade, Latour e le quattro ragazze) si era dato libero corso ai soliti rituali fatti di flagellazioni (moderatamente violente), amplessi regolari e sodomitici ed attività omosessuali. Sade fa assaggiare a Marianne degli anicini con la cantaride; più tardi nel corso di un altro festino, un'altra ragazza consuma tutte le caramelle con la cantaride portate dal suo cliente. Ovviamente ben presto si sente poco bene e credendo di essere stata avvelenata denuncia Sade alle autorità.
Il marchese, ben sapendo quello che lo aspettava, fugge in Italia insieme alla cognata, Anne de Launay, canonichessa, che fa passare per sua moglie. Ma nella realtà, se non moglie siamo là. Infatti Anne, nelle lunghe serate al castello, sebbene già promessa sposa a Cristo aveva capitolato alla diabolica corte del marchese divenendone l'amante. Maurice Lever, un biografo di Sade, ha pubblicato nel 2005 il libro "Je jure au marquis de Sade, mon amant, de n'ètre jamais qu'à lui...", basato sul fortunato ritrovamento di alcune lettere di Anne de Launay.
Il Parlamento di Provenza condanna a morte Sade per i reati di avvelenamento e sodomia, e lo giustizia in effigie ad Aix il 15 settembre del 1772.
Un mese dopo Sade viene catturato a Chambéry, per ordine del re di Sardegna, che agiva su pressione della potente presidentessa di Montreuil, sua suocera.
Sade riesce ad evadere di prigione e si rifugia a La Coste dal 1774 al 1777.
Nel febbraio del 1777, il marchese viene arrestato grazie a una "lettre de cachet" e immediatamente avviato al forte di Vincennes.
Subito dopo, la sentenza relativa ai fatti del 1772 viene annullata perché si era appurato che non c'era stato avvelenamento. Durante il trasferimento alla prigione Sade riesce a fuggire nuovamente e a rendersi uccel di bosco per trentanove giorni, dopo i quali viene nuovamente catturato e condotto a Vincennes.
Qui Sade rimane prigioniero cinque anni e mezzo. Nel 1784 il marchese viene trasferito alla Bastiglia, dove resta per altri cinque anni e mezzo. Si trattava di una condizione migliore rispetto alla precedente: il prigioniero aveva più spazio e il vitto era buono.
Poco prima del 14 luglio 1789 (scoppio della rivoluzione e presa della Bastiglia), Sade è trasferito a Charenton, un ospedale psichiatrico tenuto dai religiosi.
Il 2 aprile 1790 il marchese viene liberato e partecipa alle riforme della Rivoluzione, ma ben presto viene sospettato di simpatie "controrivoluzionarie" e nuovamente arrestato. Tra fughe, proclami, requisitorie collettive subite o inflitte agli altri, le vicende nel periodo della rivoluzione sono ingarbugliate.
Cinque anni dopo la fine della rivoluzione, nel 1801, sotto il consolato, il marchese viene arrestato per essere l'autore di "Justine" e di "Juliette" e rinchiuso prima a Sainte-Pélagie e a Bisètre, poi nel manicomio di Charenton, dove muore nel 1814.
L'opera di Sade è stata sempre messa al bando e combattuta in tutte le maniere. Solo pochi artisti, scrittori e studiosi ne hanno sottolineato e ripreso la grande importanza. Nella nostra epoca è in atto una rivalutazione che ha avuto negli ultimi decenni grande impulso dalla puntuale ricerca storiografica di Gilbert Lely.
Sade, profeta dell'erotismo. L'erotismo è una scoperta recente nella storia del pensiero umano, e grande merito, in questo senso, va attribuito a Georges Bataille, scrittore e filosofo francese nato nel 1897 e morto nel 1962. Ha partecipato a tutta la vicenda culturale europea che ha avuto la punta di diamante nelle avanguardie e in particolare nel surrealismo.
Il primo abbozzo de "L'érotisme" di Bataille è del 1930 e si è venuto precisando negli annmi successivi. Bisogna dire che Bataille ha posto degli importanti capisaldi, ma non è riuscito a dare completo sviluppo alle sue intuizioni.
La sua attenzione si è dissipata in troppe direzioni, forse nel tentativo di raggiungere una visione superiore, libera dalle schiavitù della vita e in armonia con le prospettive della morte.
Georges Bataille ha scritto su Sade pagine di grande acutezza che hanno cominciato a penetrare l'allucinante visione dell'universo sadiano. "La storia delle religioni può mediocremente servire a spiegare il sadismo. La definizione del sadismo, al contrario, ha permesso di vedere in certe vicende religiose qualcos'altro che delle incomprensibili bizzarrie: con gli istinti sessuali si possono finalmente spiegare gli orrori dei sacrifici. Questi riti furono di un'eccessiva crudeltà: si offrirono bambini a mostri di metallo rovente, si incendiarono colossi di vimini, dopo averli imbottiti di vittime umane, e ci furono preti che spellarono vive delle ragazze per rivestirsi della loro pelle sanguinante. Il merito principale dell'opera di Sade è quello di aver scoperto la funzione di 'trasgressione morale' dell'evasione nella voluttà".
Bataille in questo modo riesce ad intuire l'elemento costitutivo dell'erotismo, che l'opera di Sade evidenzia: "l'irregolarità", ossia il contrario della regola.
"Essa procura a volte angoscia e a volte gioia, giacché la passione mitigata dall'angoscia è tipica dell'attività sessuale. Senza la coscienza di un'angosciosa 'irregolarità', la felicità erotica, nella sua pienezza s'intende, viene a mancare; ma con il presagio di una irregolarità, anche appena intravista, la nudità stringe alla gola".
Lo stesso Sade si scolpisce con folgorante precisione: "Pensate di ottenere un risultato straordinario, costringendomi all'atroce astinenza dal peccato carnale. Ebbene, vi sbagliate: avete stimolato in me delle fantasie che ora sarò costretto a realizzare".
Dice Maurice Blanchot, autore di un serio studio sull'influenza sadista: "Con Sade, nel mondo così relativo della letteratura, abbiamo un autentico assoluto".
Jean Paul Sartre, da parte sua, ha colto, in modo quanto mai penetrante, la portata della vita e dell'opera di Sade: "Nel mio turbamento mi sfugge perfino la comprensione del mio desiderio: sono come un dormiente che, svegliandosi, si trovasse aggrappato alla sponda del letto, senza potersi ricordare dell'incubo che ha provocato il suo gesto. Questa situazione è all'origine del sadismo... Il sadismo è passione, aridità e accanimento... E' aridità perché si manifesta quando il desiderio ha perso il suo aspetto nebuloso, inquietante... e poiché si accanisce a freddo, perché è accanito e arido insieme, il sadico è un passionale. Il suo scopo, che è il motore del resto di ogni desiderio, consiste nel voler prendere e asservire l'Altro, non soltanto in quanto si rappresenta l'Altro come oggetto, ma in quanto lo considera pura trascendenza incarnata... Non ha altra risonanza all'infuori di quella che consiste nel fattore l'Altro come oggetto-strumento, cerca di utilizzare il corpo dell'Altro come uno strumento per fargli realizzare l'esistenza incarnata... Cerca di scoprire la carne sotto l'azione... Vuole la non-reciprocità dei rapporti sessuali; gode di sentirsi una potenza libera e possessiva di fronte a una libertà prigioniera della carne. Per questo il sadismo vuole presentare la carne in un 'altro modo' alla coscienza dell'Altro: vuole presentarla considerando l'Altro uno strumento e attraverso il dolore. Tuttavia il sadismo, alla pari dell'indifferenza cieca e del desiderio, racchiude in se stesso il principio del suo fallimento. Il sadismo è il fallimento del desiderio e il desiderio il fallimento del sadismo... Cerca di impossessarsi della libertà trascendente della vittima. Ma è proprio questa libertà che è per essenza fuori portata".
Fu verso il 1780, quando Sade aveva quarant'anni, che cominciò a scrivere nella prigione di Vincennes e cominciò ad edificare la sua opera. Il fatto è che ben presto considerò la scrittura (non potendo vivere) lo scopo della sua vita.
Dice Maurice Heine: "L'arbitrio di un re poté salvare una famiglia dalla prodigalità e dal libertinaggio del suo capo; ma per una inattesa conseguenza quel re forgiò contro se stesso e contro l'intera società lo strumento di un'opera filosofica che è la più terribile macchina da guerra mai costruita dal materialismo allo scopo di liberare completamente l'uomo".
Una rassegna esatta delle opere di Sade è, per molte ragioni, assai difficile. Le opere stampate mentre Sade era in vita sono: "Justine, ou les Malheurs de la Vertu" del 1791; "Aline et Valcour, ou le Roman philosophique" del 1793; "La philosophie dans le boudoir" del 1795; "La nouvelle Justine, ou les Malheurs de le Vertu" e "Histoire de Juliette, sa soeur, ou les Prospérités du Vice" del 1797; "Oxtiern, ou les Malheurs du libertinage" dramma in tre atti e in prosa del 1791; "Les Crimes de l'Amour" novella eroica e tragica, preceduta da una "Idée sur le roman" del 1798; "La marquise de Gange" del 1813; gli "Opuscules politiques" tra il 1791 e il 1793.
Le principali edizioni delle opere pubblicate postume sono: "Dorci ou la Bizarrerie du sort" racconto inedito uscito nel 1881 a cura di Anatole France; "Les 120 Journées de Sodome ou l'Ecole du libertinage" pubblicato nel 1904; "Historiettes" pubblicato a cura di Maurice Heine nel 1926; "Dialogue entre un prètre et un moribond" pubblicato a cura di Maurice Heine nel 1926; "Correspondance inédite" pubblicata a cura di Paul Bourdin nel 1929; "Histoire secrète d'Isabelle de Bavière, reine de France" pubblicata a cura di Gilbert Lely nel 1953.
Il personaggio di Isabella, che è stata certamente una delle donne più sensuali e crudeli della storia, è assai piaciuto a Sade, che vi ha visto forse una specie di Juliette con la corona. A proposito dell'ultimo amplesso che Isabella si concede con il duca d'Orléans suo cognato e amante, prima di farlo sgozzare dai suoi sicari, Sade così descrive la regina: "Un insormontabile avversione per tutto quel che contrariava i suoi gusti, un carattere inflessibile, un non comune slancio nella soddisfazione dei propri piaceri, desiderosa di tutto, rispettosa di nulla e senza pagare mai alcun conto, si serviva della posizione attribuitale dal destino per praticare ogni vizio, sicura dell'impunità".
Non è difficile scorgere invidia e amarezza in questo ritratto che Sade fa. In effetti a lui le punizioni non sono state di certo risparmiate, con una palese ingiustizia rispetto a tanti nobili davvero depravati. Insomma il marchese di Sade non fu certo un Gilles de Rais.
Chi vuole aspirare a una conoscenza più vera del "Divin Marchese" abbandoni l'idea che egli somigli o voglia somigliare per forza ai suoi eroi negativi. Accanto alle peggiori nefandezze egli riesce, con convinzione, a descrivere la bellezza del sentimento coniugale: "Oh! non pensate che la fiamma del piacere possa spegnersi quando esso è opera dell'amore: più una sposa allora ci abbandona le sue grazie più eccita il nostro ardore. Questo legame che si schernisce quando non si ama la propria moglie diventa dolcissimo quando la si adora. E' tanto delizioso accordare i movimenti del proprio cuore con i voti del cielo, delle leggi e della natura... No, non c'è alcuna donna al mondo che valga quella che ci appartiene; abbondoniamoci con libertà ai trasporti ardenti dell'anima di lei, le si concede con tutta la gioia i titoli che possono confermare quelli che già possiede: essa è allora la nostra amante, la nostra sorella, il nostro dio, e tutto ciò che può contribuire alla più inebriante felicità della nostra vita. Tutte le passioni si accendono, bruciano, sorgono a schiera in lei e per lei sola".
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10) SACHER-MASOCH E IL MASOCHISMO
Leopold von Sacher Masoch fu uno scrittore austriaco, nato nel 1836 e morto nel 1895 (pare, ma c'è una storia che diremo). Fu un buon scrittore, ma non lo ricorderemmo di certo se, suo malgrado, Krafft-Ebing nel libro "Psychopatia sexualis" del 1886 non avesse preso a prestito il suo nome per creare il termine "masochismo".
Masoch fu autore di numerosi romanzi d'amore tra cui spicca "Venere in pelliccia" del 1870. In questa vicenda risulta esattamente descritta quella tipologia di erotismo che è la parte complementare del sadismo. In qualche modo, Masoch sembra un affiliato alla scuola di Sade, nel senso che nemmeno il Divin Marchese poteva sperare: il godimento nell'infliggere dolore ha incredibilmente il corrispettivo nel godimento a subire dolore.
Questo concetto è stato superbamente incarnato da Baudelaire e dalla sua poesia: "La voluttà unica e suprema dell'amore risiede nella certezza di fare il 'male'. E l'uomo e la donna sanno fin dalla nascita che nel male risiede ogni voluttà".
I racconti di Masoch sono costruiti intorno ad avvenimenti storici come la peste del 1830, la rivoluzione proletaria in Galizia nel 1846, o la rivolta contadina del 1863. Ma l'inquadratura storica è solo un pretesto per esprimere le passioni tipiche della piccola borghesia rurale del suo paese.
Da segnalare "Don Giovanni di Kolomea", un lungo racconto in tre parti, che esprime una sessualità morbosa e dove l'amore è visto come espressione della lotta tra i sessi, che si può sopire solo con l'accettazione di compromessi degradanti, che in fondo esprime la quotidianità ordinaria.
Pare certo che il tipo di erotismo presente nei libri di Masoch siano la trasposizione precisa delle esperienze personali. Ce lo raccontano dettagliatamente due libri scritti dalla prima moglie di Masoch, Angelika Aurora Rumelin. Lo scrittore avrebbe avuto da sempre le sue particolari fissazioni e la Rumelin sarebbe stata al gioco fino in fondo, traendone pare anche godimento.
Già nelle precedenti esperienze con altre donne Leopold aveva sempre cercato (diremmo "sadicamente") di imporre il suo schema. Con la signora de Kottwitz prima e con la baronessa de Pristow dopo, Masoch aveva voluto essere uno schiavo devoto e fedele come un cane, con il brivido feticistico che gli davano le pellicce indossate dalla "padrona".
La signora Rumelin finì per prendere il nome di Wanda: infatti la protagonista di "Venere in pelliccia" si chiama Wanda de Dounajeff e la sua vittima si chiama Severin. Da allora tutti gli epigoni hanno assunto tali nomi: Wanda, la sadica dominatrice dell'uomo e Severin, la sbavante vittima sempre pronto a strisciare implorando ulteriori umiliazioni.
Dopo aver divorziato dalla Rumelin Masoch sposò Hulda Meister che sembra abbia esercitato su di lui un'influenza benefica che avrebbe potuto attenuare la sua ossessione erotica.
Di Masoch possediamo due scritti, che sono due contratti nei quali egli si impegnava rispettivamente e successivamente con Fanny Pistor, sua amante, e con la prima moglie a tutta una serie di vincoli, per così dire, "autolesionistici". In tutti e due i contratti egli si impegna ad essere lo schiavo della sua compagna sessuale. Alla signora de Pistor promette di eseguire, per la durata di sei mesi, qualunque suo desiderio o ordine, senza eccezione alcuna, e nel caso della benché minima infrazione la autorizza a punirlo nel modo che riterrà opportuno; l'unico impegno della "padrona" sarà quello di evitare richieste che possano fargli perdere, agli occhi degli altri, il suo onore di uomo e di cittadino, nonché di lasciargli ogni giorno sei ore libere per il lavoro. Altro impegno che la signora de Pistor assume è quello di indossare delle pellicce il più spesso possibile e comunque sempre nelle circostanze in cui gli infligge atti di crudeltà. Scaduti i sei mesi i firmatari terranno per lettera morta quanto precedentemente accaduto e non ne faranno in alcun modo allusione.
Il secondo contratto firmato con Aurora Rumelin, va ancora più oltre. Sotto la forma di lettera indirizzata da Wanda "al suo schiavo", si precisa che Sacher Masoch deve, appunto, comportarsi con la sua sovrana come "uno schiavo giacente nella polvere", e che ella, alla minima dimenticanza della condizione di subordinato, ha il diritto di punirlo a piacimento e di infliggergli qualunque castigo; a lei è consentita qualunque crudeltà e quand'anche lo calpestasse egli non dovrà reagire se non baciando il piede o la scarpa che gli passa sopra; in caso di tentativo di fuga ella ha il diritto di sottoporlo a tortura (se crede) fino alla morte; egli deve eseguire alla lettera ogni comando e non si deve far scrupolo di infrangere la legge nell'esecuzione della volontà della padrona; tutto appartiene a lei, compreso l'onore di lui, il suo sangue, il suo spirito, la sua capacità lavorativa; egli il giorno che reputasse troppo pesanti e insopportabili quelle catene non avrà altra via d'uscita che il suicidio.
Nella "Venere in pelliccia" si legge una sintesi efficace di quello che sarà il masochismo: "Per me la sofferenza ha un'attrazione singolare; la tirannia, la crudeltà, e sopra ogni altra cosa l'infedeltà di una bella donna stimolano immensamente la mia passione".
Viene naturale pensare che la condizione di schiavitù consegua a una iniziativa sopraffattoria da parte degli altri, con Masoch constatiamo che la schiavitù è attivamente ricercata dal soggetto stesso. E' proprio la riflessione sul fenomeno del masochismo che ci fa capire che la volontà di dominio è profondamente radicata nell'essere umano, e si esplica in due tendenze speculari: il piacere di dominare e il piacere di essere dominati.
Il concetto di "algolagnia" è in questo senso fondamentale. L'algolagnia, che è il piacere sessuale di soffrire e di far soffrire, ci rivela che il godimento e il dolore sono molto più vicini di quanto si possa pensare. Questo è il motivo per cui una quota di sadismo e di masochismo è presente in ciascuno di noi e costituisce un elemento basilare della "vitalità" dell'erotismo.
Il desiderio di sopraffare o di essere sopraffatti è certamente una delle regole fondamentali della specie e si esplica nel meccanismo del "potere", sia personale che politico. Il principio del chi "sta sopra" e del chi "sta sotto" non si incarna solo nel dispotismo, nella tirannia e nella dittatura, ma è sostanzialmente presente anche nelle democrazie più avanzate.
Il piacere della dominanza violenta e della schiavitù è presente in mille manifestazioni della nostra civile società: lo spettacolo cinematografico e televisivo, lo sport (in particolare la boxe e la lotta libera), la letteratura, la stampa spesso hanno nel gusto della sopraffazione la loro molla più forte.
Diceva Jean Paulhan che "le sole libertà a cui siamo sensibili sono quelle che obbligano gli altri a una schiavitù equivalente". Allora, la sola cosa che distingue un rapporto tirannico da un rapporto libero è solo il fatto che in quest'ultimo "lo schiavo è destinato, grazie alla dialettica, a divenire padrone a sua volta".
Come è stato per Sade anche nel caso di Masoch, l'attenzione sull'opera rilancia (con gli interessi) l'attenzione sulla vita dello scrittore. Nelle prime righe di "Venere in pelliccia" leggiamo: "Di fronte a me, vicino al massiccio caminetto rinascimentale, sedeva Venere, proprio lei, la Dea dell'Amore in persona e non una qualsiasi donnetta che, come Mademoiselle Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico".
Siamo nel cuore della situazione: Masoch riesce a concepire il rapporto amoroso tra un uomo e una donna unicamente come una guerra. Il tema dell'odio tra i sessi lo rappresentava già magistralmente Tolstoj nella "Sonata a Kreutzer": c'è una condizione originaria per cui tra uomo e donna non ci può essere intesa, ed è soprattutto il matrimonio che rivela questa inconciliabilità.
Un'ossessione come quella di Masoch sfida certamente il ridicolo, ma oggettivamente è al di fuori del ridicolo avendo tanti appoggi nella tragicità. Sacher Masoch fin dalle prime relazioni con donne aveva scoperto la propria sessualità bloccata sull'unico schema di doversi forzatamente relazionare a una padrona severa e dispotica.
La sua prima amata fu Anna von Kottowitz, donna avvenente ma piuttosto grossolana. Lei accettò (volenti o nolenti, non sappiamo) di usare la frusta con lui. Ma fu lui a piantarla dopo che le fu scoperto la sifilide, che si era presa da un conte polacco, tra le cui braccia era stata spinta proprio da Leopold. Qui c'è da fare una riflessione interessante sul meccanismo masochistico: infliggersi l'infedeltà dell'amata è un boccone delizioso per Masoch ed è per questo che egli si dà sempre da fare per reperire un amante disponibile (il cosiddetto "greco", anche questo mutuato dal romanzo). E' divertente notare che il "greco" fa due piaceri nel contempo al masochista: lo fa godere per il tradimento e gli permette di aprire una storia con una nuova donna.
Infatti dopo la Kottowitz ecco pronta al rimpiazzo Fanny Pistor di professione attrice. Con la Pistor, Leopold stipulò il primo contratto che lo impegnava al quasi totale asservimento nei confronti della padrona, con qualche riserva di cui abbiamo già detto e che spariranno del tutto nel contratto successivo.
Aurora Rumelin come sappiamo si rivestì subito del nome "Wanda". Si trattava di una ragazza modesta socialmente che si guadagnava da vivere facendo lavori di cucito. Non aveva una grande istruzione e non era certamente una gran bellezza (a guardarla nella foto la definirei bruttina): aveva tratti marcati, mani robuste e una carnosa volgarità. Le sue qualità erano la passione per la letteratura e un carattere determinato.
Tanti particolari di questa storia li apprendiamo dalle Confessioni scritte da Aurora dopo la morte di Leopold.
All'inizio Aurora e Leopold neppure si conoscevano ed erano di ambienti sociali che non comunicavano tra di loro. Leopold era uno scrittore affermato e Aurora aveva certamente letto qualche suo libro. Tutto nasce da una scommessa tra amiche. La stramba sessualità di Masoch era sulla bocca di tutti ed era l'oggetto delle conversazioni tra Aurora, la giovane cucitrice appassionata di letture, e la sua amica signora Frischauer, una dama della buona società e piuttosto colta.
E' certamente venuto in mente a quest'ultima di fare uno scherzo a Sacher Masoch. Masoch non faceva mistero del suo proposito di sposare la giovane Fanny Pistor, e in qualunque conversazione lo ribadiva agli astanti. Aurora pensava che lo scrittore, per quanto dai comportamenti strani, era sinceramente determinato a trovare appagamento nel matrimonio; la signora Frischauer invece dubitava che Masoch fosse tagliato per il matrimonio.
Fu così che le due amiche fecero una sorta di scommessa: metterlo alla prova inviandogli lettere appassionate da parte di una signora che non desiderava altro che realizzare quel tipo di rapporto che costituiva l'aspirazione unica di Leopold.
Siamo nel 1872, due anni dopo la pubblicazione di "Venere in pelliccia", romanzo che era perfettamente rivelatore per chiunque della psicologia e dell'erotismo di Sacher Masoch.
Leopold ci casca in pieno, nel senso che risponde con sollecitudine alle lettere che la signora Frischauer gli invia, esprimendo una totale disponibilità con dichiarazioni perfettamente fedifraghe nei confronti della povera Fanny. Questo ci dice che il masochista aspira al tradimento dell'amata, ma è altrettanto disposta a tradirla alla prima occasione.
Leopold scrive nelle sue lettere di non vedere l'ora di poter incontrare la misteriosa signora e così ci si accorda per un incontro in cui la signora si presenterà debitamente mascherata. Leopold nell'attesa del febbrile incontro fa leggere incautamente una lettera della misteriosa spasimante a un suo conoscente che (quando si dice la sfortuna) è il figlio della signora Frischauer, che non ha difficoltà a riconoscere la calligrafia della madre. Il gioco viene così smascherato e tutto sembra dover finire in una bolla di sapone. La signora Frischauer, temendo uno scandalo, spinge Aurora a chiedere un incontro a Masoch, al fine di farsi restituire le lettere che gli aveva scritto.
Durante l'incontro Aurora sceglie la strategia della sincerità e racconta i particolari della "combine" allo scrittore, che nel restituire le lettere implora quasi la donna di permettergli di cominciare una corrispondenza con lei. E' l'inizio della loro storia e Aurora vi si getta con decisione convinta dell'ottima opportunità di ascesa sociale che le si parava davanti.
Per questo all'inizio la Rumelin racconterà a Masoch un sacco di frottole su se stessa, inventandosi una diversa origine sociale e un matrimonio che lei era determinata a far saltare per amore di Leopold. Quello che probabilmente ha convinto quest'ultimo non sono state le incredibili bugie (che avrebbe lasciato dubbioso anche l'ultimo degli imbecilli) ma l'abilità e la determinazione che Aurora metteva nell'usare la frusta indossando le pellicce che lui aveva già pronte.
Ben presto si arriva al matrimonio. Chi candidamente si chieda come sia stato possibile che un uomo intelligente come Masoch abbia abboccato al rozzo "bluff" della sartina, non tiene presente che stiamo parlando di un vero masochista!
Il matrimonio e il relativo contratto erano esigenze di scena del teatro masochista. Ma nonostante questo ne derivarono tre figli, che uniti agli altri due del successivo matrimonio fanno il totale di cinque. Il povero Leopold, a sua parziale attenuante, cercò sempre di occuparsene.
Bisogna sempre ricordare che nella concezione di Sacher Masoch il rapporto cercato con una donna è una vera e propria guerra, e della guerra ha tutte le regole: la crudeltà nelle varie fasi e alla fine la pace, che significa la definitiva separazione. Come da copione, alla fine Aurora troverà il suo Greco con il quale continuerà ad esprimere la propria confusione di piccola arrivista. Ma tant'è, questa parte della storia non ci interessa.
L'eros espresso nelle pagine di Masoch è piuttosto piatto, e non poteve essere altrimenti. Il cliché della donna divoratrice non può reggere a lungo, essendo costitutiva della femminilità una certa "sottomissione". Così la povera Wanda nel momento in cui si pone come dominatrice, si pone anche come vittima. E' un discorso di due "vittime" che si dilaniano a vicenda. Non vi è dubbio che il masochista maschio odii le donne, ma anche la donna che accetta il gioco odia gli uomini. E risiamo alla guerra dei sessi.
Sacher Masoch forse si avvicina alla possibilità di una via d'uscita dalla follia incombente, quando si allontana dalla frusta di Wanda e incontra Hulda Meister che poi sposerà. Hulda non si vuole prestare al gioco senza uscita del masochismo, ma non era in suo potere di incarnare quella "madre" accogliente che il povero Leopold non ha avuto.
Il delirio per Masoch si popola sempre più di violenza: la Vergine di Norimberga con le sue lame affilate; Iside, Astarte e le altre Grandi Madri che danno contemporaneamente la vita e la morte. Un giorno Leopold uccide un gatto con le sue mani e tente di strangolare Hulda. Siamo nel 1895 e la situazione non è più sostenibile. Leopold viene ricoverato nel manicomio di Mannheim, e contemporaneamente viene annunciata al mondo la morte dello scrittore. Ne parlano i principali giornali di molti paesi europei, ma in realtà Sacher Masoch morirà in quel manicomio dieci anni dopo, nel 1905. Altri dieci anni di buio delirio e di fantasmi insensati, che però da storia dei decenni successivi si incaricherà tragicamente di rendere reali.
Sembrerà a qualcuno, blasfemo chiedersi se la morte di Cristo sulla croce non sia stata anch'essa una manifestazione di masochismo. A ciascuno la propria risposta. Quel che è certo che "Cristi" era una setta religiosa russa, di cui l'adepto più famoso fu Rasputin.
Questi fedeli si proponevano di recuperare alla prassi del cristianesimo le cerimonie orgiastiche precristiane, che volevano superare l'erotismo dell'amore sessuale attraverso i misteri della dea Cibele. Il rituale orgiastico dei "cristi" si celebrava a mezzanotte e i partecipanti, uomini e donne, indossavano un leggero abito bianco sul corpo nudo. Al suono di formule invocatorie, gli uomini si raggruppavano al centro e danzavano nel senso del movimento solare, mentre le donne, disposte tutt'intorno, danzavano in senso contrario. Quando la danza raggiungeva il parossismo alcuni adepti si isolavano mimando l'ascesi. Al punto di massima frenesia pandemica molti iniziavano a flagellarsi, essendo il dolore considerato base fondamentale dell'erotismo e dell'estasi. A quel punto uomini e donne, che si erano già liberati dei vestiti, si accoppiavano a caso cercando di realizzare la simultaneità degli amplessi. Nella calca orgiastica veniva individuata una giovane donna nuda come "la Madre della Terra", e adorata da tutti. A questo proposito sarebbe interessante la lettura del libro "La Santa Madre" di Leopold von Sacher Masoch. Questo libro presenta a un certo punto un'atroce crocefissione, come l'acme del godimento orgasmico.
L'autolesionismo come commistione erotico-religiosa è tutt'altro che infrequente nella storia. L'autocrocefissione, al pari dell'orribile scena immaginata da Sacher Masoch, conta diversi casi. L'esempio più celebre fu quello di Matteo Couet di Casale (1789-1806). A tredici anni si castra e getta via per strada tutto il tagliato. Naturalmente ciò gli portò fama e lo rinfocolò nei suoi propositi masochistici. Successivamente si esibisce a Venezia, dove approntata una croce tenta di inchiodarvisi, ma quella volta i passanti glielo impediscono. Ci riprova due anni dopo. Predispone l'apparato in camera sua: la croce l'aveva legata con una fune al soffitto e nel momento opportuno l'avrebbe fatta scivolare fuori dalla finestra. Per ritrovarsi avvantaggiato con il lavoro, si forò mani e piedi con un lungo chiodo, e si ferì il costato (tanto per completezza). Non dimenticando di porsi una corona
di spine sulla testa, fa scivolare la croce fuori dalla finestra e cerca si appendervisi. Subito dopo sviene e viene internato in un manicomio, nel quale cerca diversi modi di raggiungere la morte finché la costanza viene premiata.
Più recentemente un calzolaio tedesco, Georg Krausert, nel 1959 si crocifisse per acquisire il diritto ad essere adorato e per provare a un piccolo stuolo di seguaci che il sacrificio di Cristo poteva ripertesi.
Parallela a quella dei "Cristi" la setta russa dei "Skoptzy" aveva molti assunti dogmatici in comune. Gli Skoptzy differiscono dai Cristi, perché considerano la castrazione un mezzo indispensabile per mantenere l'ascetismo e la pulizia morale. Anche gli Skoptzy mettono una donna nuda al centro della loro cerimonia rituale. Ma questa donna è sfortunata!
Nel corso del parossismo rituale essa subisce l'ablazione del capezzolo di uno o di tutt'e due i seni. Non raramente subisce il taglio completo di una mammella. Gli Skoptzy vogliono bene alle loro donne, e per equità esse subiscono generalmente le stesse mutilazioni riservate alla donna nel rituale, e in più vengono prodotte due cicatrici simmetriche sul seno, e a volte l'escissione delle piccole labbra, delle grandi labbra e del clitoride. Gli uomini, da parte loro vengono generalmente castrati. Vi sono due gradi di castrazione: il primo grado di purezza prevede l'ablazione dei testicoli; il secondo grado di purezza prevede l'ablazione del membro.
Intorno alla donna eletta nel corso del rituale avvengono fenomeni di cannibalismo, in quanto i pezzi tagliati vengono distribuiti agli astanti, che se ne cibano.
Le prime notizie su questa setta religiosa russa sono della metà del diciottesimo secolo. Il fondatore della setta sarebbe stato Pietro III, figlio dell'imperatrice Elisabetta Petrovna, la quale, al pari della Madonna, lo avrebbe concepito semza mutare il proprio stato di verginità. Pietro III raggiunta la pubertà, avrebbe scelto di farsi castrare, ma poi si sposò ugualmente. Sua moglie, l'imperatrice Caterina, toccata con mano la situazione decise di farlo assassinare. Pietro fece in tempo a intuire il proposito della consorte e, travestito da soldato, fuggi e si tenne nascosto a lungo. Quando tornò a Mosca fondò la Chiesa di Skoptzy. Successivamente, a scanso di rischi, emigrò all'estero sotto il nome di Selivanov.
Quando Prietro I, salendo al trono, venne a sapere di essere il figlio di questo Messia fuggiasco, fece chiamare a sé Selivanov. Quest'ultimo si dichiarò disposto a intestarsi la paternità dell'imperatore a patto che questi si facesse castrare e si convertisse alla nuova religione. L'imperatore, che evidentemente non era pazzo, fece rinchiudere il "messia" in un manicomio, dove rimase fino alla salita al trono del successore. Rimesso in libertà, gli fu concesso per qualche tempo di predicare, ma poi fu definitivamente esiliato in Siberia.
Gli Skoptzy, che evidentemente erano dotati di fervida fantasia, non solo avevano individuato il Cristo tornato in terra in Selivanov, ma anche l'Anticristo, nella persona dell'odiato Napoleone I. Il Corso non era corso, bensì il figlio illegittimo di Caterina II, la quale se ne sarebbe sbarazzato da bambino inviandolo in Francia.
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11) QUALCHE ROMANZO CHE HA FATTO EPOCA
"Les liaisons dangereuses" ("Le relazioni pericolose") di Choderlos de Laclos è un romanzo epistolare (175 lettere) che venne pubblicato a Parigi nel 1787. Si tratta di uno dei congegni narrativi ed erotici più folgoranti che la letteratura abbia mai approntato.
Forse per la prima volta il piacere erotico con i suoi meccanismi ha tutto lo spazio e non si disperde né in frivolezze, né in sentimentalismi.
Valmont è un libertino che si è prefisso di sedurre tutte le donne che hanno colpito la sua attenzione e mosso il suo desiderio. A tal proposito egli frequenta assiduamente i salotti parigini.
La sua voglia di conquista lungi dall'essere scoraggiata dalle difficoltà, si eccita particolarmente di fronte alle barriere della virtù.
Valmont ha messo gli occhi sulla bella presidentessa di Tourvel, donna pia che incarna perfettamente la correttezza del costume.
La marchesa di Merteuil è la protagonista del romanzo: già amante di Valmont condivide con lui la mentalità libertina e l'assoluta spregiudicatezza. Accetta di aiutare Valmont nella sua strategia di conquista della presidentessa di Tourvel, non certo in ricordo dei vecchi amori, ma per vendicarsi di un suo giovane amante, Danceny, che ha deciso di fidanzarsi con Cécile de Volanges, una ragazza ingenua appena uscita dal convento.
La Merteuil chiede dunque a Valmont (praticamente un burattino nelle sue mani) di sedurre Cécile. Valmont non solo la seduce, ma la corrompe facendola divenire una libertina dedita alla lussuria.
L'ingenua libertina ha un aborto prima di essersi resa conto della gravidanza; alla fine non le resta che la soluzione classica in questi casi: il convento.
Intanto Valmont continua ad occuparsi del suo obiettivo principale: far capitolare la presidentessa. Alla fine l'assedio ha successo, soprattutto per la sapiente regia sotterranea della Montreuil. La Tourvel s'innamora e Valmont, a furia di simulare i sentimenti dell'onesta passione, sembra innamorarsi anch'egli.
Ciò dà molto fastidio alla marchesa che decide di pianificare una sua scappatella con Valmont facendo in modo che la presidentessa lo venga a sapere.
Per quest'ultima, così retta e così fragile, è la fine: morirà di dolore e di vergogna. Valmont perirà in un duello per mano di Danceny, che ha appreso tutta la verità sulla sua ex fidanzata Cécile. La marchesa finirà rovinata finanziariamente e sfigurata dal vaiolo.
Il principale personaggio del romanzo è la marchesa di Montreuil, nelle cui mani Valmont è un semplice strumento. E' lei la vera allieva di Don Giovanni, capace di sganciarsi dai cliché moralistici e di progettare il male in quanto principio vitale.
E' una contemporanea di Sade, che forse è riuscita a dire quello che a Sade hanno impedito di dire. La grandezza dell'opera di Laclos sta nella grandezza del personaggio della Merteuil.
La modernità della marchesa è assoluta: è una donna che rivendica la sua piena indipendenza. Madame de Merteuil è un'autodidatta che riesce a fare un grande lavoro di costruzione di se stessa, in modo da dissimularsi agli altri e nello stesso tempo smascherarli.
Essa approfondisce la propria condizione di donna e riesce a sottrarsi al dominio maschile. Sapientemente lavora a farsi una reputazione che poi sfrutta all'occorrenza a proprio vantaggio.
La Morteuil è una donna stratega e manipolatrice che svetta nel confronto con gli altri personaggi femminili prigionieri del moralismo, della religione e dell'ingenuità fatta passare come virtù. D'altra parte essa non vuole essere "attruppata" nella categoria delle donne, e rivendica la propria unicità.
E' una donna che, proprio perché è sicura di sé, si può permettere di essere cinica, dominatrice e tirannica.
Nel giudizio degli altri essa è spietata e la spietatezza è giustificata perché coglie spesso la verità. E' una donna che sa vendicarsi: essa è mossa da una sorta di riscatto "femminista" che cosciente dello squilibrio uomo-donna non perdona perché sa che nulla le verrà perdonato.
"Fanny Hill" è un romanzo pubblicato nel 1749 e scritto da John Cleland, un ex allievo della Westminster School ed ex console a Smirne, che scrisse il libro per procurarsi i soldi per uscire di prigione, in cui era finito per debiti.
Un editore specializzato in letteratura pornografica gli aveva proposto un "romanzo sessuale" lasciandolo libero nella scelta del soggetto.
Ne uscì un'opera molto licenziosa scritta in uno stile raffinato. Il successo fu straordinario: l'editore si arricchì e l'autore risolse almeno i suoi guai con i creditori. Nel giro di pochi anni il libro uscì in molti paesi.
Innumerevoli furono le imitazioni. Nel 1750 uscì un'edizione purgata, ma che conservava tutto il suo interesse (che perdura anche oggi).
Anche "Fanny Hill" si presenta sotto forma di romanzo epistolare. La protagonista racconta la sua storia di ragazza venuta in città per lavorare e che finisce a fare la prostituta in un bordello, gestito da una certa signora Cole.
Pur evitando un linguaggio triviale l'autore rappresenta diverse situazioni molto scabrose, come l'episodio del masochista che si fa frustare, come la storia di un cliente feticista per le capigliature, e via via tutte le possibili situazioni di un bordello attivo a pieno ritmo.
Vi sono i "voyeurs", i travestiti, gli omosessuali e anche i pedofili, che a quei tempi avevano molto più libertà d'azione che oggi. A questo proposito ci colpisce la deflorazione di un fanciullo innocente, con gran divertimento delle rafazze di vita che assistevano.
Vi si raccontano tutte le perversioni, le richieste particolari di certi clienti e le mille astuzie che la tenutaria e le "ragazze" mettevano in campo per gabbarli. A qualcuno veniva fatto credere di avere il privilegio di "varare" al mestiere una vergine, in realtà già con un lungo "pedigree".
Come dicevo le imitazioni del libro furono innumerevoli e fu anche pubblicato un "Fanny Hill maschile", ugualmente andato a ruba.
L'editore, i librai, l'illustratore si arricchirono tutti, ad eccezione dell'autore. Il povero John Cleland riscosse solo poche ghinee di diritti di autore, e in compenso moltissime critiche dal suo ceto sociale e diversi guai, per aver osato scrivere un'opera così scandalosa.
Come era fatale dovette difendersi anche in tribunale e la strategia difensiva fu quella solita adottata dagli autori in questi casi: si tratta di un'opera moralistica. Infatti come mettere i lettori in guardia contro la depravazione, se non si rappresentano i bassifondi delle città con i suoi vizi, i suoi ruffiani e le sue puttane?
Il presidente del tribunale, conte di Granville, uomo colto ed intelligente, si mostrò clemente con Cleland. Ne ordinò la liberazione a patto che evitasse in futuro di scrivere opere licenziose. Avendo poi capito che il bisogno in questo caso era stato cattivo consigliere, gli assegnò un vitalizio annuo di cento sterline.
All'epoca restavano a Cleland ancora una quarantina d'anni da vivere ed egli onorò la promessa fatta. Scrisse diverse opere di carattere morale (tutt'altra cosa che "Fanny Hill") che, ovviamente non si avvicinarono neppure un po' all'immenso interesse suscitato da Fanny. Anzi diciamolo pure chiaramente: l'interresse per le opere successive si approssimano allo zero.
"Manon Lescaut" è un romanzo scritto dall'Abate Prévost e pubblicato nel 1728 e nel 1731. Un certo marchese a Passy-sur-Eure incontra il giovane Des Grieux, mentre sta seguendo disperatamente una carretta di donne destinate alla deportazione in Louisiana. Tra esse vi è Manon che il cavaliere Des Grieux aveva sedotta e rapita a Amiens, quando era studente.
Si erano entrambi rifugiati a Parigi, ma Manon, benché innamorata di Des Grieux, frequentava anche un riccone che le consentiva un lusso di cui non si sapeva privare. Des Grieux, saputa la cosa, viene ricondotto dai genitori. Aveva tentato di dimenticare Manon, ma questa l'anno dopo l'aveva richiamato. Per mantenerla Des Grieux aveva fatto diversi mestieri, compreso il tenutario di una bisca. Infine era divenuto complice delle malefatte di Manon.
I due amanti vengono ben presto smascherati ed arrestati. Manon non era una donna da amare, ma l'amore è un destino a cui non ci si può sottrarre.
A New Orleans, Manon e Des Grieux fanno il proposito di rifarsi una vita, ma poi la giovane donna seduce il figlio del governatore. Des Grieux sfida quest'ultimo a duello e lo uccide. Non resta che fuggire nel deserto, dove Manon muore.
La storia rappresenta una passione violenta che è probabilmente autobiografica. L'Abate Prévost, nonostante la sua condizione di ecclesiastico, conduce a Londra una bella avventuriera che abitava all'Aja. Da questa fatale passione l'autore aveva tratto la convinzione che all'amore non si può resistere e che come disse Voltaire: "Il linguaggio delle passioni è il suo modo di espressione naturale".
Dal romanzo furono tratte le opere di Massenet e di Puccini, e un pregievole film di Henri-Georges Clouzot.
"Félicia ou mes fredaines" è un romanzo di Andrea di Nerciat pubblicato a Parigi nel 1782 e che solo oggi è possibile (per chi ne avesse voglia) leggere in pace. Il romanzo fu condannato nel 1822 e nel 1842.
Fu definito dai moralisti: il catechismo del libertinaggio e della corruzione.
Nerciat, che era davvero una gran persona, mette in epigrafe un ironico riferimento a se stesso: "La colpa è degli dei che mi fecero così pazzo".
Il romanzo è una felice trascrizione, come anche "Les liaisons dangereuses", del nuovo spirito di libertà e di valorizzazione dell'individuo che ha permesso la rivoluzione francese.
Dice Bataille: "La libertà sovrana, assoluta, fu concepita, in letteratura, dopo la negazione rivoluzionaria del principio della regalità".
Apollinaire dice: "Gli spiriti liberi da pregiudizi e ipocrisie hanno reso giustizia al cavaliere di Nerciat".
Lo stesso Apollinaire riprendendo un'altra epigrafe del romanzo ("La più puttana come al solito / al fuoco ti condannerà, / ma la più saggia riderà") dice: "Sorriderà, e a volte persino un po' di malinconia si mescola a quella folle visita all'ambiente degli artisti, in mezzo all'alto clero, tra la borghesia e la gente di qualità. Pittori, cantanti, musicisti, galanti prelati, audaci cavalieri, impiegati insolenti, borghesi voluttuose e timide si agitano, discorrono e si trascinano l'un l'altro nel più provocante disordine".
Il messaggio di Félicia è quello che implica l'annuncio della morte dell'oscurantismo e l'avvento dell'assoluta modernità:
"Quando sono riuscita a rendermi felice cogliendo un'occasione dopo l'altra, ho tratto tutti i frutti dal mio sistema".
E' davvero l'annuncio della buona novella, quella che mette al centro l'individuo, che agisce esclusivamente in nome della libertà.
Emile Henriot nel suo "Les livres du Second Rayon" scrive: "Nerciat ha trovato il modo di portare al più alto grado di perfezione l'arte disonesta di dire tutto".
"La Lozana andaluza" è un romanzo di Francisco Delicado del 1528. Si tratta di una delle più importanti opere erotiche in lingua spagnola, ed è la storia di un'allegra cortigiana vissuta nella Roma papalina. Lo scandalo fu enorme e si può dire che non si è ancora placato.
Il fascino del romanzo risiede soprattutto nella vivezza della protagonista, una ragazza intelligente che sa volgere a proprio favore le situazioni. Lozana fa la prostituta con naturalezza (potremmo dire per vocazione) e si muove come un pesce nel suo elemento in una Roma scandalosa e godereccia, popolata di varia umanità, dai nobili al popolino, tutti pronti a corrompere e a farsi corrompere.
Delicado era un chierico di Cordova che è riuscito a rendere con grande efficacia un affresco d'epoca, attraverso lo sguardo della protagonista.
Attraverso la rappresentazione dei dettagli si dipana il comportamento di quella varia umanità, devota essenzialmente a due vizi fondamentali: quello della gola e quello della lussuria.
Il libro, che è più un'opera di "linguaggio" che opera di "vicende", a buon diritto potrebbe essere letto anche come guida eno-gastronomica, tanto è ricca di dettagli, di termini linguistici e di proverbi.
C'è una sorta di intercomunicazione dialettica tra gli argomenti culinari e gli argomenti erotici, nel senso che Delicado si avvale dei primi quando non può spingere oltre i secondi.
In tal modo l'Autore, attraverso la metafora culinaria riesce ad affondare il colpo su una struttura sociale e sul "bailamme" di una quotidianità tipica della Roma tardo-rinascimentale.
Da tutto questo si erge nel suo moderno fascino il personaggio di Lozana. Essa non crede ma fa finta di credere, non aderisce alle situazioni ma fa finta di aderire pur di ottenere sempre e comunque dei vantaggi.
Tutto si riesce ad "addomesticare" attraverso la manipolazione del linguaggio. Emblematici gli episodi in cui la ragazza (come Casanova) diviene una rinomata operatrice di riti magici, pur essendo del tutto incredula di qualsivoglia forma di superstizione.
Il meccanismo che governa la varia umanità in movimento è quello del piacere. Il piacere della carne, tra le delizie del sesso e quelle della buona tavola, essendo il vero motore di tutto, spinge le cose sulla lunghezza d'onda dell'eccesso o della naturalezza ipocrita.
"L'amante di Lady Chatterley" di David Lawrence è un romanzo pubblicato nel 1928 a Firenze, che sollevò infiniti problemi censori che solo nei nostri giorni si sono risolti.
La storia è quella della moglie di Sir Clifford Chatterley, definitivamente paralizzato dalla vita ai talloni, e dunque per forza di cose impotente. Per lenire la propria insoddisfazione sessuale Lady Constance Chatterley si abbandona al guardiacaccia Oliver Mellors, uomo sanguigno e ottimamente dotato.
La relazione, prima timida e clandestina, diviene sempre più coinvolgente. Constance decide di sfidare le convenzioni del suo ceto sociale, una volta che il marito ha opposto un rifiuto alla sua richiesta di divorzio. Va a vivere con Mellors.
Il romanzo scandalizzò per diversi motivi, ma forse soprattutto per la spietata crudezza del linguaggio, che i moralisti di tutte le latitudini hanno mal sopportato. Lawrence è portatore di una sua peculiarità nel panorama della letteratura erotica. Ciò viene messo bene in rilievo da André Malraux: "Il dominio delle proprie sensazioni di un personaggio di Nerciat o il controllo che esercita Valmont sulle sensazioni delle proprie compagne, rende ambedue odiosi a Lawrence: secondo questi soltanto la coscienza esaltata della sensualità può combattere la solitudine".
Alberto Bevilacqua, nel suo romanzo "Attraverso il corpo" svela l'ispiratore del personaggio sanguigno del Guardiacaccia: si tratta di un certo Angelo Ravagli, vigoroso capitano dei Bersaglieri.
"Lolita", romanzo di Vladimir Nabokov, fu pubblicato in lingua inglese nel 1955 a Parigi. Al pari de "L'amante di Lady Chatterley", l'"Ulisse" di Joyce e i "Tropici" di Henry Miller, Nabokov non aveva trovato editori nel suo paese di origine, a causa della rigida censura vigente negli Stati di cultura inglese.
Ciò non significa affatto che "Lolita" ebbe vita facile in Francia. Infatti si diede fondo a tutti i risvolti legislativi per tentare di impedirne la diffusione.
Solo nel 1958 il libro uscì finalmente negli Stati Uniti, ottenendo subito un grande successo anche a causa dell'enorme pubblicità derivata dalle vicende giudiziarie francesi (è stupefacente come da sempre i bacchettoni siano stati i più efficaci promotori delle opere scabrose).
Quando finalmente il romanzo fu pubblicato tradotto in tutto il mondo civile, ci si accorse di quanto assurda fosse stata quella guerra censoria scatenatagli contro dalle autorità francesi su mandato di Londra.
Nel romanzo il professore Humbert Humbert, un annoiato insegnante quarantenne di letteratura francese, conosce fortuitamente Dolores Haze, una dodicenne ribelle e spregiudicata che gli richiama alla mente un suo amore adolescenziale.
Del tutto inopinatamente Humbert perde completamente la testa per la ragazzina, e per averla sempre vicina ne sposa la madre Charlotte.
La sorte spiana la strada alla passione del professore: la madre di Lolita muore investita da una automobile. L'uomo e Lolita (fatta passare per la figlia) cominciano a vagabondare per gli Stati Uniti, da un motel all'altro, da una città all'altra. Le vicende sono varie e volgono fatalmente verso l'approdo tragico.
"Lolita" è un libro di quattrocento pagine che non contiene né parole né descrizioni oscene, ma che fa trasparire in ogni pagina un coinvolgente clima erotico sotto la costellazione proibita della pedofilia.
"Tropico del Cancro" è un romanzo di Henry Miller pubblicato a Parigi nel 1930. Miller era uno scrittore americano, che in patria era sempre stato "oscurato" come "osceno".
Dopo "Tropico del Cancro" molti critici di lingua inglese si chiesero se il linguaggio e l'argomento scabroso potessero ancora essere sufficienti per giustificare la ghettizzazione di un grande scrittore.
Lo stile di Miller è sontuoso e ricorda Céline, nel flusso logorroico e coinvolgente. Bisogna dire che Céline non ha proprio nulla di erotico, al contrario dei personaggi e delle situazioni creati da Henry Miller. I personaggi di Miller pensano a una sola cosa: al sesso.
Nello scenario della Parigi degli anni '30, nell'ambiente dei fuorusciti americani, il protagonista di "Tropico del Cancro" si alza la mattina con una sola allucinata idea: "la fica", e vi si mette sulle tracce come un segugio infaticabile.
Lo stesso Henry Miller dice di sé: "Sono uscito dalle rotaie della carne per tuffarmi negli infiniti spazi del sesso".
Il merito più grande di Miller è indubbiamente la schiettezza. Egli vuole essere "sboccato", vuole essere dissacrante, vuole essere maschilista, vuole usare incessantemente il sistema delle metafore basate sul sesso. Attraversare, per esempio, la città è come penetrare una donna. Il sesso della donna (inteso proprio come vulva) diviene così il centro del mondo, anzi il mondo stesso.
Miller è un grande scrittore, ma un narratore sciatto: le vicende vengono buttate lì, come a caso, in un vorticoso succedersi di frasi e periodi, da cui quasi subitaneamente si levano pagine di sconvolgente bellezza.
Miller riesce ad essere eccessivo come è eccessiva la vita, come è eccessivo l'erotismo; ma spesso la poesia vola davvero alta nel suo cielo.
Miller è uno scrittore-valanga che sommerge il lettore, lo disorienta conducendolo costantemente sul crinale della "futilità", ma poi lo folgora col "mistero" purché sia il pene, con la sua impostazione monomanica, a condurre i giochi.
L'obiettivo è sempre quello: "Le fiche che ridono... le fiche che parlano... le fiche lussureggianti, sismografiche, che registrano il sorgere e il calare della linfa...".
Sembra un cortocircuito che non porta a nulla; ma in quel nulla forse risiede l'unica domanda che vale la pena porsi. In una scena memorabile del romanzo, un amico di Henry si porta in camera d'albergo una prostituta e scopre che questa si è depilata il pube.
"In vita mia non ho guardato una fica con tanta serietà. Quasi che non ne avessi mai vista un'altra prima".
"Bonjour tristesse" è un romanzo del 1954 scritto da Françoise Sagan, una fragile diciottenne che diventerà un fenomeno letterario durato due decenni. I libri della Sagan sono nel territorio dell'erotismo, anche se dalla sua penna non è mai sfuggito un termine men che conveniente.
La scrittrice incarnerà nei suoi libri e nella sua vita, il disorientamento d'un epoca, che non sa far altro che mutare l'erotismo in vizio.
La sua incapacità, proiettata nei personaggi, di amare senza distruggersi è una costante, un filo conduttore. Disse la scrittrice: "Ho amato alla follia; ma per me è l'unico modo di amare".
Tutti i suoi personaggi sono prigionieri di un narcisismo che impedirà loro di approdare a sentimenti tranquilli. La ricca produzione della Sagan (più di cinquanta opere tra romanzi, sceneggiature, novelle, drammi teatrali) è caratterizzata dalla precarietà delle relazioni amorose che non riescono mai a comporsi in coppie stabili.
Piuttosto si addice alla Sagan il concetto di "partouze", un'orgia in cui nella piatta arena tutti sono pronti a tutto con tutti.
In ogni momento la Sagan rappresenta nella sua opera la propria enorme fragilità acuita da un'enorme fame d'amore. In "Bonjour tristesse" si narra la scabrosa storia di Cécile e di suo padre Raymond nello scenario della Costa Azzurra degli anni cinquanta.
Fu un successo esplosivo: Françoise era sulla cresta dell'onda anche quando trapelavano particolari scabrosi della sua vita a rischio. Lei e il marito, l'artista americano Robert Westhoff, facevano le orge e si scambiavano le amanti e gli amanti.
Intanto libro dopo libro il successo continuava. Françoise scriveva di notte, a letto o in una vasca da bagno, tracannando quantità assurde di whisky.
Si susseguirono anni di alcol, droga e maldicenze e la Sagan, già fragile in partenza, si andava progressivamente degradando.
Françoise Sagan ci metteva già molto di suo per distruggersi, ma vi si aggiunsero feroci colpi da parte delle istituzioni: si iniziò con un processo per droga, seguiti da processi promossi dal fisco.
François Mitterand, che la scrittrice aveva conosciuto nel 1979, l'andava a travare spesso e la supplicava di tenersi lontana dalla bottiglia e dalle droghe. Mitterand fu la causa involontaria dei problemi della Sagan con il fisco francese. Françoise ingenuamente aveva ceduto alla richiesta di un agente dell'Elf di perorare presso il suo amico Presidente un incontro con un ministro dell'Uzbekistan.
Siamo nel 1993 e l'incontro di fatti avvenne all'Eliseo. La Sagan incautamente accettò un regalo da parte dell'Elf: quattro milioni di franchi, ma non li denunciò al fisco. Scoperta la cosa gli fu attribuito un dolo che certamente non c'era, trattandosi di una donna completamente sprovveduta nelle cose pratiche.
Gli Stati sanno essere spietati con chi ha avuto successo e non ha imparato tutte le furbizie per cautelarsi.
Esposta al pubblico biasimo e ferocemente colpita dal punto di vista finanziario, la poveretta si chiedeva: "Perché la Francia mi odia?".
A sessantasei anni Françoise Sagan era il ritratto della devastazione: stampelle per una malattia alle ossa, il volto devastato dai vizi e dall'insonnia; una povera ombra, un nulla che non possedeva più nulla. E' morta nell'assoluta miseria all'età di sessantanove anni.
Era nata nel 1935.
"Histoire d'O" è un romanzo di Pauline Réage (pseudonimo) pubblicato a Parigi nel 1954, preceduto da un saggio di Jean Paulhan. L'autore è sicuramente una donna, assidua lettrice di Sade di cui conosce alla perfezione lo stile. Diversi fattori hanno contribuito a farne un clamoroso caso letterario: la solita minaccia di azioni penali, la prefazione di Paulhan e un premio letterario vinto. Il libro marcò profondamente la storia del costume e della moda per diversi anni.
O è una donna che si muove nella sfera del sado-masochismo ed incarna la mistica sadiana della donna che scopre "la felicità nella schiavitù". O accetta di divenire una donna-oggetto che si fa rinchiudere dal suo amante in una sorta di monastero, in tutto uguale a quelli minuziosamente descritti da Sade.
o è una martire consenziente, che andrà fino in fondo nell'accettazione del martirio.
Scrive Jean Paulhan: "Finalmente una donna che lo confessa! Confessa cosa? Quel che le donne non hanno mai ammesso, oggi più che mai. Quello che gli uomini hanno sempre rimproverato loro: che sono schiave dei loro istinti; che in loro tutto è sesso, anche lo spirito".
Questa donna si sente vocata al sacrificio totale e distruttivo di se stessa non per amore di un uomo, ma per amore dell'amore. La protagonista si chiama O per significare che il suo "annientamento" non dà diritto neppure a un nome. O dunque è una Severin in versione femminile. Tante vicende del suo percorso masochistico, richiamano congiuntamente le atmosfere evocate da Sade e da Masoch. Tutto già ci è noto dai loro scritti!
"O era impietrita sul sofà come una farfalla infilzata a uno spillo, un lungo spillo fatto di parole e di sguardi che le trapassavano il centro del corpo e le premevano le reni nude e vigili contro la seta tiepida. Non sapeva dove fossero i suoi seni, né la sua nuca, né le sue mani. La cosa più difficile era semplicemente parlare. Le labbra le bruciavano e la bocca era arsa, un'angoscia fatta di paura e di desiderio le serrava la gola, e le sue mani ritrovate erano fredde e madide. Se almeno avesse potuto chiudere gli occhi. No, non poteva. Due sguardi davano la caccia al suo, sguardi a cui non poteva - né voleva - sfuggire". |
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