Iannetti
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VI RACCONTO IL SESSO... di Domenico Iannetti
 

S O M M A R I O

1 - QUALCHE MITO
2 - QUALCHE PERVERSIONE PARTICOLARMENTE STRANA
3 - L'IDEA SEMPLICE E CORAGGIOSA DI ALFRED KINSEY
4 - UNO SGUARDO ALLA CENSURA
5 - DON GIOVANNI E CASANOVA
6 - QUEI PAZZI DEL LIBERO AMORE
7 - BREVE STORIA DELLA PORNOGRAFIA
8 - UN TIPO INTERESSANTE: RESTIF DE LA BRETONNE
9 - SADE, PROFETA DELL'EROTISMO
10 - SACHER-MASOCH E IL MASOCHISMO
11 - QUALCHE ROMANZO CHE HA FATTO EPOCA
12 - LETTERATI SIGNIFICATIVI PER LA SESSUOLOGIA
13 - GLI STRUMENTI E IL SESSO
14 - L'OLFATTO E IL SESSO
15 - IL SUONO, LA VOCE UMANA E IL SESSO
16 - LA COPPIA E L'ADULTERIO
17 - LE CAREZZE SENZA COITO
18 - AUTOEROTISMO: TRA NATURALITA' E DEMONIZZAZIONE
19 - LE COSE CHE UN TEMPO SI CHIAMAVANO COMPLESSI
20 - GLI AMICI E I NEMICI DI EROS
21 - IL DIFFICILE RAPPORTO TRA RELIGIONE E SESSUALITÀ
22) IL RINASCIMENTO FU RINASCITA ANCHE PER IL SESSO
23) PERCHE' IL SESSO DELLE DONNE E' STATO UN TABU'
24) L'ORGASMO E' UN OGGETTO MISTERIOSO
25) IL SESSO NELLE VARIE CULTURE

 
 
   
    Pisanello

La lussuria
 

1) QUALCHE MITO

Mircea Eliade nel suo libro "Miti, sogni e misteri" del 1957 sostiene che è tipico della mente umana trasformare l'esistenza in miti e archetipi per cui in essi ci sarebbe sempre una verità storica o comunque passaggi veramente vissuti dagli esseri umani. Portando l'attenzione al mito centrale della Bibbia, quello della creazione di Adamo ed Eva, a cui logicamente va fatta risalire l'origine della sessualità umana, forse non tutti sanno che accanto ad Eva, anzi prima di Eva, c'era un'altra donna: Lilith. Lilith sarebbe stata creata dall'argilla, come Adamo, e non da una sua costola, come Eva. Ciò la metteva su un piano di parità con l'uomo e, in un certo senso, in competizione con esso. Da questo confronto alla pari tra i sessi deriva la beatitudine piena dell'Adamo androgino delle origini (il paradiso terrestre), condizione perfetta che poi viene perduta, come poeticamente lo racconta Platone nel Simposio. L'essere primordiale felice aveva però un grosso difetto per poter durare: era sterile. Ecco perché il dio (Geova o Giove, poco importa) lo divise e divenne due esseri distinti. Così Eva riusci a divenire pregna e a partorire nuovi esseri umani. Lilith, dunque, a differenza di Eva, è solo sesso piacere e niente riproduzione. Il mito di questa donna primordiale si sostanzia di tanti particolari assurdi per noi abituati alla scienza. Ve ne è uno curioso e, ritengo, significativo: una antica leggenda rabinica racconta che il Creatore, a corto di materia adamitica per terminare la prima donna, decise di mettere le parti sessuali al posto del cervello. Così fu creata Lilith. Essa non può che essere sterile, nel senso di generare umani, ma feconda nel generare fantasmi della mente. Dunque una donna che si approssima alla visione maschile della pornodiva di oggi: per nulla materna e tutta dedita alla gestione degli appetiti sessuali. Gli organi sessuali dentro il cervello possono costituire anche un'efficace anticipazione dell'odierno concetto dell'erotismo. Altra suggestione di un sesso tutto localizzato nella testa è la bocca vista come fondamentale luogo erogeno. L'evocazione fantastica di Lilith ha caricato di importanza la fellatio in modo che bocca e vulva perdono i tratti distintivi e diventano quasi intercambiabili.

Di storie e riferimenti sessualmente interessanti la Bibbia è piena. Sicuramente singolare è la storia di Lot e le sue figlie. La moglie di Lot fu tramutata in una statua di sale per essersi guardata indietro mentre fuggiva da Sodoma, che Dio aveva messo a fuoco per punirla della sua depravazione. Lot e le due figlie si stabilirono in un luogo di montagna disabitato. Nel seno della famigliola solitaria (il vecchio padre vedovo e le due figlie vogliose e senza uomini) balenò un progetto che a noi oggi pare perverso ma che il testo bibblico espone in modo neutro anzi in modo quasi compiaciuto. Le due ragazze pensarono di far bere del vino al padre per poi infilarsi, una dopo l'altra, nel suo letto. Ebbero per due notti di seguito rapporti sessuali incestuosi. Così intrambe le figlie di Lot restarono incinte del loro padre. Portato a termine le gravidanze generarono due maschietti che perpetuarono la stirpe. E' la prima e forse l'unica volta che l'incesto è presentato come fatto quasi normale e per nulla morboso. L'incesto di Edipo, oltreché involontario, comporta lacerazione e tragedia; l'incesto dei faraoni è una necessità quasi biologica per preservare la purezza dinastica. Solo l'incesto di Lot è capace di scuotere dalle fondamenta un millenario divieto che rende spaesato il credente onesto intellettualmente di fronte all'unico Dio degli Ebrei. Soltanto gli artisti hanno potuto rivisitare con piacere nei loro dipinti il brano bibblico. D'altra parte era il solo modo tollerato da tempi foschi per poter esprimere un erotismo che formulato a parole sarebbe risultato blasfemo.

A proposito di situazioni sessualmente equivoche presenti nel testo bibblico, curiosa è la storia della moglie di Putifarre. Costui era un ufficiale della corte egiziana a cui era asservito Giuseppe. La moglie di Putifarre si era invaghita di Giuseppe e voleva concupirlo anche perché sembra che Putifarre per uno slancio religioso dei genitori fosse stato privato già da fanciullo degli attributi. Il tentativo di seduzione trovò la resistenza del giovane ebreo che nel divincolarsi lasciò tra le mani della donna il proprio mantello. Essere respinti in una profferta di sesso non piace a nessuno e la donna ferita nel suo orgoglio accusò Giuseppe di aver tantato di sedurla. Come è intuibile ciò provocò all'incolpevole ragazzo tanti guai di cui in questa sede non ci interessa occuparci. Quello che va sottolineato è che nell'antichità le donne non sempre aspettavano l'iniziativa del maschio in materia sessuale (soprattutto quando come nel caso di Putifarre campa cavallo...). E' poi interessante mettere in rilievo come la tentazione di ritorcere sull'altro la colpa di cui ci siamo macchiati noi stessi, è sempre esistita.

Il mito delle amazzoni conserva da sempre un grande fascino. Secondo la leggenda di origine greca esse avrebbero abitato nell'Asia Minore e sarebbero state organizzate in tre distinte tribù. Guerriere spietate, le amazzoni si bruciavano la mammella destra per poter tirare più agevolmente con l'arco. Nessun uomo era ammesso nella loro comunità. Per poter perpetuare la razza si recavano ogni primavera da montanari loro vicini per farsi fecondare al buio e in modo anonimo. Naturalmente tutti i neonati maaschi frutti di tali brevi incontri venivano immediatamente eliminati in modo cruento o meno. Le armi che usavano di preferenza erano l'ascia a doppio taglio e il giavellotto la cui invenzione è attribuita da alcuni autori proprio a loro. Virgilio dice che avevano scudi a forma di mezza luna e perciò risultavano molto maneggevoli. Altri autori hanno identificato le favolose amazzoni con le sacerdotesse di Cibele. A tal proposito c'è chi sostiene che i lidii per prima escogitarono il modo di rendere sterili le donne mediante un'operazione chirurgica con la finalità di sostituirle agli eunuchi impiegati al servizio della Dea Madre. L'operazione provocava una maschilinizzazione della donna per cui queste sacerdotesse erano nerborute e pelose come opposto dei sacerdoti di Attis che avevano caratteristiche femminili a causa della rituale asportazione dei testicoli. Comunque sia questi miti testimoniano una paura maschile per una donna indipendente e omosessuale. Le regine delle amazzoni per assurgere al massimo grado di autorità si proclamavano tutte figlie di Marte. Tra le più celebri vi fu Antiope che attaccò Teseo sul ponte del Termodonte e da questi fu sconfitta. Pentesilea, negli ultimi tempi della guerra di Troia, accorse in aiuto di Priamo e venne uccisa da Achille. Di Pentesilea il poeta Théodore de Banville immagina la morte: quando l'anima esalò tristemente attraverso la ferita aperta... un ultimo sguardo verso il cielo, per poi chiudere per sempre gli occhi audaci... C'è stato anche chi ha capovolto il mito e con una anticipazione alla Leopold von Sacher Masoch, ha immaginato che fosse Achille a perire per mano di Pentesilea. Anche Virgilio nell'Eneide esalta il coraggio virile dell'amazzone Camilla che riesce ad umiliare Arunte dalle cui mani sarà alla fine uccisa. Le amazzoni rappresentano il sesso femminile che si propone alla pari con i maschi e non si danno mai per vinte. Il mito delle amazzoni ebbe vasta risonanza come prova anche la toponomastica. Il Rio delle Amazzoni in Brasile non si chiama così per caso. I primi europei, giunti sulle rive del Maranon, vi incontrarono donne guerriere. Un frate spagnolo, sedicente testimone oculare, le descrive "bianche e alte di statura, con lunghi capelli intrecciati intorno al capo. Erano molto muscolose e giravano nude, coprendosi soltanto le vergogne: sempre nunita di arco e frecce, ognuna di esse combatte come dieci indiani". A ricorrenza fissa si bagnavano (delizia per il furtivo spettatore) nelle acque di un lago. In quell'unica occasione si concedevano accoppiamenti con maschi. Si trattava dunque di un matriarcato a cui mise termine l'eroe Yurupari, che fu elevato dagli indios del Brasile al rango di dignità divina, forse anche perché (si dice) non avesse mai toccato una donna. Così l'omosessualità delle amazzoni e quella dei maschi risultati vincitori costituiscono il culmine estremo della guerra dei sessi.

 
 
   
 
   
    Giorgione

Venere dormiente

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2) QUALCHE PERVERSIONE PARTICOLARMENTE STRANA

Non verrebbe in mente a nessuno di noi di poter trarre godimento erotico dal contatto con un cadavere. Eppure la necrofilia è esistita ed esiste. Erotodo per primo ci riferisce che nell'antico Egitto si evitava di imbalsamare subito le defunte di bell'aspetto in quanto diversi fatti riprovevoli erano stati accertati. La carne è debole e l'imbalsamatore che aveva tra le mani un fresco cadavere di donna poteva cedere alla tentazione. Ovviamente l'ambiente dei becchini e degli operatori cimiteriali è stato sempre il più indiziato. Di professione venditore di pinoli ed aiuto-becchino era Victor Ardisson che nel 1901 fu colto con le mani in pasta nel villaggio di Muy in Provenza. Costui era solito intraprendere veri rapporti sentimentali con fanciulle recentemente inumate. Le chiamava "le mie fidanzate" e spesso se le portava a casa, intere o a pezzi. Quando fu ritrovata nel suo solaio la testa di "una sua fidanzata" si giustificò dicendo che la conservava "per ricordo". Ardisson faceva così con tutte le giovani defunte che gli capitavano a tiro, ma un quadro diverso abbiamo in quei casi di necrofilia "per fedeltà". Numerosi sono gli esempi di tal genere. Il tiranno Periandro convisse con la moglie Melissa ancora un anno dopo la dipartita di quest'ultima; Erode dopo aver ucciso Marianna se la tenne accanto ancora per sette anni; Carlomagno volle invecchiare con le spoglie accanto della sua amica tedesca; Giovanna di Castiglia (detta Giovanna la Pazza) viaggiò per tre anni in compagnia del cadavere di Filippo il Bello, facendolo costantemente sorvegliare da un corpo di guardia avendo l'ossessione che altre donne lo potessero avvicinare; la principessa di Belgioioso ospitò per lungo tempo nel suo armadio l'ex segretario Gaetano Stelzi opportunamente imbalsamato. Potremmo estendere questo capitolo agli infiniti esempi di quelli che, come il protagonista de "La camera verde" di Truffaut, del ricordo della persona amata fanno un culto totalizzante. Entreremmo nel vasto campo delle fissazioni che, come in tanti casi di perversioni estreme, è in condominio con la malattia mentale. Qualche volta, nell'esplosione di certe parafilie, si nota lo stesso andamento stagionale che caratterizza la sindrome depressivo-maniacale. I casi di necrofilia che sono stati censiti hanno tutti come base la solitudine dei soggetti rispetto alla frequenza dell'altro sesso. Come in tutte le parafilie spesso il perverso rivendica la legittimità dei suoi atti. In un processo a Parigi nel 1886 un fabbro accusato di necrofilia non cercò scuse davanti alla corte ed esclamò: "Cosa vuole, signor giudice! Tutti i gusti sono gusti. Io ho quello dei cadaveri". Alcune volte il contatto con i cadaveri è caratterizzato da violenza e sadismo e perciò si parla di "necrosadismo". In questi casi i rapporti sessuali perversi hanno un crescendo che culmina nello scempio e nella distruzione del cadavere. Nel caso celebre del sergente Bertrand il necrosadismo costituiva la parte preponderante del rapporto e mancava del tutto l'amplesso. Anche in questo caso il reo fu esplicito in tribunale (Parigi, 1849): "Non mi sarei esposto al rischio che comporta la violenza sui cadaveri, se non avessi poi potuto distruggerli".

Le cronache riportano con puntuale frequenza casi di assassini che comportano da parte dell'autore un godimento sessuale. Il coltello è un simbolo fallico ed a volte è un sostituto di organo. L'assassino sadico è tipicamente di sesso maschile. Anche le donne possono godere sessualmente di un assassinio, ma esse preferiscono mezzi più indiretti come il veleno e il culmine del godimento ce l'hanno nella preparazione del delitto. Quando nel delitto sadico la vittima è classicamente una donna, le ferite inferte prediligono le parti genitali. Spesso si ha la chirurgica asportazione di membra o organi da conservare con feticistico spirito collezionistico. Non entriamo nella psicopatologia di questi soggetti e facciamo un riferimento alla psicopatologia latente di quelli che si appassionano attraverso i mezzi di comunicazione di massa, alle trame di tali delitti. Già Freud metteva in rilievo che a causa della nostra condizione di infelici civilizzati dagli istinti repressi, ci identifichiamo per un momento con l'assassino per poi invocare a gran voce il castigo e così liquidare il nostro sentimento di colpa. Jack lo Squartatore è senza dubbio il più celebre assassino a sfondo sessuale. Egli è il classico uccisore di donne con la modalità del coltello fallico piantato nel ventre della vittima. Jack nel quartiere londinese di Whitechapel compì in un anno (1888-89) almeno undici assassini di prostitute rimasti tutti impuniti; in tal modo dietro il nome di Jack lo Squartatore rimane solo un gigantesco punto interrogativo. Alcune caratteristiche fisiche, sulla base di testimonianze, gli sono state attribuite. Era alto, prestante ed elegante e portava baffi neri, un fazzoletto nero intorno al collo, un cappotto nero con un colletto d'astracan. Non poteva che appartenere a una classe sociale elevata. Gli sono stati intravisti accessori d'oro. Spesso recava in mano una valigetta nera da chirurgo. Poteva essere effettivamente un medico visto il gusto particolare che aveva per i pezzi anatomici: mutilava le vittime con un bisturi a scalpello e non tralasciava mai di portar via i pezzi destinati ad arricchire la sua certamente cospicua collezione. In uno dei suoi ultimi delitti lo Squartatore si concesse dei tocchi di fantasia insoliti per lui: aprì il sorriso della vittima da un orecchio all'altro. Poi portò via le orecchie e il naso precisamente recisi. Sezionò i due seni con abilità da chirurgo, squartò il ventre in profondità e lo vuotò di tutti gli organi, asportò reni ed ovaie e con gli intestini acconciò bizzarri ghirigori sullo scendiletto. Il medico legale al cospetto all'incredibile scena ebbe a dire: "Siamo di fronte al massacro di un anatomista impazzito". La polizia londinese fu a lungo mobilitata nel tentativo di individuare il serial killer. Jack lo Squartatore la sfidava con lettere nelle quali annunciava le date e i luoghi dei futuri delitti. Compiuto l'assassinio non mancava mai di spedire a Scotland Yard una lettera scritta col sangue delle uccise. Arrivò a mandare al capo della polizia pacchetti con reperti anatomici diligentemente recisi dal corpo delle donne. Il tono delle sfide epistolari è troculento e si dilunga compiaciuto sui particolari durante e post scempio. Anche la stampa riceveva simili missive e il tutto serviva a tenere a livelli elevati l'orrore. Oltre alla polizia si erano mobilitati alla caccia dello Squartatore anche i bassifondi e la malavita generica. Soprattutto la categoria dei magnaccia, duramente colpiti sul lato economico, fece di tutto per far cadere in trappola il killer, che indubbiamente dotato di grande intelligenza mandò a vuoto tutte le iniziative. Jack continuò nella sua allucinante serie di omicidi. Mille le piste derivate da segnalazioni, mille i mitomani. Una prostituta che aveva visto in faccia lo Squartatore fu impiegata per settimane nel rito di riconoscimento di giovani e prestanti uomini. Alla fine le sue parole, tra il tragico e il comico, descrivevano bene la situazione: "Non ne ho riconosciuto nessuno, ma mi piacerebbe conoscerne molti". Tra tutte le ipotesi sul movente di tanta ferocia sulle prostituite quella che più personalmente mi convince è che quell'odio è armato dall'impotenza dell'erezione per cui verosimilmente l'assassino incapace di far funzionare il pene, fa funzionare alla perfezione il sostituto del pene, il coltello. Poco credibili mi paiono le ipotesi che favoleggiano di un padre che vendicava così la morte del figlio per sifilide. Venti anni dopo la cessazione dei delitti, la direzione di un teatro di Londra che aveva messo in scena una ricostruzione delle imprese di "Jack the Ripper" ricevette una lettera di minaccia che gli esperti confermarono essere stata scritta con la calligrafia dello Squartatore. Unica differenza un leggero tremolio: i segni della vecchiaia.

 

 
   
 
   
    Raffaello

Ritratto di giovane donna

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3) L'IDEA SEMPLICE E CORAGGIOSA DI ALFRED KINSEY

Kinsey era stato gravato da una salute cagionevole fin dall'infanzia e fu anche questo che lo spinse a dedicare la vita allo studio. La biologia fu il suo vero interesse. Si costruì fin dagli anni '20 una solida fama come entomologo e girò il continente americano sulle tracce dei suoi amati cinipi. Successivamente ottenne la cattedra di zoologia nell'università dell'Indiana e sposò subito Claire McMillen. La coppia divenne il fulcro di una ricca vita di relazione nell'ambiente universitario e a quelle serate la faceva da padrone la ricca collezione di dischi di musica di Kinsey.
Quando l'università organizzò nel 1938 un ciclo di conferenze sul matrimonio, fu naturale affidare il ruolo di coordinatore al brillante dottor Kinsey. Questi, nel condurre una ricerca sul comportamento sessuale umano, rimase stupito dalla scarsità di materiale sull'argomento. Così pensò di interrogare i suoi studenti circa le loro avventure con i coetanei. Furono i primi passi verso un'intuizione geniale: per sapere dei veri comportamenti sessuali della gente bisognava chiedere alla gente. La tenacia e lo spirito di ricerca che facevano parte del carattere di Alfred Kinsey si applicarono così sempre di più al campo oscuro e misterioso della sessualità. Egli si tolse progressivamente dal cuore e dalla mente le cinipi e si appassionò sempre di più ai rapporti sessuali degli esseri umani.
Fin dall'inizio l'università dell'Indiana appoggiò i progetti e le idee del dottor Kinsey mettendogli a disposizione locali ed attrezzature. Fin dal 1941 il Consiglio nazionale delle ricerche e la fondazione Rockefeller gli diedero sovvenzioni che permisero di effettuare migliaia di interviste per mezzo di questionari e redarre migliaia di schede. In queste schede si celava una massa di informazioni che mai prima erano state disponibili per il sapere umano. L'aver messo insieme una cerchia di validi collaboratori e la consapevolezza di avere nelle mani un tesoro unico, convinsero Kinsey a creare una società senza scopo di lucro, l'Institute for Sex Research, che diede alla ricerca una finalità più solida e determinata.
Nel 1948 venne pubblicato il "Comportamento sessuale dell'uomo" a cui seguì nel 1953 il "Comportamento sessuale della donna", tutti e due destinati (inutile sottolinearlo) a mettere il mondo in subbuglio. Con i notevoli proventi dei diritti d'autore l'Istituto riuscì a finanziare più agevolmente le proprie ricerche. Il lavoro di Kinsey era spasmodico; la sua giornata lavorativa era di non meno di quattordici ore: fatale che il suo fisico non eccezionale dovesse risentirne. I suoi compiti di direzione di un gruppo di sedici ricercatori, le mille beghe, i mille adempimenti, lo stress di una fama ormai internazionale portarono il cuore di Kinsey alle prime falle. Ma quello che più amareggiò la vita di questo coraggioso innovatore fu l'inevitabile, rozza, volgare controffensiva dell'esercito dei moralisti, delle chiese, degli ipocriti di varia estrazione. Dopo la pubblicazione del "Comportamento sessuale della donna" la fondazione Rockefeller, che dava sostanziosi aiuti finanziari, soppresse ogni sovvenzione. Fin dal 1950 contro l'Istituto fu intentato un processo in quanto destinatario di un pacco di documenti erotici provenienti dall'estero e intercettato alla dogana. Kinsey non ce la fece a godersi la soddisfazione per l'assoluzione arrivata solo nel 1957.
Il lavoro duro condito di tante amarezze accelerò il declino della salute di Kinsey che fino all'ultimo rifiutò di prendersi una pausa. Un viaggio in Europa verso la fine del 1955 non servì a prendersi quell'utile pausa bensì aumentò lo stress a causa delle molte conferenze che tenne nelle capitali di molti Paesi. Poco dopo il ritorno negli Stati Uniti ebbe una violenta crisi cardiaca che lo portò a morte in pochi mesi.
Non solo ovviamente la sessuologia ma tutta la scienza devono molto all'opera di questo tenace e generoso studioso che in vent'anni ha fatto fare un balzo in avanti alla conoscenza dell'"animale" uomo, come pochi altri. I documenti che il suo lavoro ha messo a disposizione della conoscenza hanno abbattuto miti millenari e teoremi spiritualistici fasulli. Grazie ai documenti prodotti dal lavoro di Kinsey abbiamo una più esatta nozione di normalità e variabilità del comportamento umano, una idea più precisa delle differenze uomo-donna, una percezione feconda di risultati successivi sulla continuità etero-omosessuale. Un passo decisivo verso una maggiore felicità degli individui si ebbe, vinte le meschine controversie, con il progressivo affermarsi dell'enorme valore scientifico dell'opera di Alfred Kinsey.

Il primo Rapporto del lavoro di Kinsey si era basato sui testi biografici di 5300 individui di sesso maschile e di razza bianca; il secondo sulle note caratteristiche di 5940 individui di sesso femminile e di razza bianca. Fin dalle prime fasi e per tutto il lavoro che si è sviluppato nei decenni, l'Istituto ha garantito agli intervistati l'assoluto anonimato e l'assoluta segretezza. Ovviamente, data la natura particolare delle ricerche, che toccava quasi sempre l'inconfessabile (soprattutto per quei tempi), non si è potuto seguire un rigoroso metodo della statistica scientifica nell'allestimento del campione. D'altra parte poco importa la fedeltà sociologica essendo questo lavoro solo in piccola parte di preponderante importanza per la sociologia. In altre parole non si poteva per un rigore sociologico proporre a chiunque la confidenza sui propri gusti sessuali o sui propri orgasmi. Data la base volontaria si rispettavano attentamente i criteri generali delle classificazioni sociali: età, livelli d'istruzione, situazione coniugale, formazione religiosa, professione dei genitori e degli stessi intervistati. Inoltre si richiedeva tutta una serie di dati sulla collocazione ambientale e sullo sviluppo biologico.
Furono poste più di cinquecento domande i cui paragrafi si riferiscono allo sviluppo puberale, alla masturbazione, ai sogni erotici, alle modalità del rapporto con il partner, al coito prematrimoniale, coniugale ed extraconiugale, alle attività omosessuali, ad eventuali perversioni. Con la pubblicazione dei Rapporti Kinsey è come se si fosse sollevato un velo sull'effettiva realtà dell'esercizio sessuale umano e caddero così tanti tabù e false concezioni. L'influenza dei Rapporti fu enorme nel mondo intero, ma in particolare negli Stati Uniti il cui puritanesimo aveva spesso favorito l'adozione di leggi punitive di atti sessuali che improvvisamente si scoprivano molto diffusi. Grande scalpore destò il dato che nella popolazione maschile tra i sedici e i cinquant'anni il 25 per cento degli individui ha avuto o avrà un'esperienza omosessuale abbastanza protratta nel tempo. Una consistente quota di individui maschi (intorno al 20%) ha avuto in varia misura esperienze sia etero che omosessuale. Ovviamente fu anche a causa di questi dati che i metodi e le conclusioni dei Rapporti sollevarono tante critiche. Oltre alla non significatività del campione fu insinuato il sospetto da parte degli ambienti della psicologia, che gli individui interrogati, non avendo sostanziali obiezioni a questo tipo di confessione, potessero scivolare in derive viziate da mitomania o comunque da non scrupolosa verità.

Certo, il cozzo più grosso si ebbe con la Chiesa cattolica e le altre Chiese protestanti. Per chi è incentrato in una visione religiosa è arduo liberare la materia sessuale dall'impostazione moralistica. Un religioso non riuscirà mai a dire: purché non fai male a qualcuno usa il tuo sesso quanto, come e dove ti aggrada. Le religioni esistono proprio per mettere censure dove non ce ne dovrebbero stare: nell'ambito della nostra intimità. Una visione come quella espressa da Kinsey nei suoi Rapporti, ossia totalmente incentrata su una visione "neutra" delle cose sessuali alla Chiesa cattolica dava molto fastidio, non perché avesse da contestare i fatti e le percentuali riferite, che erano noti da secoli ai confessori, ma perché sfumando il ruolo della morale sfumava perciò stesso il controllo delle coscienze da parte delle religioni. Quando la dottrina cattolica ti dice che il tuo corpo è tempio dello Spirito Santo, te ne toglie immediatamente la padronanza e il libero uso. Questo modo di toglierti la titolarità del tuo corpo gravando le cose sessuali con il marchio del peccato è un attentato alle coscienze più deboli che per paura o per ignoranza non riescono ad aderire a una visione neutra e senza ansia delle cose del sesso.
Il grande merito di Kinsey è di aver avuto nei confronti della sessualità lo stesso approccio tranquillo che aveva quando osservava gli insetti, così restituendo piena libertà e legittimità agli atti privati di ognuno. Con l'assurdo argomento che l'uomo non è un semplice animale si toglie all'uomo quello che ogni animale ha: la naturale adesione alle proprie pulsioni. La Chiesa cattolica dell'epoca nel criticare i libri-inchiesta di Kinsey, ammettendo la veridicità dei dati ma sostenendo l'inopportunità della loro diffusione ( come dire: sono verità che la massa non è in grado di sostenere), si è data davvero la zappa sui piedi, così rivelando nel religioso sempre un fondo di integralismo e di intolleranza, scarsamente rispettosi dei principi democratici moderni e della dignità che ognuno deve avere nella sfera intima. In altre parole si assiste a questo atteggiamento schizofrenico della Chiesa che dice: ho sempre saputo che l'omosessualità è diffusa, che la gente si masturba a ogni età, che le donne si sono sempre masturbate, che anche le donne hanno forti impulsi sessuali come i maschi, che l'adulterio è assai diffuso, che la sodomia è frequente ecc. ecc., ma ritengo non sia affatto opportuno divulgare queste verità. Se no come si farebbe a tenere la gente in uno stato di minorità?

Il "Comportamento sessuale dell'uomo" del 1948 giungeva del tutto inatteso, come una manciata di sementi in un campo incolto. Se ne vendettero duecentoquarantamila copie (cifra notevole per l'epoca). Nel 1953 quando uscì il "Comportamento sessuale della donna", il terreno era più dissodato e l'attesa era forte in tutto il mondo. Si raggiunse la stessa tiratura del primo libro, ma le reazioni dei moralisti furono certamente più virulente e sicuramente con maggiori turbamenti. Anche in campo protestante ci fu un sostanziale rigetto dei Rapporti non venendo da alcun commentatore religioso il segnale di apprezzare la portata di quegli argomenti divulgati.
Kinsey aveva studiato il comportamento sessuale dei singoli e i fattori che sembravano spiegarne le manifestazioni, avendo una scrupolosa attenzione a non influenzare le sue scoperte con prevenzioni personali. La posizione di Kinsey era perfettamente scientifica: lo studio del comportamento come unico mezzo per penetrare il fenomeno sessuale, evitando di fare frettolose generalizzazioni o di darne interpretazioni filosofiche. Col secondo Rapporto Kinsey ebbe il merito di saper vedere nella sessualità femminile molte implicazioni che andavano al di là della mera dimensione genitale ravvisata nel primo Rapporto come caratteristica del maschio. Per lui era una deformazione della mentalità maschile il fossilizzarsi troppo nella regione genitale. In altre parole, secondo Kinsey, l'attività sessuale è simile a un'emozione spiccata e forte che si sostanzia di una miriade di elementi fisici e mentali fusi in un tutto. Kinsey non arrischiò teorie che avrebbero tradito il suo assunto di "osservatore", ma fa capire chiaramente la sua critica di una cultura e civiltà maschile. Naturalmente in Kinsey non c'è alcuna adesione all'idea che la donna abbia meno desiderio e senta meno il sesso rispetto al maschio. Anzi uno dei suoi meriti più indubbi è quello di aver abbattuto il mito di una iposessualità femminile. Magari i tempi nei quali si raggiunge l'apice delle capacità sessuali possono essere diversi nei due sessi ma la durata dell'efficienza tende ad equivalersi nell'arco della vita.
Kinsey ravvisa una differenza di reattività a stimoli psicologici; l'uomo reagisce di più a immagini che in vario modo richiamano l'attività genitale; la donna al contrario ha bisogno di contesti più ampi come film o romanzi d'amore per avere uno stimolo paragonabile. Quindi l'eccitabilità è la stessa pur nell'accentuazione rispettiva dell'efficacia dei vari stimoli. Un'altra differenza tra i sessi Kinsey la coglie nei mutamenti rispetto alla generazione precedente: nel secondo Rapporto lo studioso ravvisa che la donna diventata maggiorenne dopo la prima guerra mondiale si è più spesso abbandonata alle carezze eterosessuali che portano all'orgasmo (senza il coito), al coito preconiugale e alla masturbazione, rispetto a sua madre e a sua nonna. Kinsey ravvisa ugualmente negli ultimi tempi una diminuita frequenza dei rapporti sessuali nelle coppie sposate, segno probabilmente che gli uomini non tenevano conto solo dei propri desideri ma anche di quello della donna. La tendenza (che dura tutt'oggi) è quella che vede l'uomo sempre più preoccupato della qualità anziché della quantità degli atti sessuali.
Tra le risultanze dei Rapporti molto innovative sono le sottolineature delle incidenze dei livelli di istruzione e delle classi sociali: si tende a trovare i partner nel proprio ambiente sociale e la masturbazione è praticata di più tra gli uomini delle classi di livello inferiore. L'incidenza delle classi sociali di appartenenza sui comportamenti sessuali è di gran lunga l'appannaggio dei maschi rispetto alle femmine. Il che voleva dire che era piuttosto la condizione socio-materiale del maschio (e non viceversa) a determinare lo stile sessuale della coppia. I maschi socialmente inferiori iniziavano prima i rapporti sessuali e diventavano monogami più tardi. I maschi socialmente più elevati tendevano a iniziare più tardi i rapporti preconiugali che frequentemente sono costituiti da quello che oggi chiamiamo petting; dopo il matrimonio la tendenza a restare monogami si afferma intorno alla mezz'età. Il tempo storico delle osservazioni di Kinsey era ancora fortemente caratterizzato dal rifiuto delle donne ad avere rapporti prematrimoniali e quindi ancora la "pluralità" era quasi essenzialmente maschile. Una "pluralità" femminile aveva la sua inevitabile connotazione in un nutrito florilegio di epiteti niente affatto lusinghieri.
Nella sua epoca Kinsey rilevò che il credo e la pratica religiosa faceva un po' da freno alla frequenza della masturbazione, delle relazioni extraconiugali e del petting. Dal suo osservatorio sembrava a Kinsey che le donne più degli uomini avessero tendenzialmente maggiori scrupoli e conflitti morali circa le trasgressioni sessuali, ma esse più dei loro compagni si allontanavano dalle pratiche religiose qualora le ritenessero dissonanti con le proprie tendenze. Kinsey non rilevò sostanziali differenze comportamentali in relazione al tipo di religione a cui si aderiva, e dunque le eventuali differenze dell'agire andavano collocate nell'opzione: credente-non credente.
I due Rapporti di Kinsey e in particolare il secondo determinarono un terremoto che lì per lì sembrava aver provocato pochi danni ma che con l'andare del tempo ci si accorse che aveva minato in profondità la stabilità dei vecchi edifici. Piano piano ci si accorse che la mentalità sessuofobica e misogina, prima dominante, diveniva sempre più impresentabile. In particolare la visione della donna oscillante tra la santa e la prostituta, non poteva più reggere. Il comportamento sessuale si avvia lentamente ma con decisione a liberarsi del tutto della supervisione del moralismo e della bigotteria.
Gli stessi ambienti religiosi, dopo le prime feroci reazioni alle pubblicazioni, capirono l'impraticabilità di una difesa strenua della vecchia tirannia sulle coscienze in materia sessuale.
Il lavoro di Kinsey favorì il primo decisivo passo sulla strada dell'effettiva equivalenza pulsionale tra il maschio e la femmina. La dignità democratica cominciava ad avere vera cittadinanza nel comportamento intimo delle persone. L'opera di Kinsey ha fatto capire a tutti che la vecchia mentalità moralistica era entrata in agonia ed occorreva una positiva e fertile revisione del modo in cui si era pensata la sessualità e il benessere intimo. Insomma la concezione "riproduttiva" cristiana che aveva tirannicamente dominato per millenni, veniva per la prima volta colpita al cuore.
Il sudiciume che il cristianesimo ha sempre attribuito all'esercizio sessuiale, finalmente cominciava ad apparire come appartenenza esclusiva dell'osservatore pio e moralista. Kinsey iniziò inconsapevolmente una guerra di liberazione degli individui dalla schiavitù della morale fasulla e imposta a tutti. Questo inveterato asservimento ha prodotto e continua a produrre un'infinita serie di vittime, che a causa dell'angoscia che le inonda annegano anzitempo nel gorgo della morte.
Anche il concetto di amore è stato spesso rivestito di una veste estranea: ogni volta che si diceva sesso si doveva per forza dire amore, altrimenti si entrava nel perverso e nel diabolico. Se oggi pensiamo che la morale non deve significare inibizione e paura, lo dobbiamo anche al lavoro di Kinsey. L'amore senza sesso ben presto si nullifica, mentre il sesso senza amore può vivere a lungo e in buona salute. Una società civile ha il dovere di togliere alla morale la struttura insensata e selvaggia di un tabù. Grazie al dottor Alfred Kinsey la sessuologia è diventata sì una scienza, ma soprattutto ha promosso una nuova e più alta morale: quella dell'equilibrio biologico.

 
   
 
   
    Tintoretto

Venere,Vulcano e Marte

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4) UNO SGUARDO ALLA CENSURA

Per censura si intende l'obbligo da parte del potere costituito di un esame preventivo di libri, giornali, film e programmi televisivi per avere il diritto di essere fruiti dal pubblico. Tutti gli Enti detentori del potere hanno esercitato ed esercitano la censura: pubbliche autorità, chiese, partiti, associazioni cercano in tal modo di tenere sotto controllo il dissenso e le idee a loro non congeniali. Quindi dire censura significa anche dire repressione. Il termine ha origine nell'antica Roma in quanto il census (censimento) era un controllo sui movimenti dei cittadini. Successivamente ha assunto il significato di controllo sugli scritti, principalmente.
La censura è sempre esistita. Nell'antica Cina, un imperatore nel 213 a. C. ordinò la distruzione delle opere di Confucio: così andò perduta nelle fiamme quasi tutta l'antica letteratura dell'Impero di Mezzo. Ovidio fu bandito da Roma da parte di Augusto per aver scritto l'"Ars amatoria"; ma i più antichi furono dei dilettanti rispetto a quello che fu capace di organizzare l'Occidente cristiano in materia di censura. Punto centrale fu l'istituzione da parte della Chiesa dell'Index Librorum Prohibitorum, gestito da un organismo composto da cardinali assistiti da consultori. Le opere "messe all'indice" erano davvero tabù e il procurarsele di straforo esponeva a rischi molto maggiori di un semplice biasimo. In molti Paesi, come la Francia, l'opera censoria, nata dall'iniziativa ecclesiastica, fu esercitata da re e da funzionari nominati allo scopo. La Rivoluzione francese soppresse la censura degli scritti, che fu poi reintrodotta a vari titoli. A mano a mano che veniamo verso i tempi nostri le censure, soprattutto sui giornali, furono abolite, tranne che in occasioni particolari come la guerra. La censura concernente i problemi morali ha avuto un diverso andamento. Per limitarci alla Francia, una legge del 1819 ha istituito il delitto di "oltraggio al buon costume", di cui furono vittime opere di Ronsard, La Fontaine, Voltaire, Rousseau, Barbey d'Aurevilly e molti altri. La censura ha proibito "Madame Bovary" di Flaubert e colpito "Les fleurs du mal" di Baudelaire. Solo nel secondo dopoguerra le cose hanno cominciato a cambiare e la Corte di Cassazione ha potuto annullare sentenze censorie emanate anche più di un secolo prima. Fin quasi ai nostri giorni è restata la possibilità per qualunque ente di far sequestrare un'opera dell'ingegno (libri, film) denunciandola alla magistratura come "contraria al buon costume". Ne sono seguiti molti processi. Memorabile quello intentato nel 1954 alle edizioni Jean-Jacques Pauvert per la pubblicazione di quattro opere di Sade, ossia "La philosophie dans le boudoir", "La nouvelle Justine",
"Juliette", "Les 120 journées de Sodome". Il processo si concluse con un ordine di distruzione dell'intera tiratura da parte della Camera correzionale di Parigi. Solo in appello la sentenza fu parzialmente emendata. Nel 1949 fu promulgata in Francia una legge, a tutela della gioventù, che attribuiva all'amministrazione delle poste la facoltà di rifiutarsi di distribuire opere o riviste giudicate oscene. La stessa cosa era da tempo funzionante negli Stati Uniti. Vari paesi europei avevano leggi che consentivano di proibire l'ingresso nel territorio nazionale a pubblicazioni oscene di provenienza estera. Migliaia di persone, grazie a queste leggi, sono state iscritte in liste di epurazione o condannate alla perdita del diritto d'esprimere il proprio pensiero. La cosa più assurda di tali leggi era che qualunque pinco pallino era in grado di bloccare un'opera letteraria, scientifica, politica o di altro genere, bollandola come oscena. Tutte le disposizioni di legge che davano grandi poteri censori ai più peregrini organismi e associazioni, furono abolite nel 1961 su iniziativa della Convenzione dei diritti dell'uomo istituita in seno al Consiglio Europeo di Strasburgo.
In Inghilterra fu Enrico VIII a stabilire per primo un controllo sui libri. Ai tribunali ordinari spetta la decisione sul carattere delittuoso degli scritti in base alle categorie di diffamatori, sediziosi, blasfemi e osceni. Nel 1857 fu emanato un "Obscene Publications Act" che cercava di definire che cosa si intende per oscenità, compito di difficile esito su cui si sono esercitati in molti. Anche in Inghilterra la dogana e le poste furono autorizzate a bloccare l'ingresso nel Paese di pubblicazioni giudicate contrarie alla legge. Molte egregie opere di carattere scientifico incapparono in tali maglie censorie. Ricordiamo "Studies in the Psychology of Sex" di Havelock Ellis, "The Encyclopedy of Sexual Knowledge" di Norman Haire, "The Sexual Impulse" di Edward Charle. Molte opere letterarie furono colpite da misure censorie, tra cui: "L'amante di Lady Chatterley" di D.H. Laurence, l'"Ulisse" di Joyce, la traduzione del "Satiricon" di Petronio, le "Opere complete" di Jean Genet, "Tropico del Cancro" di Henry Miller, "Malloy" di Samuel Beckett, "Lolita" di Vladimir Nabokov, "L'érotisme au cinéma" e "A History of Eroticism" di J.-M. Lo Duca.
I paesi anglofoni seguono l'andamento dell'Inghilterra con qualche spiccata sottolineatura cattolica in Irlanda, soprattutto nei confronti di opere ravvisabili come anticoncezionali.
Gli Stati Uniti si considerano gli eredi del diritto britannico e possiedono il famoso (o meglio, famigerato) Comstock Act, elaborato nel 1873 da tale personaggio, che fu messo a capo di una "società newyorkese per la soppressione del vizio". Nelle maglie di questo congegno si impigliarono, per vari motivi, Walt Whitman, Sinclair Lewis, Upton Sinclair, Bertrand Russell ed Ernest Hemingway. Nel 1929 neppure Voltaire con il suo "Candido" riuscì a sfuggire alla tagliola. La lista delle assurdità fu lunga prima di rendersi conto che si rischiava di strozzare del tutto il diritto alla libera espressione. Così la Corte suprema degli Stati Uniti ha cominciato via via a interpretare nelle proprie sentenze una visione meno restrittiva delle leggi censorie. Fu così che nel 1957 l'Istitute for Sex Research di Kinsey vinse la battaglia che lo opponeva da sette anni alla dogana statunitense e "L'amante di Lady Chatterley" riuscì a farsi riconoscere come opera d'arte e non come libro osceno.
Vita più difficile circa la censura ebbero le riviste specializzate in fotografie di nudi, che sono incorse nel marchio d'oscenità un po' dovunque; una storia del calvario della pornografia che spero di raccontare in un capitolo di questi scritti.

Dal dopoguerra fino a pochi anni fa il campo in cui l'arbitrarietà delle censure si è sbizzarrito di più è quello del cinema. In tutti i Paesi, in varia misura e con varia intensità, la censura si è organizzata per mettere delle griglie torturanti intorno alla decima musa. In generale i Paesi si possono dividere in quelli in cui i governi esercitano direttamente il controllo censorio e quelli che delegano questa funzione a una commissione apposita; ma la mano del censore può essere molto pesante in ogni caso.
Gli Stati Uniti che hanno in Hollywood la mecca del cinema, hanno elaborato una sorta di "codice morale" applicato ai film, che si sostanzia di alcune regole. E' vietato mettere in ridicolo il matrimonio e la famiglia, di presentare come cosa normale l'adulterio e i rapporti sessuali illegittimi; bisogna evitare i baci a labbra aperte, gli amplessi brutali, le pose ambigue, l'allacciamento reciproco delle gambe, la rappresentazione delle perversioni sessuali, le allusioni alle malattie veneree e all'igiene sessuale, le danze che mimano l'attività erotica, la nudità totale o anche la sua ombra, l'esibizione della parte interna della coscia e della parte inferiore del ventre, due persone di sesso diverso nello stesso letto (anche se sposate), un parto, la parola "aborto".
In Francia sebbene la censura teatrale fosse stata abolita fin dal 1906 il controllo restrittivo sul cinema non è stato da meno che in altri paesi considerati più autoritari. L'autorità di controllo poteva abolire totalmente la proiezione di un film sia in patria che all'estero, oltreché proibirne la visione ai minori di determinate età. Altro tasto doloroso sono stati i tagli che a volte erano davvero dolorosi in quanto menomavano capolavori di grandi registi. Sempre in Francia nel 1953 su centootto lungometraggi di produzione francese, sei furono vietati ai minori di sedici anni, undici autorizzati a condizione di subire tagli di alcune scene, due vietati all'esportazione in alcuni Paesi; su centocinquantasei lungometraggi stranieri, sette furono bocciati del tutto, tredici furono vietati ai minori di sedici anni e sette autorizzati previo alcuni tagli.

In Italia il meccanismo della censura si è basato su una legge del 1913 che naturalmente fu esasperata e applicata ad uso e consumo del regime, durante il ventennio fascista. Con la repubblica, sebbene l'articolo 21 della Costituzione garantisse "libertà di stampa e tutte le forme di espressione", non cambiò molto rispetto ai decenni precedenti. Su pressione del mondo cattolico più che la Costituzione si applicò sempre e comunque il divieto di fare spettacoli o qualunque altra manifestazione contraria al buon costume. E' evidente come nella nozione di "buon costume" si nascondesse sempre una visione moralistica e spesso bigotta. Nel 1949, su iniziativa del sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti si emanarono norme bavaglio che con la scusa di promuovere la crescita del cinema italiano (rispetto all'invasione dei film prodotti a Hollywood) si introdusse una vera e propria censura preventiva per le pellicole prodotte in Italia. Così, anche il neo-realismo ne fu in parte ostacolato. Dal 1962 tutti i prodotti del cinema furono sottoposti istericamente al vaglio di commissioni di censura che avevano perfino il potere di bloccare il progetto di un'opera. Solo nel 2007 la censura preventiva fu cancellata.
Sotto il fascismo ovviamente nulla poteva essere prodotto senza l'assenso preventivo del regime, ma anche molti film di qualità di produzione straniera furono proibiti e non furono visti dagli italiani dell'epoca. Tra i film bocciati ricordiamo: "Addio alle armi" di Frank Borzage del 1932, che uscì nel 1956; "Il club dei trentanove" di Alfred Hitchcock del 1935; "Il grande dittatore" di Charlie Chaplin del 1940 che uscì nel 1949 con 4 minuti di tagli (si disse per il fatto che Donna Rachele era ancora in vita); "Ossessione" di Luchino Visconti del 1943 uscito nel 1945 grazie a una copia salvata dal rogo dallo stesso Visconti; "Piccolo Cesare" di Mervyn LeRoy del 1930 uscito del 1963; "Scarface - Lo sfregiato" di Howard Hawks del 1932 uscito nel dopoguerra vietato ai minori di 16 anni; "Strada sbarrata" di William Wyler del 1937 uscito nel 1948; e la serie potrebbe eseere lunga. Tutta la produzione cinematografica dell'Unione Sovietica, ivi compresi i grandi capolavori, fu vietata in blocco dal fascismo per le sale italiane.

Esplosa la democrazia repubblicana la censura, come accennavo, non andò certo in pensione. Innumerevoli furono i film bloccati del tutto, storpiati con i tagli o vietati ai minori. Ricordiamo qualche caso clamoroso. "Arancia meccanica" di Stanley Kubrick del 1971 fu presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 1972; all'uscita nelle sale fu vietato ai minori di 18 anni, solo nel 1998 ridotto a 14 anni; il film non fu praticamente mai dato in televisione fino al 2007.
"Ultimo tango a Parigi" di Bernardo Bertolucci del 1972 fu letteralmente martirizzato dalla censura; dopo una settimana dall'uscita fu sequestrato per "esasperato pansessualismo fine a se stesso"; lungo calvario giudiziario: assolto nel 1973, condannato in appello, nel 1976 la Cassazione con sentenza definitiva ne ordinava la distruzione; come qualche volta è capitato per fortuna furono salvate alcune copie depositate presso la Cineteca Nazionale come corpo del reato; Bertolucci fu condannato in via definitiva per offesa al comune senso del pudore e fu privato dei diritti politici per la durata di cinque anni ed ebbe inoltre quattro mesi di detenzione (sospesa); nel 1982 "Ultimo tango a Parigi" fu proiettato a Roma nell'ambito di una rassegna contro la censura: gli organizzatori furono denunciati ma risultarono assolti nel procedimento penale e inoltre l'opera non fu considerata proibita; solo nel 1987 la censura riabilitò il film permettendone la distribuzione nelle sale; nel frattempo erano circolate alcune copie clandestine autorizzate dallo stesso regista; tanta ferocia censoria fu motivata soprattutto dalla scena di sodomia (non certo esplicitamente mostrata) su Maria Schneider da parte di Marlon Brando con l'ausilio del panetto di burro.
"Gola profonda" di Gerard Damiano del 1972 è un film pornosoft che ricevette un consenso generale in tutto il mondo, ma parimenti feroci avversioni; negli Stati Uniti fu sottoposto a processo e vietato in molte città; un giudice di New York nel 1972 ritenne il film non osceno, ma diversi oppositori cercarono di far invalidare la sentenza; nel 1976 a Memphis (Tennessee) oltre sessanta persone che in vario modo avevano attinenza con il film furono incriminate per cospirazione nella diffusione e distribuzione di materiale osceno; anche l'attore Harry Reems fu perseguito, ma ricevette la solidarietà del mondo hollywoodiano; in Gran Bretagna il film fu totalmente vietato e il pubblico britannico poté vederlo solo dieci anni dopo; la versione in DVD, vietate ai minori di 18 anni, fu messa in commercio solo nel 2000; la versione italiana subì qualche modificazione, in particolare mentre nell'originale il personaggio interpretato da William Love è un estraneo, in Italia diventa il fidanzato della neo infermiera Linda (come a dire che certe cose con il fidanzato sono meno intollerabili).
"Salò o le 120 giornate di Sodoma" di Pier Paolo Pasolini è del 1975 ed è l'ultimo film girato dal regista e scrittore; fu anche la sua opera più controversa e più malintesa; il film resta inoltre uno dei più "choccanti" della storia del cinema (peraltro, niente paura, è uno dei film meno visti della storia del cinema: come Sade è lo scrittore più scandaloso e meno letto di tutte le letterature); presentato a Parigi il 22 novembre 1975, tre settimane dopo la misteriosa morte violenta di Pasolini; uscì sul mercato italiano nel gennaio 1976 ma venne quasi istantaneamente sequestrato; dopo le traversie giudiziarie con la solita imputazione di oscenità e (carico da undici) corruzione di minori, fu condannato e poi assolto; solo nel 1978 fu messa in circolazione una versione (oggi reperibile su youtube) con 21 minuti di tagli per un totale di 116 minuti.
"Sesso nero" di Joe D'Amato del 1978 uscì nei suoi circuiti nel 1980; considerato il primo film porno italiano fu interamente girato a Santo Domingo. "Cannibal Holocaust" di Ruggero Deodato del 1980; film di estremo realismo della violenza razzisteggiante suscitò molte polemiche anche perché il regista fu accusato di aver girato uno "snuff movie", ossia di aver ripreso scene di vera violenza; l'accusa risultò falsa circa le persone, ma sicuramente vera circa gli animali; comunque la sbandierata scena della ragazza indigena violentata e impalata era sicuramente agghiacciante (in molti sensi); dopo la prima a Milano il film girò poco e fu sequestrato in tutto il territorio nazionale su denuncia del solito "cittadino indignato"; la pellicola tornò nelle sale nel 1984, in un primo tempo riabilitata e senza tagli, ma successivamente la censura tagliò delle scene e vietò il film ai minori di 18 anni.
"Il leone del deserto" di Moustapha Akkad del 1981 fu un caso di censura voluta dalla politica che lo vietò in Italia per il contenuto che tratta della lotta del senussita libico Omar Al-Mukhtar contro l'esercito italiano; nel 1982 il primo ministro Giulio Andreotti (personaggio ricorrente anche per ciò che riguarda la censura) ne vietò la proiezione in quanto "danneggia l'onore dell'esercito".
"W la foca" di Nando Cicero del 1982 fu bloccato subito e rimasto irreperibile fino al 2004, quando fu presentato al festival di Venezia; nonostante il divieto ai minori di 18 anni il film circolò solo due settimane per poi essere sequestrato; non è facile capire che cosa avesse di più scandaloso rispetto al lungo filone dei film erotico-brillanti che imperversarono per molti anni; sicuramente il titolo allusivo ebbe molto peso per la censura, soprattutto per l'irriguardoso completamento: ...e che Dio la benedoca; oltre a Lory del Santo nel film appare una sconosciuta e irriconoscibile Moana Pozzi.
"Totò che visse due volte" di Ciprì e Maresco del 1998 ottenne un singolare trattamento: alla vigilia dell'uscta nelle sale fu dichiarato "vietato a tutti" dalla Commissione di revisione cinematografica, che tentò così di impedirne l'uscita; non riuscendoci invocò la denuncia per vilipendio alla religione e per tentata truffa, ma i registi e la produzione, dopo il processo d'appello, furono assolti dal tribunale di Roma e il film uscì comunque; essendo stato finanziato con contributo pubblico il film, a mio avviso non privo di impatti significativi ma forse troppo monocorde nella visione disperata rappresentata, il film (dicevo) girò pochissimo e annoverò solo pochi spettatori.
Per chiudere questa carrellata su alcuni dei film censurati in Italia, cito due pellicole su Silvio Berlusconi mai apparse in Italia, "Citizen Berlusconi" di Andrea Cairola e Susan Gray del 2003, e "Bye Bye Berlusconi" di Jan Henrik Stahlberg del 2006 presentato alla biennale di Berlino e mai distribuito in Italia. Si tratta di un eccellente esempio di come la censura operata dal potere può ottenere ottimi risultati senza alcun mezzo legale o giudiziario.

Non c'è il minimo dubbio che la nostra mentalità più "laica" di persone contemporanee e la maggiore naturalezza con cui pensiamo le cose del sesso, debbono molto al cinema. Certamente saremmo ancora più in sintonia con un erotismo libero, se la censura non avesse in parte sterilizzato il messaggio di tanti film che ci hanno formato. Certo, i grandi registi hanno giocato d'anticipo e sono stati molto più intelligenti del censore "appostato". Pensiamo a Federico Fellini e in particolare alla "Dolce vita". Forse non c'è film più erotico della "Dolce vita" eppure non contiene alcuna immagine su cui si sia potuto esercitare il forbicione del censore. La stessa cosa va detta per "Otto e mezzo", film in cui l'erotismo pervade un malinconico sentimento esistenziale. L'immaginario erotico di Fellini ha contribuito a limare considerevolmente la sessuofobia nelle generazioni degli ultimi cinquant'anni. "Le tentazioni del dottor Antonio" episodio firmato da Fellini del film "Boccaccio '70", con la vamp che prende una dimensione mostruosamente grande, non ha ossessionato solo i sogni del dottor Antonio ma i sogni di tutta un'epoca.
La censura applicata al cinema ha costretto quest'ultimo a un erotismo stilizzato che paradossalmente lo ha reso più pervasivo e profondo. Si possono fare molti esempi di grandi registi che esprimono un erotismo sottinteso senza alcuna immagine propriamente erotica. Grande maestro in quest'arte fu Luis Bunuel, come nel caso di "Viridiana" nel quale la fanciulla, ex novizia, esita con la mano di fronte alla mammella di una mucca. Ne "La carne e il diavolo" di Clarence Brown, Greta Garbo sdraiata su un letto fa salire e scendere sul dito un anello; Rita Hayworth in "Gilda" si toglie molto lentamente il lungo guanto nero; una splendida Rossana Potestà diciannovenne fa entrare ed uscire il pestello dalla zangola di fronte a un uomo che la guarda affascinato, nel film "La rete".
Gli atti sessuali troppo espliciti sono stati da sempre il bersaglio di una censura solerte e insonne, a differenza degli atti di violenza che sono stati generalmente molto più tollerati purché non fossero frammisti con elementi di erotismo. Il cinema così ha dovuto trovare modalità espressive elusive, da una parte affidandosi al simbolismo e dall'altra all'avvenenza fisica degli attori. La folgorante "presenza" di Ursula Andress impreziosisce un film come "I quattro del Texas" per altri versi assai modesto. L'"intensità" fisica di Emmanuelle Riva rende ancora più "magico" un capolavoro come "Hiroshima, mon amour". Il fascino naturale e pervasivo di Jeanne Moreau determina la particolare atmosfera di "Les amants". La fisicità dell'attrice ha veicolato in tutta la storia del cinema l'impatto folgorante dell'erotismo, non attraverso l'esposizione diretta (conquista acquisita solo nei giorni nostri) bensì attraverso la suggestione. Ma il bisogno del nudo non solo nei maschi ma anche nelle femmine, non si è mai rassegnato alla privazione.

Un'altra bella sfida, dunque, è stata quella tra la censura e lo "stip-tease". Quest'ultimo ha davvero una storia antica derivando dalle danze orientali e dalla danza del ventre degli arabi. I movimenti tipici di queste danze sono stati concepiti per tenere desto il desiderio erotico virile, ma sbaglia di grosso chi vi vuole vedere un'oggettificazione della donna. Infatti è del tutto evidente che l'erotismo femminile (quando c'è) si esprime con meccanismi di graduale e sapiente ostentazione del corpo.
Lo spettacolo dello strip-tease si gioca tutto sull'alternanza: provvisoriamente vestita-provvisoriamente nuda. Il quid dell'esibizione è racchiuso nella modalità con cui si giunge alla meta, al non-plus-ultra, della nudità più o meno integrale.
La prima parte, in cui la spogliarellista è ancora vestita, è quella eroticamente più importante in quanto dà il massimo spazio all'immaginazione sorretta dalla certezza della "verifica". Questo meccanismo, se vogliamo, è la vera forza che spinge l'essere umano alla conoscenza.
Lo spettacolo a base di spogliarelli era già diffuso nell'antica Roma. Dopo il black-out di secoli operato dalla nostra religione cristiana, nei tempi moderni i primi esempi si ravvisano in America. Nel 1847 una certa Odell si spogliò a ritmo di musica al New York's American Theatre e l'acrobata Atalanta si spogliò su un fil di ferro al vecchio London Theatre. Il primo vero episodio di strip-tease si ebbe a New Orleans nel 1861 dove una ballerina apparve a cavallo con una calzamaglia color carne. Con le stesse modalità ma in maniera meno camuffata (ossia senza cavallo) il colpo fu ripetuto in un teatro di Broadway nel 1877 e questa volta gli spettatori arrossirono e le spettatrici fuggirono sconvolte. L'opulenta Little Egypt si esibì in uno spogliarello con rotazione dei seni e delle anche all'Esposizione di Saint Louis del 1904. Dal 1909 il Columbia Theatre di New York si dedicò abitualmente al "burlesque", attirando frotte sempre più grandi di spettatori. Il genere dunque si sviluppò, fu florido ed ebbe le sue dive.
Con la seconda guerra mondiale gli americani ebbero l'opportunità di esportare lo strip-tease in Europa. Nel nostro continente con le modalità che la censura via via permetteva (punto d'arrivo: bikini, poi top-less) diventò lo stadio più avanzato dello spettacolo erotico. Ma a poco a poco, il fatto di non potersi porre nuovi traguardi, portò questo genere di spettacolo a un punto morto. Insomma oltre non si poteva andare perché non lo permetteva la polizia e di meno e di diverso non si poteva fare perché non l'avrebbe permesso il pubblico. Le solite speculazioni moralistiche tendevano a presentare questi spettacoli o come opera del demonio, o come frutto tossico del capitalismo, o come decadenza, o come sfruttamento camuffato della prostituzione.
In Italia la situazione da questo punto di vista è stata caratterizzata dalla calma piatta tipica delle società ad alto tasso di ipocrisia. Con l'approvazione della legge Merlin in nessuna città italiana erano ravvisabili situazioni che potessero ricordare (sebbene alla lontana) i quartieri a luci rosse di qualche città europea. Né tantomeno c'era un teatro specializzato che si avvicinasse al modello parigino del Moulin Rouge. C'era il teatro di rivista itinerante in cui i riferimenti erotici erano molto annacquati sotto lo sguardo occhiuto della Buon Costume.
Un episodio che fece scalpore avvenne alla fine degli anni '50 quando una spogliarellista turca, Aiché Nanà, in un locale della capitale tentò di varcare quel mitico non-plus-ultra, con un fulmineo nudo integrale; risultato: arresti e chiusura del locale. Molti anni dopo il nudo edulcorato approdò anche in televisione. Una trasmissione in una rete Mediaset, "Colpo grosso", produsse più una deriva volgare della TV che un superamento della sessuofobia.
Anche la Rai nel 1983 ospitò in una trasmissione, "Il cappello sulle 23", degli spogliarelli alla camomilla, fatti però da una brava e bella ballerina, Rosa Fumetto, che si era formata ed affermata al Crazy Horse di Parigi.

 
   
 
   
    Bronzino

Allegoria di Venere e Cupido

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5) DON GIOVANNI E CASANOVA

In tempi in cui il controllo della religione sulle coscienze era ferreo, qualche spirito libero (e forse un po' pazzo) osava considerarsi svincolato da tutte le regole convenzionali e quindi svincolandosi dalla religione si svincolava automaticamente anche dai suoi dettami morali. Era il libertino, termine che a torto è ancora considerato spregiativo, se non altro perché egli, a differenza del bigotto, ha anticipato la mentalità contemporanea.
Il mito di Don Giovanni, che diviene protagonista di diverse opere letterarie, s'inserisce in quella scia eroica piena di fascino di colui che ha il coraggio di ribellarsi al piatto conformismo. Fu il drammaturgo spagnolo Tirso de Molina a introdurlo nella letteratura intorno al 1620. La commedia si intitolava "El Burlador de Sevilla y el Convidado de Piedra" e si richiamava dunque ai due temi fondamentali: il seduttore di donne e il libero pensatore in materia di religione e di morale. Tirso de Molina non ha inventato nulla: raccoglieva una diffusa mitologia popolare spagnola, certamente alimentata da tante biografie reali.
Secondo Maranon il vero modello a cui si è ispirato Tirso sarebbe un certo duca di Villamediana, che aveva destato scalpore per le sue imprese di scavezzacollo. Ma i modelli si confondono con gli epigoni; infatti si tramanda che un adolescente di Siviglia, profondamente impressionato dal personaggio di Don Giovanni, ne imitò le gesta e fu a sua volta immortalato in una celebre opera di Czeslaw Milosz. Anche Molière si cimentò con l'argomento scrivendo nel 1665 il suo "Don Juan ou le Festin de Pierre" (e ignoriamo se conoscesse o meno il lavoro di Molina). Certo i punti di contatto tra la commedia di Tirso e quella di Molière sono parecchi; ma l'archetipo comune potrebbe essere appunto la tradizione orale.
Il fascino che ha sempre avuto la figura di Don Giovanni si spiega con la sua grande novità e la sua assoluta modernità. Per arrivare ad essere il simbolo della libertà sessuale e del pansessualismo bisogna avere un grande sostrato filosofico, considerare la propria vita come un assoluto al posto di Dio, di cui solo molto dopo i filosofi constateranno la morte.
L'inquietudine di Don Giovanni è quella dell'uomo di oggi che non riesce a trovare consolatoria una morale basata sull'inibizione e sulla rinuncia. L'"homo unius mulieris" è una camicia di forza intollerabile per chi ha in sé (novello Ulisse) l'invincibile desiderio della conoscenza di altre donne, di altre avventure. Ogni nuova donna è come una terra promessa che si profila all'orizzonte e che comporta quasi il "dovere" dell'esplorazione.
Don Giovanni non conosce appagamento e, come Ulisse, non fa in tempo ad approdare su un nuovo lido che già la febbre di una nuova partenza lo invade.
Noi che abbiamo avuto la ventura di nascere dopo Freud, sappiamo bene che Don Giovanni è un malato che non guarirà mai la propria malattia. Infatti egli non sa godere, è un "frigido" che non troverà mai l'appagamento nonostante i molteplici orgasmi. E' senz'altro una inguaribile impotenza dovuta a una fissazione feticistica a stadi infantili in cui una madre forse troppo fredda non ha saputo trasmettere il tepore appagante del seno.
Per accettare il vincolo della fedeltà di coppia occorre avere una forte stima per il partner non come singolo individuo ma come simbolo della categoria "femmina" o della categoria "maschio". Don Giovanni non stima le donne, neppure quando la donna è "generosa" e "vulgivaga" a sua immagine e somiglianza. Nessun critico letterario l'ha mai detto (che io sappia): Don Giovanni sembra pensare che la donna "non generosa" va punita con l'abbandono immediatamento dopo la conquista, e la donna "generosa" va punita ugualmente poiché la sua generosità è invariabilmente tardiva.
Se il tenore della sfida tra i sessi è a questi livelli non possiamo liquidare Don Giovanni semplicemente come un malato. In barba a Freud dobbiamo dire che la malattia del mitico libertino è la stessa malattia che affligge l'essere umano, che fino ad oggi si è illuso di darsi un senso con le religioni e il moralismo. Oggi gli esseri umani consapevoli sono molto più vicini al folle Sade che al saggio moralista.
Dunque la modernità di Don Giovanni è davvero assoluta. Egli ci mostra come essere assolutamente liberi, anche a costo di scoprire l'impotenza dell'amore. L'amore spesso rischia di essere una pesante catena che solo uno schiavo rassegnato può continuare a trascinare. E' una sfida dura, ma forse vitale, che ci potrà permettere di allungare lo sguardo e di renderlo penetrante, in modo da capire che l'amore, così retoricamente esaltato, non è altro che una melassa di egoismo.

Certamente Don Giovanni è il profeta dell'individualismo integrale, come Sade è stato il profeta dell'erotismo. Dopo Don Giovanni gli ordini costituiti, le gerarchie immobili non hanno più senso. La sua stessa esistenza rendeva inevitabile il regicidio, la rivoluzione francese e la morte di Dio, insomma tutto quello che dopo di lui è arrivato.
Grande merito della letteratura è stato quello di aver anticipato la fine di un mondo basato sull'ideologia e il sorgere di un'alba nuova per l'individuo e i suoi bisogni. La sessualità che l'individuo esprime non può essere asservita a tutti (al disegno divino, alla specie, all'amore) tranne che a lui stesso. La mentalità libertina finalmente è in grado di aprire all'individuo la strada per occupare il posto che gli compete: il primo.
Don Giovanni ha dato al personaggio mitico del Seduttore non solo il nome, ma tutta la sostanza e tutto lo spessore. Senza l'elaborazione "filosofica" presente nel trasgressore delle "leggi inviolabili" l'Amore (con l'A maiuscola) avrebbe impunemente continuato a trattare l'erotismo e la passione come servi senza dignità. Tutto il medioevo aveva esaltato l'amore-devozione che traeva ispirazione dal mito di Tristano e Isotta. C'era stato il "dolce stil novo" e l'esaltazione dell'amor cortese. Don Giovanni sovverte ogni regola precedente; mentre Tristano è il seduttore senza passione e senza erotismo che amò la donna solo a patto di sublimarla, Don Giovanni non sublima nulla ma è capace di inseguire una "categoria" senza mai cadere nel caso particolare.
Don Giovanni è uno scettico: non crede nei miti ultraterreni, non crede nell'amore eterno, non crede alla felicità. Egli è totalmente disincantato, totalmente disilluso; ma non è affetto né dallo "spleen" baudelairiano, né dai dolori alla "giovane Werther". Egli è un uomo "esistenzialista" consapevole che non c'è nulla da aspettarsi che già non si conosca in anticipo.
Henry de Montherland ha sostenuto che Don Giovanni non passa da una donna all'altra perché non ha ottenuto quello che si aspettava, ma per il motivo opposto: avendo preso quello che da ognuna può prendere non c'è motivo di indugiare oltre. Don Giovanni sa molto bene che imbarcarsi in progetti ambiziosi, come l'amore, è puramente velleitario: non credendo nell'amore non si illude e prende esattamente quello che si può prendere. E' la vera realizzazione del "carpe diem" di Orazio, "quam minimum credula postero".

Il personaggio di Don Giovanni, anche ai nostri giorni (soprattutto ai nostri giorni) ha una grande validità. Egli ci dice di non credere ai miti e alle favole, e di far crescere la propria lucidità poiché l'illusione potrebbe contenere il veleno che ci uccide. E' stato detto che Don Giovanni è il nemico di Dio: non è esatto. Egli Dio neppure lo concepisce perché sa che non avrebbe senso sprecare tante energie per confutarlo.
Egli non ama le donne, ma neppure le odia, poiché entrambi questi sentimenti ancora una volta richiedono troppo dispendio di energie. Egli certamente ha un atteggiamento predatorio nei confronti delle donne, ma nel prendere quello che in quel momento gli occorre non ha nessuna crudeltà e nessun intento punitivo. Certamente Don Giovanni, a differenza di Casanova, non si accontenta dell'involucro; vuole certamente l'anima ma non per il gusto di fuorviarla ma per insinuare quell'atteggiamento scettico che lui crede importante per non cadere nelle illusioni.
Certamente Don Giovanni rimane un uono legato al suo tempo, perché noi oggi abbiamo perduto la possibilità di provare il suo stesso piacere per la trasgressione. Il suo sottile godimento era quello di ignorare gli interdetti e i tabù religiosi o sentimentali, nella sua epoca ancora tanto forti. Noi oggi abbiamo la fortuna di aver sfondato diverse porte, e se qualcuna resta ancora da sfondare, coraggio, siamo sulla buona strada.
Nel campo delle espressioni artistiche Don Giovanni aprì nuovi filoni espressivi. Un romanzo "moderno" come "Les liaisons dangereuses" di Choderlos de Laclos incarna la "filosofia" del dongiovanni in entrambi i protagonisti, Valmont e la marchesa di Merteuil (pur con individualità diverse). Il "Don Giovanni" di Mozart ne propone la sintesi più alta e compiuta. Il "Don Giovanni" di Molière è la versione più forte e positiva del libertino che non sfida Dio, ma semplicemente lo ignora.
Lo spirito del dongiovannismo ha certamente pervaso in parte il nostro tempo, ma la "lezione" non ha perso di attualità e di pregnanza. Soprattutto è l'anti-Tristano che deve ancora offrire molti spunti di riflessione a un mondo che ha ancora la tendenza infantile di mitizzare il sentimento dell'amore. In Tristano vi è tutta la retorica amorosa della fedeltà suprema e del desiderio senza fine. Don Giovanni ci riporta con i piedi per terra poiché il tornare a bussare sempre alla stessa porta è una sorta di miracolo, finché dura.
Ci resta da porci una domanda: ma davvero Don Giovanni va visto come l'eterno insoddisfatto? Ci vuole proprio un forte insufflamento di romanticismo per non vedere che la passione non può durare oltre un certo limite. Poi è follia pura parlare di eternità in materia di sentimenti umani. Don Giovanni è un realista; egli prende l'uovo oggi e non crede alla promessa della gallina domani. Poi Don Giovanni ci insegna che non abbiamo bisogno di una cosa sola, ma di tantissime cose. Chi di noi non ha capito che il detto "due cuori e una capanna" è un'autentica sciocchezza, gli resta ancora da compiere una lunga riflessione sulla vita. Don Giovanni, finita l'epoca della contrapposizione ai dogmi, può correre il rischio di diventare come Casanova: un donnaiolo cinico ed egoista. Ma forse Don Giovanni se ne infischia delle bassezze, essendo stato sempre considerato un peccatore impenitente sa che la peggiore bassezza la raggiungerà il "santo" e il "perfetto" quando sarà loro strappata la maschera. Di tutti i miti che invariabilmente cadranno quello del dongiovanni è il più onesto, in quanto non ha mai cercato di dimostrare quello che non è e non può essere.
Se c'è una scienza che deve continuare a studiare il dongiovannismo, questa è la psicologia. Troppo spesso (ed è vergognoso) gli psicologi (quei signori o signore a cui qualcuno ha dato una patente) continuano a parlare del sentimento dell'amore con una insalata di parole melensi che farebbero storcere il naso anche a Liala e a tutte le autrici della serie Harmony.

Giacomo Casanova era un avventuriero veneziano nato nel 1725 da genitori che operavano entrambi nel campo dello spettacolo. Morì nel 1798 nel castello di Dux dove era stato assunto come bibliotecario del conte di Waldstein. Nel 1788 pubblicò a Praga un romanzo, l'"Icosameron" che trattava dell'esplorazione al centro della terra alla maniera di Campanella e Swift, e che forse ha ispirato Verne per il suo celebre romanzo.
Questo ci fa capire subito che il soggetto è ingegnoso e versatile. Comunque la sua fama di letterato è legata a una serie di racconti autobiografici, successivamente pubblicati sotto il titolo di "Memorie".
La vita avventurosa di Casanova l'apprendiamo proprio dalla lettura di questo libro autobiografico, che ha tra i suoi pregi quello di fornirci un ritratto vivo di quell'epoca. Casanova visse nell'ambiente dei potenti della sua epoca pur non facendo parte della classe nobiliare. Per restare a galla dovette esporsi a rischi e più di una volta gli andò male. Conobbe la prigione dei Piombi di Venezia, di cui ci lascia il racconto di una carambolesca evasione, e per parte della sua vita dovette fuggire braccato da una città all'altra dell'Europa.
Casanova rivestì molti ruoli nella sua vita; fu seminarista, ufficiale e musicista, ma soprattutto un gran seduttore di donne che lo protessero e ne assicurarono i periodi di fortuna. Certamente nel descrivere le sue avventure galanti egli si compiace (e forse talvolta dà spazio alla fantasia in qualche particolare) ma sostanzialmente ci racconta la verità. Per essere un vero dongiovanni occorrono doti di manipolatore ed affabulatore e di queste Giacomo non faceva difetto. Egli spesso mette l'accento sulla sua forte fede cristiana, ma dato che aveva già subito l'accusa (con relativa prigione) di essere un libertino, capiamo subito che tutto quello che egli dice e pensa, lo dice e lo pensa nella veste di geniale opportunista.
Volendo egli vincere nell'ambiente dei potenti riteneva machiavellicamente lecito ogni mezzo e si sarebbe fatto anche buddista pur di raggiungere uno scopo. Il suo eterno fuggire da città a città era sempre motivato dalla necessità di allontanarsi dalla donna abbandonata e andare verso quella da cui sperava di ricevere i favori. Siccome Giacomo imboniva, truffava e plagiava con le sue magie (la fama di mago era a livello continentale) egli doveva fuggire di volta in volta da Amsterdam a Stoccarda, da Colonia a Zurigo, da Ginevra a Genova, da Marsiglia a Roma, da Firenze a Berlino, da Parigi a Riga, da Varsavia a Pietroburgo, da Praga a Vienna, da Madrid a Barcellona.
Sempre alla corte di sovrani, di potenti e letterati egli frequenta Federico il Grande, che ne apprezza la bella presenza, e via via Voltaire, Rousseau, Benedetto XIV, Clemente X, Maria Teresa, Giuseppe II e via via seduce una folta schiera di donne con l'avvenenza e la duttilità di spirito, risultando affascinante a tutti quelli che incontra.
Casanova era sicuramente un mistificatore e un imbroglione, ma in ogni cosa che diceva o faceva, sapeva infondere un'aura di mistero che non poteva che incuriosire. Egli è un megalomane che però si è adattato anche all'umiliante condizione di fare la spia e il delatore per la polizia e per l'inquisizione (di cui aveva patito sulla sua pelle i rigori). Egli, sicuramente libertino al fondo del suo animo, va dal capo dell'Inquisizione a sciorinare la lista delle persone che possiedono libri messi all'indice o trafficano in attività moralmente riprovevoli.
Segnala una "accademia del nudo femminile, nella quale sono ammessi perfino dei ragazzini di appena dodici o tredici anni". Segnala che in un palchetto del teatro "donne di malaffare e giovani debosciati commettono quei tali delitti, che l'autorità, pur sopportandoli, desidera perlomeno che non vengano esibiti in pubblico".
Fu un triste declino per Casanova che muore dimenticato da tutti. Di lui si riparlò vent'anni dopo la sua morte in occasione della diffusione delle "Memorie". Dalla lettura di queste ultime veniamo a conoscenza delle gesta amatorie di inguaribile seduttore, a volte generoso, a volte cinico. Giacomo, per esempio, fu capace di cedere a un altro uomo un'amante in cambio del ritratto di un'amica. Fu capace di dare una moneta d'oro a un ragazzo perché gli consentisse di godere della sua fidanzata. Non facendosi alcun scrupolo di "fedeltà" approfittò dei favori più o meno simultanei di cinque sorelle verso le quali egli scrive sfacciatamente di provare "i sentimenti di un padre" (ci ricorda qualcosa?!). Egli precisò che "il pensiero di andare a letto con loro non faceva altro che accrescere la mia tenerezza".
Nonostante queste "storture", egli continuava a proclamarsi fervente cristiano e convinto sostenitore dei retti principi morali. Egli sostiene di essere stato la "vittima" innocente dei propri sensi e che quelli "sono stati peccati di gioventù". Egli, ben inteso, non è un malvagio poiché cerca di fare quello che giudica un bene. Cura il vaiolo di una ragazza con cui è stato a letto. Approfitta dell'ingenuità di una contadina ma poi (quasi a riparazione) le trova marito.
Giacomo più d'una volta, per bontà o per convenienza, ha trovato marito alle sue amanti. Quando non riesce a trovare loro un marito, procura almeno un protettore munifico che faccia loro regali costosi.
Casanova cede per un nonnulla alla tentazione e qualunque piccolo particolare lo eccita. "Ella portava una larga crinolina e nessuna sottana: mi bastò per farmi crollare". D'altra parte, alla minima richiesta di impegno egli fugge immediatamente, come se considerasse innaturale per il piacere erotico l'idea di poter mettere sia pur piccole radici.
Egli crede che il piacere sia "il godimento attuale dei sensi: una soddisfazione completa, che gli si accorda riguardo a tutto quello che essi preparano; e quando i sensi esauriti chiedono il riposo sia per riprendere fiato sia per potersi ricostituire, il piacere si trasferisce nell'immaginazione: ci si compiace di riflettere sul piacere che ci ha procurato quell'appagamento".
Gregorio Maranon, nel saggio dedicato al tipo di dongiovannismo incarnato da Casanova, sostiene che egli non esprime virilità, bensì sensualità, che si esprime con una continua commistione del piano affettivo con quello sessuale, tipico nella donna. L'idiosincrasia verso qualsiasi forma di "fedeltà" è dovuta a un vuoto affettivo da colmare e che determina l'inquietudine errabonda propria di Giacomo. Egli era alla ricerca di una realizzazione narcisistica che si sostanziava in un ideale estetico che solo la bellezza del corpo femminile poteva incarnare.
Dunque Casanova, checché egli possa pensare di se stesso, non sa che farsene dello "spirito" ed è unicamente interessato al corpo con annessi e connessi, con i suoi apparati, con i suoi monili. Ciò spiega tra l'altro la sua passione per i gioielli. Di sé diceva con molta compiacenza: "Vivevo con un lusso straordinario. Avevo anelli, tabacchiere, catene d'orologio incrostate di pietre preziose, una croce di diamanti e di rubini appesa a un nastro di seta scarlatta".
Nella sua sostanziale onestà, confessava: "Mi rendo conto, senza arrossire, che io amo me stesso più di quanto nessuno mi abbia mai amato". Fisicamente Giacomo era di taglia gigantesca, che poteva corrispondere, se vogliamo, al tipo morfologico dell'eunuco. Per Maranon l'esibizionismo con cui racconta le sue gesta amorose, è un chiaro segno di deficienza sessuale.
Su questo personalmente non concordo visto il rimpianto di più di una donna per non averlo più disponibile. Peraltro Maranon ha ragione quando lo giudica sterile, altrimenti, visti gli scarsi strumenti contraccettivi dell'epoca e il numero stratosferico selle sue avventure, una parte significativa degli europei di oggi dovrebbero annoverarlo tra i propri antenati. D'altra parte Casanova odiava i bambini e l'idea di disseminare di marmocchi il suo intricato itinerario lo avrebbe fatto certamente inorridire.
Egli, focalmente, viveva la donna e nessun altra perpetuazione verso il futuro. Dice Havelock Ellis di Casanova: "Cercava il piacere attraverso il piacere e non si curava della disposizione delle donne che amava. Un uomo di maggiore statura morale non avrebbe potuto amare tante donne, un uomo di stoffa più volgare non sarebbe riuscito a renderle tanto felici".


 
   
 
   
    Guido Reni

Nesso e Deianira

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6) QUEI PAZZI DEL LIBERO AMORE

Nell'idea di "paradiso" presente in tante religioni c'è il sottofondo di "giardino delle delizie" in cui si amerà e si sarà amati liberamente e senza limiti. In barba a quelli che sottolineano continuamente il carattere "spirituale" delle delizie del paradiso gli artisti che lo hanno rappresentato visivamente hanno "visto" rigogliosi giardini, frutti ed acqua, e corpi nudi in libero moto. Nel paradiso terrestre Adamo ed Eva si amavano liberamente, non avendo la minima inibizione o il minimo senso del pudore. Che sia il "Genesi", che sia "Maometto" chi ha immaginato il paradiso lo ha visto come scenario di delizia "carnale", di delizie del corpo. Gli elementi costitutivi del "paradiso" sono in ogni caso e in chiunque lo abbia concepito, solo due: la nudità e l'eternità.
Da suggestioni religiose è nata la "fede" nella possibilità del "libero amore", dimostratasi ahimé irrealizzabile nelle società avanzate. Gli utopisti di varia estrazione si sono esercitati ad immaginare comunità affettive e sessuali, che al dunque non si potevano attagliare alla vera natura dell'essere umano. Si è sempre vagheggiato "l'età dell'oro", quella primitiva e libera società in cui la nudità avrebbe favorito la condivisione sessuale senza barriere di appartenenza; ma probabilmente tutto questo è solo frutto della fantasia.
Comunque molti tentativi di realizzare il libero amore furono fatti da parte di ristretti gruppi di "intellettuali". Prima della rivoluzione socialista in Russia, gruppi di giovani distaccatesi dal "nichilismo" si diedero alla pratica dello "shanismo" cioé il libero amore senza alcuna restrizione; fu un esempio contagioso che si diffuse in tanti gruppi di pensatori rivoluzionari, ivi compresi i bolscevichi della prima ora. Invariabilmente però la "deregulation" scatenava i bassi istinti dell'ingordigia, delle invidie, delle orge, del piacere fine a se stesso: così si determinavano livelli di tensione insostenibili.
Situazioni meno intellettuali e più radicate nel modo di vivere tradizionale hanno consentito esperienze di libero amore più significative. Una tribù dell'India, i maurya, pratica una sorta di amore collettivo: un dormitorio misto è riservato ai giovani dei due sessi che convivendo fin dalla tenera età, hanno tra loro libero contatto sessuale con il solo divieto di stabilire coppie fisse. Al raggiungimento dell'età adulta questo collettivismo sessuale cessa e si fanno le scelte per le coppie regolari (a quel punto certamente più stabili).
Ogni qual volta viene abolita la tirannia del rigido controllo sociale e religioso c'è la possibilità di praticare il libero amore, ma in materia sessuale le variabili sono tante e tali che quella "libertà" nei fatti è sempre limitata. Prima di incontrarsi davvero sessualmente e sentimentalmente bisogna scalare la montagna della conoscenza reciproca e non è cosa normale per l'essere umano nuotare con disinvoltura in situazioni promiscue. Guardando al mondo attuale degli "scambisti" bisogna considerare che solo una buona dose di stupidità consente di mettere tra parentesi il fatto che copulare tra sconosciuti è invariabilmente foriero di "guai". Voler ricavarsi di straforo fette di libero amore da situazioni indifferenziate è come avere la pretesa, novelli alchimisti, di ricavare l'oro dal vil metallo.
Il libero amore non potrà mai essere realizzato, ma aspirarvi è nondimeno positivo perché serve ad allentare una troppo rigida concezione "regolatoria". Bisogna in particolare "allentare" la pretesa delle religioni di continuare a controllare le coscienze in fatti che hanno solo una valenza intima.
Invariabilmente il concetto di libero amore si è dovuto misurare con le strutture sociali e la mentalità e ideologia religiose. Il risultato è stato quello di fughe parziali dall'istituzione "legale" prendendo perciò sempre una valenza di illegalità.
Vari utopisti, in diverse epoche, hanno favoleggiato di un uomo primitivo libero e felice, e dunque della necessità di tornare al "buon selvaggio" che vive a contatto con la natura. Le cose non stanno affatto così: nelle società primitive c'è un carico di regole e determinazione sul comportamento sessuale che per "pesantezza" è equiparabile al nostro di uomini civilizzati. Sulla scorta dei fondamentali studi degli etnologi Kardiner, Malinowski e Mead sono state fatte analisi comparate tra le società "primitive" e quelle via via più evolute, e si è così visto che in materia di comportamento sessuale c'è un "continuum" tra le società "pro" e quelle "anti" sessuali. Le società pro-sessuali erano quelle che davano libertà all'individuo nelle sue scelte sessuali, tra una gamma di possibilità considerate valide; le società anti-sessuali erano quelle nelle quali l'individuo viene annullato nelle scelte sotto la tirannia delle strutture normative. Quando le maglie sono più larghe l'individuo si può muovere in forme più o meno clandestine per affermare sempre meglio la sua libertà sessuale; quando la società è più tirannica la sfida riguarda solo piccoli gruppi, più illuminati intellettualmente, disposti a sfidare le prassi costituite anche a costo della propria vita.


Non c'è società più tiranneggiata dal punto di vista delle libertà sessuali di quella derivata dalla tradizione giudaico-cristiana, che avendo una vera ossessione sessuofobica ha fatto letteralmente terra buciata alla possibilità della più piccola "trasgressione". La pratica del libero amore o solo la sua rivendicazione teorica, ha avuto vita solo in sette segrete, prontamente bollate di eresia e perseguitate. Fin dagli inizi dell'era cristiana vi sono state sette che con vari argomenti desunte dalle Scritture, hanno cercato di unire pratiche sessuali audaci con la speculazione religiosa.
Dagli "adamiti" agli "illuminati" vi furono numerose comunità eretiche che sfidarono gli interdetti della chiesa cattolica (dico cattolica perché generalmente le chiese protestanti diedero prova di un certo liberalismo). Alcuni tentativi "dotti" per allargare le maglie, come quello della letteratura dei trovatori e dei minnesanger del dodicesimo e tredicesimo secolo, con la pratica dell'"amor cortese" e del culto della "donna angelicata", non furono perseguitati perché non furono immediatamente percepiti come "destabilizzanti". Il mondo arabo, portatore di una maggiore duttilità in materia di comportamenti sessuali, non cessò mai di avere una grande influenza sui costumi, soprattutto quelli delle classi dominanti. Il ceto dominante riusciva a ricavarsi, o di riffe o di raffe, parecchie deroghe alle norme restrittive.
A tal proposito pensiamo allo "jus primae noctis", una ben strana deroga alla ideologia sessuofobica da parte di signorotti, parroci o vescovi. Costoro avevano il diritto di deflorare la giovane sposa e quindi di deporre il proprio seme nel suo grembo. Sembra una barbarica usanza anticristiana, ma no, tutto legittimato dalla benedizione ecclesiastica! C'è infatti una solida spiegazione teologica: per infondere l'essenza immortale all'anima del nascituro il padre legittimo avrebbe dovuto aspettare la propria morte (un bel rischio se il figlio gli premoriva), così un "unto" a vario titolo del Signore risolveva il problema e in tal modo il nascituro non correva rischi. Solo Boccaccio in alcune delle sue novelle ha saputo mettere in rilievo la dabbenaggine del popolo illetterato di Dio e l'ingordigia dei potenti.
Se dalla Chiesa derivava in gran parte l'oppressione sessuale, segnali di orientamento diverso arrivavano dalle alte gerarchie del clero: spesso il loro comportamento presentava una palese viziosità e licenziosità. Mai come a proposito del clero è stato vero il detto "vizio privato e pubbliche virtù". Anche il detto popolare: "Fa' quello che prete dice e non quello che prete fa", illustra lo stesso concetto. Esisteva dunque una netta dissociazione tra dottrina e pratici comportamenti, che è rimasta fino alle soglie della modernità, per l'incapacità della Chiesa di attenuare la propria sessuofobia e la propria misoginia.
Il celibato imposto al clero cattolico non si è mai potuto sostanziare (ovviamente) con una vera astensione dall'esercizio sessuale. Fu nell'anno mille, a seguito della psicosi della fine del mondo, che si introdusse il divieto per i preti di sposarsi. I monaci (come indica il nome) invece erano sempre stati celibi. Ma come accennavo, la castità è un'altra cosa (stavo per dire: un altro paio di maniche). L'abolizione completa dei piaceri sessuali può essere considerata una virtù ma non può essere spacciata come cosa facile da attuarsi e alla portata di chiunque.
Diceva Zaratustra: "Forse che io vi consiglio di sopprimere i vostri sensi? Io vi consiglio l'innocenza dei sensi. Forse che io vi consiglio la castità? In alcuni la castità è una virtù, in altri è quasi un vizio. Se a qualcuno la castità pesa, è bene che se ne distolga, affinché essa non divenga la strada dell'inferno e cioé il fango e la fornace dell'anima".
Date le indiscutibili contradizioni presenti nella mentalità giudaico-cristiana in matetria di sessualità, la società occidentale se ne è sempre più allontanata. Scrittori come Lawrence, Joyce, Gide hanno promosso nei loro romanzi una nuova etica amorosa. Negli Stati Uniti diverse comunità hanno cercato di vincere il puritanesimo dominante, praticando una maggiore libertà sessuale.
La chiesa dei mormoni per esempio incoraggiava la poligamia e quando nel 1890 la pratica è stata ufficialmente interrotta, da essa sono emanate diverse organizzazioni che avevano nella poligamia il loro punto programmatico di forza. Un altro esempio illuminante è stato la "società perfetta" di Oneida, fondata da J.H. Noyes, autore di un libro intitolato "Male continence" che propugnava un vero comunismo sessuale e che aveva molta attenzione alle tecniche educative e alla prevenzione dei contrasti tra gli individui. Gli alti livelli di ansia e i meccanismi incontrollati delle gelosie portarono al fallimento di queste esperienze e alla loro prosecuzione sotto altre forme.

La comune di Oneida è stata istituita in un pacifico posto isolato, nel nord dello Stato di New York tra le città di Syracuse e di Utica in prossimità dell'omonimo lago. John Humphrey Noyes era un uomo dalla barba rossa, sicuro di sé, che fin dai primi studi in seminario aveva sviluppato un'interpretazione personale della Bibbia, base della sua predicazione eretica ma assai convincente per molti. Secondo Noyes la Bibbia era favorevole all'amore collettivo e all'unione fisica tra tutti i veri credenti in Dio.
I partecipanti alla comunità dovevano lavorare ed applicarsi all'educazione dei bambini. Al fine di limitare le nascite e per favorire un maggiore godimento delle donne, gli uomini dovevano cercare di non eiaculare, tranne nel caso di accertata volontà degli amanti di avere un figlio. I giovani venivano presto introdotti all'amore: le donne della comunità accoglievano nei loro letti gli adolescenti, mentre Noyes e altri "anziani" si occupavano della "catechizzazione" delle vergini. Così le quattordicenni da "iniziare" non solo gratificavano gli uomini maturi ma beneficiavano in compenso dell'esperienza di amanti esperti. La norma della "continenza maschile" garantiva tutti circa la sicurezza di evitare gravidanze indesiderate. Tra i giovani l'amore era permesso, ma la comunità vigilava che esso non prendesse una forma troppo egoistica ed esclusiva. Il corpo di ognuno appartenava a tutti e non a uno solo.
Dalla riflessione che nella società normale spesso le donne erano schiave destinate ai lavori domestici e alle ripetute gravidanze forzate, Noyes propugnava la crescita spirituale delle donne che erano educate ad avvicinarsi alla lettura, in modo da poter attingere tra i quattromila libri posseduti dalla comunità. Come si vede, Noyes non è il santone-sporcaccione di cui abbiamo avuto mille esempi; egli aveva indubbiamente una statura positiva che giustifica il fascino che aveva agli occhi dei suoi seguaci. A un uomo che gli confidava di essersi innamorato di una donna, Noyes replicò irritato: "Non è lei che ami. Tu ami la felicità".
La comune di Oneida Noyes l'aveva preparata piano piano attraverso una graduale condivisione sessuale, prima con una coppia e poi con altre coppie a cui aveva convinto la moglie Harriet Holton. La prima coppia "associata" era costituita da Mary e George Cragin. Già da tempo Noyes si sentiva sessualmente attratto da Mary (come daltronte Harriet non celava una simpatia per George) e invece di dare vita a sotterfugi ingarbugliati, diede l'avvio a quella comunità che sfidava apertamente la morale tradizionale.
Se la consumazione del rapporto interconiugale tra i Noyes e i Cragin, fece così rapidamente tanti proseliti un motivo ci sarà. Ma i più tra noi devono onestamente ammettere che non sa qual è.
Naturalmente non appena la "felice" società civile venne a conoscenza di quegli strani comportamenti sessuali, il marchio di "maiali" dediti a orge e baccanali si diffuse con la rapidità d'un lampo e arrivò l'inevitabile mandato di cattura. Noyes, con il suo carattere aperto, affrontò il giudizio delle autorità e fu rimesso in libertà dietro il versamento di duemila dollari di cauzione.
Ma i problemi non erano finiti per lui poiché un gruppo di "custodi" della morale lo cercava per dargli una dura punizione fisica. Così Noyes, memore di quello che era successo a Joseph Smith, il fondatore dei mormoni, pensò bene di rendersi irreperibile. Siamo nel 1847 e dopo diverse settimane in cui si era tenuto nascosto, Noyes informò i suoi seguaci che aveva provveduto ad acquistare i centosessanta acri di buona terra che sarà il "paradiso terrestre" della comune di Oneida (anche oggi i curiosi possono visitare quel "santuario" e con cento dollari vi si può anche pernottare).
L'avere a disposizione un luogo così accogliente in cui si potevano costruire sempre nuovi edifici, favorì molto il reclutamento di nuovi seguaci. La regola di cedere i propri beni alla comunità e l'entusiasmo dei neofiti, accrebbe la ricchezza di Oneida e l'espansione delle sue attività. La comunità era venuta in possesso anche di un veliero che fu adibito al trasporto del calcare lungo il fiume Hudson; ma un giorno una tempesta improvvisa fece capovolgere l'imbarcazione e tra gli altri vi perse la vita Mary Cragin. La disgrazia gettò nello sconforto la comunità e come al solito non mancò lo sciacallaggio della stampa religiosa che attribuì la sciagura alla giusta punizione divina. Dai pulpiti i pastori imperversarono nelle loro omelie eccitando gli animi e furono molti a tornare ad accusare Noyes di "mormonismo, islamismo e paganesimo".
Noyes che con Oneida aveva creato una organizzazione economicamente forte e con molti autorevoli appoggi, si difese attraverso la stampa di fronte all'opinione pubblica.
Egli, tatticamente, dichiarò l'abolizione del matrimonio complesso, ma calmatesi le acque il libero amore riprese a pieno volume come prima. Parallelamente Noyes esortava i suoi a una maggiore adorazione del Signore. Dunque, più libero amore e più preghiere.
Ma egli sapeva quale era la vera via per sfuggire all'azione dei nemici: "Sfuggiremo alle verghe solo se cesseremo di averne bisogno, e accresceremo la nostra prosperità solo a patto di esserne degni senza menarne vanto". Decisamente Noyes aveva capito tutto.
La comunità pagava regolarmente le tasse ma nel 1863, per motivi misteriosi, nessun uomo di Oneida venne chiamato alle armi per la guerra di Secessione. Successivamente con la pace gli affari prosperarono più di prima, producendo beni e prodotti che avevano una grande richiesta. Nel 1869, essendo la comunità così prospera, Noyes pensò di allargarsi dal punto di vista demografico, allentando la rigida regola della "continenza maschile".
In vent'anni a Oneida erano nati solo trentacinque bambini, nonostante la cospicua attività sessuale di tutti gli adulti. Naturalmente altri bambini erano stati portati dai nuovi aderenti, per cui il ricambio generazionale poteva essere assicurato.
Interessante è la modalità con cui si formavano le coppie occasionali. L'uomo che desiderava una certa donna, ne faceva richiesta a una intermediaria all'uopo designata (in genere si trattava di donna anziana e fuori del "servizio" attivo). La donna, se era disponibile (rari erano i rifiuti), dava l'assenso all'intermediaria e l'approccio avveniva. Ogni donna della comunità aveva mediamente da due a quattro amanti la settimana, mentre alcune delle più giovani (e avvenenti) arrivavano ad uno standard di sette.
La propensione all'esclusivismo veniva notevolmente scoraggiata, in quanto avrebbe incrinato il fondamento principale della comune. Gli accoppiamenti tendenti all'incremento demografico erano pianificati e autorizzati da Noyes e tra i "donatori del seme" più frequentemente impiegati figurava di gran lunga Noyes stesso.
Fatalmente anche il seme della discordia non tardò ad arrivare. C'era un uomo, Theodore, nella lista dei "fecondatori" che era malvisto praticamente da tutti a causa della strafottenza e dell'egoismo nel comportamento. Solo Noyes lo sopportava (anzi lo favoriva) trattandosi del suo unico figlio sopravvissuto. Questo Theodore era uno squinternato che sembrava facesse apposta ad infrangere tutte le regole. Certamente Noyes non lo approvava, ma volendogli evidentemente bene non riusciva ad evitare che tutti si accorgessero dei favoritismi.
Fu questo il primum movens di uno scisma che alla lunga avrebbe determinato la decadenza di Oneida.
Il punto di rottura irrimediabile si palesò nel 1875 quando il sessantatreenne Noyes, che forse mentalmente non era più quello di una volta, annunciò all'incredula comunità la sua scelta del proprio successore nella persona, manco a dirlo, del trentaquattrenne Theodore. Tutto il resto... direbbe la canzone...

Nel novecento vi furono tantissimi "eredi" che cercarono di salvare il senso della mitica Oneida. L'ispirazione religiosa (evidentemente solo una foglia di fico) è stata abbandonata e tutto è stato più laico ma certamente non meno impossibile. La "beat generation" che ebbe in Jack Kerouac il proprio capofila, ha praticato il libero amore in tutte le sue forme, ivi compresa quella omosessuale. Purtroppo la liberazione sessuale è stata illusoria, anche perchè in tanti casi ha coinciso con la schiavitù della droga. Le mitologie, al pari di quelle delle religioni tradizionali, erano troppo gravate da confusione e da idealismo. Alcuni intellettuali "beat", impregnati di Wilhelm Reich e delle filosofie orientali, pensavano che fosse fondamentale la ricerca dell'orgasmo perfetto ispirandosi a tale scopo al coito rituale dei tibetani.
Negli anni sessanta un gruppo di californiani che avevano meditato sull'esperienza di Oneida, comprarono una proprietà sui monti vicino a Santa Monica e a una dozzina di chilometri dalla spiaggia di Malibu. Per arrivarci la strada era impervia ma i posti erano davvero molto belli. Quel luogo che divenne il simbolo del libero amore si chiamò Sandstone e constava di una casa grande e di quindici acri di terreno. La gestione della casa prevedeva la partecipazione democratica di tutti, senza rigidi divisioni di ruoli.
Nella casa tutti giravano completamente nudi e i momenti "conviviali" si svolgevano di preferenza in un grande salone elegante addobbato di specchi e di sofà.
Sandstone era, a differenza della comune di Oneida, una comunità esclusivamente finalizzata ai rapporti sessuali promiscui e all'erotismo. Agli aspiranti che volevano entrare nella comunità veniva consegnato un opuscolo che ne riassumeva la filosofia: "Tra i concetti che stanno a fondamento di Sandstone, è l'idea che il corpo umano è una buona cosa, e una buona cosa sono l'aperta espressione di affetto e sessualità. I membri di Sandstone possono fare tutto ciò che loro aggrada, a patto di non assumere atteggiamenti offensivi e di non obbligare altri a sottostare ai loro desideri. A Sandstone non si svolgono attività organizzate, non si seguono programmi comportamentistici, non si fa ricorso a stampelle psicologiche. I membri sono liberi di fare ciò che desiderano, quando lo desiderano, in uno spirito di mutua partecipazione...La forza e il duraturo significato dell'esperienza di Sandstone consistono nella possibilità di contatti umani, ben diverso dal tipico contesto del solito cocktail party con i suoi giochi elusivi, le sue scappatoie. Il contatto possibile a Sandstone implica il fondamentale livello della nudità nel senso letterale del termine, la nudità fisica, e della sessualità senza infingimenti. E si tratta di un'esperienza che, così intesa, trascende di gran lunga ogni tentativo di intellettualizzarla. E' una realtà che consiste di azione, che comporta l'accettare e l'essere accettati nel modo più sostanziale, senza riserve, senza coperture, ed è questo appunto il nucleo dell'esperienza di Sandstone, che non si limita alla fantasia ma istituisce una comunità di nuovo tipo, dove la mente, il corpo, l'essere di una persona non sono più tra loro estranei. In questa comunità, le differenze tra i singoli divengono fonte di diletto anziché motivo di conflitto".
Nel 1970 il dottor Comfort, il celebre autore di "Le gioie del sesso", essendosi trasferito a Santa Barbara in California, sentì parlare di Sandstone e vi si recò più volte. Egli era già un convinto nudista e frequentando il celebre salone, fu impressionato dall'atmosfera di aperta sessualità che caratterizzava Sandstone. Era un incredibile laboratorio dal vero per osservare il comportamento erotico di esseri umani.
Vi si poteva osservare una multiforme varietà anatomica, la diversità degli approcci, in improvvisazioni che avevano nell'estraneità degli individui un elemento di grande interesse. Comfort aveva conosciuto una donna timida (venuta con il marito) che poi osserva in compagnia d'un uomo appena conosciuto mentre si esibisce in una disinvolta movenza del bacino a imitare un domatore di cavalli selvaggi. Lì vicino sempre Comfort osserva un produttore di Hollywood, con le natiche bianche e la schiena abbronzata, mentre esegue gli ordini di un'imperiosa casalinga, inginocchiato tra le sue cosce divaricate. Si notano anche peni che non ne vogliano sapere di ergersi sotto la spinta dell'ansia che comporta la prima visita a Sandstone. In compenso ci sono gli esibizionisti, le macchine da coito, quelli impegnati in sfide di durata. Ci sono due uomini che paiono disinteressati allo scambio erotico, infatti continuano a parlare tra di loro mentre due donne sono impegnate sui membri in un volenteroso opus orale. Molte coppie non hanno il cuore di intervenire e si limitano a guardare.
Comfort pensava che una serata a Sandstone poteva insegnare a un visitatore molto di più di quanto egli potesse apprendere, circa il proprio erotismo, dalla lettura di tutti i più autorevoli manuali e di tutti i più avanzati seminari organizzati dai sessuologi.

 
   
 
   
    Diego Velazques

Venere e Cupido

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7) BREVE STORIA DELLA PORNOGRAFIA

Il termine pornografia significa "trattato sulla prostituzione" e per estensione ha significato "pittura oscena", e per ulteriore estensione l'oscenità in generale. L'opinione sulla pornografia è stata sempre pessima, anche in chi aveva una buona opinione del sesso. Dice D.H. Lawrence: "La pornografia, quasi sempre clandestina, si individua in quanto è un'offesa alla sessualità, che oltraggia con la sua bruttura e volgarità".
Il fatto è che tutta quella bruttura, che si è sempre attribuita alla pornografia, era una proiezione inevitabile del pregiudizio sessuofobico. Si è così creata la contrapposizione tra erotismo (cosa buona) e pornografia (cosa pessima). D'altra parte ciò era necessario per difendere l'iconografia sessuale dalle persecuzioni censorie. Senza una linea di resistenza tutto quello che era corpo nudo sarebbe finito all'"Inferno", paradossalmente anche il "Giudizio universale" di Michelangelo.
"Inferno" è il nome più diffuso con cui si indicavano le collezioni erotiche delle biblioteche. Al British Museum l'"Inferno" si chiama "Arcana"; alla Library of Congress di Washington, "Delta" (simbolo greco del sesso femminile); alla Public Library di New York, "La cage"; all'Armed Forces Medical Library di Washington, "Cherry Case" oppure "Second Rayon". L'"Enfer" della Bibliothèque Nationale di Parigi fu costruito per ordine di Napoleone sul modello dell'"Inferno" della Biblioteca del Vaticano. Ma le menti più chiaroveggenti ammonivano sulla necessità di non demonizzare le opere erotiche.
L'abate Grégoire sosteneva che esse "servono alla storia dell'umanità, degli usi e costumi e delle arti. Questo tipo di produzione costituisce la base per un giudizio del secolo che l'ha vista nascere dal punto di vista dell'osservatore illuminato".
Charles Nodier, citato anche da Apollinaire, notava: "I monaci del medioevo non ci hanno privato delle turpitudini latine, che per loro sarebbe stato molto facile eliminare. Hanno avuto la buona ispirazione di intuire l'utilità relativa di ogni perversione umana".
Purtroppo la nozione di "arte" spesso non è servita a salvare dall'"Inferno" opere di grandi artisti, come è successo per l'opera grafica di Leonardo, Raffaello, Giulio Romano, Rembrandt, Courbet, Rodin, Picasso, Marquet o Pascin.
Giulio Romano, grande pittore allievo preferito di Raffaello, fu anche autore di venti posizioni erotiche incise da Marcantonio Raimondi e commentate dall'Aretino. La nobiltà della sua arte non lo salvò dai fulmini della censura e Clemente VII ne ordinò la distruzione. Parallelamente egli fu esiliato a Venezia insieme al Raimondi e all'Aretino.
Eduard Fuchs fu un erotologo tedesco nato nel 1870 e morto nel 1947. A lui si deve un'enorme raccolta di documentazione. Nel 1904 pubblicò un testo voluminoso consacrato al contenuto erotico della caricatura europea. Nel 1912 riprodusse in una pubblicazione più di 450 documenti erotici, puntualmente allocata nell'"Inferno" delle biblioteche e con relative denuncie all'autorità giudiziaria. I processi che ne seguirono costituiscono un'importante vittoria per l'erotologia, in quanto alla fine fu riconosciuta l'inconsistenza delle accuse di pornografia e la natura scientifica del suo lavoro. Cominciava così a palesarsi la tendenza di non condannare automaticamente tutto quello che sapeva di nudo o di atto sessuale. Successivamente Fuchs pubblicò una raccolta di riproduzioni (con tavole grandi, 0,60 per 1,20 metri) di grandi maestri, da Raffaello a Rembrandt, dai Carracci a Boucher, a Le Nain, a Fragonard; per finire con Rowlandson e Courbet.
Il tabù e la proibizione del nudo sono soprattutto di origine ebraica. Il mito bibblico attribuisce al peccato originale la scoperta della vergogna di fronte alla nudità. Il "Levitico" riporta la proibizione, da parte del Signore, di guardare la nudità del proprio padre e della propria madre, della propria sorella, del proprio figlio, nonché della moglie del proprio padre, della propria zia, del proprio zio, della propria nuora, e di qualunque fanciulla o donna che le mestruazioni rendono impura.
Con l'avvento del cristianesimo, i Padri della Chiesa maledicono la nudità. Nell'iconografia cristiana Eva si distingue da Adamo unicamente per le mammelle piatte e pendule.
L'idea che l'antica cultura latina aveva del corpo per molti secoli fu bandita, insieme alle terme e agli affreschi romani. Nel tredicesimo secolo cominciò piano piano il risveglio con le prime associazioni di nudisti (adamiti e begardi) che saranno ferocemente perseguitati. Sotto Carlo V, nel 1370 a Parigi, si diffondono gruppi di uomini e donne che vanno in giro nudi, ma dopo la scomunica da parte di Gregorio XI si cominciò a bruciarli nella pubblica piazza.
Il nudo nell'arte entra solo con l'avvento del Rinascimento, ma le resistenze continuarono ad essere feroci. Nel 1555 Paolo IV si mise in testa di bandire nelle arti figurative ogni tipo di nudità e questo incontrò tra l'altro l'opposizione di Michelangelo. Più recentemente Pio IX fa sistemare delle foglie di fico di zinco sui punti topici delle statue, ma il vento che vi passava attraverso faceva un gran rumore e così si decise di toglierle. Più recentemente ancora Leone XIII dispone scrupolose ispezioni nelle chiese al fine di scovare dipinti di figure poco vestite e procedere o alla "vestizione" o alla distruzione. Anche Giovanni XXIII si preoccupò di coprire, in Vaticano, il sesso degli angeli.
In Francia, durante il regno di Napoleone III, si orchestrarono molte stravaganze puritane. A Courbet fu vietata l'esposizione del 1855, a Manet il Salon de L'Industrie del 1862, mentre un'opera di Carpeaux che rappresentava un gruppo di ballerine destinata al teatro dell'Opéra fu bocciata e s'invitò l'artista a eseguirne una più morigerata. Nel 1888 in nome della legge Béranger e dell'oltraggio al pudore, furono intentate diverse azioni giudiziarie a carico di artisti.
Ma l'opinione pubblica era matura per reagire con una serie di iniziative che avevano alla base la ricerca del nudo.
Emile Bayard fonda una rivista mensile, "Le nu esthétique", che dà l'avvio a decine di iniziative simili che incontrarono il favore della gente. Nel 1907 il Salon de l'Automne espone il primo nudo cubista. Curiosamente Filippo Tommaso Marinetti, l'iniziatore del Futurismo, dichiara guerra al nudismo pittorico da lui bollato come "fiere del prosciutto putrefatto".
Prima e durante la Grande Guerra la censura impazza, ma alla fine della guerra si constata un salto di qualità a proposito del nudo. Nei "music-halls" e nelle gallerie d'arte il nudo è di casa. Joséphine Baker spopola. Vengono fondate molte società di nudisti.
Il "verbo" nudista proveniva dagli Stati Uniti. Lo proclama una certa signora Johnson, ma solo nel 1906 John Sharp lo diffonde nel mondo. Nonostante la legge punisca l'esibizione pubblica di qualsiasi nudità, viene stampato "Vivre", il primo organo nudista. Ne seguirono grandi proteste da parte di associazioni moralistiche ma dalla società civile si levarono molte voci in difesa della libertà per il nudo.
L'invenzione della fotografia ebbe un ruolo importantissimo per la rappresentazione dell'erotismo e per l'evoluzione della mentalità delle masse. Quando le arti tradizionali sembravano aver esaurito la spinta divulgativa dell'immagine come "coscienza" dell'erotologia, quest'ultima fu democratizzata e capillarmente diffusa grazie alla fotografia. Ciò costituì la materializzazione della scopofilia che alberga negli esseri umani. Agli albori della tecnica i soggetti umani da ritrarre dovevano posare per varie ore, in pieno sole. Fu merito di Daguerre nel 1839 il ridurre notevolmente i tempi di posa. I dagherrotipi pornografici di quell'epoca sono sorprendenti per la forza d'impatto e per l'efficacia.
Il grande futuro della fotografia fu ereditato in gran parte dal cinema, ma la duttilità e la forza espressiva della fotografia ha pervaso mille ambiti della società. Per quel che ci riguarda ha costituito una strada maestra per l'ispirazione e la diffusione della documentazione erotica. Mille e mille collezioni segrete possedute da privati, ma finite anche nel settore del proibito delle grandi biblioteche, rappresentano il vero specchio del costume di un'epoca.
Il merito più grande della fotografia è di tramandare ai posteri una memoria più oggettiva e meno "camuffata" delle modalità effettive di vita della gente. Soprattutto per le cose del sesso la memoria tende a idealizzare e a caricare le cose di un'ansia dovuta alle censure moralistiche.
A differenza della pittura che non riesce mai al evitare la convenzione e il manierismo, la fotografia restituisce un'oggettività che non perde mai il suo intimo fascino e non passa mai di moda. Verso la fine del diciannovesimo secolo, quando la fotografia aveva già fatto dei tentativi per conquistare il movimento, Eadweard Muybridge segnò il progresso decisivo con la realizzazione di "nudi in movimento" che aprì la strada (oltreché al cinema) a grandi applicazioni nel campo dell'erotologia e della sessuologia. A tal proposito possiamo ricordare le documentazioni foto-cinematografiche del dottor Masters, che è riuscito ad imprimere sulla pellicola tutte le fasi "minute" del rapporto sessuale (pigmentazione vulvare durante l'orgasmo, secrezione liquida della parete vaginale).
Sul piano artistico la fotografia erotica ha raggiunto straordinari livelli. In Francia, alla fine del diciannovesimo secolo, Baschet diede vita a una pubblicazione, "Le panorama", in cui alcuni numeri erano dedicati alle esposizioni di pittura che si tenevano a Parigi e in questo ambito un'apposita rubrica era dedicata al nudo. Visto l'interesse notevole con cui il pubblico accoglieva queste iniziative, nel 1903 Amédée Vignola diede vita a una rivista dedicata interamente alle fotografie di nudi: "L'étude académique".
Aveva una frequenza quindicinale e portava l'indicazione "all'uso dei pittori, scultori, decoratori e operai dell'arte". La rivista non aveva praticamente testi e ogni foto recava la didascalia sull'età della modella, il paese di provenienza e i sentimenti che la posa assunta dovevano suscitare.

Era una furba trovata dell'ideatore che ben conosceva la "ferocia" censoria dell'epoca, ma che confidava nella natura "tecnica" della pubblicazione e sull'uso "serio" a cui era destinata. Si adottarono tante precauzioni: ogni fascicolo era presentato in busta chiusa con la dicitura: "Questa pubblicazione non deve essere venduta né ai ragazzi né ai giovani". Le modelle non assumevano pose provocanti (e ci sabebbe mancato altro) ma i nudi parlavano da sé e così la bollatura di "pubblicazione oscena" fu immediata. Questo giudizio non nocque alla tiratura, anzi.
Visto il successo Vignola pubblicò una seconda rivista, "Mes modèles" che era in tutto e per tutto uguale alla prima, tranne per la non trascurabile caratteristica di presentare due immagini di ogni modella: una vestita e una spogliata. Forse Vignola non si rese conto che questa scelta era un'autentica mistura esplosiva dal punto di vista dei meccanismi erotici. Il successo (manco a dirlo) fu straordinario e vi fu una miriade di pubblicazioni con lo stesso assunto programmatico.
Si può immaginare lo scompiglio che quest'ondata di riviste portò nel mondo sempre palpitante dei moralisti. Ma la reazione si mosse con cautela in un'epoca in cui la libertà di stampa si era abbastanza consolidata e aveva radicamento nell'opinione pubblica. Così non si vollero rischiare processi laceranti per la società e dall'esito incerto. La stampa francese d'altra parte tendeva a non pascersi più del moralismo d'accatto dei gruppi di ispirazione religiosa e sessuofobica.
I moralisti condussero la loro battaglia (e la vinsero per lungo tempo) non frontalmente ma convincendo i gestori delle librerie e dei chioschi a non vendere questo tipo di riviste. La cospirazione del silenzio aveva sterilizzato la potenza di una pressione (quella dell'erotismo) che venne fuori solo successivamente in tutta la sua pienezza, ma a costo però di lunghe battaglie, di "martiri" e di "eroi".

Hefner aveva confezionato il primo numero di "Playboy" nel 1953 sul tavolo di cucina dell'appartamento dove abitava con la moglie e la figlioletta. Ma nel giro di pochi anni la rivista vedeva la luce in un moderno palazzo di quattro piani di Chicago e Hugh Hefner era diventato un ricco editore con trenta persone alle sue dipendenze e una schiera di "conigliette" che aspiravano alle pagine di "Playboy" e che non disdegnavano di "passare" nel letto di Hugh fatto sistemare attiguo allo studio.
Nel primo numero della rivista del dicembre 1953 Marilyn Monroe appariva in copertina vestita (sebbene succintamente) ma soprattutto nuda nel paginone centrale. La pagina centrale di "Playboy" divenne mitica: ogni mese vi appariva una "playmate" nuda. L'impatto si sarebbe rivelato formidabile.
Prima di "Playboy" praticamente nessuno in America aveva visto una foto a colori con una donna nuda. Lo stesso Hefner, all'inizio, era convinto di fare un prodotto, se non di nicchia, certamente non popolare. Invece nel giro di due anni si era passati da una tiratura di sessantamila copie a quattrocentomila copie mensili.
Per quanto fossero interessanti gli articoli o le vignette di satira il successo della rivista si spiegava unicamente con il grande interesse che destavano quei nudi. Il Rapporto Kinsey aveva rivelato che la generalità dei maschi si masturbava. Era la chiave per capire il fenomeno "Playboy".
Hefner fu il primo uomo ad arricchirsi vendendo fantasie masturbatorie. Una donna splendida tanto disponibile (quanto illusoria) che è lì solo per te!
Altra dimensione eccezionale relativa a Hefner è che egli mentre raggiungeva alti livelli di successo nel lavoro e nella finanza, portava avanti la sua personale battaglia di liberazione dalle proprie inibizioni sessuali. All'inizio Hugh Hefner era un represso sessuale al pari di uno qualunque dei suoi lettori, ma a mano a mano che vendeva le immagini delle sue modelle agli altri, riusciva sempre più nel miracolo di prendere per sé le modelle in carne ed ossa. La lunga fame repressa con la progressiva abbondanza di cibo si tradusse in un appetito insaziabile.
Hefner riuscì a varcare diversi traguardi, ma quello che gli diede la spinta decisiva per il successo, fu il proporre per immagini un nuovo modello di donna che superava la dicotomia brava casalinga-sgualdrina spudorata.
Quello che Kinsey aveva fatto con le sue statistiche, Hefner tradusse in immagini: la donna vera che pur restando ingenua e perfino verginale, non aveva problemi a mostrarsi nuda. Quindi egli portava avanti una operazione-verità: la donna qualunque, colta nel suo momento di erotismo.
Era questo che faceva impazzire i maschi americani. Anche il nudo della Monroe, sebbene avesse avuto molto successo, non interpretava affatto quello che avrebbe costituito la vera novità di "Playboy". Marilyn aveva già espresso nei film molto della sua potenzialità erotica, e dunque non poteva riuscire a rendere la "novità" e la "spontaneità".
Hefner raramente citava il nome delle ragazze che "esplodevano" nel paginone centrale. Una di queste esplose al suo apparire in tutti i sensi: Jayne Mansfield. Essa è riuscita ad incarnare il sogno erotico "infantile" del maschio amaricano, con l'ipermastia e con la sua aria ingenua, vera o finta. Un seno così "aberrante" e tanta disponibilità: era questo il programma. La Mansfield consapevole della carica esplosiva del suo fisico, controbilanciava intelligentemente, dicendo di sé: "Naturalmente non ce n'è un'altra in tutto il mondo che abbia un petto voluminoso quanto il mio... Io leggo la Bibbia ad alta voce tutte le sere. Non voglio avere alcun motivo di pentirmi al momento della mia morte". (Tra parentesi la morte l'ha colta impreparata ancora giovane, per un incidente stradale)
Oltre alla Mansfield nel paginone finirono Bettie Page che in precedenza aveva posato per una serie di foto underground che avevano popolato i sogni erotici dello stesso Hefner, ma che riusciva ad incarnare pienamente l'"accettabilità sociale".
In questo Diane Webber era perfetta: incarnava erotismo e aria di giovane sana abituata all'aria aperta. Diane e le altre potevano essere perfette ma avevano il difetto, agli occhi di Hefner, di non avere una verginità fotografica. Hugh aspirava a un modello nuovo di ragazze: dovevano avere l'aspetto di una gran bellezza che non si dà le arie, che sprizzasse salute e non intimidisse gli uomini anzi mandasse un forte sottinteso di disponibilità.
Hefner aveva una concezione "monogamica" delle playmates: dovevano "debuttare" a "Playboy" e rimanere fedeli a "Playboy".
La prima playmate scelta personalmente da Hefner fu una ragazza che già lavorava per lui, al reparto spedizioni. Aveva vent'anni, era bionda, con gli occhi verdazzurri, la pelle lattea, allegra e spigliata e con un corpo da schianto. Si chiamava Charlaine Karalus e sulle prime Hefner la corteggiò portandola a cena fuori a bordo della sua cadillac. Si piacquero e presero ad uscire insieme regolarmente. E oltre a fare l'amore nella stanza contigua all'ufficio, la ragazza si disse felice di apparire nel numero di luglio del 1954.
Come nelle buone procedure borghesi, le foto furono fatte vedere alla madre di Charlaine prima della pubblicazione, per una sorta di approvazione. Del resto Hefner aveva offerto alla madre un lavoro nell'ufficio commerciale e l'aveva rassicurata che si sarebbe usato un nome d'arte. Si scelse quello di "Janet Pilgrim", nome che evocava i padri pellegrini giunti a bordo del "Mayflower" a portare il puritanesimo in America.
Il numero di luglio fu salutato da centinaia di lettere entusiaste. Nella pagina centrale vi si vedeva Charlaine seduta a una scrivania con indosso una vestaglietta aperta davanti, che lasciava intravedere tutto quello che c'era da vedere. Sullo sfondo, di spalle, lo stesso Hefner in smoking e cappello a cilindro. Molto interessante la didascalia: "Riteniamo più che naturale pensare che le splendide playmates vivano in un mondo a parte. E invece, playmates potenziali si trovano tutt'attorno a voi: la nuova segretaria del vostro ufficio, la bellezza dagli occhi di cerva che ieri vi si è seduta di fronte a colazione, la ragazza che vi vende camicie e cravatte nel vostro negozio preferito. Miss Luglio noi l'abbiamo trovata nel nostro reparto distribuzione: si occupava di abbonamenti e simili. Si chiama Janet Pilgrim ed è efficiente quanto bella. Janet non ha mai fatto prima la modella, ma riteniamo che non abbia nulla da invidiare alle migliori playmates dei numeri precedenti.
Per il numero di agosto Hefner decise di puntare ancora su Janet, nonostante qualche iniziale perplessità della ragazza che era rimasta turbata dal tenore di alcune delle numerose lettere di ammiratori che esprimevano troppo "realisticamente" il loro entusiasmo.
Janet fece ancora parte per due anni del mondo erratico, fatto di illusioni, di Hefner, poi improvvisamente andò via lasciando di stucco Hugh che avrebbe messo la mano sul fuoco sulla sua "devozione". Charlaine sposò un giovane uomo d'affari di successo, si trasferì in un elegante quartiere di New York ed allevò i figli che nacquero dal suo matrimonio.

La sfida tra la pornografia e le autorità bacchettone fu per decenni feroce e all'ultimo sangue. Richard Nixon da quando si era insediato alla Casa Bianca aveva dato un forte impulso alla "crociata contro l'oscenità". Nixon era un introverso cresciuto in una famiglia povera in cui il padre frustrato e scontroso, imponeva una durissima disciplina ai figli. La madre era cresciuta in seno a una comunità religiosa dei quaccheri. Richard era divenuto un giovane rispettoso, assolutamente privo d'umorismo, che frequentò l'università retta dai quaccheri e che nella carriera politica cercò di incarnare il ruolo di acceso patriota e di fustigatore di costumi.
Alla Casa Bianca trovò molti collaboratori che condividevano la sua idea che la pornografia fosse la fonte di tutti i mali. Anche il direttore del FBI, J.Edgar Hoover, aveva sempre proclamato che la pornografia favoriva la violenza e lo stupro. Erano verità propagantistiche ad uso e consumo dei politicanti e dei bacchettoni di ogni specie, ma la verità "vera" nessuno la conosceva.
Nel 1968 il presidente Johnson aveva costituito una "Commissione Presidenziale per l'Oscenità e la Pornografia" al fine di stabilire quali effetti producesse il materiale "hard-core" sulla società americana. Nell'autunno del 1970, nonostante il lavoro indefesso di un bacchettone (Keating) infiltratovi da Nixon, la Commissione arrivò alla sorprendente conclusione che la pornografia non costituiva, a conti fatti, una grande minaccia sociale e perlomeno per quanto riguarda gli adulti conveniva ignorarla semplicemente.
"La Commissione ritiene che non vi siano motivi sufficienti per giustificare ulteriori interferenze del governo nella completa libertà di espressione di persone adulte e ciò perché estese ricerche empiriche, condotte sia dalla Commissione che da altri, non hanno portato alcuna prova che l'uso o la visione di materiali esplicitamente sessuali svolgano un ruolo significativo nel promuovere nocumenti sociali o individuali quali azioni criminose, atti di delinguenza, deviazioni sessuali e non, oppure gravi disturbi della sfera emozionale".
Il presidente Nixon, che come ha dimostrato la successiva vicenda Watergate era una persona moralistica ma per nulla morale, fece di tutto per insabbiare le risultanze del lavoro della Commissione e non riuscendoci fece scrivere da Keating una contro-relazione, che fu pubblicata insieme alla relazione ufficiale. Ne seguirono controversie che occuparono a lungo le prime pagine dei giornali.
A un certo punto successe una cosa curiosa e imprevista. Un editore californiano mise in circolazione un libro che riportava il Rapporto ufficiale e il Rapporto Keating. Fin qui, si dirà, niente di male; ma nelle sue trecentocinquantadue pagine il volume conteneva la riproduzione di tutto il materiale visionato dalla Commissione. Vi si trovavano foto e disegni di copule, ammucchiate, donne che masturbavano uomini, uomini che masturbavano donne tramite vibratori, omosessuali nei loro atti di sodomia, lesbiche che si praticavano a vicenda il connilinguo, monache che si introducevano candele nella vagina e chi più ne ha più ne metta.
Erano cinquecentoquarantasei illustrazioni di ogni tipo che l'editore certificava essere precisamente il materiale preso in esame dalla Commissione. Inoltre il volume conteneva una nota nella quale si accusava il presidente Nixon di aver respinto il responso della Commissione di esperti.
Sotto il titolo: "Mille grazie, signor presidente", vi si diceva tra l'altro: "Milioni di dollari dei contribuenti sono stati spesi per stabilire la verità esatta sull'erotismo negli Stati Uniti oggi, eppure da parte delle massime autorità sono stati compiuti tentativi di ogni sorta per gettare un velo sulle informazioni così raccolte. Lo stesso presidente ha esplicitamente negato i fatti. Ma il tentativo d'impedire la comparsa di questo libro equivale a un insulto sanguinoso rivolto a ogni adulto del nostro paese. A tutti deve essere permesso di prendere le decisioni che li riguardano; e ai fatti non ci si può sottrarre. Ed è questo che molti, moltissimi adulti, capiranno dopo aver letto questo rapporto. E va soggiunto che, in una società davvero libera, un libro del genere non sarebbe neppure necessario".
Ben presto una copia del libro illustrato giunse nelle mani di Edgar Hoover, il gran capo del FBI, che avvertì immediatamente il Presidente. Nixon l'aveva già visto: il solerte Keating gliene aveva recapitato puntualmente una copia. Presto fu riunito lo staff di consiglieri per decidere il da farsi e per poter farla pagare duramente all'editore pornografo, che peraltro era già noto ai moralizzatori di professione. Si trattava di un energico cinquantenne già processato per oscenità a San Diego e che si chiamava William Hamling.
Hamling era stato un amico di Hefner, ma a differenza di quest'ultimo aveva avuto molti più problemi con la giustizia e aveva fatto meno soldi.


 
   
 
   
    François Boucher

L'odalisca bruna

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8) UN TIPO INTERESSANTE: RESTIF DE LA BRETONNE

Cominciamo col dire che Restif si pronuncia: Rétif. Se qualcuno particolarmente colto tra i lettori di queste righe, ha sentito qualche volta il termine "retifismo" sappia che il significato è quello di "feticismo del piede" e deriva appunto da Restif de la Bretonne, che era pazzo per i piedi delle donne. Ma non lo ricordiamo certamente solo per questo.
Restif de la Bretonne fu scrittore, stampatore ed editore, nato a Sacy (regione della Borgogna) nel 1734 e morto a Parigi nel 1806. Era l'ottavo figlio di un ricco fattore della Yonne e fin da piccolo dimostrò una salute molto cagionevole. Questo convinse il padre a indirizzarlo verso la professione ecclesiastica e a tal fine lo affidò per l'istruzione a un suo figlio prete.
Certamente il ragazzo dimostrò interesse per l'istruzione ma palesò anche l'irreprimibile tendenza a correre dietro alle gonnelle. Il padre rivide il progetto iniziale, e lo mandò presso uno stampatore ad imparare l'arte della fabbricazione dei libri.
Facendo il mestiere di stampatore Restif si scoprì la vocazione dello scrittore, ma in maniera davvero fluviale, tanto che gli si può attribuire l'etichetta di "grafomane". Egli scrive, stampa e vende, fermandosi molto poco a riflettere e a limare. E' il motivo per cui la critica letteraria lo ignorò quasi del tutto, salvo una grande rivalutazione negli ultimi decenni. Comunque è stato sempre considerato uno dei primi autori popolari della letteratura francese.
Esordì, nel 1767, con il romanzo "La famille vertueuse" a cui seguiranno "La fille naturelle" e "Le pied de Fanchette" del 1769, "Le paysan perverti ou les dangers de la ville" del 1776, "Le quadragénaire" del 1777, "Les contemporaires" (1780-88), "La prévention nationale" e "La paysanne pervertie" del 1784, "La femme infidèle" del 1786, "Les parisiennes" del 1787, "Ingénue Saxancourt" del 1789. Ma le opere che potrebbero essere interessanti per noi sono tante perché tante sono le opere di Restif: ben duecento cinquanta titoli! Questo ci fa capire la velocità con cui scriveva.
Restif ha anticipato il giornalista odierno che scrive ogni giorno la cronaca di quello che vede e di quello che pensa.
Ovviamente Restif è uno scrittore disuguale, incomparabile quando fa la cronaca delle vicende che vive e dunque della sua epoca, e abbastanza artefatto nelle sue opere erotiche e nelle sue pagini oscene.
André Malraux osserva: "Può sembrare strano che Restif, così abile e voluttuoso quando in un romanzo è alle prese con la violenza, diventi tanto sciocco nelle sue opere clandestine; la ragione si deve vedere nel fatto che per lui, come per tutti i nostri autori 'du second rayon', il libro erotico è soltanto un mezzo e la sensazione l'unico fine".
Restif fu un testimone di prima fila della sua epoca inquieta e se si facesse una scelta di brani della sua sterminata produzione, ne risulterebbe un grande affresco inarrivabile per chiunque altro.

Alcune opere di Restif conservano, unitariamente, un notevole fascino ed attualità. Per tante cose egli è decisamente uno scrittore da riscoprire. Lui stesso ci aiuta a farsi conoscere meglio con due opere autobiografiche: "La vie de mon père" (1779) e "Monsieur Nicolas ou Le coeur humain dévoilé" (1783).
Paul Valéry diceva: "Metto Restif molto al di sopra di Rousseau".
L'opera di Rousseau aveva influenzato le coscienze che di lì a poco avrebbero dato vita alla rivoluzione francese. Le "Confessioni" di Rousseau hanno certamente dato l'idea a Restif per "Monsieur Nicolas", ma tra il raffinato e colto Rousseau e il ruspante e istintivo Restif, la "verità" e la "spontaneità" stanno tutte dalla parte di quest'ultimo.
Rousseau non aveva una personalità autentica e alcune vicende della sua vita spiegano precisamente il perché. Jean-Jacques adolescente fu iniziato all'amore da un'amica della madre, Madame de Warens. Costei sosteneva, nei colloqui con il giovane Rousseau, di non capire come si potesse attribuire importanza all'amore. Ma dopo una settimana diventò la sua amante, lasciando affascinato e confuso il giovane. La signora Warens apparteneva alla nobiltà del cantone svizzero di Vaud e aveva sposato giovanissima un certo signor de Villardin. Un giorno un filosofo di professione, De Tavel, la convinse che la fedeltà coniugale era innaturale e ridicola, e un ragionamento tira l'altro la portò alla capitolazione. Afferrato l'assunto teorico la signora Warens non aspettò molto a tradire anche De Tavel a favore del predicatore Perret.
Successivamente si diede ancora da fare: sedusse il re Vittorio Amedeo di Savoia (detto la Volpe Savoiarda), abiurò il protestantesimo e si fece cattolica ottenendone il vantaggio di una rendita di millecinquecento lire. Visse a Chambéry con il maggiordomo, Claude Anet, di cui era segretamente l'amante.
A questo punto entrò in scena il povero Jean-Jacques Rousseau adolescente: la sua vita fu condizionata dalla Warens per più di cinque anni. Siccome Jean-Jacques stava molto male a causa della sua nevrosi aggravata anche da una stenosi uretrale, fu mandato a Montpellier da un bravo medico per cercare di curarsi.
Qui Jean-Jacques incontrò un'altra signora matura (aveva 45 anni quando incontrò Rousseau), Madame de Larnage, che dotata certo di buon cuore gratificò il giovane dei suoi favori erotici. Ma Rousseau non vedeva l'ora di rientrare a Charmettes, in quello che riteneva il suo nido esclusivo con la signora Warens. Ma come fu duro il colpo al cuore quando constatò che il suo posto era stato occupato da un giovane barbiere.
Ma niente paura, Madame de Warens aveva un'idea: si poteva stare tutt'e tre felici in un unico lettone. La proposta sconvolse il povero Jean-Jacques e il suo rifiuto gli costò l'indifferenza e la freddezza della sua amata "madrina".
La Warens aveva la palese anomalia di poter amare solo gli infelici, i deboli e gli immaturi. Era il suo modo di rimanere sempre dominante nella lotta tra i sessi. Solo se poteva manipolare, dominare e imporre la sua personalità riusciva ad amare. Quando s'inchinò di fronte al potere (come fece con Vittorio Amedeo) lo fece solo per un calcolo, per poter far breccia con la sua seduzione. Le sue sistematiche infedeltà hanno il solo scopo di affermare sempre e comunque la propria superiorità.
La Warens odia gli uomini che posseggono una personalità. Ecco perché sceglie gli adolescenti, i domestici e coloro su cui può esercitare una generosità simil-materna. Di tutti i casi possibili di frigidità, madame de Warens esprime l'esempio della donna che non si sottomette (ossia non si mette sotto) e che deve sempre sfoggiare la "dissimulazione" dei propri istinti sessuali.

Se le "Confessioni" di Rousseau hanno potuto dare a Restif l'idea di fare qualcosa di analogo, il possibile parallelo finisce qui. Infatti dove Rousseau è il massimo del "camuffamento" della memoria, Restif è il massimo dell'immediatezza del ricordo.
Restif è uno scrittore plebeo che sa rendere con immediatezza lo stesso scenario della varietà umana che successivamente ha costituito la forza di Balzac. Restif non si lascia fuorviare da preoccupazioni di stile: il suo realismo a volte appare surreale per quanto sincero.
Egli così si presenta: "Vengo a darvi tutta intera la vita di uno dei vostri simili senza mascherare nulla né dei suoi pensieri né delle sue azioni. L'uomo di cui riuscirò ad anatomizzare lo spirito non potrà essere evidentemente altri che me stesso".
Restif è sicuro di sé e non si sente inferiore a nessuno. "Ho scritto liberamente come liberamente scrissero Rabelais, Francion, Montaigne, i miei pari".
Egli è un autarchico: fa tutto da solo. Prende la materia prima dalla sua vita vissuta, la scrive e la stampa con le sue mani. Non camuffa nulla: un'esperienza come quella di Rousseau con la Warens, non l'avrebbe descritta certo con struggente nostalgia. Dice di sé: "Sono un gran favolista che anziché prendere come interlocutori gli animali, sceglie come interlocutore se stesso. Sono un animale molteplice, a volte furbo come una volpe, a volte ottuso, lento e stupido come il ciuco o il formichiere, spesso coraggioso come un leone, a volte fugace e farabutto come un lupo, altre volte aquila e avvoltoio, altre volte ancora semplice sparviero, più spesso pernice o allodola straziata. Mi mostro sotto tutte queste parvenze: sono l'eroe instancabile di una favola, nella quale interpreto la parte di ciascuno di questi animali".
Al pari del titolo pirandelliano "Uno, nessuno e centomila", Monsieur Nicolas è certamente Restif, ma anche qualunque uomo che abbia realmente vissuto. Anche il povero Rousseau riferendo dei suoi amori (tutt'altro che esaltanti) diceva: "Posso dire di aver vissuto". Ma è Restif a esprimere verità "vere" quando parla delle sue donne: "Marie Frouard aveva colpito il mio cuore... Nanette aveva parlato soltanto ai miei sensi, Julie all'anima, Ursule al mio rispetto delle convenienze, Edmée Boissard al mio bisogno di ammirazione, Mélanie e Rosalie erano state provocanti, Esther aveva costituito il motivo del continuo 'stupore' e aveva sollecitato il mio gusto della novità, ma solo a Courgis provai il vero amore...".
Il vero amore di cui parla Restif era per Jeannette Rousseau. All'epoca egli aveva quattordici anni e il ricordo di Jeannette lo trasferirà sulle innumerevoli donne della sua vita. Ognuna ebbe una caratteristica: Rose Bourgeois gli suscitò la passione dello scrivere, Madame Parangon rappresentò la "falsa virtù", e via via fino all'amore del suo "autunno", una ragazza di soli diciotto anni che gli regalò sei mesi di felicità e successivamente lo torturò in ogni modo. Tante altre donne si sono susseguite, ma il cuore a un certo punto si era messo a riposo.
Monsieur Nicolas esprime davvero un sano erotismo e la sua "libertà" ha qualcosa di più moderno di quella generalmente espressa dai libertini.
L'erotismo, davvero senza freni, Restif lo espresse nel libro l'"Anti-Justine" scritto in polemica con il suo personale nemico: il marchese di Sade.
Apollinaire che nei suoi scritti segreti aveva redatto un'ampia rassegna delle "opere oscene", dice: "Questo libro unico, delirante e di una oscenità inaudita, è il più pazzo, il più sorprendente e anche il più nauseante che esista".
Restif perde ogni freno inibitore, anche per mostrare che sa fare di meglio di quello che ha fatto Sade. "Che scusa può dare a se stesso -si chiede Restif- l'uomo che pubblica un'opera come quella che state per leggere? Ne ha cento, ma ne basti una. Un autore deve avere lo scopo di far felice il lettore. Non c'è nulla di meglio di una lettura piacevole. Fontenelle diceva: 'Non c'è dolore che resiste a un'ora di lettura'. Ora, di tutte le letture, la più avvincente è quella erotica, soprattutto se popolata da figure espessive".
Il titolo "Anti-Justine ou les Délises de l'Amour" riassume dunque l'assunto dell'opera. "Nessuno è stato più indignato di me per le sporche opere dell'infame Sade... che ho letto quando stavo in prigione. Questo scellerato preasenta le delizie dell'amore, per gli uomini, solo accompagnate da tormenti, dalla morte perfino delle donne".
Dunque l'erotismo di Restif non prevede la violenza fisica: probabilmente gli sono sufficienti i suoi amati piedi. Egli sembrerebbe un moderato dell'erotismo. "I sensi parleranno al cuore", dice. Ma basta dare una scorsa ai titoli dei quarantotto capitoli che costituiscono l'opera, per accorgersi che al pari di Sade, Restif entra nell'inferno delle sregolatezze e delle ossessioni erotiche.
L'armamentario erotico è sì senza limiti, ma la particolare insistenza sugli incesti, getta una luce poco piacevole sulla biografia di Restif, del quale sappiamo che trae sempre ispirazione, per le sue opere, dalla sua vita vissuta, e che ha vissuto (appunto) con le figlie che avevano lasciato temporaneamente i mariti.

Charles Fourier, nato nel 1772 e morto nel 1837, era un pensatore utopista che, al pari di Rousseau, propugnava un ritorno alla natura e diceva che nella vita bisognava seguire unicamente la soddisfazione delle proprie passioni. Secondo Fourier ci potrebbe essere una vera armonia sulla terra a patto che ci si lasci andare agli istinti e agli impulsi naturali.
Cercò di realizzare concretamente questo sogno e lo chiamò "falansterio", che aveva la finalità di dare a ciascuno una possibilità di scelta, e a tutti i gusti e a tutte le manie una conveniente risposta. Nell'organizzazione degli interessi del gruppo, il libero amore era un passaggio importante per arrivare alla fraternità collettiva.
Fourier considerava le aberrazioni e le perversioni sessuali come momenti privilegiati di transizione verso l'amore illimitato.
Naturalmente tutti i falansteri, allora e successivamente realizzati, furono un disastro. Ma hanno avuto sempre una grande suggestione in tanti filosofi, politici e scrittori.
Restif de la Bretonne, nella sua indisciplinata curiosità, non poteva non scrivere della "progettazione" erotica. Il libro "Le Pornographe" del 1769 porta il sottotitolo "Idee di un Bravuomo sul Progetto di Regolamento per le prostitute, Atto a prevenire le Sciagure procurate dalle Donne Pubbliche: con Note storiche ed esplicative".
Come sempre avveniva con i libri erotici, l'editore attribuisce questo libro all'inglese Lewis Moore che dopo aver vissuto venticinque anni a Parigi, avrebbe ideato un progetto per gestire la prostituzione in cui si auspica l'istituzione di una specie di falansterio sotto il diretto controllo del governo.
L'argomento viene affrontato con un atteggiamento di massima serietà e con i soliti riferimenti alla salvaguardia della famiglia e alla difesa della morale. Il volume si conclude con riferimenti all'esercizio della prostituzione nell'antichità e nei vari paesi.
Come sempre nei libri di Restif, vi si trovano le cose più curiose, come un elenco nominale delle prostitute in un pubblico luogo di "depravazione" di Avignone; oppure le disposizioni emanate in materia da Giovanna regina di Napoli, nel 1347. L'argomento della "progettazione" sociale relativa alle cose del sesso, interessava molto e si è pensato che altri scritti analoghi di Restif abbiano avuto la collaborazione di altri, come Pidansat de Mairobert o l'avvocato Linguet, che morì ghigliottinato. A quest'ultimo va attribuito il libretto "Cacomonade, Histoire politique et morale", che si può considerare come una vera e propria prefazione al "Pornographe".
Di quest'opera Restif andava particolarmente fiero e la citava spesso in contrapposizione alle idee dell'odiato Sade. Il libro porta in epigrafe una frase del "Principe" di Machiavelli: "Pigliare el meno tristo delli inconvenienti per buono".


 
   
 
   
    Heinrich Fussli

L'incubo
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9) SADE, PROFETA DELL'EROTISMO

"Sade, profeta dell'erotismo" è una fondamentale opera di Gilbert Lely del 1952, che ha il grande merito di presentarci con completezza la figura di Donatien-Alphonse-François marchese di Sade. Con Sade il pensiero umano deve ancora fare i conti, avendolo a lungo liquidato come un pazzo pornografo perverso.
Era proprietario di La Coste e di Saumane, compreprietario di Mazan, luogotenente generale nelle province di Bresse, Bugey, Valromey e Gex, maestro di campo di cavalleria, nato a Parigi il 2 giugno 1740, morto nel manicomio di Charenton il 2 dicembre 1814.
Nei 1763 Sade sposa Renée-Pélagie Cordier de Launay de Montreuil, da cui avrà due figli maschi e una femmina.
Cinque mesi dopo il matrimonio, Sade viene condannato per libertinaggio e prova per la prima volta il carcere: quindici giorni a Vincennes. La prima grossa rogna ce l'ha cinque anni dopo.
A Place des Victoires Sade vede una giovane che chiedeva l'elemosina, Rose Keller. Con il pretesto che aveva bisogno di una che gli rassettasse la camera, egli conduce la ragazza nella sua casa di Arcueil, dove un po' con minacce, un po' con promesse di denaro induce Rose a spogliarsi e a farsi frastare.
Approfittando di una occasione propizia ed eludendo la sorveglianza di Sade e del suo servo Latour, la ragazza fugge e va a denunciarlo alle autorità.
Successivamente ottiene un'indennità, mentre Sade è incarcerato a Saumur, poi a Pierre-Encise finché la Grande Camera del Parlamento lo condanna soltanto a pagare una multa. Siamo nei 1768 e il re personalmente ordina la detenzione del reo.
Dopo qualche tempo Sade ottenne una sorta di condizionale e viene rimesso in libertà con l'impegno di vivere lontano da Parigi, nel suo castello di La Coste, distante una cinquantina di chilometri da Avignone.
La condotta di Sade non aveva avuto opportuni aggiustamenti: egli era quasi sempre impegnato a organizzare balli e rappresentazioni teatrali.
Nel 1772 si rimise ancora nei guai. A Marsiglia, insieme al fido Latour (costantemente suo complice), aveva organizzato una riunione con quattro ragazze facili, a cui aveva propinato delle caramelle con la cantaride.
La cantaride è un insetto che si utilizzava secco o in polvere ed aveva un'azione vescicante ed eccitante. Vanta proprietà afrodisiache (note fin dall'antichità); una sorta di viagra dell'epoca. Ma si rischiava (e molto) per la salute.
Durante la seduta a sei (Sade, Latour e le quattro ragazze) si era dato libero corso ai soliti rituali fatti di flagellazioni (moderatamente violente), amplessi regolari e sodomitici ed attività omosessuali. Sade fa assaggiare a Marianne degli anicini con la cantaride; più tardi nel corso di un altro festino, un'altra ragazza consuma tutte le caramelle con la cantaride portate dal suo cliente. Ovviamente ben presto si sente poco bene e credendo di essere stata avvelenata denuncia Sade alle autorità.
Il marchese, ben sapendo quello che lo aspettava, fugge in Italia insieme alla cognata, Anne de Launay, canonichessa, che fa passare per sua moglie. Ma nella realtà, se non moglie siamo là. Infatti Anne, nelle lunghe serate al castello, sebbene già promessa sposa a Cristo aveva capitolato alla diabolica corte del marchese divenendone l'amante. Maurice Lever, un biografo di Sade, ha pubblicato nel 2005 il libro "Je jure au marquis de Sade, mon amant, de n'ètre jamais qu'à lui...", basato sul fortunato ritrovamento di alcune lettere di Anne de Launay.
Il Parlamento di Provenza condanna a morte Sade per i reati di avvelenamento e sodomia, e lo giustizia in effigie ad Aix il 15 settembre del 1772.
Un mese dopo Sade viene catturato a Chambéry, per ordine del re di Sardegna, che agiva su pressione della potente presidentessa di Montreuil, sua suocera.
Sade riesce ad evadere di prigione e si rifugia a La Coste dal 1774 al 1777.
Nel febbraio del 1777, il marchese viene arrestato grazie a una "lettre de cachet" e immediatamente avviato al forte di Vincennes.
Subito dopo, la sentenza relativa ai fatti del 1772 viene annullata perché si era appurato che non c'era stato avvelenamento. Durante il trasferimento alla prigione Sade riesce a fuggire nuovamente e a rendersi uccel di bosco per trentanove giorni, dopo i quali viene nuovamente catturato e condotto a Vincennes.
Qui Sade rimane prigioniero cinque anni e mezzo. Nel 1784 il marchese viene trasferito alla Bastiglia, dove resta per altri cinque anni e mezzo. Si trattava di una condizione migliore rispetto alla precedente: il prigioniero aveva più spazio e il vitto era buono.
Poco prima del 14 luglio 1789 (scoppio della rivoluzione e presa della Bastiglia), Sade è trasferito a Charenton, un ospedale psichiatrico tenuto dai religiosi.
Il 2 aprile 1790 il marchese viene liberato e partecipa alle riforme della Rivoluzione, ma ben presto viene sospettato di simpatie "controrivoluzionarie" e nuovamente arrestato. Tra fughe, proclami, requisitorie collettive subite o inflitte agli altri, le vicende nel periodo della rivoluzione sono ingarbugliate.
Cinque anni dopo la fine della rivoluzione, nel 1801, sotto il consolato, il marchese viene arrestato per essere l'autore di "Justine" e di "Juliette" e rinchiuso prima a Sainte-Pélagie e a Bisètre, poi nel manicomio di Charenton, dove muore nel 1814.
L'opera di Sade è stata sempre messa al bando e combattuta in tutte le maniere. Solo pochi artisti, scrittori e studiosi ne hanno sottolineato e ripreso la grande importanza. Nella nostra epoca è in atto una rivalutazione che ha avuto negli ultimi decenni grande impulso dalla puntuale ricerca storiografica di Gilbert Lely.

Sade, profeta dell'erotismo. L'erotismo è una scoperta recente nella storia del pensiero umano, e grande merito, in questo senso, va attribuito a Georges Bataille, scrittore e filosofo francese nato nel 1897 e morto nel 1962. Ha partecipato a tutta la vicenda culturale europea che ha avuto la punta di diamante nelle avanguardie e in particolare nel surrealismo.
Il primo abbozzo de "L'érotisme" di Bataille è del 1930 e si è venuto precisando negli annmi successivi. Bisogna dire che Bataille ha posto degli importanti capisaldi, ma non è riuscito a dare completo sviluppo alle sue intuizioni.
La sua attenzione si è dissipata in troppe direzioni, forse nel tentativo di raggiungere una visione superiore, libera dalle schiavitù della vita e in armonia con le prospettive della morte.
Georges Bataille ha scritto su Sade pagine di grande acutezza che hanno cominciato a penetrare l'allucinante visione dell'universo sadiano. "La storia delle religioni può mediocremente servire a spiegare il sadismo. La definizione del sadismo, al contrario, ha permesso di vedere in certe vicende religiose qualcos'altro che delle incomprensibili bizzarrie: con gli istinti sessuali si possono finalmente spiegare gli orrori dei sacrifici. Questi riti furono di un'eccessiva crudeltà: si offrirono bambini a mostri di metallo rovente, si incendiarono colossi di vimini, dopo averli imbottiti di vittime umane, e ci furono preti che spellarono vive delle ragazze per rivestirsi della loro pelle sanguinante. Il merito principale dell'opera di Sade è quello di aver scoperto la funzione di 'trasgressione morale' dell'evasione nella voluttà".
Bataille in questo modo riesce ad intuire l'elemento costitutivo dell'erotismo, che l'opera di Sade evidenzia: "l'irregolarità", ossia il contrario della regola.
"Essa procura a volte angoscia e a volte gioia, giacché la passione mitigata dall'angoscia è tipica dell'attività sessuale. Senza la coscienza di un'angosciosa 'irregolarità', la felicità erotica, nella sua pienezza s'intende, viene a mancare; ma con il presagio di una irregolarità, anche appena intravista, la nudità stringe alla gola".
Lo stesso Sade si scolpisce con folgorante precisione: "Pensate di ottenere un risultato straordinario, costringendomi all'atroce astinenza dal peccato carnale. Ebbene, vi sbagliate: avete stimolato in me delle fantasie che ora sarò costretto a realizzare".
Dice Maurice Blanchot, autore di un serio studio sull'influenza sadista: "Con Sade, nel mondo così relativo della letteratura, abbiamo un autentico assoluto".
Jean Paul Sartre, da parte sua, ha colto, in modo quanto mai penetrante, la portata della vita e dell'opera di Sade: "Nel mio turbamento mi sfugge perfino la comprensione del mio desiderio: sono come un dormiente che, svegliandosi, si trovasse aggrappato alla sponda del letto, senza potersi ricordare dell'incubo che ha provocato il suo gesto. Questa situazione è all'origine del sadismo... Il sadismo è passione, aridità e accanimento... E' aridità perché si manifesta quando il desiderio ha perso il suo aspetto nebuloso, inquietante... e poiché si accanisce a freddo, perché è accanito e arido insieme, il sadico è un passionale. Il suo scopo, che è il motore del resto di ogni desiderio, consiste nel voler prendere e asservire l'Altro, non soltanto in quanto si rappresenta l'Altro come oggetto, ma in quanto lo considera pura trascendenza incarnata... Non ha altra risonanza all'infuori di quella che consiste nel fattore l'Altro come oggetto-strumento, cerca di utilizzare il corpo dell'Altro come uno strumento per fargli realizzare l'esistenza incarnata... Cerca di scoprire la carne sotto l'azione... Vuole la non-reciprocità dei rapporti sessuali; gode di sentirsi una potenza libera e possessiva di fronte a una libertà prigioniera della carne. Per questo il sadismo vuole presentare la carne in un 'altro modo' alla coscienza dell'Altro: vuole presentarla considerando l'Altro uno strumento e attraverso il dolore. Tuttavia il sadismo, alla pari dell'indifferenza cieca e del desiderio, racchiude in se stesso il principio del suo fallimento. Il sadismo è il fallimento del desiderio e il desiderio il fallimento del sadismo... Cerca di impossessarsi della libertà trascendente della vittima. Ma è proprio questa libertà che è per essenza fuori portata".

Fu verso il 1780, quando Sade aveva quarant'anni, che cominciò a scrivere nella prigione di Vincennes e cominciò ad edificare la sua opera. Il fatto è che ben presto considerò la scrittura (non potendo vivere) lo scopo della sua vita.
Dice Maurice Heine: "L'arbitrio di un re poté salvare una famiglia dalla prodigalità e dal libertinaggio del suo capo; ma per una inattesa conseguenza quel re forgiò contro se stesso e contro l'intera società lo strumento di un'opera filosofica che è la più terribile macchina da guerra mai costruita dal materialismo allo scopo di liberare completamente l'uomo".
Una rassegna esatta delle opere di Sade è, per molte ragioni, assai difficile. Le opere stampate mentre Sade era in vita sono: "Justine, ou les Malheurs de la Vertu" del 1791; "Aline et Valcour, ou le Roman philosophique" del 1793; "La philosophie dans le boudoir" del 1795; "La nouvelle Justine, ou les Malheurs de le Vertu" e "Histoire de Juliette, sa soeur, ou les Prospérités du Vice" del 1797; "Oxtiern, ou les Malheurs du libertinage" dramma in tre atti e in prosa del 1791; "Les Crimes de l'Amour" novella eroica e tragica, preceduta da una "Idée sur le roman" del 1798; "La marquise de Gange" del 1813; gli "Opuscules politiques" tra il 1791 e il 1793.
Le principali edizioni delle opere pubblicate postume sono: "Dorci ou la Bizarrerie du sort" racconto inedito uscito nel 1881 a cura di Anatole France; "Les 120 Journées de Sodome ou l'Ecole du libertinage" pubblicato nel 1904; "Historiettes" pubblicato a cura di Maurice Heine nel 1926; "Dialogue entre un prètre et un moribond" pubblicato a cura di Maurice Heine nel 1926; "Correspondance inédite" pubblicata a cura di Paul Bourdin nel 1929; "Histoire secrète d'Isabelle de Bavière, reine de France" pubblicata a cura di Gilbert Lely nel 1953.
Il personaggio di Isabella, che è stata certamente una delle donne più sensuali e crudeli della storia, è assai piaciuto a Sade, che vi ha visto forse una specie di Juliette con la corona. A proposito dell'ultimo amplesso che Isabella si concede con il duca d'Orléans suo cognato e amante, prima di farlo sgozzare dai suoi sicari, Sade così descrive la regina: "Un insormontabile avversione per tutto quel che contrariava i suoi gusti, un carattere inflessibile, un non comune slancio nella soddisfazione dei propri piaceri, desiderosa di tutto, rispettosa di nulla e senza pagare mai alcun conto, si serviva della posizione attribuitale dal destino per praticare ogni vizio, sicura dell'impunità".
Non è difficile scorgere invidia e amarezza in questo ritratto che Sade fa. In effetti a lui le punizioni non sono state di certo risparmiate, con una palese ingiustizia rispetto a tanti nobili davvero depravati. Insomma il marchese di Sade non fu certo un Gilles de Rais.
Chi vuole aspirare a una conoscenza più vera del "Divin Marchese" abbandoni l'idea che egli somigli o voglia somigliare per forza ai suoi eroi negativi. Accanto alle peggiori nefandezze egli riesce, con convinzione, a descrivere la bellezza del sentimento coniugale: "Oh! non pensate che la fiamma del piacere possa spegnersi quando esso è opera dell'amore: più una sposa allora ci abbandona le sue grazie più eccita il nostro ardore. Questo legame che si schernisce quando non si ama la propria moglie diventa dolcissimo quando la si adora. E' tanto delizioso accordare i movimenti del proprio cuore con i voti del cielo, delle leggi e della natura... No, non c'è alcuna donna al mondo che valga quella che ci appartiene; abbondoniamoci con libertà ai trasporti ardenti dell'anima di lei, le si concede con tutta la gioia i titoli che possono confermare quelli che già possiede: essa è allora la nostra amante, la nostra sorella, il nostro dio, e tutto ciò che può contribuire alla più inebriante felicità della nostra vita. Tutte le passioni si accendono, bruciano, sorgono a schiera in lei e per lei sola".

 
   
 
   
    Edouard Manet

Olympia
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10) SACHER-MASOCH E IL MASOCHISMO

Leopold von Sacher Masoch fu uno scrittore austriaco, nato nel 1836 e morto nel 1895 (pare, ma c'è una storia che diremo). Fu un buon scrittore, ma non lo ricorderemmo di certo se, suo malgrado, Krafft-Ebing nel libro "Psychopatia sexualis" del 1886 non avesse preso a prestito il suo nome per creare il termine "masochismo".
Masoch fu autore di numerosi romanzi d'amore tra cui spicca "Venere in pelliccia" del 1870. In questa vicenda risulta esattamente descritta quella tipologia di erotismo che è la parte complementare del sadismo. In qualche modo, Masoch sembra un affiliato alla scuola di Sade, nel senso che nemmeno il Divin Marchese poteva sperare: il godimento nell'infliggere dolore ha incredibilmente il corrispettivo nel godimento a subire dolore.
Questo concetto è stato superbamente incarnato da Baudelaire e dalla sua poesia: "La voluttà unica e suprema dell'amore risiede nella certezza di fare il 'male'. E l'uomo e la donna sanno fin dalla nascita che nel male risiede ogni voluttà".
I racconti di Masoch sono costruiti intorno ad avvenimenti storici come la peste del 1830, la rivoluzione proletaria in Galizia nel 1846, o la rivolta contadina del 1863. Ma l'inquadratura storica è solo un pretesto per esprimere le passioni tipiche della piccola borghesia rurale del suo paese.
Da segnalare "Don Giovanni di Kolomea", un lungo racconto in tre parti, che esprime una sessualità morbosa e dove l'amore è visto come espressione della lotta tra i sessi, che si può sopire solo con l'accettazione di compromessi degradanti, che in fondo esprime la quotidianità ordinaria.
Pare certo che il tipo di erotismo presente nei libri di Masoch siano la trasposizione precisa delle esperienze personali. Ce lo raccontano dettagliatamente due libri scritti dalla prima moglie di Masoch, Angelika Aurora Rumelin. Lo scrittore avrebbe avuto da sempre le sue particolari fissazioni e la Rumelin sarebbe stata al gioco fino in fondo, traendone pare anche godimento.
Già nelle precedenti esperienze con altre donne Leopold aveva sempre cercato (diremmo "sadicamente") di imporre il suo schema. Con la signora de Kottwitz prima e con la baronessa de Pristow dopo, Masoch aveva voluto essere uno schiavo devoto e fedele come un cane, con il brivido feticistico che gli davano le pellicce indossate dalla "padrona".
La signora Rumelin finì per prendere il nome di Wanda: infatti la protagonista di "Venere in pelliccia" si chiama Wanda de Dounajeff e la sua vittima si chiama Severin. Da allora tutti gli epigoni hanno assunto tali nomi: Wanda, la sadica dominatrice dell'uomo e Severin, la sbavante vittima sempre pronto a strisciare implorando ulteriori umiliazioni.
Dopo aver divorziato dalla Rumelin Masoch sposò Hulda Meister che sembra abbia esercitato su di lui un'influenza benefica che avrebbe potuto attenuare la sua ossessione erotica.
Di Masoch possediamo due scritti, che sono due contratti nei quali egli si impegnava rispettivamente e successivamente con Fanny Pistor, sua amante, e con la prima moglie a tutta una serie di vincoli, per così dire, "autolesionistici". In tutti e due i contratti egli si impegna ad essere lo schiavo della sua compagna sessuale. Alla signora de Pistor promette di eseguire, per la durata di sei mesi, qualunque suo desiderio o ordine, senza eccezione alcuna, e nel caso della benché minima infrazione la autorizza a punirlo nel modo che riterrà opportuno; l'unico impegno della "padrona" sarà quello di evitare richieste che possano fargli perdere, agli occhi degli altri, il suo onore di uomo e di cittadino, nonché di lasciargli ogni giorno sei ore libere per il lavoro. Altro impegno che la signora de Pistor assume è quello di indossare delle pellicce il più spesso possibile e comunque sempre nelle circostanze in cui gli infligge atti di crudeltà. Scaduti i sei mesi i firmatari terranno per lettera morta quanto precedentemente accaduto e non ne faranno in alcun modo allusione.
Il secondo contratto firmato con Aurora Rumelin, va ancora più oltre. Sotto la forma di lettera indirizzata da Wanda "al suo schiavo", si precisa che Sacher Masoch deve, appunto, comportarsi con la sua sovrana come "uno schiavo giacente nella polvere", e che ella, alla minima dimenticanza della condizione di subordinato, ha il diritto di punirlo a piacimento e di infliggergli qualunque castigo; a lei è consentita qualunque crudeltà e quand'anche lo calpestasse egli non dovrà reagire se non baciando il piede o la scarpa che gli passa sopra; in caso di tentativo di fuga ella ha il diritto di sottoporlo a tortura (se crede) fino alla morte; egli deve eseguire alla lettera ogni comando e non si deve far scrupolo di infrangere la legge nell'esecuzione della volontà della padrona; tutto appartiene a lei, compreso l'onore di lui, il suo sangue, il suo spirito, la sua capacità lavorativa; egli il giorno che reputasse troppo pesanti e insopportabili quelle catene non avrà altra via d'uscita che il suicidio.
Nella "Venere in pelliccia" si legge una sintesi efficace di quello che sarà il masochismo: "Per me la sofferenza ha un'attrazione singolare; la tirannia, la crudeltà, e sopra ogni altra cosa l'infedeltà di una bella donna stimolano immensamente la mia passione".
Viene naturale pensare che la condizione di schiavitù consegua a una iniziativa sopraffattoria da parte degli altri, con Masoch constatiamo che la schiavitù è attivamente ricercata dal soggetto stesso. E' proprio la riflessione sul fenomeno del masochismo che ci fa capire che la volontà di dominio è profondamente radicata nell'essere umano, e si esplica in due tendenze speculari: il piacere di dominare e il piacere di essere dominati.
Il concetto di "algolagnia" è in questo senso fondamentale. L'algolagnia, che è il piacere sessuale di soffrire e di far soffrire, ci rivela che il godimento e il dolore sono molto più vicini di quanto si possa pensare. Questo è il motivo per cui una quota di sadismo e di masochismo è presente in ciascuno di noi e costituisce un elemento basilare della "vitalità" dell'erotismo.
Il desiderio di sopraffare o di essere sopraffatti è certamente una delle regole fondamentali della specie e si esplica nel meccanismo del "potere", sia personale che politico. Il principio del chi "sta sopra" e del chi "sta sotto" non si incarna solo nel dispotismo, nella tirannia e nella dittatura, ma è sostanzialmente presente anche nelle democrazie più avanzate.
Il piacere della dominanza violenta e della schiavitù è presente in mille manifestazioni della nostra civile società: lo spettacolo cinematografico e televisivo, lo sport (in particolare la boxe e la lotta libera), la letteratura, la stampa spesso hanno nel gusto della sopraffazione la loro molla più forte.
Diceva Jean Paulhan che "le sole libertà a cui siamo sensibili sono quelle che obbligano gli altri a una schiavitù equivalente". Allora, la sola cosa che distingue un rapporto tirannico da un rapporto libero è solo il fatto che in quest'ultimo "lo schiavo è destinato, grazie alla dialettica, a divenire padrone a sua volta".

Come è stato per Sade anche nel caso di Masoch, l'attenzione sull'opera rilancia (con gli interessi) l'attenzione sulla vita dello scrittore. Nelle prime righe di "Venere in pelliccia" leggiamo: "Di fronte a me, vicino al massiccio caminetto rinascimentale, sedeva Venere, proprio lei, la Dea dell'Amore in persona e non una qualsiasi donnetta che, come Mademoiselle Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico".
Siamo nel cuore della situazione: Masoch riesce a concepire il rapporto amoroso tra un uomo e una donna unicamente come una guerra. Il tema dell'odio tra i sessi lo rappresentava già magistralmente Tolstoj nella "Sonata a Kreutzer": c'è una condizione originaria per cui tra uomo e donna non ci può essere intesa, ed è soprattutto il matrimonio che rivela questa inconciliabilità.
Un'ossessione come quella di Masoch sfida certamente il ridicolo, ma oggettivamente è al di fuori del ridicolo avendo tanti appoggi nella tragicità. Sacher Masoch fin dalle prime relazioni con donne aveva scoperto la propria sessualità bloccata sull'unico schema di doversi forzatamente relazionare a una padrona severa e dispotica.
La sua prima amata fu Anna von Kottowitz, donna avvenente ma piuttosto grossolana. Lei accettò (volenti o nolenti, non sappiamo) di usare la frusta con lui. Ma fu lui a piantarla dopo che le fu scoperto la sifilide, che si era presa da un conte polacco, tra le cui braccia era stata spinta proprio da Leopold. Qui c'è da fare una riflessione interessante sul meccanismo masochistico: infliggersi l'infedeltà dell'amata è un boccone delizioso per Masoch ed è per questo che egli si dà sempre da fare per reperire un amante disponibile (il cosiddetto "greco", anche questo mutuato dal romanzo). E' divertente notare che il "greco" fa due piaceri nel contempo al masochista: lo fa godere per il tradimento e gli permette di aprire una storia con una nuova donna.
Infatti dopo la Kottowitz ecco pronta al rimpiazzo Fanny Pistor di professione attrice. Con la Pistor, Leopold stipulò il primo contratto che lo impegnava al quasi totale asservimento nei confronti della padrona, con qualche riserva di cui abbiamo già detto e che spariranno del tutto nel contratto successivo.
Aurora Rumelin come sappiamo si rivestì subito del nome "Wanda". Si trattava di una ragazza modesta socialmente che si guadagnava da vivere facendo lavori di cucito. Non aveva una grande istruzione e non era certamente una gran bellezza (a guardarla nella foto la definirei bruttina): aveva tratti marcati, mani robuste e una carnosa volgarità. Le sue qualità erano la passione per la letteratura e un carattere determinato.
Tanti particolari di questa storia li apprendiamo dalle Confessioni scritte da Aurora dopo la morte di Leopold.
All'inizio Aurora e Leopold neppure si conoscevano ed erano di ambienti sociali che non comunicavano tra di loro. Leopold era uno scrittore affermato e Aurora aveva certamente letto qualche suo libro. Tutto nasce da una scommessa tra amiche. La stramba sessualità di Masoch era sulla bocca di tutti ed era l'oggetto delle conversazioni tra Aurora, la giovane cucitrice appassionata di letture, e la sua amica signora Frischauer, una dama della buona società e piuttosto colta.
E' certamente venuto in mente a quest'ultima di fare uno scherzo a Sacher Masoch. Masoch non faceva mistero del suo proposito di sposare la giovane Fanny Pistor, e in qualunque conversazione lo ribadiva agli astanti. Aurora pensava che lo scrittore, per quanto dai comportamenti strani, era sinceramente determinato a trovare appagamento nel matrimonio; la signora Frischauer invece dubitava che Masoch fosse tagliato per il matrimonio.
Fu così che le due amiche fecero una sorta di scommessa: metterlo alla prova inviandogli lettere appassionate da parte di una signora che non desiderava altro che realizzare quel tipo di rapporto che costituiva l'aspirazione unica di Leopold.
Siamo nel 1872, due anni dopo la pubblicazione di "Venere in pelliccia", romanzo che era perfettamente rivelatore per chiunque della psicologia e dell'erotismo di Sacher Masoch.
Leopold ci casca in pieno, nel senso che risponde con sollecitudine alle lettere che la signora Frischauer gli invia, esprimendo una totale disponibilità con dichiarazioni perfettamente fedifraghe nei confronti della povera Fanny. Questo ci dice che il masochista aspira al tradimento dell'amata, ma è altrettanto disposta a tradirla alla prima occasione.
Leopold scrive nelle sue lettere di non vedere l'ora di poter incontrare la misteriosa signora e così ci si accorda per un incontro in cui la signora si presenterà debitamente mascherata. Leopold nell'attesa del febbrile incontro fa leggere incautamente una lettera della misteriosa spasimante a un suo conoscente che (quando si dice la sfortuna) è il figlio della signora Frischauer, che non ha difficoltà a riconoscere la calligrafia della madre. Il gioco viene così smascherato e tutto sembra dover finire in una bolla di sapone. La signora Frischauer, temendo uno scandalo, spinge Aurora a chiedere un incontro a Masoch, al fine di farsi restituire le lettere che gli aveva scritto.
Durante l'incontro Aurora sceglie la strategia della sincerità e racconta i particolari della "combine" allo scrittore, che nel restituire le lettere implora quasi la donna di permettergli di cominciare una corrispondenza con lei. E' l'inizio della loro storia e Aurora vi si getta con decisione convinta dell'ottima opportunità di ascesa sociale che le si parava davanti.
Per questo all'inizio la Rumelin racconterà a Masoch un sacco di frottole su se stessa, inventandosi una diversa origine sociale e un matrimonio che lei era determinata a far saltare per amore di Leopold. Quello che probabilmente ha convinto quest'ultimo non sono state le incredibili bugie (che avrebbe lasciato dubbioso anche l'ultimo degli imbecilli) ma l'abilità e la determinazione che Aurora metteva nell'usare la frusta indossando le pellicce che lui aveva già pronte.
Ben presto si arriva al matrimonio. Chi candidamente si chieda come sia stato possibile che un uomo intelligente come Masoch abbia abboccato al rozzo "bluff" della sartina, non tiene presente che stiamo parlando di un vero masochista!
Il matrimonio e il relativo contratto erano esigenze di scena del teatro masochista. Ma nonostante questo ne derivarono tre figli, che uniti agli altri due del successivo matrimonio fanno il totale di cinque. Il povero Leopold, a sua parziale attenuante, cercò sempre di occuparsene.
Bisogna sempre ricordare che nella concezione di Sacher Masoch il rapporto cercato con una donna è una vera e propria guerra, e della guerra ha tutte le regole: la crudeltà nelle varie fasi e alla fine la pace, che significa la definitiva separazione. Come da copione, alla fine Aurora troverà il suo Greco con il quale continuerà ad esprimere la propria confusione di piccola arrivista. Ma tant'è, questa parte della storia non ci interessa.
L'eros espresso nelle pagine di Masoch è piuttosto piatto, e non poteve essere altrimenti. Il cliché della donna divoratrice non può reggere a lungo, essendo costitutiva della femminilità una certa "sottomissione". Così la povera Wanda nel momento in cui si pone come dominatrice, si pone anche come vittima. E' un discorso di due "vittime" che si dilaniano a vicenda. Non vi è dubbio che il masochista maschio odii le donne, ma anche la donna che accetta il gioco odia gli uomini. E risiamo alla guerra dei sessi.
Sacher Masoch forse si avvicina alla possibilità di una via d'uscita dalla follia incombente, quando si allontana dalla frusta di Wanda e incontra Hulda Meister che poi sposerà. Hulda non si vuole prestare al gioco senza uscita del masochismo, ma non era in suo potere di incarnare quella "madre" accogliente che il povero Leopold non ha avuto.
Il delirio per Masoch si popola sempre più di violenza: la Vergine di Norimberga con le sue lame affilate; Iside, Astarte e le altre Grandi Madri che danno contemporaneamente la vita e la morte. Un giorno Leopold uccide un gatto con le sue mani e tente di strangolare Hulda. Siamo nel 1895 e la situazione non è più sostenibile. Leopold viene ricoverato nel manicomio di Mannheim, e contemporaneamente viene annunciata al mondo la morte dello scrittore. Ne parlano i principali giornali di molti paesi europei, ma in realtà Sacher Masoch morirà in quel manicomio dieci anni dopo, nel 1905. Altri dieci anni di buio delirio e di fantasmi insensati, che però da storia dei decenni successivi si incaricherà tragicamente di rendere reali.

Sembrerà a qualcuno, blasfemo chiedersi se la morte di Cristo sulla croce non sia stata anch'essa una manifestazione di masochismo. A ciascuno la propria risposta. Quel che è certo che "Cristi" era una setta religiosa russa, di cui l'adepto più famoso fu Rasputin.
Questi fedeli si proponevano di recuperare alla prassi del cristianesimo le cerimonie orgiastiche precristiane, che volevano superare l'erotismo dell'amore sessuale attraverso i misteri della dea Cibele. Il rituale orgiastico dei "cristi" si celebrava a mezzanotte e i partecipanti, uomini e donne, indossavano un leggero abito bianco sul corpo nudo. Al suono di formule invocatorie, gli uomini si raggruppavano al centro e danzavano nel senso del movimento solare, mentre le donne, disposte tutt'intorno, danzavano in senso contrario. Quando la danza raggiungeva il parossismo alcuni adepti si isolavano mimando l'ascesi. Al punto di massima frenesia pandemica molti iniziavano a flagellarsi, essendo il dolore considerato base fondamentale dell'erotismo e dell'estasi. A quel punto uomini e donne, che si erano già liberati dei vestiti, si accoppiavano a caso cercando di realizzare la simultaneità degli amplessi. Nella calca orgiastica veniva individuata una giovane donna nuda come "la Madre della Terra", e adorata da tutti. A questo proposito sarebbe interessante la lettura del libro "La Santa Madre" di Leopold von Sacher Masoch. Questo libro presenta a un certo punto un'atroce crocefissione, come l'acme del godimento orgasmico.
L'autolesionismo come commistione erotico-religiosa è tutt'altro che infrequente nella storia. L'autocrocefissione, al pari dell'orribile scena immaginata da Sacher Masoch, conta diversi casi. L'esempio più celebre fu quello di Matteo Couet di Casale (1789-1806). A tredici anni si castra e getta via per strada tutto il tagliato. Naturalmente ciò gli portò fama e lo rinfocolò nei suoi propositi masochistici. Successivamente si esibisce a Venezia, dove approntata una croce tenta di inchiodarvisi, ma quella volta i passanti glielo impediscono. Ci riprova due anni dopo. Predispone l'apparato in camera sua: la croce l'aveva legata con una fune al soffitto e nel momento opportuno l'avrebbe fatta scivolare fuori dalla finestra. Per ritrovarsi avvantaggiato con il lavoro, si forò mani e piedi con un lungo chiodo, e si ferì il costato (tanto per completezza). Non dimenticando di porsi una corona
di spine sulla testa, fa scivolare la croce fuori dalla finestra e cerca si appendervisi. Subito dopo sviene e viene internato in un manicomio, nel quale cerca diversi modi di raggiungere la morte finché la costanza viene premiata.
Più recentemente un calzolaio tedesco, Georg Krausert, nel 1959 si crocifisse per acquisire il diritto ad essere adorato e per provare a un piccolo stuolo di seguaci che il sacrificio di Cristo poteva ripertesi.
Parallela a quella dei "Cristi" la setta russa dei "Skoptzy" aveva molti assunti dogmatici in comune. Gli Skoptzy differiscono dai Cristi, perché considerano la castrazione un mezzo indispensabile per mantenere l'ascetismo e la pulizia morale. Anche gli Skoptzy mettono una donna nuda al centro della loro cerimonia rituale. Ma questa donna è sfortunata!
Nel corso del parossismo rituale essa subisce l'ablazione del capezzolo di uno o di tutt'e due i seni. Non raramente subisce il taglio completo di una mammella. Gli Skoptzy vogliono bene alle loro donne, e per equità esse subiscono generalmente le stesse mutilazioni riservate alla donna nel rituale, e in più vengono prodotte due cicatrici simmetriche sul seno, e a volte l'escissione delle piccole labbra, delle grandi labbra e del clitoride. Gli uomini, da parte loro vengono generalmente castrati. Vi sono due gradi di castrazione: il primo grado di purezza prevede l'ablazione dei testicoli; il secondo grado di purezza prevede l'ablazione del membro.
Intorno alla donna eletta nel corso del rituale avvengono fenomeni di cannibalismo, in quanto i pezzi tagliati vengono distribuiti agli astanti, che se ne cibano.
Le prime notizie su questa setta religiosa russa sono della metà del diciottesimo secolo. Il fondatore della setta sarebbe stato Pietro III, figlio dell'imperatrice Elisabetta Petrovna, la quale, al pari della Madonna, lo avrebbe concepito semza mutare il proprio stato di verginità. Pietro III raggiunta la pubertà, avrebbe scelto di farsi castrare, ma poi si sposò ugualmente. Sua moglie, l'imperatrice Caterina, toccata con mano la situazione decise di farlo assassinare. Pietro fece in tempo a intuire il proposito della consorte e, travestito da soldato, fuggi e si tenne nascosto a lungo. Quando tornò a Mosca fondò la Chiesa di Skoptzy. Successivamente, a scanso di rischi, emigrò all'estero sotto il nome di Selivanov.
Quando Prietro I, salendo al trono, venne a sapere di essere il figlio di questo Messia fuggiasco, fece chiamare a sé Selivanov. Quest'ultimo si dichiarò disposto a intestarsi la paternità dell'imperatore a patto che questi si facesse castrare e si convertisse alla nuova religione. L'imperatore, che evidentemente non era pazzo, fece rinchiudere il "messia" in un manicomio, dove rimase fino alla salita al trono del successore. Rimesso in libertà, gli fu concesso per qualche tempo di predicare, ma poi fu definitivamente esiliato in Siberia.
Gli Skoptzy, che evidentemente erano dotati di fervida fantasia, non solo avevano individuato il Cristo tornato in terra in Selivanov, ma anche l'Anticristo, nella persona dell'odiato Napoleone I. Il Corso non era corso, bensì il figlio illegittimo di Caterina II, la quale se ne sarebbe sbarazzato da bambino inviandolo in Francia.


 
   
 
   
    Gustave Courbet

Le bagnanti
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11) QUALCHE ROMANZO CHE HA FATTO EPOCA

"Les liaisons dangereuses" ("Le relazioni pericolose") di Choderlos de Laclos è un romanzo epistolare (175 lettere) che venne pubblicato a Parigi nel 1787. Si tratta di uno dei congegni narrativi ed erotici più folgoranti che la letteratura abbia mai approntato.
Forse per la prima volta il piacere erotico con i suoi meccanismi ha tutto lo spazio e non si disperde né in frivolezze, né in sentimentalismi.
Valmont è un libertino che si è prefisso di sedurre tutte le donne che hanno colpito la sua attenzione e mosso il suo desiderio. A tal proposito egli frequenta assiduamente i salotti parigini.
La sua voglia di conquista lungi dall'essere scoraggiata dalle difficoltà, si eccita particolarmente di fronte alle barriere della virtù.
Valmont ha messo gli occhi sulla bella presidentessa di Tourvel, donna pia che incarna perfettamente la correttezza del costume.
La marchesa di Merteuil è la protagonista del romanzo: già amante di Valmont condivide con lui la mentalità libertina e l'assoluta spregiudicatezza. Accetta di aiutare Valmont nella sua strategia di conquista della presidentessa di Tourvel, non certo in ricordo dei vecchi amori, ma per vendicarsi di un suo giovane amante, Danceny, che ha deciso di fidanzarsi con Cécile de Volanges, una ragazza ingenua appena uscita dal convento.
La Merteuil chiede dunque a Valmont (praticamente un burattino nelle sue mani) di sedurre Cécile. Valmont non solo la seduce, ma la corrompe facendola divenire una libertina dedita alla lussuria.
L'ingenua libertina ha un aborto prima di essersi resa conto della gravidanza; alla fine non le resta che la soluzione classica in questi casi: il convento.
Intanto Valmont continua ad occuparsi del suo obiettivo principale: far capitolare la presidentessa. Alla fine l'assedio ha successo, soprattutto per la sapiente regia sotterranea della Montreuil. La Tourvel s'innamora e Valmont, a furia di simulare i sentimenti dell'onesta passione, sembra innamorarsi anch'egli.
Ciò dà molto fastidio alla marchesa che decide di pianificare una sua scappatella con Valmont facendo in modo che la presidentessa lo venga a sapere.
Per quest'ultima, così retta e così fragile, è la fine: morirà di dolore e di vergogna. Valmont perirà in un duello per mano di Danceny, che ha appreso tutta la verità sulla sua ex fidanzata Cécile. La marchesa finirà rovinata finanziariamente e sfigurata dal vaiolo.
Il principale personaggio del romanzo è la marchesa di Montreuil, nelle cui mani Valmont è un semplice strumento. E' lei la vera allieva di Don Giovanni, capace di sganciarsi dai cliché moralistici e di progettare il male in quanto principio vitale.
E' una contemporanea di Sade, che forse è riuscita a dire quello che a Sade hanno impedito di dire. La grandezza dell'opera di Laclos sta nella grandezza del personaggio della Merteuil.
La modernità della marchesa è assoluta: è una donna che rivendica la sua piena indipendenza. Madame de Merteuil è un'autodidatta che riesce a fare un grande lavoro di costruzione di se stessa, in modo da dissimularsi agli altri e nello stesso tempo smascherarli.
Essa approfondisce la propria condizione di donna e riesce a sottrarsi al dominio maschile. Sapientemente lavora a farsi una reputazione che poi sfrutta all'occorrenza a proprio vantaggio.
La Morteuil è una donna stratega e manipolatrice che svetta nel confronto con gli altri personaggi femminili prigionieri del moralismo, della religione e dell'ingenuità fatta passare come virtù. D'altra parte essa non vuole essere "attruppata" nella categoria delle donne, e rivendica la propria unicità.
E' una donna che, proprio perché è sicura di sé, si può permettere di essere cinica, dominatrice e tirannica.
Nel giudizio degli altri essa è spietata e la spietatezza è giustificata perché coglie spesso la verità. E' una donna che sa vendicarsi: essa è mossa da una sorta di riscatto "femminista" che cosciente dello squilibrio uomo-donna non perdona perché sa che nulla le verrà perdonato.

"Fanny Hill" è un romanzo pubblicato nel 1749 e scritto da John Cleland, un ex allievo della Westminster School ed ex console a Smirne, che scrisse il libro per procurarsi i soldi per uscire di prigione, in cui era finito per debiti.
Un editore specializzato in letteratura pornografica gli aveva proposto un "romanzo sessuale" lasciandolo libero nella scelta del soggetto.
Ne uscì un'opera molto licenziosa scritta in uno stile raffinato. Il successo fu straordinario: l'editore si arricchì e l'autore risolse almeno i suoi guai con i creditori. Nel giro di pochi anni il libro uscì in molti paesi.
Innumerevoli furono le imitazioni. Nel 1750 uscì un'edizione purgata, ma che conservava tutto il suo interesse (che perdura anche oggi).
Anche "Fanny Hill" si presenta sotto forma di romanzo epistolare. La protagonista racconta la sua storia di ragazza venuta in città per lavorare e che finisce a fare la prostituta in un bordello, gestito da una certa signora Cole.
Pur evitando un linguaggio triviale l'autore rappresenta diverse situazioni molto scabrose, come l'episodio del masochista che si fa frustare, come la storia di un cliente feticista per le capigliature, e via via tutte le possibili situazioni di un bordello attivo a pieno ritmo.
Vi sono i "voyeurs", i travestiti, gli omosessuali e anche i pedofili, che a quei tempi avevano molto più libertà d'azione che oggi. A questo proposito ci colpisce la deflorazione di un fanciullo innocente, con gran divertimento delle ragazze di vita che assistevano.
Vi si raccontano tutte le perversioni, le richieste particolari di certi clienti e le mille astuzie che la tenutaria e le "ragazze" mettevano in campo per gabbarli. A qualcuno veniva fatto credere di avere il privilegio di "varare" al mestiere una vergine, in realtà già con un lungo "pedigree".
Come dicevo le imitazioni del libro furono innumerevoli e fu anche pubblicato un "Fanny Hill maschile", ugualmente andato a ruba.
L'editore, i librai, l'illustratore si arricchirono tutti, ad eccezione dell'autore. Il povero John Cleland riscosse solo poche ghinee di diritti di autore, e in compenso moltissime critiche dal suo ceto sociale e diversi guai, per aver osato scrivere un'opera così scandalosa.
Come era fatale dovette difendersi anche in tribunale e la strategia difensiva fu quella solita adottata dagli autori in questi casi: si tratta di un'opera moralistica. Infatti come mettere i lettori in guardia contro la depravazione, se non si rappresentano i bassifondi delle città con i suoi vizi, i suoi ruffiani e le sue puttane?
Il presidente del tribunale, conte di Granville, uomo colto ed intelligente, si mostrò clemente con Cleland. Ne ordinò la liberazione a patto che evitasse in futuro di scrivere opere licenziose. Avendo poi capito che il bisogno in questo caso era stato cattivo consigliere, gli assegnò un vitalizio annuo di cento sterline.
All'epoca restavano a Cleland ancora una quarantina d'anni da vivere ed egli onorò la promessa fatta. Scrisse diverse opere di carattere morale (tutt'altra cosa che "Fanny Hill") che, ovviamente non si avvicinarono neppure un po' all'immenso interesse suscitato da Fanny. Anzi diciamolo pure chiaramente: l'interresse per le opere successive si approssimano allo zero.

"Manon Lescaut" è un romanzo scritto dall'Abate Prévost e pubblicato nel 1728 e nel 1731. Un certo marchese a Passy-sur-Eure incontra il giovane Des Grieux, mentre sta seguendo disperatamente una carretta di donne destinate alla deportazione in Louisiana. Tra esse vi è Manon che il cavaliere Des Grieux aveva sedotta e rapita a Amiens, quando era studente.
Si erano entrambi rifugiati a Parigi, ma Manon, benché innamorata di Des Grieux, frequentava anche un riccone che le consentiva un lusso di cui non si sapeva privare. Des Grieux, saputa la cosa, viene ricondotto dai genitori. Aveva tentato di dimenticare Manon, ma questa l'anno dopo l'aveva richiamato. Per mantenerla Des Grieux aveva fatto diversi mestieri, compreso il tenutario di una bisca. Infine era divenuto complice delle malefatte di Manon.
I due amanti vengono ben presto smascherati ed arrestati. Manon non era una donna da amare, ma l'amore è un destino a cui non ci si può sottrarre.
A New Orleans, Manon e Des Grieux fanno il proposito di rifarsi una vita, ma poi la giovane donna seduce il figlio del governatore. Des Grieux sfida quest'ultimo a duello e lo uccide. Non resta che fuggire nel deserto, dove Manon muore.
La storia rappresenta una passione violenta che è probabilmente autobiografica. L'Abate Prévost, nonostante la sua condizione di ecclesiastico, conduce a Londra una bella avventuriera che abitava all'Aja. Da questa fatale passione l'autore aveva tratto la convinzione che all'amore non si può resistere e che come disse Voltaire: "Il linguaggio delle passioni è il suo modo di espressione naturale".
Dal romanzo furono tratte le opere di Massenet e di Puccini, e un pregievole film di Henri-Georges Clouzot.

"Félicia ou mes fredaines" è un romanzo di Andrea di Nerciat pubblicato a Parigi nel 1782 e che solo oggi è possibile (per chi ne avesse voglia) leggere in pace. Il romanzo fu condannato nel 1822 e nel 1842.
Fu definito dai moralisti: il catechismo del libertinaggio e della corruzione.
Nerciat, che era davvero una gran persona, mette in epigrafe un ironico riferimento a se stesso: "La colpa è degli dei che mi fecero così pazzo".
Il romanzo è una felice trascrizione, come anche "Les liaisons dangereuses", del nuovo spirito di libertà e di valorizzazione dell'individuo che ha permesso la rivoluzione francese.
Dice Bataille: "La libertà sovrana, assoluta, fu concepita, in letteratura, dopo la negazione rivoluzionaria del principio della regalità".
Apollinaire dice: "Gli spiriti liberi da pregiudizi e ipocrisie hanno reso giustizia al cavaliere di Nerciat".
Lo stesso Apollinaire riprendendo un'altra epigrafe del romanzo ("La più puttana come al solito / al fuoco ti condannerà, / ma la più saggia riderà") dice: "Sorriderà, e a volte persino un po' di malinconia si mescola a quella folle visita all'ambiente degli artisti, in mezzo all'alto clero, tra la borghesia e la gente di qualità. Pittori, cantanti, musicisti, galanti prelati, audaci cavalieri, impiegati insolenti, borghesi voluttuose e timide si agitano, discorrono e si trascinano l'un l'altro nel più provocante disordine".
Il messaggio di Félicia è quello che implica l'annuncio della morte dell'oscurantismo e l'avvento dell'assoluta modernità:
"Quando sono riuscita a rendermi felice cogliendo un'occasione dopo l'altra, ho tratto tutti i frutti dal mio sistema".
E' davvero l'annuncio della buona novella, quella che mette al centro l'individuo, che agisce esclusivamente in nome della libertà.
Emile Henriot nel suo "Les livres du Second Rayon" scrive: "Nerciat ha trovato il modo di portare al più alto grado di perfezione l'arte disonesta di dire tutto".

"La Lozana andaluza" è un romanzo di Francisco Delicado del 1528. Si tratta di una delle più importanti opere erotiche in lingua spagnola, ed è la storia di un'allegra cortigiana vissuta nella Roma papalina. Lo scandalo fu enorme e si può dire che non si è ancora placato.
Il fascino del romanzo risiede soprattutto nella vivezza della protagonista, una ragazza intelligente che sa volgere a proprio favore le situazioni. Lozana fa la prostituta con naturalezza (potremmo dire per vocazione) e si muove come un pesce nel suo elemento in una Roma scandalosa e godereccia, popolata di varia umanità, dai nobili al popolino, tutti pronti a corrompere e a farsi corrompere.
Delicado era un chierico di Cordova che è riuscito a rendere con grande efficacia un affresco d'epoca, attraverso lo sguardo della protagonista.
Attraverso la rappresentazione dei dettagli si dipana il comportamento di quella varia umanità, devota essenzialmente a due vizi fondamentali: quello della gola e quello della lussuria.
Il libro, che è più un'opera di "linguaggio" che opera di "vicende", a buon diritto potrebbe essere letto anche come guida eno-gastronomica, tanto è ricca di dettagli, di termini linguistici e di proverbi.
C'è una sorta di intercomunicazione dialettica tra gli argomenti culinari e gli argomenti erotici, nel senso che Delicado si avvale dei primi quando non può spingere oltre i secondi.
In tal modo l'Autore, attraverso la metafora culinaria riesce ad affondare il colpo su una struttura sociale e sul "bailamme" di una quotidianità tipica della Roma tardo-rinascimentale.
Da tutto questo si erge nel suo moderno fascino il personaggio di Lozana. Essa non crede ma fa finta di credere, non aderisce alle situazioni ma fa finta di aderire pur di ottenere sempre e comunque dei vantaggi.
Tutto si riesce ad "addomesticare" attraverso la manipolazione del linguaggio. Emblematici gli episodi in cui la ragazza (come Casanova) diviene una rinomata operatrice di riti magici, pur essendo del tutto incredula di qualsivoglia forma di superstizione.
Il meccanismo che governa la varia umanità in movimento è quello del piacere. Il piacere della carne, tra le delizie del sesso e quelle della buona tavola, essendo il vero motore di tutto, spinge le cose sulla lunghezza d'onda dell'eccesso o della naturalezza ipocrita.

"L'amante di Lady Chatterley" di David Lawrence è un romanzo pubblicato nel 1928 a Firenze, che sollevò infiniti problemi censori che solo nei nostri giorni si sono risolti.
La storia è quella della moglie di Sir Clifford Chatterley, definitivamente paralizzato dalla vita ai talloni, e dunque per forza di cose impotente. Per lenire la propria insoddisfazione sessuale Lady Constance Chatterley si abbandona al guardiacaccia Oliver Mellors, uomo sanguigno e ottimamente dotato.
La relazione, prima timida e clandestina, diviene sempre più coinvolgente. Constance decide di sfidare le convenzioni del suo ceto sociale, una volta che il marito ha opposto un rifiuto alla sua richiesta di divorzio. Va a vivere con Mellors.
Il romanzo scandalizzò per diversi motivi, ma forse soprattutto per la spietata crudezza del linguaggio, che i moralisti di tutte le latitudini hanno mal sopportato. Lawrence è portatore di una sua peculiarità nel panorama della letteratura erotica. Ciò viene messo bene in rilievo da André Malraux: "Il dominio delle proprie sensazioni di un personaggio di Nerciat o il controllo che esercita Valmont sulle sensazioni delle proprie compagne, rende ambedue odiosi a Lawrence: secondo questi soltanto la coscienza esaltata della sensualità può combattere la solitudine".
Alberto Bevilacqua, nel suo romanzo "Attraverso il corpo" svela l'ispiratore del personaggio sanguigno del Guardiacaccia: si tratta di un certo Angelo Ravagli, vigoroso capitano dei Bersaglieri.

"Lolita", romanzo di Vladimir Nabokov, fu pubblicato in lingua inglese nel 1955 a Parigi. Al pari de "L'amante di Lady Chatterley", l'"Ulisse" di Joyce e i "Tropici" di Henry Miller, Nabokov non aveva trovato editori nel suo paese di origine, a causa della rigida censura vigente negli Stati di cultura inglese.
Ciò non significa affatto che "Lolita" ebbe vita facile in Francia. Infatti si diede fondo a tutti i risvolti legislativi per tentare di impedirne la diffusione.
Solo nel 1958 il libro uscì finalmente negli Stati Uniti, ottenendo subito un grande successo anche a causa dell'enorme pubblicità derivata dalle vicende giudiziarie francesi (è stupefacente come da sempre i bacchettoni siano stati i più efficaci promotori delle opere scabrose).
Quando finalmente il romanzo fu pubblicato tradotto in tutto il mondo civile, ci si accorse di quanto assurda fosse stata quella guerra censoria scatenatagli contro dalle autorità francesi su mandato di Londra.
Nel romanzo il professore Humbert Humbert, un annoiato insegnante quarantenne di letteratura francese, conosce fortuitamente Dolores Haze, una dodicenne ribelle e spregiudicata che gli richiama alla mente un suo amore adolescenziale.
Del tutto inopinatamente Humbert perde completamente la testa per la ragazzina, e per averla sempre vicina ne sposa la madre Charlotte.
La sorte spiana la strada alla passione del professore: la madre di Lolita muore investita da una automobile. L'uomo e Lolita (fatta passare per la figlia) cominciano a vagabondare per gli Stati Uniti, da un motel all'altro, da una città all'altra. Le vicende sono varie e volgono fatalmente verso l'approdo tragico.
"Lolita" è un libro di quattrocento pagine che non contiene né parole né descrizioni oscene, ma che fa trasparire in ogni pagina un coinvolgente clima erotico sotto la costellazione proibita della pedofilia.

"Tropico del Cancro" è un romanzo di Henry Miller pubblicato a Parigi nel 1930. Miller era uno scrittore americano, che in patria era sempre stato "oscurato" come "osceno". A Parigi frequentava un gruppo di scrittori di lingua inglese tra cui c'era Anais Nin, l'autrice di "Il delta di Venere", a cui un editore diede la seguente consegna: "Lasci perdere la poesia. Si concentri sul sesso".
Dopo "Tropico del Cancro" molti critici di lingua inglese si chiesero se il linguaggio e l'argomento scabroso potessero ancora essere sufficienti per giustificare la ghettizzazione di un grande scrittore.
Lo stile di Miller è sontuoso e ricorda Céline, nel flusso logorroico e coinvolgente. Bisogna dire che Céline non ha proprio nulla di erotico, al contrario dei personaggi e delle situazioni creati da Henry Miller. I personaggi di Miller pensano a una sola cosa: al sesso.
Nello scenario della Parigi degli anni '30, nell'ambiente dei fuorusciti americani, il protagonista di "Tropico del Cancro" si alza la mattina con una sola allucinata idea: "la fica", e vi si mette sulle tracce come un segugio infaticabile.
Lo stesso Henry Miller dice di sé: "Sono uscito dalle rotaie della carne per tuffarmi negli infiniti spazi del sesso".
Il merito più grande di Miller è indubbiamente la schiettezza. Egli vuole essere "sboccato", vuole essere dissacrante, vuole essere maschilista, vuole usare incessantemente il sistema delle metafore basate sul sesso. Attraversare, per esempio, la città è come penetrare una donna. Il sesso della donna (inteso proprio come vulva) diviene così il centro del mondo, anzi il mondo stesso.
Miller è un grande scrittore, ma un narratore sciatto: le vicende vengono buttate lì, come a caso, in un vorticoso succedersi di frasi e periodi, da cui quasi subitaneamente si levano pagine di sconvolgente bellezza.
Miller riesce ad essere eccessivo come è eccessiva la vita, come è eccessivo l'erotismo; ma spesso la poesia vola davvero alta nel suo cielo.
Miller è uno scrittore-valanga che sommerge il lettore, lo disorienta conducendolo costantemente sul crinale della "futilità", ma poi lo folgora col "mistero" purché sia il pene, con la sua impostazione monomanica, a condurre i giochi.
L'obiettivo è sempre quello: "Le fiche che ridono... le fiche che parlano... le fiche lussureggianti, sismografiche, che registrano il sorgere e il calare della linfa...".
Sembra un cortocircuito che non porta a nulla; ma in quel nulla forse risiede l'unica domanda che vale la pena porsi. In una scena memorabile del romanzo, un amico di Henry si porta in camera d'albergo una prostituta e scopre che questa si è depilata il pube.
"In vita mia non ho guardato una fica con tanta serietà. Quasi che non ne avessi mai vista un'altra prima".

"Bonjour tristesse" è un romanzo del 1954 scritto da Françoise Sagan, una fragile diciottenne che diventerà un fenomeno letterario durato due decenni. I libri della Sagan sono nel territorio dell'erotismo, anche se dalla sua penna non è mai sfuggito un termine men che conveniente.
La scrittrice incarnerà nei suoi libri e nella sua vita, il disorientamento d'un epoca, che non sa far altro che mutare l'erotismo in vizio.
La sua incapacità, proiettata nei personaggi, di amare senza distruggersi è una costante, un filo conduttore. Disse la scrittrice: "Ho amato alla follia; ma per me è l'unico modo di amare".
Tutti i suoi personaggi sono prigionieri di un narcisismo che impedirà loro di approdare a sentimenti tranquilli. La ricca produzione della Sagan (più di cinquanta opere tra romanzi, sceneggiature, novelle, drammi teatrali) è caratterizzata dalla precarietà delle relazioni amorose che non riescono mai a comporsi in coppie stabili.
Piuttosto si addice alla Sagan il concetto di "partouze", un'orgia in cui nella piatta arena tutti sono pronti a tutto con tutti.
In ogni momento la Sagan rappresenta nella sua opera la propria enorme fragilità acuita da un'enorme fame d'amore. In "Bonjour tristesse" si narra la scabrosa storia di Cécile e di suo padre Raymond nello scenario della Costa Azzurra degli anni cinquanta.
Fu un successo esplosivo: Françoise era sulla cresta dell'onda anche quando trapelavano particolari scabrosi della sua vita a rischio. Lei e il marito, l'artista americano Robert Westhoff, facevano le orge e si scambiavano le amanti e gli amanti.
Intanto libro dopo libro il successo continuava. Françoise scriveva di notte, a letto o in una vasca da bagno, tracannando quantità assurde di whisky.
Si susseguirono anni di alcol, droga e maldicenze e la Sagan, già fragile in partenza, si andava progressivamente degradando.
Françoise Sagan ci metteva già molto di suo per distruggersi, ma vi si aggiunsero feroci colpi da parte delle istituzioni: si iniziò con un processo per droga, seguiti da processi promossi dal fisco.
François Mitterand, che la scrittrice aveva conosciuto nel 1979, l'andava a travare spesso e la supplicava di tenersi lontana dalla bottiglia e dalle droghe. Mitterand fu la causa involontaria dei problemi della Sagan con il fisco francese. Françoise ingenuamente aveva ceduto alla richiesta di un agente dell'Elf di perorare presso il suo amico Presidente un incontro con un ministro dell'Uzbekistan.
Siamo nel 1993 e l'incontro di fatti avvenne all'Eliseo. La Sagan incautamente accettò un regalo da parte dell'Elf: quattro milioni di franchi, ma non li denunciò al fisco. Scoperta la cosa gli fu attribuito un dolo che certamente non c'era, trattandosi di una donna completamente sprovveduta nelle cose pratiche.
Gli Stati sanno essere spietati con chi ha avuto successo e non ha imparato tutte le furbizie per cautelarsi.
Esposta al pubblico biasimo e ferocemente colpita dal punto di vista finanziario, la poveretta si chiedeva: "Perché la Francia mi odia?".
A sessantasei anni Françoise Sagan era il ritratto della devastazione: stampelle per una malattia alle ossa, il volto devastato dai vizi e dall'insonnia; una povera ombra, un nulla che non possedeva più nulla. E' morta nell'assoluta miseria all'età di sessantanove anni.
Era nata nel 1935.

"Histoire d'O" è un romanzo di Pauline Réage (pseudonimo) pubblicato a Parigi nel 1954, preceduto da un saggio di Jean Paulhan. L'autore è sicuramente una donna, assidua lettrice di Sade di cui conosce alla perfezione lo stile. Diversi fattori hanno contribuito a farne un clamoroso caso letterario: la solita minaccia di azioni penali, la prefazione di Paulhan e un premio letterario vinto. Il libro marcò profondamente la storia del costume e della moda per diversi anni.
O è una donna che si muove nella sfera del sado-masochismo ed incarna la mistica sadiana della donna che scopre "la felicità nella schiavitù". O accetta di divenire una donna-oggetto che si fa rinchiudere dal suo amante in una sorta di monastero, in tutto uguale a quelli minuziosamente descritti da Sade.
O è una martire consenziente, che andrà fino in fondo nell'accettazione del martirio.
Scrive Jean Paulhan: "Finalmente una donna che lo confessa! Confessa cosa? Quel che le donne non hanno mai ammesso, oggi più che mai. Quello che gli uomini hanno sempre rimproverato loro: che sono schiave dei loro istinti; che in loro tutto è sesso, anche lo spirito".
Questa donna si sente vocata al sacrificio totale e distruttivo di se stessa non per amore di un uomo, ma per amore dell'amore. La protagonista si chiama O per significare che il suo "annientamento" non dà diritto neppure a un nome. O dunque è una Severin in versione femminile. Tante vicende del suo percorso masochistico, richiamano congiuntamente le atmosfere evocate da Sade e da Masoch. Tutto già ci è noto dai loro scritti!
"O era impietrita sul sofà come una farfalla infilzata a uno spillo, un lungo spillo fatto di parole e di sguardi che le trapassavano il centro del corpo e le premevano le reni nude e vigili contro la seta tiepida. Non sapeva dove fossero i suoi seni, né la sua nuca, né le sue mani. La cosa più difficile era semplicemente parlare. Le labbra le bruciavano e la bocca era arsa, un'angoscia fatta di paura e di desiderio le serrava la gola, e le sue mani ritrovate erano fredde e madide. Se almeno avesse potuto chiudere gli occhi. No, non poteva. Due sguardi davano la caccia al suo, sguardi a cui non poteva - né voleva - sfuggire".

 
   
 
   
    Jean Auguste Ingres

La bagnante di Valpinçon
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12) LETTERATI SIGNIFICATIVI PER LA SESSUOLOGIA

André Gide (1869-1951) è un grande scrittore francese, che merita un
posto di rilievo nella storia dell'erotologia. Nel 1920 pubblica
"Corydon", un'opera in cui per la prima volta nella storia un
letterato cerca di legittimare, con argomenti etici e scientifici,
l'omosessualità.
Gide aveva preso coscienza relativamentwe tardi delle sue tendenze
sessuali. Educato in un ambiente protestante, aveva subito la rigidità
di una madre puritana e tirannica, che negli anni dell'adolescenza lo
vestiva da femminuccia e lo affidava unicamente a istitutrici.
Solo a vent'anni cominciò a liberarsi da quella prigione, e in
occasione di un viaggio in Tunisia fatto con un amico, capì di essere
omosessuale.
Da questo momento la sua opera letteraria prese sostanza da quella
consapevolezza, ma rivelò anche l'ambiguità dello
scrittore, che restò sempre un "moralista" e un "immoralista" nel
contempo. Ci fu ambiguità anche nella scelta di sposare la cugina
Madeleine, con cui era cresciuto e con la quale concordò un matrimonio
bianco.
Fu in occasione di un secondo viaggio in Africa che conobbe Oscar
Wilde ed ebbe una relazione con un ragazzo arabo quattordicenne,
Athman, che avrebbe voluto portare in Francia, ma che ne fu impedito
dalla madre. Quest'ultima morì nel 1900, ma ciò non ebbe alcun effetto
liberatorio su Gide, che fu gravato per tutta la vita da una profonda
dissociazione: desiderava sessualmente ragazzi che non amava, ed amava
sua moglie, che non desiderava.
Non affronteremo in questa sede la grande portata letteraria ed umana
insita nell'opera gidiana e ci limiteremo a qualche riferimento sul
versante sessuale. Nel 1947 Gide ricevette il premio Nobel per la
letteratura e si spense a Parigi quattro anni più tardi.
Uno dei significati dell'opera di Gide fu quello di un grande impegno
per superare l'interdetto sessuale da parte del cristianesimo e
giungere così a una nuova morale più matura e più libera. Gide ha
cercato di portare avanti l'opera di rovesciamento dei valori
intrapresa da Nietzsche e forse il suo limite è stato quello di voler
salvaguardare la fede cristiana.
La chiesa cattolica lo ha combattuto in ogni modo: "Tutta l'opera
gidiana potrebbe essere messa sotto il segno di un immenso sforzo per
giustificare il peccato, cancellandolo dalla faccia della terra.
Accettare la nozione di peccato è una tentazione costante di Gide...,
dall'ascetismo puritano dei 'Cahiers d'André Walter', all'inversione
dei valori delle 'Nourritures terrestres' e de 'L'immoraliste'
all'irrigidimento razionalista del 'Thésée'".
Jean Delay ha dedicato a Gide un'opera monumentale, analizzando a
fondo il problema della sua omosessualità.
Secondo Delay, l'ambiente puritano e rigido in cui André è cresciuto,
basterebbe a spiegarne tutte le tendenze. La madre ottusamente lo
coartava in ogni cosa che poteva essere fonte di piacere. Essa pensava
che "chi è capace di impurità sessuale sarà, prima o poi, capace di
tutto".
Lo zio di André, Charles Gide, stimato economista, pensava che la
persona retta avesse "il dovere di proibirsi qualunque unione sessuale".
Con queste premesse non è affatto strano che André, da giovane,
considerasse mostruosa la sessualità e la donna la sua incarnazione.
Gide fu una vittima della stupidità sessuofobica e nonostante ogni suo
sforzo non riuscì mai a superare un "sentimento di inferiorità
sessuale".
Ma non solo i familiari ci si misero a torturarlo. Scoperto mentre si
toccava, André, all'età di nove anni, fu condotto dalla madre presso
un professore dell'università di medicina che pensò bene di
minacciarlo di tagliarglielo con una spada se avesse continuato a
toccarsi.
Anche i pedagoghi diedero il loro buon contributo: André fu espulso
dalla scuola alsaziana di Parigi per onanismo.
La buona società che era pronta a condannare l'omosessualità di Gide,
non si poteva rendere conto di quanto fosse orribile la propria
mentalità.
Fino a ventitre anni Gide rimase vergine, e non aveva che la
masturbazione per placare le sue imperiose esigenze sessuali.
Quest'abitudine non l'abbandonò mai. Anche con gli uomini non praticò
nulla d'altro che la masturbazione. Dopo il contatto con un ragazzo,
avvertiva l'urgenza di dover ricorrere al piacere solitario.
Jean Delay pensa che l'omosessualità di Gide non fosse naturale, bensì
il frutto dell'orribile oppressione subita nell'infanzia e
nell'adolescenza. D'altra parte lo scrittore confessa di non aver mai
ravvisato in se stesso una curiosità per l'altro sesso.
Sia come sia, non c'è dubbio che André Gide sia uno dei tanti martiri
della stupidità sessuofobica e religiosa. Se Gide si fece comunista
(ma a un certo punto aprì gli occhi sulla vera natura dello
stalinismo) fu perché era convinto che la lotta dovesse essere contro
tutti i conformismi e la liberazione dell'omosessuale coincidesse con
la liberazione dell'uomo oppresso dal proprio simile.

Joris-Karl Huysmans (1848-1907) è uno scrittore di grande importanza
che si può situare nella corrente del naturalismo romantico. Il suo
libro più significativo è "A rebours" del 1884.
Huysmans era un personaggio sicuramente strano ed eccentrico,
ossessionato da un erotismo torbido e morboso. Come tutti quelli
affetti da meccanismi eccessivi, intravedendo il rischio di morire
suicida, si converte al cattolicesimo e ne diviene uno zelante
propagandista.
Su quest'onda pubblicò un libro, "Là-bas" (1891), che ottenne un
grande successo di scandalo. L'autore tenta una sintesi tra erotismo,
satanismo, magia e mistica e si propone di tracciare un discrimine tra
il mondo di Dio e quello di Satana. I contenuti "esaltati" non mancano
di produrre diverse conversioni, tra le quali si annovera quella del
dittatore portoghese Oliveira Salazar.
Huysmans, nonostante la conversione, non riuscì a sublimare gli
istinti e a risolvere i suoi problemi.
Egli viene attratto dai fenomeni esteriori della mistica religiosa, e
dell'arte sacra predilige la violenza dei supplizi dei martiri. I suoi
gusti violenti e sadici si rivelano nelle pagine dedicate a Gilles de
Rais, di cui descrive con compiacimento tutte le depravazioni: le
gioie fecali, il vampirismo, e i concorsi di bellezza indetti tra le
più belle teste di bambini decapitate con le sue mani soavi.
A proposito di Gilles de Rais ha parole inquietanti: in lui vede "un
artista e un letterato che si sviluppano nel personaggio e ne
straripano, incitandolo sotto l'impulso di una mistica all'incontrario
alle più sottili crudeltà, ai più delicati delitti".
Se vogliamo aggiungere una chiosa dissacratoria su certi modi "soavi"
(appunto) di essere cristiani, ricordiamo che Gilles de Rais
(certamente il più ributtante dei sadici pedofili) fu cristiano
convinto e devoto e si confessò e si comunicò durante tutta la sua
esistenza e coltivò a lungo il sogno di espiare le sue colpe con un
pellegrinaggio in Terrasanta.
Ritornando a Huysmans il gusto di un sofisticato sadismo era molto
forte in lui. Des Esseintes, il protagonista di "A rebours" prova e
gode di ogni forma di curiosità morbosa e incita un ragazzo di sedici
anni a sottoporsi a una iniziazione in una casa specializzata
nell'addestramento al mestiere di assassino.
Huysmans prova per gli efebi un'attrazione inconscia, e si è sempre
circondato di personaggi ambigui e stravaganti. Il più bizzarro era
l'ex abate Boullan che gli ha ispirato il dottor Johannès di "Là-bas".
Boullan era un prete spretato (anche Gilles de Rais fu iniziato al
satanismo da un prete spretato) che voleva diventare il papa di una
nuova religione.
Boullan affidò a Huysmans una delle sue discepole più invadenti, Julie
Thibault, che andò a vivere con lui nel giugno del 1885. Essa vi portò
un tabernacolo, dei vasi sacri, un portamessale e dei testi
particolari, tutti attrezzi per celebrare una specie di messa.
Huysmans ne fa un personaggio in uno dei suoi romanzi, verso la cui
dipendenza dice che dà "un gusto di paura e di inquietudine, e
soprattutto la mancanza della vera donna che non si è potuta avere".
Gira gira: sempre questione d'impotenza.

Guillaume Apollinaire fu un poeta di lingua francese nato a Roma nel
1880 e morto a Parigi nel 1918. Sua nonna materna era italiana come
forse anche il padre, rimasto ignoto. Fu un europeo "ante litteram"
non solo per le ascendenze parentali ma per aver fatto parte del
crogiolo culturale del continente.
Amico di artisti e letterati ebbe il merito di mettere in luce gli
aspetti più singolari del cubismo e del futurismo.
Sospettato di essere tra gli ispiratori del furto della Gioconda
avvenuto il 20 agosto 1911, fu arrestato. Fu poi scagionato, al pari
del suo amico Pablo Picasso, essendo il furto stato concepito e
commesso da un solo uomo: l'italiano Vincenzo Peruggia.
Apollinaire occupa un posto importante nella storia dell'erotologia
soprattutto perché redasse, insieme a Fleuret e Perceau, un catalogo
dei libri proibiti presenti nelle biblioteche. Mise in rilievo l'opera
erotica dell'Aretino, di Sade, di Baffo, di Nerciat, di Restif de la
Bretonne, di Casanova e di altri "maestri dell'Amore".
Apollinaire con tutta probabilità è l'autore del romanzo "Le
undicimila verghe" del 1907, un libro pornografico "sfrenato" come lo
sono quelli di Sade e di Restif. Il titolo gioca sull'assonanza
"verge"-"vierge", con un riferimento alle undicimila vergini che
avrebbero accompagnato Sant'Orsola al martirio. Un erudito come
Apollinaire aveva certamente presente il ciclo pittorico di
Sant'Orsola realizzato da Vittore Carpaccio e conservato nelle
Gallerie dell'Accademia di Venezia.

André Breton (1896-1966) è il teorico del surrealismo. Nel 1919
aderisce al movimento dadaista. Due anni dopo conosce personalmente
Sigmund Freud.
Nel 1924 pubblica il primo manifesto del surrealismo. Nel 1930 lancia
il secondo manifesto del surrealismo nel quale l'adesione alla
psicoanalisi è più netta.
"Tutto porta a credere che esista un certo luogo dello spirito nel
quale la vita e la morte, il reale e l'immaginario, il passato e il
futuro, il comunicabile e l'incomunicabile, l'alto e il basso, cessano
di essere percepiti in modo contraddittorio".
La visione di Breton circa la "surrealtà" viene delineata soprattutto
nell'opera "Nadja" del 1928. La libertà per l'essere umano si può
raggiungere solo liberando il desiderio da "gli interdetti di ogni
genere inerenti alla nozione del piacere (realtà del desiderio),
interdetti religiosi o altro che hanno la sola funzione di mettere
l'uomo nell'ignoranza del suo vero potere".
Si può raggiungere l'obiettivo di abolire gli interdetti solo se si
distrugge "l'abominevole nozione cristiana del peccato, della caduta
originale, dell'amore redentore, sostituendole, con un sentimento di
convinzione assoluta, l'idea dell'unione divina tra l'uomo e la donna".
Breton non simpatizza per alcuna licenza in materia sessuale e
combatte i libertini: "In amore io ho optato per una forma passionale
ed esclusiva, che tende ad eliminare tutto ciò che può rientrare nel
compromesso, nel capriccio e nella disperazione".
Breton apprezza Sade soltanto per la sua forza d'urto essendo convinto
che tutto è lecito "pur di scardinare i tabù che intralciano la
libertà della vita sessuale che deve essere totale, perversioni
comprese".

Isidore Ducasse conte di Lautréamont (1846-1870) è un fenomeno unico
per tanti aspetti.
Nato a Montevideo, figlio di un funzionario dell'ambasciata francese,
fu segnato da un'educazione rigorista in un collegio di gesuiti.
Tornato presto in Francia, pubblicò tra il 1868 e il 1869 i "Canti di
Maldoror" un allucinato ed allucinante testo poetico rimasto
incompreso per decenni e che fu valorizzato dai surrealisti.
Scelse il nome di Lautréamont per camuffarsi agli occhi della censura
ed ottenne naturalmente numerosi rifiuti da parte degli editori.
Lautréamont scriveva sotto l'effetto della caffeina, accumulata a
causa degli innumerevoli caffé che era solito consumare, e
sottolineava ogni frase che componeva con lunghi accordi di pianoforte.
Ducasse fu rinvenuto morto una mattina di novembre del 1870 nel suo
letto in un albergo di Parigi. Aveva ventiquattro anni.
Dopo la morte dell'autore, l'editore belga Albert Lacroix che aveva
pubblicato i "Canti" ma per paura della censura non li aveva quasi per
nulla diffusi, fece circolare il libro: grande scandalo e poca
comprensione del significato.
Sulla tomba di Lautréamont nessuno volle scrivere l'epitaffio che egli
stesso si era preparato: "Qui giace un adolescente che morì tisico: e
voi sapete il perché. Non pregate per lui".
Dopo la prima guerra mondiale, Gide parlò di lui come "padrone delle
cateratte della letteratura di domani".
I "Canti di Maldoror" sono un affresco paragonabile all'opera
pittorica di Bosch: una visitazione degli inferi, la brusca fuoruscita
delle forze inconscie represse da secoli di cristianesimo.
La celebre frase: "Bello come l'incontro fortuito di una macchina per
cucire e un ombrello su un tavolo operatorio" potrebbe avere dei
significati sessuali e dei riferimenti personali: la macchina da
cucire potrebbe rappresentare la donna, l'ombrello potrebbe alludere
all'uomo e il tavolo operatorio potrebbe esprimere il disagio di un
omosessuale di fronte all'eterosessualità.
Suggestioni anali esistono nel brano che riportiamo: "Oh! se invece di
essere un inferno, l'universo non fosse stato che un immenso ano
celeste! Guardate il gesto che io faccio verso il mio basso ventre:
sì, avrei spinto il mio membro dentro lo sfintere sanguinante e avrei
spezzato con i miei colpi di reni impetuosi le pareti del suo bacino!
Così la sventura non avrebbe gettato sui miei occhi ciechi intere dune
di sabbia mobile; avrei scoperto il luogo sotterraneo dove giace la
verità addormentata e i flutti del mio sperma viscoso avrebbero
trovato un oceano in cui precipitare".
Lautréamont fu distrutto dal silenzio ostile con cui furono accolti i
"Canti". Successivamente scrisse "Poesie" che avevano l'assunto di
cantare la speranza, la pace, la felicità, il bene, il dovere. Povero
ragazzo!
Fu trovato morto in condizioni misteriose, probabilmente pestato dalla
polizia napoleonica.

Arthur Rimbaud fu uno stupefacente poeta francese nato a Charleville
nel 1854 e morto a Marsiglia nel 1891.
Manifestò una straordinaria precocità e già a quindici anni scrisse
versi importanti. Più o meno a quell'età fugge di casa e conosce Paul
Verlaine, con cui avrà una relazione travagliata. I due amici si
legano con altri letterati nei caffé parigini del Quartiere Latino.
Girano insieme anche il Belgio e l'Inghilterra.
La relazione tra i due amanti fu vorticosa e travagliata: essi si
lasciano e si riprendono e dopo un periodo di sereno, burrasche
clamorose.
In uno di questi frangenti scoppia il dramma e si sfiora la tragedia:
Verlaine spara a Rimbaud e lo ferisce al polso. La giustizia belga lo
condanna a un anno di prigione, che sconta a Mons.
Rimbaud torna alla casa paterna dove, chiuso in soffitta, termina "Une
saison en enfer".
Ha diciannove anni ed improvvisamente decide di chiudere con la
letteratura: tutte le cose importanti che Rimbaud ha scritto, le aveva
scritte prima dei diciannove anni.
Un genio precoce e sorprendente di cui i surrealisti faranno la
propria bandiera.
Successivamente viaggerà molto: impara l'inglese a Londra e in Scozia,
e il tedesco a Stoccarda. Siamo nel 1875 e a Stoccarda viene raggiunto
da Verlaine, che avendo ritrovato in prigione la fede cattolica, tenta
di convertirlo.
Rimbaud lo accoglie male e la rottura tra i due è definitiva.
Vagabonda dal 1871 al 1880 ed impara diverse lingue.
Successivamente si occuperà di traffici commerciali: è stato
sicuramente trafficante di armi, se non di schiavi. Nel 1891 un tumore
al ginocchio lo costringe a rimpatriare; morirà in quello stesso anno
in un ospedale di Marsiglia.
Il mito di Rimbaud ha proliferato più all'estero che in Francia. La
buona società benpensante aveva tentato in vario modo di accreditarlo
come una sorta di mistico cristiano, che alla fine si riconcilia con
Dio.
Un ricordo personale: l'angoscia che mi prese quando, molti anni fa,
visitai la sua tomba nel cimitero di Charleville; era in abbandono,
sulla lapide una banale scritta religiosa; nessun riferimento al fatto
che era stato un poeta (geniale, ma geniale non importa).
La sua limpida rivolta (l'angelo furioso) costituì un luminoso
presagio del nostro mondo attuale e delle sue mille contraddizioni.
"Ritrovare la purezza non nella coscienza, ma in ciò che la nega:
questo è il tentativo di Rimbaud" (Daniel-Rops).
Sarà vero. Comunque la presunta conversione finale sul letto di morte
è l'ultima buffonata dei "devoti" nei confronti di questo poeta.
Questo "viaggiatore cencioso" ne ha precorso di tempi, sull'itinerario
dell'uomo alla ricerca di se stesso.

André Pieyre de Mandiargues (1909-1991) è stato uno scrittore e
drammaturgo francese, surrealista della seconda generazione e autore
di opere erotiche.
I testi di Mandiargues rivelano la propensione per le invenzioni
audaci e l'uso del vocabolario della erotologia classica.
Nelle sue opere c'è la ricerca dell'"istante panico", una sorta di
commistione degli elementi primordiali che danno luogo all'agnizione
del mistero della vita.
"Tutto quello che ho potuto fare fino ad ora porta il segno, me ne
rendo conto a posteriori, di un desiderio costante di rinnovare
l'antico ordine panico, di instaurare, se possibile, un ordine o un
disordine panico".
Nel segno dell'erotismo, tutte le opere di Mandiargues tendono verso
l'istante del parossismo, dove amore e morte sono celebrati insieme
con uguale intensità.
La scena è sempre definita con grande precisione, in uno spazio chiuso
e geometrico, sia esso coro di chiesa emisferico, casa di piacere a
forma di stella a sei punte o castello cilindrico o ottagonale: in
ogni caso il luogo diviene santuario dell'istante panico.
Ci sono dei "rapporti di affinità tra i luoghi subordinati alle regole
della geometria più rigorosa e gli stati di sregolatezza e magari
anche di delirio dell'anima e dei sensi... rapporti illustrati in modo
esemplare dall'arena delle corride o dalla pianta del lupanare ideale
di Leonardo da Vinci".
I personaggi sono le donne che indossano una maschera che implica un
potere simbolico: Radogune è "la ragazza dell'Ariete", Sarah "la
Vergine del Diamante", Vanina "il giglio di mare".
L'azione ha l'andamento oscillante tipico dei sogni, e all'ultimo atto
ci si avvia all'esplosione dell'atmosfera sacrale nella quale amore e
morte sono strettamente interconnessi.
In questo modo si comprende che nell'opera di Mandiargues un solo
personaggio ha il potere di instaurare l'istante panico: l'Eros nero,
quello che porta alla perdita della personalità.
"Né più né meno dell'alta poesia. Il deserto là dove viene a trovarsi,
tutto di carbone sotto un cielo di corvo, è la notte immensa di
Novalis, l'infinito con cui il male si ricongiunge con il bene e dove
tutte le cose sono rigorosamente uguali".
Da alcune opere di Mandiargues, Walerian Borowczyk, un pregevole
regista polacco, ha tratto i film migliori tra quelli da lui girati.

Charles Baudelaire fu un grandissimo poeta francese nato a Parigi nel
1821 ed ivi morto nel 1867.
Da giovane diviene amico di Théophile Gautier, Gérard de Nerval, Nadar
e altri intellettuali.
La sua personalità è già spiccata. Affitta un sottotetto, che
dissemina di flaconi di muschio olezzante e assistito da un cameriere
dà di sé la perfetta rappresentazione del giovane "dandy" accurato in
ogni dettaglio.
Théodore de Banville ha un ricordo entusiasta di Baudelaire ventenne e
lo descrive con ammirazione come "raro esempio di viso realmente
divino e che ha in sé tutte le possibilità, tutte le forze e tutte le
più irresistibili seduzioni".
Baudelaire compone "Les fleurs du mal" tra il 1840 e il 1845. Nella
poesia egli vede solo il mezzo per manifestare a pieno la propria
immagine narcisistica che tende al sublime.
Egli detesta ogni atteggiamento naturale e privilegia ciò che è
sorvegliato e costruito. Il suo dandismo lo spinge a diffidare del
buonsenso, dell'istinto e del sentimento.
Indossa abiti impeccabili e ricercati e i suoi stivaletti sono sempre
perfettamente lucidi. Le sue cravatte color sangue e i suoi guanti
color rosa destano una stupita ammirazione in chi lo incontra.
La ricercatezza lo induceva a camminare a scatti come una marionetta.
In realtà la sua ossessione era quella di insudiciarsi le scarpe.
Dopo la pubblicazione del suo capolavoro, scattò implacabile la
reazione della censura e fu processato per immoralità. Sei poesie
furono condannate: "Les bijoux", "Le Léthé", "A celle qui est trop
gaie", "Lesbos", "Femmes damnées", "Les métamorphoses du vampire".
Scrivendo alla sua amica Madame Sabatier egli così commenta la cosa:
"Potrai credere che i miserabili (parlo del giudice istruttore, del
procuratore, ecc.) hanno osato incriminare due delle poesie composte
per il mio caro idolo ('Tout entière' e 'A celle qui est trop gaie')?
Quest'ultima è la stessa che il venerabile Sainte-Beuve ha definito la
migliore del libro".
Madame Sabatier condivide con Jeanne Duval, "la venere nera, bizzarra
divinità scura come la notte", il ruolo di musa ispiratrice delle
opere condannate.
Baudelaire esprime in modo sublime il canto frammisto della fatalità
del peccato, dell'inevitabilità del castigo e della necessità della
sofferenza.
Essendo prigioniero della propria struttura psichica e della propria
sostanziale impotenza, egli non riesce a liberarsi da un'analisi
spietata ed inorridita del vizio.
Già geneticamente Baudelaire aveva una condizione particolare essendo
figlio di un vecchio e di una giovane ragazza, e poi visse in un'epoca
di lotte sociali nella quale lo statista e teorico del liberalismo
Guizot lanciava il famoso grido "arricchitevi".
Baudelaire odiava sinceramente tutto ciò che sapeva di popolo o di
riforme sociali.
Come Rimbaud e Lautréamont, Baudelaire non riuscì ad invecchiare ma il
suo essere giovane non è riuscito ad esprimere alcun sfogo libidico se
non in una grande forza creativa.
Rops e Nadar, che lo conobbero abbastanza bene, sostengono che egli
non ebbe mai un rapporto sessuale completo con una donna, mentre
Proust gli attribuisce tendenze omosessuali.
Baudelaire era comunque prigioniero del dogma e della nozione del peccato.
Non so se per Baudelaire si possa dire, come per Gide e tanti altri,
che è stato una vittima della religione. Fatto sta che l'impotenza
sessuale lo spinse verso un misticismo che trapela da tutta la sua
opera.
Il dandismo di base misto all'impotenza della soddisfazione lo conduce
a una visione di unanimistica miserabilità che esprime soprattutto
nello "Speen de Paris" (1859). Parigi è la capitale infame fatta di
topaie, ospedali, case chiuse e di rifiuti umani, i ciechi, le
vecchie, gli stracciaioli, gli ubriachi, i mendicanti, i viziosi.
In Baudelaire tutto si tiene, così da quella visione di miseria
generalizzata, deriva la fuga dalla realtà, tramite l'esperienza
dell'hascisc e dell'oppio, descritta in "Paradis artificiels" (1860).
Solo il clima decadente del diciannovesimo secolo può spiegare
l'erotismo, romantico e mistico, di Baudelaire, nel quale ancora
gravano i sussulti dei tabù impliciti in un mondo cristiano in agonia.
In un certo senso Baudelaire è come se fosse un campo di battaglia tra
i meccanismi dei fantasmi oppressivi della mente e la libertà del
sesso e dei sentimenti. Egli voleva librarsi nell'aria ma era
inchiodato per terra dal peso dell'angoscia.
Baudelaire dice: "L'amore è un crimine per compiere il quale non si
può fare a meno di un complice".
Gravato dal fardello della colpa Baudelaire sa che non ha via d'uscita.
"Credo che la mia vita sia stata dannata sin dall'inizio e per sempre".

 
 
   
    Jean Leon Gerome

Frine davanti all'aeropago
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13) GLI STRUMENTI E IL SESSO

La cintura di castità venne definita anche "freno della lascivia".
Certo dovettero scervellarcisi in molti prima di mettere a punto un
congegno in grado di placare almeno in parte una ossessionante gelosia.
L'attrezzo si compone di due parti: una striscia di metallo
flessibile, a volte ricoperta di velluto, da legarsi intorno ai
fianchi, e una o due piastre, generalmente di metallo, perforate e
fissate perpendicolarmente alla prima. Queste piastre sono fatte in
modo da comprimere il monte di venere e da coprire completamente la
vulva; un foro centrale dai margini generalmente dentati consente
l'espletamento delle funzioni naturali, ma impedisce l'introduzione di
alcunché nella vagina. La serratura con la chiave si situa all'altezza
della cintura.
La versione con due piastre veniva adottata da quei mariti che
temevano il ricorso alla via anale. Quest'atto, importato dall'oriente
via Venezia, ebbe presto una buona diffusione, nonostante gli anatemi
della chiesa.
La cintura di castità, oltre ai rapporti, impediva anche
l'autoerotismo, bella caratteristica agli occhi del geloso.
I greci e i romani (va sottolineato a loro onore) non conobbero la
cintura di castità. Alcuni indizi ne farebbero ravvisare l'origine in
Oriente o in Africa. Ma la certezza dell'origine e della produzione
della cintura va collocata temporalmente alla fine del trecento e non
poteva essere che l'Italia col suo raffinato artigianato ad
assicurarne la produzione e dunque la diffusione.
Il primo disegno di un simile aggeggio si trova in un manoscritto del
1405, opera del soldato Konrad Kyeser, conservato nella biblioteca di
Gottinga.
E' presentato come uno strumento di origine fiorentina che viene
chiamato "bellifortis".
L'esemplare di cintura di castità conservato nel Palazzo ducale di
Venezia, sembra appartenesse a Francesco II Carrara, tiranno di Padova
e tiranno anche della moglie a cui lo faceva assiduamente indossare.
Una delle prime testimonianze ce la fornisce lo storico Brantome, in
"Vite delle dame galanti": "Ai tempi del re Enrico ci fu un
chincagliere che alla fiera di San Gennaro mise in vendita una dozzina
di aggeggi che servivano a rendere inaccessibili le pudenda delle
mogli: erano di ferro e cingevano come una cintura, e i due capi si
congiungevano a chiave; ed erano fatti così abilmente che non era
possibile che la moglie, una volta così imbrigliata, potesse
liberarsene per prendersi quel dolce godimento: non c'erano, in quegli
aggeggi, che dei piccoli e stretti buchi che consentivano soltanto di
fare la pipì".
Tallemant Des Réaux, intorno al 1630, a proposito di una graziosa
signora parigina, narrava che il marito le aveva applicato un
"braghiere di ferro".
Anche Jean Buvat scrive che Charlotte Aglaé d'Orléans, detta
Mademoiselle de Valois, fu obbligata dal marito a portare quell'arnese
quando divenne principessa di Modena.
A proposito dei due modelli di cinture presenti nel museo Cluny a
Parigi, si narra che furono utilizzate da Enrico II e da Luigi XIII
per le rispettive consorti Caterina de' Medici e Anna D'Austria.
Al museo del Prado di Madrid sono raccolti numerosi disegni di Goya
relativi alla cintura di castità. Ve n'è uno in cui le singole parti
vengono riprodotte con molta precisione; e un altro, intitolato "La
fiducia", che rappresenta una donna assurdamente incappucciata ed
impedita dalla bocca alle ginocchia.
Una requisitoria contro l'uso della cintura di Monsieur Freydier,
avvocato a Nismes, fu pubblicata a Montpellier nel 1750, a
dimostrazione che anche in quell'epoca l'uso dello strumento era
tutt'altro che raro.
Nel 1881 fu pubblicato un opuscolo, la "Ceinture de chasteté" di un
certo Carré, che aveva tentato di spacciarlo come opera postuma di
Casanova. Le cronache del 1910 riportano le gesta di un devoto della
cintura, un certo Jean Parat, che fu soprannominato il "farmacista
torturatore" e anche "l'Otello di rue Vaugirard".
Fu l'ultima testimonianza, relativamente alla Francia, dell'uso dello
strumento.
Negli anni precedenti ci furono numerose prove della
commercializzazione dell'aggeggio. In un volantino pubblicitario a
firma di un certo signor Cambon, notaio e sindaco di Aveyron, vi si
legge: "Grazie a questa invenzione si potranno tenere le ragazze al
riparo dai guai che le coprirebbero di vergogna, sprofondando le loro
famiglie nel lutto. Il marito lascerà sola la moglie senza timore di
offese al suo onore e ai suoi affetti. I padri saranno sicuri di
essere tali e sarà loro possibile tener sottochiave cose più preziose
dell'oro. In un'epoca di disordine come quella in cui viviamo
attualmente, dove ci sono tanti mariti ingannati e tante madri
tradite, ho pensato di fare una buona azione e di rendermi utile alla
società mettendo a disposizione di tutti una lodevole invenzione
destinata alla tutela del buoncostume". Il volantino è del 1879.
Casi analoghi sono anche ravvisabili in Inghilterra e in Germania. Nel
1903 la signora tedesca Emile Schafer chiedeva un brevetto per una
"cintura con chiave e serratura destinata a proteggerci dall'infedeltà
coniugale". Decisamente più realista del re!
Per i gelosi molto diffidenti sono state approntate cinture
antifellatio. Goya ne ha fatto un disegno "attivo", ugualmente
conservato al Prado.

Gli strumenti più efficaci al servizio dell'erotismo sono
indubbiamente i tessuti, che possono essere usati per confezionare
abiti che rivelano più che nascondere la nudità, e drappeggi che
sottolineano il volume, la forma e il movimento del corpo.
Plutarco cita da Sofocle a proposito della veste di Ermione, la figlia
di Menelao e di Elena: "...senza nulla celar della coscia, che tutta
nuda ne esce, si dispone in pieghe".
Il drappeggio con i tessuti trasparenti assicura la resa erotica
maggiore. Le egiziane dell'epoca di Ramsete portavano una tunica a
pieghe fatta di una stoffa così leggera che si poteva intravedere
l'abbronzatura della pelle. Omero ci dice che Ulisse indossava un
vestito "sottile e trasparente come la buccia di una cipolla secca".
Le donne e le ragazze delle isole Cicladi si vestivano con veli così
trasparenti che si poteva distinguere chiaramente il reticolo delle
vene.
Plinio ci dice che un romano di nome Panfilo fece fortuna inventando
un tessuto simile al vetro (vitrea vestis) per cui le donne vestite
rivelavano il nudo. Questo, tanto più se teniamo presente che le romane
ignoravano l'uso della biancheria intima (ad esclusione di una
strisciolina sul seno e di un piccolo perizoma). Chissà che epoche
floride per l'erotismo avremmo ereditato da Roma se non ci fosse stato
il grande gelo del cristianesimo!
Sui palcoscenici dei teatri il drappeggio erotico e trasparente ebbe
il massimo di espressione. Molto più che nella vita reale le donne in
scena potevano fare sfoggio di mussoline giunte dall'Oriente e che in
India chiamavano "nebbie del mattino", e in più di lini, pizzi e
tarlatane.
Durante la rivoluzione francese esplose la moda delle cosiddette
"Meravigliose", donne che vestivano in modo più libero e che volevano
recuperare la "disinvoltura" delle antiche romane dei tempi di Plinio.
La Tallien fu soprannominata "Nostra signora di Fruttidoro" e le sue
emule adottarono i drappeggi trasparenti della tunica greca e anche un
modo decisamente disinvolto e libertino di vivere il sesso.
Successivamente, sempre per la vecchia storia di chi ha il pane non ha
i denti, e di chi ha i denti non ha il pane, le donne raramente si
sono permesse di andare col seno libero sotto la stoffa leggera.
Solo nella pittura e nella scultura il drappeggio leggero ha
esercitato una grande funzione erotizzante. Da manuale è la "Venere
callipigia" del museo archeologico di Napoli. Da sogno sono i veli
leggerissimi dell'allegoria della Primavera del Botticelli.
Conturbante è la "Maja vestida" di Goya.
Uno degli assunti (tutt'altro che dimostrato) che pervadono la nostra
mentalità di uomini civilizzati è che coprirsi il corpo sia
un'acquisizione superiore e rimanere nudi sia uno stadio primitivo ed
animalesco. Per avvicinarsi alla divinità bisogna nascondere i segni
dell'animalità.
Il primo segno di animalità è indubbiamente il sesso ed è per tale
ragione che fu nascosto per primo con abiti, all'inizio abbastanza
succinti e poi via via estendendosi fino a celare tutto il corpo ad
eccezione del capo e delle mani.
D'altra parte, la testa è depositaria di quattro dei nostri cinque
sensi: la vista, l'udito, l'odorato e il gusto.
Il tatto è il più plebeo e meno divino dei sensi. D'altronte Dio
nessuno l'ha mai toccato e al contrario più di uno ha asserito di
averlo visto o di averne sentito il profumo.
Né Dio, né gli angeli, né tutto quello che concerne l'aldilà, hanno
sesso. Solo l'essere umano ha sesso ed è questo che lo espone alla
bassezza.
Thomas Carlyle sostenava che "la società è fondata sul modo di
vestirsi". In altre parole le società in cui ci si veste in modo
approssimativo sono società primitive, le società in cui ci si veste
in modo ricco e paludato, sono società avanzate.
In altre parole la nostra società occidentale ha combattuto il senso
di colpa connesso al sesso con l'abito penalizzante. La concezione del
pudore e del peccato carnale non poteva non avere nella nudità il suo
massimo punto di depravazione.
Nel "Genesi" Adamo ed Eva accorgendosi di essere nudi si nascosero e subito si fabbricarono "delle cinture con foglie di fico".
Cam, uno dei figli di Noé, fu maledetto dal padre perché non aveva distolto lo sguardo dalla sua nudità, quando Noé ubriaco non si curò di coprirsi.
Grandi artisti come Michelangelo, Raffaello, Botticelli quando poterono introdurre elementi di nudità, lo fecero a patto però di concellare dalle figure umane ogni indizio di sessualità.
Quello che chiamiamo fanere pilifero era stato cancellato da sempre dalla rappresentazione artistica.
Il pelo pubico è sempre stato il grande tabù e l'accuratezza nel coprirlo doveva essere assoluta in ogni circostanza.
L'associazione delle parti sessuali con l'idea di peccato è sconosciuta alle civiltà orientali, per le quali le zone genitali hanno la stessa dignità del volto. Gli indiani per esempio dedicano all'immagine fallica un culto pubblico e non nascosto.
Forse le civiltà orientali ci indicano che uno dei più grossi limiti della nostra civiltà è costituito dalla sessuofobia potentemente sostenuta dal cristianesimo.

A proposito di cristianesimo mi viene in mente Ipazia, e a proposito di Ipazia mi viene in mente il suo "gesto".
Ipazia era una donna giovane e bella, e di grande cultura e intelligenza. Era una filosofa neoplatonica e una matematica greca vissuta ad Alessandria tra il 370 e il 415 dopo Cristo. Ipazia insegnava alla scuola di Alessandria e il suo uditorio, in gran parte maschile, era folto.
Riferisce Suida, un cronista bizantino dell'undicesimo secolo d. C., un fatto (vero o falso che sia) molto significativo e curioso. Prima di ricordare il fatto, che poi è passato alla storia come "il gesto di Ipazia", diciamo qualcosa in più di Ipazia.
Si tratta di una figura affascinante per tanti versanti. Era restata pagana nonostante la montante occupazione della società da parte dei cristiani, ed è stata una martire del pregiudizio e della rozzezza delle religioni. Quando Cirillo (uno dei santi padri della Chiesa) divenne vescovo la tracotanza dei cristiani non ebbe più limiti.
"Era il mese di marzo del 415 e correva la quaresima. Un gruppo di cristiani dall'animo surriscaldato, guidato da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario: qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli". (Socrate Scolastico)
Torniamo al "gesto di Ipazia". L'insegnamento di Ipazia era molto seguito dai giovani maschi non solo per la sapienza, ma anche per la grande avvenenza della filosofa.
A uno studente che mostrava una grande propensione per la seconda dote e la guardava continuamente con occhi languidi, Ipazia si rivolse con un gesto stupefacente.
Si sollevò la tunica e mostrando la vulva nuda apostrofò il ragazzo: "Scegli tra questa e il mio insegnamento".
Un bell'esempio di donna moderna, a dimostrazione di come la filosofia laica non sia mai stata né sessuofobica, né antifemminista.

Il fenomeno di travestirsi, ossia di indossare abiti propri all'altro sesso, implica diverse condizioni psicologiche. Siamo in un terreno di mezzo tra il teatro e la perversione sessuale.
Grandi personaggi della storia si travestivano abitualmente: Eliogabalo, Giulio Cesare, Enrico III, Caterina II, George Sand, Richard Wagner, Antonio Ligabue e molti altri.
Nonostante l'apparenza fra travestitismo ed omosessualità non vi è alcuna parentela e l'eventuale coincidenza è casuale. D'altra parte un'altra grande distinzione va fatta con il transessualismo.
Con il termine di "eonismo" si intende la tendenza ad abbigliarsi con abiti femminili da parte di individui maschi eterosessuali. Il nome deriva da Charles de Beaumont detto il Cavaliere d'Eon, nato nel 1728 e morto nel 1810. Fu un diplomatico francese, spia e soldato.
Nel 1756 entrò nella rete segreta di spie denominata "Le Secret du Roi", al servizio del re Luigi XV e referente a lui personalmente. Il monarca lo inviò in Russia, presso la corte dell'imperatrice Elisabetta, per tramare con la fazione filo-francese contro la monarchia asburgica.
Si dice che la sua prersenza nella corte di Russia si sia svolta nei panni di mademoiselle de Beaumont e sembra che fosse a stretto contatto con l'imperatrice.
Al rientro in Francia, nel 1761, d'Eon riprese gli abiti maschili, divenne capitano dei dragoni e combatté le ultime fasi della Guerra dei sette anni, in cui fu ferito e successivamente decorato con la croce dell'Ordine di San Luigi.
La vita di d'Eon fu una vita in altalena: di lui si disse di tutto, che era in realtà una donna, che era un ermafrodito, che era un vero uomo forse un po' impotente.
Dopo la guerra dei sette anni fu mandato a Londra con il delicato incarico di condurre trattative segrete con gli inglesi, vincitori della guerra.
Mentre godeva di ampio consenso presso la corte di Giorgio III, le invidie e le trame in patria lo fecero cadere in disgrazia: gli fu imposto di consegnare gli ordini segreti all'ambasciatore e di rientrare a Parigi, dove lo attendeva la Bastiglia.
D'Eon, consapevole di detenere informazioni cruciali, resisté e minacciò di rivelare tutto agli inglesi. Come per magia gli fu concesso di restare a Londra e fu dotato di una cospicua pensione.
Consapevole della necessità di defilarsi dal centro della scena, d'Eon si traveste stabilmente da dama ed asseconda tutte le dicerie che circolavano sul suo conto.
Quando Luigi XVI salì al trono, nel 1774, timoroso del pericolo che la presenza di d'Eon in Inghilterra rappresentava per la Francia, cercò di far rientrare in patria il cavaliere promettendogli di poter vivere tranquillamente sotto identità femminile.
Per svolgere la missione di convincere d'Eon, il sovrano scelse Beaumarchais, uno scrittore famoso per essere l'autore di "Il Barbiere di Siviglia" e di "Le nozze di Figaro".
Beaumarchais si reca a Londra e incontra la "signora" d'Eon, che recita perfettamente la parte della dama resa infelice dalla ingratitudine del proprio paese. Racconta di essere sempre stata una donna, e che il padre l'aveva spacciata ed educata da maschio per motivi di eredità.
Beaumarchais si convince di aver di fronte una donna verso la quale prova anche una certa propensione, tanto che decide di corteggiarla.
Comunque si addiviene ad un accordo: d'Eon rientrerà in Francia come donna e un decreto è pronto per sancire la sua nuova identità. Intanto Beaumarchais, dimostrando scarsa correttezza, lancia una serie di scommesse (siamo nella patria delle scommesse) sull'idendità del cavaliere di Beaumont.
Quando questi lo viene a sapere, rimprovera allo scrittore la slealtà e gli dichiara che mai l'accetterebbe come amante, tanto più che si sarebbe preso la gonorrea nel corso delle sue orge londinesi.
Intanto la stampa scandalistica inglese inzuppa il pane quotidiano nella vicenda, e le scommesse dilagano.
Ben presto la verità sul sesso di d'Eon diviene improcrastinabile: vi è chi ha scommesso somme da capogiro.
Il cavaliere non ha alcuna voglia di sottoporsi a una visita medica, e un giorno si reca personalmente, vestito da capitano dei dragoni, a sfidare a duello il banchiere che aveva lanciato le scommesse in grande stile. Il banchiere gli spiega che in Inghilterra tutto questo è perfettamente legale e così d'Eon, a scanso di spiacevoli sorprese, decide di sparire dalla circolazione.
Le voci più disparate si rincorsero; quella più accreditata sostenava che Lady d'Eon si era eclissata per partorire.
Quando dopo alcune settimane d'Eon si fa rivedere in circolazione, viene convocato dal sindaco di Londra, davanti al quale deve dichiarare di non aver mai partecipato a scommesse sulla sua persona.
L'aria inglese si è fatta irrespirabile per d'Eon, che si decide a rientrare in Francia dove viene accolto come una celebrità. Aveva ripreso a vestire gli abiti di ufficiale di cavalleria e trattava galantemente le signore.
Però la sua idendità in Francia era quella di donna e così d'Eon, con le buone e con le cattive, fu costretto a reindossare abiti femminili. Ciò non gli stava bene e per sottolineare la sua protesta, usava in pubblico un imbarazzante linguaggio da caserma.
Comunque d'Eon divenne un caso di cui tutti parlavano, a proposito e a sproposito. Nel 1777 Voltaire, forse a malincuore, accettò di incontrarlo, per vedere da vicino quello strano essere né uomo né donna.
Anche Casanova, che di donne se ne intendeva, asserì che nonostante il linguaggio da caserma d'Eon era una donna. Molte donne che lo avevano conosciuto erano convinte della mascolinità del cavaliere.
Durante la rivoluzione d'Eon cercò con scarsa fortuna di recuperare credito come uomo d'armi.
Quegli abiti femminili lo difendevano e lo angosciavano nel contempo.
Così decise di tornare a Londra e come dama cercò di condurre una vita mondana molto attiva. Ma arrivarono i malanni e la povertà a impedirgli di uscire di casa.
Conviveva con un'amica e quando a ottantuno anni morì, l'amica scoprì con sorpresa, che era dotato regolarmente di pene e testicoli.

"Olisbo" è un termine di derivazione greca che sta a indicare il fallo artificiale. Può essere in cuoio, legno, metallo, gomma, galatite o altra materia plastica.
La Suida, l'enciclopedia storica del X secolo scritta in greco bizantino, ne dà la seguente definizione: "Simulacro virile in cuoio bollito usato dalle donne di Mileto, tribadi e impudiche. Anche le vedove se ne servono".
Nella "Lisistrata" di Aristofane la protagonista a un certo punto dice: "Amanti poi, nemmeno l'ombra. Da che ci hanno tradito i Milesi, quel coso lungo un palmo, chi lo ha visto? Una maniera di consolarsi, anche se di cuoio".
In un film uscito nelle sale in questi giorni, "Hysteria", si racconta in modo simpatico come sono stati inventati i vibratori.
Fin dai tempi di Charcot il massaggio vaginale poteva essere un modo per placare i sintomi dell'isteria. D'altra parte il giocattolo intimo delle donne ha sempre avuto un grande ruolo per placare l'insoddisfazione sessuale (anche all'interno dei conventi).
Stekel a proposito di una signora dice: "Poté così rinunciare agli uomini e conservare la castità".
Vero al cento per cento, se teniamo presente che la masturbazione, in entrambi i sessi, è stata sempre alla base della vita religiosa e dell'esercizio della virtù.
Il "guesquel" è uno strumento di erotismo meccanico "di cui si servono gli indiani della Patagonia per far godere le loro donne".
Ce lo racconta Blaise Cendrars nel "Plan de Aiguille" del 1927. "Esso è composto di una coroncina di ciuffi di crine di mulo, accuratamente montata su un sottile spago multicolore. L'uomo si lega questo spago dietro il glande e durante il coito introduce lo strumento, con lo spazzolino nella parte anteriore, nella vagina della donna. Il crine ha la lunghezza di un dito abbondante, i peli sono rigidi: il loro effetto è così violento che la donna urla, piange, stringe i denti, morde, scoppia a ridere, singhiozza, si agita, schiuma, sbava, sussulta, si contorce (i patagoni chiamano 'corcoveadores' le donne bianche, che con loro grande soddisfazione prendono parte attiva all'amore senza bisogno di 'guesquel'). L'orgasmo con 'guesquel' è così forte che successivamente la donna è sfinita, appagata, completamente soddisfatta, rantolante, stordita dalla felicità, svuotata, al culmine delle sue possibilità. Si dice che dopo averlo provato una volta le indiane non possono più fare a meno di questo strumento, anche nel corso del matrimonio. Un buon 'guesquel' vale da tre a sei cavalli, secondo la lavorazione e la cura con la quale è stato preparato. I più ricercati sono i 'guesquel' fabbricati con crine di mula bianca, giacché si attribuiscono loro virtù profilattiche".
Il "rinno-tama" è uno strumento giapponese per l'onanismo intravaginale meccanico. Di origine birmana, i giapponesi ne hanno fatto un prodotto di esportazione per tutta l'Asia.
E' costituito da due palline di latta sottile, grosse quanto uova di piccione. Entrambe le palline sono cave: una, vuota, viene introdotta a fondo nella vagina, fino al collo dell'utero; l'altra, che contiene un corpo estraneo tipo una biglia, viene introdotta nel primo terzo vaginale. Con il movimento si producono sulle pareti piacevoli stimoli, che portano la donna all'orgasmo. L'effetto si basa su due meccanismi combinati: la replezione e la titillazione delicata e continua sulle pareti.
Il "mutinus tutunus" è uno strumento di forma fallica, sul quale doveva sedersi la fidanzata prima di farsi possedere dal marito, secondo il rituale in uso presso gli antichi romani.
Gli scrittori cristiani da sant'Agostino a Lattanzio, ne parlarono come un segno di barbarie. Ma la fertilità di un concetto come quello del fallo non poteva essere colto dai sessuofobi.
Nel nome è richiamata la radice indoeuropea "tit" da cui deriva il nostro "titillare" che esprime una maniera di procurare piacere.
L'erotismo meccanico presente fin dai primordi dell'umanità, è approdato alla vastissima offerta odierna dei "sex toys".
Sade codifica tutte le leggende dell'erotismo meccanico che circolavano alla sua epoca e descrive l'utilità delle pulegge, degli argani, dei verricelli allo scopo di moltiplicare le possibilità delle posizioni.
I seguaci dell'odierno "bondage" si avvalgono di funi e di astruse tecniche di nodi, ma siccome non si sa se sono più psicologicamente confusi o inguaribilmente imbecilli, ogni tanto qualcuno esala l'anima in nome di Eros.
Le collezioni criminologiche della polizia di Parigi o di Scotland Yard mostrano diverse installazioni approntate da individui alla ricerca dell'erotismo meccanico.
Tipica la rete fissata al soffitto da un famoso ingegnere belga (morto poi impalato) che gli consentiva di provare il piacere vagando in equilibrio instabile nell'aria.
I surrealisti erano più divertenti. All'Esposizione internazionale del surrealismo di Parigi del 1959-1960, l'artista Robert Muller espose un'opera destinata a divenire famosa, la "Vedova del corridore", una bicicletta da corsa dallo strano richiamo sessuale e dall'improbabile meccanismo autoerotico. Qualcuno usando una formula creata da Marcel Duchamp, l'ha annoverata tra le "macchine celibi".

La pelle nera è divenuta di diritto il simbolo del sado-masochismo. Gli abiti di pelle di per sé sono connessi a un meccanismo erotico basato sul dominio e sulla sottomissione.
L'uso della pelle per il vestiario e per gli accessori ha un significato di sublimazione estetica del contenuto algolagnico del sadismo e del masochismo. Esiste senza dubbio un feticismo della pelle nera che riassume l'amore e la dipendenza per tutta una serie di aggeggi come gli strumenti di tortura e di flagellazione, cinghie di cuoio, fruste e frustini, catene, manette, divise e indumenti intimi in pelle.
Gli adepti a queste "confraternite" si inglobano in una delle due classificazioni: quella dei "padroni" e quella degli "schiavi". I primi dettano i comportamenti ai secondi (ma purtroppo tutti ignorano il bel proverbio: scegliti uno meglio di te e fagli le spese).
L'accessorio di pelle non manca mai come richiesta sempre presente, nel pubblico del sado-masochismo, che poi si articola nelle diverse "confessioni" degli omosessuali, delle lesbiche, dei sadici, dei pederasti ecc. ecc.
Il feticismo di questi soggetti si esplica soprattutto con il culto delle immagini fotografiche. Fotografare e farsi fotografare spesso per costoro è il massimo della libidine.
I cataloghi degli amatori della pelle nera sono pieni di cappucci, maschere, mutandine, pesanti catene d'argento, collari di cane trapunti di chiodi e di gemme, tute allacciate da stringhe da capo a piedi.
L'offerta di questi prodotti, supportata da una letteratura minore e da certo cinema ha ormai i suoi canali codificati, non riscuotendo alcun interesse nel pubblico più vasto. Solo la moda continua a recepire suggestioni sado-masochistiche come avvenne per lungo tempo dopo la pubblicazione e il successo di "Histoire d'O".
La valenza feticistica degli abiti e degli accessori di vestiario è sempre sottesa, sia nella moda, sia nella simbologia distintiva di ogni gruppo eroticamente caratterizzato.
Il feticcio è un simbolo che esprime il vero centro appetitivo. Il nero della pelle, delle calze, delle scarpe a tacco alto non può che significare il nero del pelo pubico.

 
 
   
    Lawrence Alma Tadema

Nel tepidarium
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14) L'OLFATTO E IL SESSO

L'Abate di Condillac (1715-1780) fu autore di un "Traité des
sensations" in cui, riprendendo il mito di Pigmalione, si pone il
compito di animare una bella ragazza insensibile, per il fatto di
essere una statua. Comincia con l'offrirle dei fiori per farle
scoprire il senso dell'olfatto, poi si mostra a lei alla luce del
giorno e la spinge ad ascoltarlo nel buio, ma la statua rimane una
statua.
La bella insensibile non riesce a percepire il mondo poiché non si è
ancora percepita come centro di elaborazione delle percezioni.
A questo punto l'Abate la convince a toccarsi e solo così, con la
doppia sensazione di toccare e di sentirsi toccata, può iniziare la
percezione del mondo.
Da quel momento la statua finisce di essere un oggetto e diviene un
soggetto cosciente di se stesso ed acquista una personalità.
Il sensismo dell'Abate di Condillac andava nella direzione giusta
verso le acquisizioni future della fisiologia medica e psicologica.
Il mito di Pigmalione racconta di un celebre scultore dell'isola di
Cipro che dopo aver scolpito nel marmo un'immagine di Galatea, se ne
innamora.
Nonostante la forza di quella passione la statua rimane tale, finché
Venere mossa a pietà, non le infuse la vita.
Galatea, facendosi donna, perdeva la sua perfezione divina, e la
questione rimane aperta, se era meglio prima o dopo l'intervento della
Dea.
I cinque sensi forse ci fanno perdere di vista il mito dell'assoluto,
ma ci calano nel mezzo della realtà della vita.

L'odorato è indubbiamente il senso più arcaico che possediamo e quello
che ci restituisce tutt'intera la nostra "animalità".
I messaggi della percezione olfattiva, come anche del gusto, si
prestano poco all'elaborazione mentale e all'analisi. Ma, al
contrario, hanno una grande risonanza nella sfera emotiva ed affettiva.
Un qualunque odore per avere un significato, non può prescindere da
tutta una serie di associazioni e di riminiscenze, per cui il ruolo
della memoria risulta assolutamente centrale. In questo senso si
colloca l'enorme portata dell'opera di Marcel Proust.
L'attrazione sessuale ha nell'odorato le sue fondamenta e si dispiega
con due potenti leve: l'odore naturale dei corpi (natura) e i profumi
artificiali (cultura).
Esiste un odore globale del corpo, variamente caratterizzato da
individuo a individuo. Poi esiste un odore caratteristico dei due sessi.
Il film "Profumo di donna" ne può essere un esempio.
Ogni distretto del corpo ha un suo odore tipico. Escludendo i casi di
scarsa pulizia o di condizioni patologiche, la pelle umana ha un odore
discreto ma tenace e indelebile. Lasciando da parte le caratteristiche
razziali, che possono avere scivolamenti verso il pregiudizio se non
verso il razzismo, diciamo che ogni zona corporea, essendo
caratterizzata da tipiche dislocazioni delle ghiandole sebacee e delle
ghiandole sudoripare, ha un suo odore proprio e facilmente
distinguibile.
Le ascelle e la zona genitale hanno un odore tipico determinato dalle
secrezioni locali; i piedi hanno un loro effluvio particolare per
nulla spiacevole, quando sono del tutto asciutti (l'iperidrosi e la
macerazione possono dare problemi); la zona circostante all'ano è
provvista di ghiandole apocrine che conferiscono un odore pepato, meno
pronunciato rispetto ad altri mammiferi.
L'odore del sudore non è uguale per tutto il corpo. La fronte e la
schiena producono un sudore senza odore essendo queste zone sprovviste
di ghiandole apocrine. L'ascella produce l'odore corporeo più
spiccato, nettamente superiore a tutte le altre zone.
L'odore del sudore è più attenuato nelle persone bionde e più
accentuato in quelle rosse di capelli.
Per quanto riguarda le razze, i neri hanno un odore più pronunciato dei
bianchi, e i gialli sono più discreti, anche in questo campo.
Come aveva notato già Baudelaire in una sua poesia, la capigliatura ha
un suo effluvio, anche in relazione alla lunghezza, per cui da questo
punto di vista le donne hanno un particolare odore caratteristico
rispetto ai maschi (che non siano dotati di lunghe chiome).
L'odore dell'alito e della bocca dipende da diversi fattori e non è
certo solo questione di marca di dentifricio. L'elemento fondamentale
da tener presente è che la bocca è la porta d'accesso alle vie
digestive.
In questo senso le abitudini alimentari e di vita sono decisive nella
determinazione dell'odore del cavo orale. In esso molto difficilmente
si può ravvisare un odore naturale di riferimento. Un alito gradevole
è segno di buona salute ed è indubbiamente una caratteristica di cui
essere contenti.
La regione genitale è molto caratterizzata in senso olfattivo, essendo
tale zona generalmente deputata nei mammiferi ad innescare il
desiderio della copula e a catalizzarlo nei comportamenti consumatori.
Negli animali l'accertamento olfattivo delle parti genitali è la
manovra indispensabile per verificare la "recettività" e lo stato "in
calore" del partner.
Per ciò che riguarda l'uomo maschio possiamo distinguere tre odori
differenti e stereotipati relativi al prepuzio, allo scroto e allo
sperma.
Il prepuzio e, in particolare, il solco balano-prepuziale sono ricchi
di ghiandole sebacee odorifere per cui il glande, specialmente in
erezione, emana un sentore di pesce.
Lo scroto è dotato di un odore più tenue che ricorda quello dello sperma.
Lo sperma appena emesso ha un forte odore che può ricordare il fiore
di assenzio o di castagno, con note tipo varichina.
La donna, nella regione genitale, è dotata di un vero cocktail di
profumi, che i francesi indicano con il termine "cassolette" che vuol
indicare il cofanetto dei profumi.
Al momento dell'intumescenza gli odori sono più pronunciati, e costituiscono
gran parte dell'atmosfera olfattiva che accompagna i partner durante
il rapporto.
Il monte di Venere e le grandi labbra devono il loro profumo alle
ghiandole apocrine da una parte, e dall'altra alla peluria.
La fessura vulvare è dotata di una fragranza vivace che ricorda il
profumo del mare, in gran parte determinata dalle numerose ghiandole
sebacee della superficie interna delle grandi labbra, delle ninfe, del
vestibolo e delle ghiandole di Skene.
Il profumo è più acuto sotto il cappuccio clitorideo, tra il prepuzio
e il glande del clitoride.
L'emozione dell'impatto olfattivo della donna desiderata la troviamo
espressa in modo folgorante nel "Tropico del Cancro" di Henry Miller.
La vagina ha un odore meno intenso e meno personale, salvo una
accentuazione nella zona dell'ostio.
L'intensità degli odori genitali femminili è più pronunciata nel corso
della seconda metà del ciclo, al momento dell'ovulazione e prima delle
mestruazioni. Ciò è dovuto alla modulazione dell'attivazione ormonale.
E' osservazione comune che la donna mestruata cambia temporaneamente
l'odore generale del corpo.

Non molti decenni fa praticare baci sui genitali poteva essere addotto
come una prova di perversione nelle cause di separazione. Chiedere
alla partner una cosa del genere poteva apparire un segno di crudeltà
mentale. Ed essendo il tabù veramente tale, nessuna donna poteva
accettare che il partner la baciasse sui genitali, senza sentirsi una
poco di buono.
Oggi le cose sono cambiate, tanto che perfino le riviste per famiglie
spiegano come praticare al meglio il connilinguo e la fellatio.
Naturalmente essendo molto progredito il concetto dell'effettiva
parità dei sessi, nessuno si sogna più di concepire il rapporto orale
a senso unico ed è del tutto naturale ragionare di reciprocità (ed
anche di simultaneità).
Sicuramente l'informazione sessuale reperibile in ogni dove, non
trascura di sottolineare che in materia di rapporto orale è bene
eliminare la sciatteria e l'improvvisazione.
L'odore naturale dei genitali ben presto assume una grande importanza
per i due partner. Ciò potrebbe suggerire che, pur assicurando una
scrupolosa igiene e pulizia del corpo, sia comunque da evitare saponi
e bagnoschiuma troppo energici.
Oltre ai saponi, anche l'uso di contraccettivi orali può cambiare
l'odore abituale della donna.
Comunque è buona cosa preservare il proprio "odore" da tutte le
sciagurate aggressioni organizzate dalla pubblicità.
La "cassolette" di una donna è la sua arma segreta e comunque una
delle sue "identità" più importanti.
E' risaputo che le donne sono più insensibili al profumo del partner,
nella prima fase del rapporto. Successivamente quando sono innamorate
esse vengono "travolte" dalla forza del profumo del partner, anche per
il fatto di aver stabilito contatti molto ravvicinati.
Chiunque, uomo o donna che sia, non deve facilmente cedere alla
propaganda della pubblicita (odiosa a volte come un'azione di
terrorismo) che spinge all'uso dei deodoranti.
Lavarsi poco o profumarsi troppo potrebbero essere entrambi
comportamenti antisociali, che fanno davvero male al trasporto amoroso.

L'aumento dell'inibizione alla naturalezza sessuale può essere
misurato dal numero di donne che rifiutano di essere baciate o di
baciare "intimamente". Cent'anni fa nessuna donna che si reputava
"onesta" avrebbe accettato un contatto oro-genitale. Oggi una donna
che oppone tale rifiuto comincia ad essere un'eccezione, se non
proprio una "mosca bianca".
Tante volte su questo tipo di disponibilità può essere inferito l'"a
che punto siamo" sulla via dell'innamoramento.
La timidezza e l'inibizione possono essere superate solo con la
delicatezza e la pazienza. Ma se si ravvisa il "calcolo" bisogna
drizzare le antenne. La categoria delle "demi-viège" è risultata in
ogni epoca molto antipatica.
Ci sono ancora troppe donne, che avendo deciso di ricavare il massimo
dalla "cessione" dei favori sessuali, stanno sempre lì a misurare i
centrimetri di territorio da cedere quella sera e a calcolare se è
giunto il momento di concedersi in quella cosa piuttosto che in
quell'altra.
Non l''ha detto solo Sade o qualche altro scrittore o pensatore, ma è
davvero probabile che la donna troppo poco "generosa" e troppo
"calcolatrice" finirà per vanificare da sola i propri obiettivi di
successo.

I primitivi, avendo un sacro orrore del sangue mestruale, evitavano il
rapporto e perfino il banale contatto durante le mestruazioni. Oggi
molti fanno la stessa cosa, sostanzialmente per le stesse ragioni,
anche se ci si racconta che è per l'igiene.
I residui dell'endometrio presenti nel sangue mestruale producono un
odore poco gradevole, ed è questa un'altra ligittima ragione
pro-evitamento.
La modesta emorragia che costituisce il flusso mestruale è stata a
lungo inavvertita presso l'uomo primitivo. Nelle epoche pre-stanziali,
in cui gli esseri umani peregrinavano tutto il tempo, la donna non
dava alcun peso a questa modesta perdita di sangue. Solo
successivamente le mitologie sono fiorite, spesso in funzione misogina.
Bisogna sottolineare il fatto che prima, durante e dopo le
mestruazioni gli istinti sessuali si manifestano con maggiore
intensità e forse riaffiorano nella donna anche desideri infantili
inappagati.
Per varie ragioni la donna può essere particolarmente irritabile, ma
la concomitanza dell'acuirsi del desiderio che cozza contro l'antico
interdetto di "impurità", può favorire sintomi di difesa nevrotica.
I miti che hanno appesantito di negatività la fuoruscita del sangue
mestruale, si sono basati tutti sulla sottolineatura
dell'"inferiorità" della donna, che in quei periodi veniva allontanata
dal gruppo umano e le venivano vietati i rapporti non solo sessuali.
Da questi atteggiamenti derivano anche le convinzioni sul potere
magico del sangue mestruale, con conseguenti pratiche abiette (ma
tutta la mentalità dei "maghi" è abietta).
La donna talvolta potrebbe vivere in relazione alle proprie
mestruazioni due sentimenti contrastanti: un sentimento di disagio che
porta alla dissimulazione e alla reticenza, e un sentimento di
sollievo quando si è temuta la possibilità di una gravidanza.

Vi sono due tipi di odori artificiali: quelli che si propongono di
mascherare gli aromi naturali considerati sconvenienti, e quelli che
si pretende aumentino l'attrattiva erotica.
Le secrezioni cutanee vengono prodotte continuamente e di per sé non
hanno cattivo odore. Il problema insorge quando le secrezioni
ristagnano a lungo nelle pieghe cutanee, dando luogo a processi di
trasformazione chimica. Se intervengono normali lavaggi regolari molto
difficilmente si verificano emanazioni olfattive sgradevoli.
Per ciò che riguarda l'alito, a parte i problemi legati alle carie
dentali, la fermentazione di residui di cibo può determinare
un'espirazione sgradevole. Anche in questo caso, normali accorgimenti
igienici e profilattici possono risolvere qualunque problema.
Una democratica diffusione dell'igiene personale quotidiana è una prerogativa dei tempi moderni, avendo le epoche precedenti avuto degli ostacoli, a vario titolo, all'accesso ai lavacri.
La cultura romana delle terme, come momento di igiene e di rilassamento, fu completamente azzerata dal cristianesimo trionfante. Solo il cristianesimo ha stabilito come normale l'equazione: virtù=rifiuto assoluto di qualunque abluzione.
In altre epoche anche i ceti ricchi e nobiliari si lavavano molto raramente ed è questo uno dei motivi per il quale la qualità di vita di un condomino d'un casermone popolare di oggi è superiore a quella di un qualsiasi nobile della corte di Versailles.
In un'epoca come la nostra basata sulla pubblicità e sulla costruzione di bisogni artificiali, ci vogliono far credere che lavarsi non basta e senza l'uso assiduo (e ossessivo) di deodoranti non puoi avere la garanzia di non puzzare. E così passa un altro messaggio che spiega la contaminazione olfattiva dei luoghi chiusi ed affollati: purché usi frequentemente il deodorante puoi anche allungare gli intervalli tra una doccia e l'altra.
Se l'odore del corpo negletto e sudicio è insopportabile, altrettanto insopportabile è l'intenso odore dei deodoranti. La rozzezza dei dettami "anti-lavacri" di impostazione giudaico-cristiana si allea perfettamente con la rozzezza "terroristica" dei produttori di deodoranti, profumi dozzinali, cosmetici sotto forma di creme, balsami e chissà quali altri costosi impiastri.
La domanda è: se sei pulito perché circondarti di mille profumi, definiti discreti ma che discreti non sono affatto?
Per quale motivo al mondo l'odore naturale della pelle pulita deve essere mascherato da un prodotto artificiale, sulla bontà della cui composizione nessuna persona di buon senso scommetterebbe un centesimo?
Il mistero si spiega con la fame di guadagno di pochi e con la creduloneria di molti.
L'ossessione di usare continuamente detersivi, creme, lavande vaginali è responsabile di tante allergie e di tanti disturbi dermatologici.
Il rischio più grande che corrono le donne è che a furia di depilarsi e di usare profumi, riescano effettivamente a cancellare del tutto la propria "animalità" di cui hanno un'ossessiva paura.

Fin dall'antichità è esistito un uso erogeno di certi odori artificiali. Anche se è improprio attribuire ad essi poteri afrodisiaci, in certi casi vi può essere un positivo apporto alla creazione di un'atmosfera propizia per l'esercizio sessuale.
Soprattutto nelle culture orientali vi è da parte delle donne (dalla prostituta alla donna dai costumi ineccepibili) un uso sapiente di balsami ed essenze per favorire l'abbandono, che consente l'espressione piena dell'erotismo.
La donna crede, a torto o a ragione, di essere l'artefice dell'accensione del desiderio del maschio e in tal senso attribuisce un grande potere al tocco di profumo di cui si dota.
Si potrebbe credere, forse a torto, che la donna che non adotta alcun profumo sia una depressa o una che tende a svalutarsi.
La verità è che un profumo marcato in una donna denuncia agli occhi di chiunque sappia l'abc della psicologia una insicurezza tanto più profonda quanto più è pervasivo il profumo.
Bisognerebbe avere il coraggio di dire chiaro e tondo che in realtà i profumi artificiali in ogni loro forma, giovano esclusivamente ai profumieri.
Come non esistono gli afrodisiaci presi per bocca, così non esiste un effetto afrodisiaco dei profumi artificiali.
Detto questo bisogna precisare che qualunque odore ha il grande potere associativo proprio dei meccanismi della memoria. L'erotismo è fortemente mediato dalle associazioni olfattive. Così, se un coito soddisfacente è avvenuto in un ambiente pervaso da un certo profumo, è molto facile che quel profumo da solo abbia una certa efficacia eccitatoria.
Questo non vuole minimamente dire che vi sia un potere eccitatorio in sé di qualsivoglia profumo artificiale.
Diceva Marziale: "La donna profuma gradevolmente solo quando emana il suo profumo naturale".
Quando sono scomparsi gli odori di "santità", ossia il puzzo di chi non si lava mai, la pulizia è divenuto il vero afrodisiaco. Questo perché l'odorato nell'uomo è stato fortemente ridimensionato dall'evoluzione, e non c'è bisogno di alcun odore spiccato per mettere in moto l'eccitazione, come avviene per la maggior parte degli altri vertebrati.

Il posto di preminenza dell'odorato, nell'essere umano è stato occupato dal senso della vista e dell'udito.
La voce con le caratterizzazioni timbriche è molto più importante di un odore, per determinare l'eccitazione. Comunque le persone affette da anosmia hanno indubbiamente molte frecce in meno nella loro faretra.
Si potrebbe affermare che l'olfatto è la porta d'ingresso obbligata per il passaggio dall'amore mentale all'amore fisico.
Gli odori costituiscono una grande barriera naturale, fondante del discrimine: mi piace - non mi piace, gradimento - disgusto.
Nella via appetitiva verso l'oggetto nulla può costituire un ostacolo maggiore di un odore per noi sgradevole.
La stessa forza del meccanismo respingente, gli odori l'hanno nel meccanismo associativo. Quando a una bella donna che ci ha attratto associamo un odore (che prima per noi non aveva attrattive), quell'odore incomincerà a piacerci molto ed avrà un fascino per noi in ogni circostanza.
Quindi succede che lo stesso profumo di una donna, può essere attrattivo per alcuni e repulsivo per altri, in relazione alle associazioni precedenti di ogni singolo individuo.
Questo è uno dei motivi per cui non è bene applicarsi profumi artificiali marcati. E' come dichiarare in pubblico le proprie opinioni politiche: se conquisti qualche simpatia, nello stesso tempo ti procuri altrettante antipatie.
Il potere del rinencefalo è davvero grande, e questo lo sa qualunque essere umano (che non sia del tutto cretino) che abbia riflettuto.
Il motivo di questo grande potere è che le vie che vi decorrono sono scarsamente controllabili dal vaglio della ragione.
Anche l'erezione e la lubrificazione vaginale dipendono poco dalla ragione. I cinque sensi sono come membri di un direttorio: quando c'è l'unanimità su una certa proposizione, quella proposizione diviene immediatamente legge.
Se nel direttorio c'è dissenso non si addiviene ad alcuna deliberazione, e dunque non scattano i comportamenti appetitivi e consumatori.
Quando nelle prime fasi c'è un assenso di massima, vi sarà un via libera per un percorso che porterà ad acquisire con l'altra persona una progressiva intimità.
Più ci si inoltra nell'intimità, più il potere degli odori aumenta.
Solo andando a fondo con l'intimità si prende coscienza e ci si famigliarizza con gli odori peculiari di quel corpo.
E' a questo livello che il meccanismo di fascinazione diviene davvero potente, e quello che era semplice attrazione può divenire innamoramento.
Lo sconvolgimento profondo della parte animale ed istintiva (e dunque autentica) dell'essere, si ha con la presa di contatto dell'odore intimo (rispettivamente) del sesso femminile e del sesso maschile.
La fragranza genitale femminile ha un acme nell'odore marino della vulva, colto per primo dalla madre e che rinvia alla primordiale origine del mare.
La fragranza maschile ha anch'essa il suo centro nel pene (in particolare nel glande) e per la donna il massimo dell'attrattiva è costituita dall'accentuazione olfattiva dell'odore che non possiede in se stessa.
Per le signore convinte che la profumazione intima sia indispensabile, è bene riflettere che qualunque odore che non faccia parte del retroterra mentale di un uomo può risultare letale per il meccanismo attrattivo.
Solo il sessuologo con una lunga esperienza clinica sa che molte impotenze e frigidità si spiegano con il disgusto istintivo di certi odori provenienti dal corpo del contiguo.
Allargando l'attenzione al più ampio raggio dei rapporti interpersonali, quante antipatie si spiegano unicamente con caratteristiche olfattive percepite a distanza di prossimità?
Lo stretto legame esistente tra odorato ed erotismo viene confermato anche da certe credenze popolari, come quella che un grosso naso corrisponde a un grosso pene o a un'ampia vagina.
Più d'uno in passato (parlo di studiosi) ha creduto di ravvisare grandi attinenze tra apparato nasale e sessualità. A tal proposito si può consultare la corrispondenza tra Fliess e Freud.
La verità è che il naso è la sede di uno strumento importante per calarsi nella vita vera e anche nelle sue gioie.
Gli anosmici, ossia quelli che non posseggono il senso dell'olfatto, sono a rischio per molte cose. Non so se sia giusto attribuire loro sempre e comunque, una debolezza mentale. Ma non vi è dubbio che nel caso di perversioni estreme come la necrofilia e la coprofagia, l'anosmia è la precondizione logicamente evidente.

 
 
   
    Pierre Auguste Renoir

Le grandi bagnanti
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15) IL SUONO, LA VOCE UMANA E IL SESSO

L'acquisizione del linguaggio articolato ha collocato la specie umana
in uno "status" unico rispetto agli altri animali.
Ciò ha fatto sì che il corteggiamento e l'approccio sessuale nella
specie umana perdesse la pedisseguità e gli stereotipi delle origini,
per diventare qualcosa di più libero e più creativo.
La parola, pronunciata o scritta, può essere un mezzo che permette di
superare le resistenze iniziali e giungere all'unione carnale.
Un libertino come Valmont, in "Les liaisons dangereuses", usa
essenzialmente la forza della parola per far capitolare la morigerata
presidentessa di Tourvel.
Certo, il messaggio verbale fonda solo in parte la sua forza nella
semantica. Anzi la forza maggiore della comunicazione verbale
risiede nelle qualità sonore della voce: la rapidità dell'emissione,
l'intensità dei suoni, le variazioni del tono e soprattutto il timbro
vocale.
Tutto questo fa della voce umana un mezzo straodinario di seduzione e
di fascinazione.
Quando la voce si dispiega nel canto è in grado di accrescere
ulteriormente la sua forza suadente. Nel canto di qualsiasi tipo non è
mai tanto importante il significato del testo, bensì le qualità sonore
della voce dell'interprete.
I due elementi costitutivi della forza della voce nel canto sono: il
timbro e la tessitura.
Che si tratti di canto o di semplici parole pronunciate, la qualità
più personale è il timbro, che ha dunque la stessa variabilità di
altre caratteristiche individuali.
Può essere chiaro o velato, vellutato o aspro, caldo o stridulo,
disuguale o arminioso, pieno o neutro, rauco o untuoso, in ogni caso
il timbro conferisce alla voce di ognuno la sua peculiarità e il suo
fascino.
Tra i fattori fisici la voce ha un grande ruolo nella costruzione del
potere libidico e dunque dell'impatto di seduzione.
Gli stimoli sensoriali possono essere piacevoli o spiacevoli ed anche
la voce molto di rado ci appare neutra.
La voce calda e suadente di una centralinista telefonica ci può
insinuare un vivo desiderio di conoscerla, come d'altra parte la voce
stridula di una bella donna potrebbe considerevolmente decurtarne il
fascino ai nostri occhi.
Naturalmente, come per gli altri sensi, le attrattive della voce
possono variare da persona a persona, nel senso che una caratteristica
può attrarre alcuni e respingere altri.
In generale, nella nostra cultura, tendiamo ad apprezzare di più le
voci con un timbro netto, caldo e chiaro. Gli annunciatori della radio
e della televisione sono sempre stati scelti con questi criteri.
Ciò significa che generalmente la voce di un annunciatore o di una
annunciatrice (e anche degli speaker dei telegiornali) risulta
libidicamente positiva all'orecchio degli ascoltatori.
La tessitura è il posto occupato nella scala sonora dall'estensione.
L'estensione è la capacità della voce di coprire uno spazio nella
gamma, in genere due ottave.
Con una grande variabilità intermedia esistono per ogni sesso voci
acute e voci gravi.
Prendendo in considerazione il canto, la tessitura si può suddividere
in quattro tipi principali: soprano, contralto, tenore e basso. La
musica polifonica, caratteristica dell'Occidente, viene classicamente
composta per quattro voci.
Le tessiture esprimono meno la caratterizzazione personale rispetto ai
timbri, ma generalmente variano nel corso della vita.
Prima della pubertà le voci nei due sessi sono acute e stridule. Al
momento della pubertà la laringe si ingrandisce e si allunga per
effetto dell'azione degli ormoni sessuali, determinando la tessitura
definitiva che è sempre più bassa rispetto a prima.
Infatti le voci femminili scendono di una quinta, le voci maschili di
un'ottava.
E' questo il motivo per cui gli uomini hanno una voce più grave delle donne.
Tale differenza ha un enorme ruolo nel gioco della fascinazione tra i sessi.
Dopo la menopausa o per l'aumentata azione degli androgeni, la voce
delle donne può divenire più grave e rauca.
La tessitura dipende dalla lunghezza della laringe per cui vi è una
corrispondenza tra la tipologia fisica e il tipo di voce. E' risaputo
che soprani e tenori sono sempre più piccoli di statura rispetto a
contralti e bassi.

Ogni tessitura comporta un carico di significati nella simbologia
erotica. Le voci prepubertarie dei maschi e delle femmine
corrispondono praticamente al registro di soprano e di contralto.
Acute e prive di carica sessuale, non avrebbero avuto alcun rilievo
nell'arte vocale, se il cristianesimo non avesse determinato una
feroce azione repressiva della sessualità.
Nella struttura mentale dei credenti cristiani, le voci aspre e
disincarnate dei fanciulli, dovevano ricordare i cori angelici che
lodano il Signore, che avendo nell'iconografia barba e capelli lunghi,
risultava l'unico sessuato del quadretto edificante.
La sottolineatura della "purezza" presessuale dei fanciulli, connota
negativamente il maschio, ma ancor più negativamente la femmina.
Chi ha sempre pensato che il cristianesimo ha promosso il migliore dei
mondi possibili, rifletta (se ce la fa) a quanta imbecillità occorre
per mettere al bando dell'espressione canora, le voci mature per
servirsi unicamente di voci fragili ed inespressive, a causa
dell'insufficienza toracica dei bambini.
Così le innumerevoli schiere di "piccoli cantori" doveva alimentare la
visione del regno di Dio, senza sesso né malizia.
Purtroppo Freud se l'è presa comoda a nascere, e così troppo tardi si
è capito che anche i bambini hanno una sessualità e anche una buona
dose di malizia.
Nel feroce delirio sessuofobico, e dovendo ad ogni costo precludere
l'accesso delle donne alla cantoria, le autorità cattoliche non hanno
esitato ad incoraggiare la pratica di castrare i bambini, per
conservare da adulti la loro voce angelica.
I maestri di cappella così hanno fatto vieppiù ricorso all'impiego di
castrati nei cori.
Balzac, nel racconto "La Sarrasine", descrive una torbida vicenda
ambientata nella Roma papalina. Un giovane francese si innamora di una
donna, in realtà un castrato, che faceva parte del coro invisibile
della Cappella Sistina.
Zambinella, questo il nome dell'eunuco, si era divertito alle spalle
del giovane Sarrasine, che quando scopre la cosa minaccia di
vendicarsi. Ma qualcuno provvede ad eliminare fisicamente Sarrasine.
Molti anni dopo, a una festa da ballo parigina, si aggira un vecchio
dall'aspetto spettrale. E' Zambinella, di cui qualcuno si incaricherà
di raccontare l'abominevole storia di cantore della Cappella Sistina.
Fu Pio VII, il papa fatto prigioniero da Napoleone Bonaparte, che con
una bolla proibì l'uso dei castrati nei cori ecclesiastici.
Ma ciò non implicò alcuna possibilità per le donne di accedere al
canto religioso.
La voce del soprano fu a lungo l'unica voce femminile accreditata di
legittimità. La caratteristica dell'elevazione celestiale alla fine ha
convinto la musica religiosa a farvi ricorso.
Quanto alla musica profana, i soprano incarnano le eroine principali
della maggior parte delle opere liriche. Euridice, Melisenda, Pamina,
Leonora: si tratta sempre di donne ideali e redentrici per le quali
l'eroe nutre un sentimento puro ed onesto.
Poiché frequentemente i soprano sono donne piccole e rotondette non
facilmente risultano credibili nel ruolo di suscitatrici di così
potenti amori.
Se pensiamo alla grandiosità dell'enfasi delle opere wagneriane,
quando sulla scena vediamo tutt'altro che una "valchiria", la comicità
involontaria potrebbe essere in agguato.
La voce del contralto (la più grave della voce femminile) fin dal suo
apparire sulla scena ha avuto una vita travagliata.
La donna con la voce grave contraddiceva i canoni metafisici e morali
del medioevo e dell'epoca classica. Anche l'altezza fisica collideva
con i canoni tradizionalmente accettati per le donne.
Dopo la riforma ci fu un maggior spazio per questo registro canoro, ma
tutte le volte che era possibile si tendeva a preferire per il ruolo,
tenori superacuti, e contralto o soprano che cantavano nello stesso
registro.
Tante volte la musica polifonica è stata cantata da una donna
(soprano) e tre uomini (contralto, tenore, basso).
La musica di J.S. Bach ha ridato un grande spazio alla voce di contralto. Nelle sue "Passioni" e nelle sue "Cantate" le ha affidato arie sublimi, e in queste stupende musiche si fondono l'emozione religiosa e la sensualità vibrante.
La voce di contralto è calda, piena e vellutata e dunque fa transitare grandi suggestioni erotiche. In essa si esprime finalmente la donna, nella sua dimensione avvolgente e vaginale.
Con un impatto di tale evidenza non è difficile capire il feroce ostracismo proveniente dal mondo artistico cristiano.
La donna per avere il diritto alla presentabilità non poteva che richiamare la Vergine e cancellare del tutto il suo lato sessuale, che esprime volgarità e bestialità.
Il turbamento carnale che una voce calda e sensuale procura agli uomini non può che avere una valenza luciferina.
Da Bach, che ha aperto la strada, a altri compositori, l'uso del contralto è stato parsimonioso e raramente ha riguardato parti di primo piano.
Memorabili risultano le parti presenti in "Rapsodia per contralto" di Brahms, "Il canto della terra" di Mahler e "Canzoni malgasce" di Ravel. La sensuale "Carmen" di Bizet è spesso cantata dalla voce del mezzosoprano, al pari della Renata dell'"Angelo di fuoco" di Prokofiev e dell'inquietante zingara dell'"Amore stregone" di Manuel De Falla.
I contralto sono donne fatali che esprimono una grande forza erotica. E' il motivo per il quale ha avuto la massima espressione non nell'opera, ma nel jazz e nel music-hall.
Il tenore, in genere basso di statura e tozzo, non infrequentemente accende i desideri erotici femminili. L'autentica voce del tenore costituisce una sorta di meraviglia della natura, che spontaneamente è fatta per sedurre, con lo splendore delle variazioni.
Con il meccanismo dell'"effetto alone" le donne gli attribuiscono uguale virtuosismo nelle schermaglie amorose. Certi tenori, al pari dei grandi "toreador", hanno captato la passione di folle femminili.
Il basso è l'incarnazione della virilità possente, seria e grave. Ha un impatto austero e nobile per cui si addice a personaggi detentori di grande potere (i re, gli dei, i capi, gli equivalenti paterni).
E' questo il motivo per cui l'investimento libidico da parte delle spettatrici potrebbe avere un risvolto incestuoso; e dunque viene inibito. La preferenza delle signore va, per questo motivo, al baritono (varietà alta dei bassi) con le sue potenzialità agili e vigorose, capaci di suscitare nel sesso femminile emozioni profonde.

Tra il sesso e l'orecchio c'è un profondo accordo. Il suono di una voce ci può eccitare, e trasportarci nel bel mezzo di un travolgente erotismo.
Orecchi tesi a cogliere, tra i tanti rumori, un sussurro che confessa il desiderio di lasciarsi sommergere dal piacere.
Oggi sinceramente ci si chiede (che si sia o no credenti): ma come facevano i confessori a resistere alla forza d'urto dei peccati confessati attraverso la grata dei confessionali?
La punizione che seguiva la confessione era tutta intera a carico del povero sacerdote: l'angoscia di dover resistere alla tentazione o l'angoscia del sentimento di colpa per avervi ceduto.
Alla luce della modernità dobbiamo dire che il sacramento della confessione ha torturato molto di più i confessori rispetto ai penitenti.
In molti hanno riscontrato profonde analogie tra la psicoanalisi, il "metodo pericoloso" inventato da Freud e la confessione cattolica. Forse entrambe le cose si propongono di "alleviare", con quanto successo è tutto da vedere.
La confessione cattolica deve concludersi con il perdono divino delle colpe di cui si ha la piena avvertenza.
La vera analogia potrebbe essere la "forza rasserenatrice", che nel sacramento della confessione si chiama "grazia" e in psicoanalisi si chiama "abreazione".
L'abreazione è una sorta di nuovo territorio, che consente di posizionare l'antico trauma in maniera migliore per poi riuscire a superarlo.
Dunque, sia la confessione religiosa che il confessionale laico potrebbero aprire la strada della "catarsi" di cui la voce e l'orecchio sono gli elementi basilari.
Già Platone usava questo termine nel senso di "sollievo dell'anima attraverso la soddisfazione di un bisogno morale" (Fedone).
Anche nei tantra indiani si ravvisa il principio della purificazione attraverso la soddisfazione delle passioni.
Fu Aristotele per primo a sostenere che la rappresentazione teatrale permette agli spettatori di identificare le proprie passioni con quelle dei personaggi della scena, per così ottenere una catarsi.
Joseph Breuer (1841-1925) ha ideato un "metodo catartico" che si basava sull'ipnosi. Il giovane Freud sperimentò le prime esperienze terapeutiche alla scuola di Breuer, soprattutto nell'affrontare casi di isteria.
L'elemento fondamentale della metodica si incentrava sull'uso della parola che aveva il potere di far emergere (appunto verbalizzando) il fantasma affettivo che dominava il paziente.
Freud abbandonò l'uso dell'ipnosi quando si accorse che essa favoriva il transfert passionale sull'analista, ma conservò la posizione sdraiata del paziente e naturalmente anche la verbalizzazione.
Riversare le parole sull'analista favorisce una liberazione psichica, come quando si accollavano i peccati sul capro espiatorio.
Esiste il rischio, messo in luce da Theodor Reik, di una compulsione alla confessione. Nel suo libro "Ascoltando con il terzo orecchio" Reik espone i principali meccanismi mentali che sono oggetto delle scoperte di Freud.
Non è solo un meccanismo masochistico che può essere alla base della "compulsione alla confessione" bensì un bisogno di rivisitazione mentale dell'atto, che opera progressivi spostamenti verso zone meno emotive della memoria.
Indubbiamente nella confessione è insito un bisogno di essere puniti, quasi a riparare una disgregazione pulsionale.
Negli amanti è molto forte la "compulsione alla confessione", in quanto si ha l'irrefrenabile desiderio di rendere quella che era un'esperienza "proibita", una esperienza "a due".
La confessione in tutti i contesti, da quello religioso a quello passionale, risponde alla profonda esigenza di procurarsi il "sollievo" ossia trasmettere all'esterno parte del peso che ci opprime.

Il nostro orecchio è bramoso di suoni, in primo luogo della voce umana.
Jean Cocteau, nel suo dramma "La voce umana", magistralmente descrive quella magica fame di comunicazione. Una donna disperata telefona per lungo tempo al proprio amante e attraverso innumerevoli modulazioni drammatiche si arriva allo "scioglimento" tragico: essa si trangola con il filo dell'apparecchio.
Oltre alla voce umana, una grande varietà di suoni ha una valenza erotica. I suoni della natura ci riconciliano con la nostra essenza di esseri sessuati. Il rumore del tuono, lo scrosciare della pioggia, i versi degli animali, tutto questo ci fa scoprire i nostri impulsi sessuali.
Il ruggito del leone, per esempio, ci richiama alla mente scene di crudeltà senza crudeltà (come è appunto il rapporto sessuale).
Il nitrito dei cavalli ci richiama le distese aperte e il senso di libertà che è anche l'aspetto peculiare dell'erotismo.
Anche il miagolio dei gatti in amore può suggerire la nota ossessiva del richiamo del desiderio.
Il suono di parole sconce può anch'esso aizzare le brame erotiche; senza arrivare alla coprolalia, l'inaspettata emissione di un termine osceno può favorire quell'"oltre", che fa la natura vera dell'erotismo.
Orecchi avidi di suoni e poi sussurri e grida: questo può essere l'amore fisico.
Negli anni successivi alla prima guerra mondiale giunse in Europa il tango, arrivato dall'Argentina; ed un'ondata di sensualità investì il nostro continente.
Era un netto passo in avanti rispetto al can-can che nella Belle Epoque aveva costituito la punta avanzata dell'erotismo in fatto di danza.
Milena Milani in un suo libro così descrive una serata in discoteca:
"Quella sera già lontana di sei mesi prima, in cui eravamo tutti un po' bevuti, premiati e non premiati alla gran mostra dell'estate, Gim, che era uno degli organizzatori, mi aveva trascinato alla discoteca che aveva l'ingresso proprio lì accanto. Era un posto che mi piaceva, con un padrone pazzo che a volte suonava il pianoforte, e cantava sottovoce. Nell'ombra cupa le coppie si tenevano allacciate perché a tarda ora incominciavano i lenti, ognuno sembrava prepararsi a un rito, si offriva interamente al piacere epidermico di sentire un altro essere a totale contatto, e nelle vene un languore diffuso, qualcosa che si scioglieva, che si allentava. Avevamo ballato sino allo sfinimento, sinché le ultime coppie se ne erano andate...".
La musica, il ballo, le parole cantate, le parole sussurrate: è come un'osmosi in cui i desideri trasmigrano e si fondono.
Così Gabriele d'Annunzio descrive un'atmosfera di danza intima:
"L'omero, l'ascella, l'inserirsi del braccio al busto, le inflessioni agevoli della schiena dalla nuca al sacro, la linea del mento e della mascella sul collo che mi fa indicibilmente vivo il latino 'teres'; e le piccole mammelle divergenti, le stupende modulazioni della parte interna della coscia, il solco esterno della gamba simile a una stria dorica di scalpello fuggevole, il piede stretto che mi dà immagine di una di quelle magnolie appena colte che i fiorai sogliono serrare con un vimine perché non si slarghino. Questi sono prodigiosi capricci del genio bizzarro preposto a vestire gli scheletri, ma chi ha intonato di una tal voce un tal petto? Certe note basse del suo dire, sembran fare delle sue coste le nervature d'una navata di basilica, tanto profondamente risuonano quasi ampliando l'intiera architettura umana. La sua voce sembra aerare tutto il corpo, echeggiare digradando sotto la pelle insino al piede che s'arca come all'inizio della danza".

 
 
   
    Renè Magritte

La filosofia del boudoir
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16) LA COPPIA E L'ADULTERIO

Solo quando si è stabilita un'effettiva unione sentimentale si può
parlare di coppia. Altro requisito (per evitare di usare le parole a
caso) è che si sia superato da ognuno dei partner la fase
dell'individualismo, tipica dell'età infantile e adolescenziale.
Prima dell'età adulta l'attività sessuale a due (o a più di due) può
costituire un gioco erotico, ma manca dei requisiti per una vera
fissazione elettiva su quel singolo individuo. Le situazioni di
contatto rapido, di pluralismo, di interazione venale, sebbene
auspicabili come fasi di passaggio, non possono costituire in alcun
modo un preliminare della coppia.
D'altra parte anche le statistiche ci dicono che quanto più tardi si
stabiliscono le coppie, tanto maggiore è la possibilità di durata.
La coppia eterosessuale è la normale coppia umana, senza ovviamente
togliere nulla alle coppie omosessuali. E' per questo che mi limiterò
a parlare della coppia formata da un uomo e da una donna.
Essa risponde alla necessità di rendere facilmente realizzabile il
contatto sessuale nelle sue varie fasi di eccitazione precoitale e
dell'espletamento del coito nel quale confluisce e si consuma la
spinta libidica di entrambi i partner.
Le dinamiche erotiche all'interno di una coppia variano in relazione
delle caratteristiche individuali e alle modalità interattive
influenzate dalla situazione e dall'ambiente.
Quando la funzione sessuale nella coppia, bene o male, opera, si
stabiliscono altre funzioni extrasessuali, che nella specie umana
acquisiscono generalmente un'importanza preminente.
Tante volte si verifica l'inconveniente che dopo le primissime fasi,
la coppia vive esclusivamente le funzioni extrasessuali, avendo
relegato le funzioni sessuali a spazi sempre più asfittici.
Passiamo brevemente in rassegna i fatti che, nella nostra cultura,
portano alla formazione della coppia. Generalmente la donna non
accondiscende all'atto sessuale, senza un corteggiamento più o meno
lungo. Ai nostri giorni la durata del corteggiamento si è notevolmente
accorciato rispetto ad epoche del passato. Le modalità del
corteggiamento hanno una variabilità praticamente illimitata. Si
tratta di una delle attività umane più piacevoli proprio perché vi si
può dispiegare ogni dote personale, dall'intelligenza all'originalità.
Il corteggiamento è l'argomento più sfruttato nei romanzi, nei film, e
in tutte le altre modalità artistiche. Spesso la narrazione del
corteggiamento si condisce con il pepe del ribaltamento di scena,
della "suspense".
Una volta stabilito il primo legame sessuale, spesso sancito e
simbolizzato da un bacio sulla bocca, si apre un periodo più o meno
lungo di assestamento, nel quale i partner ripetendo il coito alla
fine possono stabilire se lo ritengono o meno gradevole.
Questa fase di effettiva "appetibilità" reciproca, non è solo presente
nei giovani alle prime armi, ma in tutti gli individui "candidati",
indipendentemente dal loro bagaglio di esperienza.
Soltanto la retorica romantica o la pura malafede, possono tentare di
far credere che la scintilla che fa divampare il fuoco erotico
durevole, scocchi al primo contatto. Tale "falsità" può essere
tollerata solo nella "non verità" di un'opera pornografica.
I primi coiti, tra due persone nuove, non possono che essere
esperimenti volti a favorire un adattamento reciproco.
Non infrequentemente e per varie ragioni l'adattamento erotico
reciproco risulta pieno di buchi, come una groviera.
Indubbiamente, al di là della retorica da romanzo, può succedere che
il corteggiamento sia fulmineo e il primo amplesso risulti
inopinatamente voluttuoso e appagante. Ciò si può verificare se la
carica libidica dei due partner è molto alta, e per il concorso di
circostanze molto fortunate. Qualche volta il fulgore di quel
fulminante incontro è sorretto dai meccanismi della memoria.
In altre parole: quando non c'è più il pane, "come era buono il pane!".
Quando il rapporto sessuale funziona vuole dire che è stato positivo
il periodo, più o meno lungo, di adattamento reciproco.
Non c'è pronostico possibile, per valutare la possibilità che una
coppia duri. Le variabili che influiscono sono tante, e tante volte
anche l'imponderabile gioca un bel ruolo.
Calandoci in un tentativo di analisi, possiamo enucleare i fattori che
tendono a disgregare la coppia, e i fattori che tendono a rinforzarla.
Tra i fattori disgreganti va annoverata la natura dell'essere umano,
con i suoi meccanismi fisiologici e psicologici, che a volte più a
volte meno, hanno sempre un grande peso.
La natura della libido maschile è di tipo centrifugo, nel senso di una
spinta esteriore alla caccia e alla cattura. La verità è che in questo
senso l'uomo è più "leggero", ossia meno gravato di conseguenze, di
quanto lo possa essere la donna.
Un altro aspetto che ha indebolito la coppia è la misoginia ideologica
propugnata soprattutto dal cristianesimo. Si abbandona più facilmente
la donna perché la si è preventivamente svalutata.
L'oggettificazione della donna, e il conseguente atteggiamento "usa e
getta" è dovuto alla posizione di disprezzo derivato dalla
religione sessuofobica.
Nel momento in cui l'uomo giudica con sarcasmo svalutativo le
attrattive muliebri, dopo averle ottenute, si incarna un comportamento
che è proprio del don giovanni libertino, ma che traduce la filosofia
cristiana della donna-sterco.
Anche altre religioni hanno svalutato la donna e l'hanno chiusa in una
sorta di "riserva per donne", gineceo o harem che fosse.
D'altra parte, la fine della coppia forse ha la radice proprio
nell'origine della coppia. Infatti la coppia, con la grande facilità
d'accesso all'esercizio erotico, abolisce ogni piacere di conquista e
frustra il bisogno dell'avventura.
Poi, bisogna dire che il valore di un bene è sempre legato alla
difficoltà d'accesso a quel bene. Se trovassimo pepite d'oro come
troviamo i sassi per strada, che valore avrebbe l'oro?
L'erotismo tra i suoi elementi costitutivi ha il senso di conquista di
qualcosa di desiderato, ma quando il concedersi all'altro viene
codificato come "dovere coniugale", che cosa resta in piedi del
meccanismo voluttuoso?
D'altra parte concedersi è un atto di generosità, ma anche un atto che
riconosce il merito al partner prescelto. Quando rimane solo il dovere
coniugale, l'adulterio potrebbe costituire una "grazia salvifica".
Qualche volta tra i coniugi dal desiderio stanco, si ravvisa una
scintilla solo a seguito della decisione di dormire in letti separati.
Certo, occorre molta intelligenza e tanti accorgimenti per tener viva
nella coppia la fiamma del desiderio, in un vorticoso sistema di vita
in cui l'acquisizione dei beni di consumo richiede un dispendio di
energie che tende ad esaurire le riserve.
D'altra parte la società propone tanti sostituti libidici del sesso:
lo sport, gli hobby, gli spettacoli, la televisione.
La crisi di "virilità", in cui il maschio si sente più esposto e meno
sicuro di un tempo, si esprime oggi con troppe sublimazioni e con
troppe allusioni trasposte al proprio bisogno di conquista.
La poliginia, successiva o simultanea, in epoche primitive ha
costituito il mezzo indispensabile per conservare la specie, e oggi
resta un'aspirazione "impossibile" nel profondo della mente del maschio.
Solo i ricchi e gli oziosi oggi si possono permettere di vagheggiare
l'allargamento della cerchia delle relazioni sessuali, in una sorta di
filosofia ludica incentrata su un corteggiamento senza pause, ma
facilitato. Si è instaurata una civiltà del piacere, ma ahimé
riservata a pochi fortunati, che essendo dei "misoponici" sono anche
degli accidiosi rispetto al gusto vitalizzante della conquista. "Io -
ha proclamato qualcuno - non ho mai pagato una donna in vita mia". Le
migliaia di euro elergite a ogni singola ragazza per una serata
(protratta), era solo munificenza dovuta al buon cuore dell'autentico
signore d'altri tempi di si è perso purtroppo lo stampo.

La donna è una privilegiata in quanto detentrice assoluta della
gestazione del figlio, ma da sempre perciò stesso è stata penalizzata
con maternità numerose e ravvicinate.
Quando i limiti economici non permettevano una soverchia cura della
persona, gli effetti delle gravidanze poteveno essere disastrosi: seni
flaccidi, addome ricoperto di smagliature, perineo rilassato, vulva
slargata, vagina troppo ampia. Ed anche i lineamenti generali
seguivano analogo decadimento: tessuti flosci, obesità, appesantimento
articolare.
Ancora una volta la "civiltà" sostenuta dal cattolicesimo è stata
responsabile del deperimento prematuro della donna, a causa
dell'interdizione dei mezzi anticoncezionali e dell'imperitura
istigazione a trascurare la cura del corpo. Ma anche nel mondo
islamico l'atteggiamento penalizzante verso la donna non è stato meno
feroce.
Quando la cultura del benessere è impossibilitata a realizzarsi, la
donna, ultimato il periodo riproduttivo, entra in menopausa, che tende
a ridurre drasticamente le caratteristiche attrattive della femminilità.
Una volta si vedeva di più (oggi per fortuna un po' di meno), un
sessantenne maschio ancora ben portante accompagnato a una vecchia
(sua coetanea) con le rughe nel viso e i seni avvizziti.
Nell'intimità, se ancora c'era, essa presentava una vulva sfiiorita,
una vagina liscia e secca.
Di fronte a tale situazione gli uomini non esitavano a procurarsi
compagne (amanti, mantenute) più giovani, come fece (molto poco
elegantemente) anche il re David.

I fattori che tengono insieme la coppia sono numerosi ed hanno un
carattere più o meno di coercizione.
La natura della libido femminile, con le pulsioni interiorizzate e con
la possessività, tende a far durare la coppia non solo per la ovvia
esigenza della cura della prole. La donna (più dell'uomo) tende a
legarsi "per sempre" al partner con il quale ha goduto sessualmente.
La qualità del rapporto sessuale, quando c'è, in base anche a criteri
comparativi con esperienze precedenti, conquista profondamente la
donna, nel senso che ne fa una sorta di "fede".
Quando tale profonda "convinzione" non si verifica a causa
dell'incapacità amatoria del partner, la donna rimane refrattaria a
cercare altre esperienze, come se pensasse: "al peggio non c'è mai
fine".
Su tale terreno nasce il mito della "fedeltà assoluta", voluta da Dio
e sancita dalle leggi umane. Ecco perché la donna insoddisfatta rimane
incrollabilmente "fedele", salvo la sua dipendenza da "soap opera" la
cui trama consiste in un tradimento dopo l'altro.
Uno dei leganti più forti per le coppie è costituito dalla
condivisione. Essa normalmente crea legami affettivi e culturali in cui
la comunanza vera non è quella dei beni materiali, ma quella della
memoria di fatti e circostanze notevoli che si sono vissuti insieme.
La lotta quotidiana per la sopravvivenza accomuna molto e il nucleo
unificante è la casa, centro della ricostituzione delle energie e
dell'organizzazione della spinta estroflessa.
Il desiderio di dominio represso di un maschio "qualunque" si sublima
nella virulenza possessiva sulla moglie, sui figli, sulla casa. I
romanzi di una scrittrice come Elfriede Jelinek sono in questo senso
di un impatto folgorante. Nella guerra tra i sessi, attualmente la
donna risulta ancora soccombente.
Il legante più forte che tiene insieme le coppie è indubbiamente la
condivisione della genitorialità, giacché l'essere umano non ha saputo
immaginare ambiente più sano per farvi crescere i figli, del nucleo
familiare. La riprova consiste nella constatazione che i figli dei
divorziati hanno generalmente più problemi psicologici rispetto ai
figli cresciuti con i genitori naturali uniti.
Altro legante importante è l'interdipendenza economica. Spesso la
separazione segna un grave arretramento sul terreno della qualità
della vita e della ricchezza economica.
Più spesso sono le donne a fare un calcolo economico e decidere di non
rompere la coppia a fronte di compagni risultati deludenti sul piano
sessuale e affettivo, ma che consentono un certo tenore di vita.
A volte sono i giudici che quando devono decidere i dettagli di una
separazione, tendono a dare per scontato (a volte a torto) che la
donna sia la parte più debole, che va dunque tutelata in modo speciale.
E' nell'esperienza di ognuno la constatazione che la donna qualche
volta approfitta di due teoremi indiscutibili: la sua maggiore
debolezza economica e la sua maggiore capacità di allevare un figlio,
ancora prepubere.
Altro fattore legante per le coppie è quello religioso, nel senso che
il matrimonio è un sacramento e "l'uomo non osi sciogliere quello che
Dio ha unito".
Il teorema dell'indissolubilità del matrimonio in quanto "istituzione
divina" ha reso infelici generazioni e generazioni di poveri diavoli,
poiché i potenti hanno sempre trovato il modo di ripudiare la moglie
con la benedizione ecclesiastica.
Un libro terribile come "Thérèse Raquin" di Zola descrive l'accesso
all'assoluta degradazione come via d'uscita da un matrimonio infelice.
L'educazione delle fanciulle che ancora oggi considerano un passo
fondamentale della loro vita l'"accasarsi", potrebbe sembrare un punto
di forza delle coppie, quanto invece è un punto di grande debolezza.
La crescita personale di entrambi i partner: questo sì che è un punto
di vera forza per la coppia.
Finché non si esce dallo stereotipo che la donna può essere o una
madre, o una zitella, o una suora, o una prostituta, la vera
emancipazione rimarrà ancora lontana.
Se oggi guardiamo alla nostra società dobbiamo essere contenti dei
progressi fatti, rispetto ad altre culture che vedono la donna ancora
fortemente penalizzata nella sua dignità di essere umano.
Solo l'avvento dello spirito laico, con il superamento delle mitologie
discriminatorie che vedeva la dominanza indebita di un sesso
sull'altro, ha messo la coppia umana su un piano di autentica civiltà.
La liberazione della donna presuppone la liberazione dell'uomo:
entrambi i sessi si devono liberare dalle mitologie sessuofobiche, per
un verso o per l'altro alimentate dalle religioni.
E' fuor di dubbio che qualunque sottolineatura in senso assoluto
riporta la coppia verso la precarietà del passato. L'eccesso di
retorica sull'"assoluto" della fedeltà è indubbiamente un punto di
debolezza.
La verità è che l'essere umano non è stato ancora capace di trovare un
ragionevole compromesso tra gli amori stagionali degli animali e il
matrimonio-ergastolo.
La società deve proteggere la coppia coniugale, ma non deve
proteggerla troppo, pena la perdita della centralità dell'individuo,
conquistata faticosamente dalla modernità.
Ancora non si è trovato il sistema di ridurre gli abusi sistematici di
un sesso sull'altro. La donna potrebbe essere indotta a vendere troppo
a caro prezzo la propria disponibilità sessuale, e l'uomo potrebbe
riferirsi a un becero maschilismo per il quale pretendere che la
moglie sia una domestica a buon mercato, una governante a tempo pieno
e una dispensatrice di sesso senza corrispettivo di denaro.
Mi fa sempre molta meraviglia il fatto non infrequente che una donna
divorziata continui ad usare il cognome (più illustre del proprio)
dell'ex marito. Grottescamente alcune volte si ha l'impressione della
perpetuazione di un assurdo, legato a un mitico "sì" fatale. Una volta
la donna con le carte in regola agli occhi di Dio poteva dire (come il
titolo umoristico di un libro francese osceno): "J'ai sauvé ma rose";
e la donna sposata (per l'eternità) può dire :"J'ai donné ma rose".

Quando è nato il matrimonio è nato anche il suo gemello, l'adulterio. E' legato al matrimonio monogamico, e in particolare monoandrico.
In tutte le società è stato sempre condannato e sanzionato pesantemente. La gravità di tale colpa variava notevolmente a seconda se a commetterla era un uomo o una donna.
Dall'assunto che il matrimonio sancisce una proprietà reciproca e rispettiva tra i coniugi, derivava che l'adulterio era una sorta di furto, poiché uno dei due sottraeva all'altro qualcosa che non gli apparteneva in esclusiva, il proprio corpo e la propria sessualità.
Oltre al furto c'è anche l'inganno e lo spergiuro, poiché si era data la propria parola di fronte a Dio, o semplicemente di fronte alla società.
Più andiamo indietro nel tempo più la disparità di gravità tra i due sessi si fa pesante, nel senso che l'adulterio commesso da una donna ha la massima rilevanza di colpa.
Poiché il maschio acquisiva, comprandola, la proprietà di sua moglie con gli annessi e connessi, quali terre, fondi, dote, case, greggi e quant'altro, il furto assumeva il carattere dell'intollerabilità.
L'ira inestinguibile dell'uomo tradito affonda le radici nella mentalità medievale, poiché la donna adultera provoca un danno totale (patrimonio e onore) al marito. La vendetta non poteva non comportare la morte della rea, tranne nel caso in cui l'amante fosse stata persona di ragguardevole e preminente potere.
Il rancore della donna tradita risultava meno esplosivo e cruento, ma non per questo privo di conseguenze tutte esplicate sul piano psicologico. La consapevolezza della perdita di attrattiva sul maschio significava agli occhi del mondo la perdita del potere fisico di seduzione e la conseguente perdita di valore "commerciale".
Senza alcun dubbio l'adulterio è stato il delitto più ferocemente punito nei secoli: le mutilazioni di vario tipo, la gogna, gli sfregi sul viso (tipico il taglio del naso), la castrazione e non infrequentemente la pena di morte.
La giustizia sommaria, in chi se la poteva permettere (sicari, sgherri), era anch'essa la regola.
Da sempre l'assassionio per motivi passionali di gelosia ha goduto di una certa indulgenza. Il delitto "per causa di onore" ha fatto parte del nostro ordinamento giuridico fino a pochi anni fa.
Tale assassino se la cavava con pochi anni di carcere e con una sostanziale solidarietà del proprio ambiente sociale.
Nei paesi musulmani, il marito che uccide la moglie adultera, oltre all'impunità, riceve le congratulazioni di tutti i maschi della comunità.
Se si verifica il contrario, ossia è la moglie a far fuori il marito infedele, le pene abituali per l'omicidio vengono inasprite con le aggravanti.
La gelosia femminile non può in alcun modo godere della stessa comprensione sociale di cui gode la gelosia maschile.
Quando giudiachiamo barbarica una mentalità e un'usanza del passato, non dimentichiamo che la cronaca nera di ogni giorno ripropone una terribile verità: in materia di gestione dei sentimenti siamo tutti ancora dei barbari e dei sanguinari.
A dispetto di qualunque repressione, l'adulterio, nei due sessi, non ha mai conosciuto flessione. Oggi possiamo dire, alla luce di ricerche sociologiche sempre confermate, che non meno di sette coniugi su dieci hanno tradito o tradiranno la promessa di fedeltà.
C'è una prima grande causa per tale fenomeno: l'essere umano non è monogamo per natura, e quando lo è, lo è per convenienza.
Poi bisogna sottolineare che la libido del maschio si sostanzia di comportamenti di caccia e di cattura.
Solo l'ansia sociale lo può dissuadere dal cercare di soddisfare il suo impulso verso nuove esperienze.
La donna tradisce come e quanto l'uomo, ma soprattutto per "delusione", quando la propria vita affettiva e sessuale non viene ripagata nelle aspettative iniziali.
Bisogna dire che il più delle volte l'adulterio, lungi dall'essere il motivo della rottura della coppia, costituisce una valvola di sicurezza quando le condizioni della quotidianità volgono piuttosto al negativo anziché al positivo.
L'adulterio non è pane per tutti i denti, nel senso che in molti casi risulta praticamente irrealizzabile.
La prima causa di tale impossibilità attiene alle caratteristiche psicologiche degli individui: ansia, insicurezza, scarsa personalità.
Vi sono poi gli scrupoli morali sorretti dalle credenze religiose. E infine, elemento spesso decisivo, vi è il controllo sociale, per cui tradire il coniuge è come infrangere un tabù che riguarda non l'interesse di un singolo, ma l'interesse dell'intera comunità.
Il mondo musulmano, per non correre rischi, ghettizza la donna, in senso logistico e nel senso dell'abbigliamento. Ancora oggi la donna risulta una sorta di minorata che può decidere molto poco sui propri movimenti nei contatti sociali.
In certi paesi del mondo arabo la donna non può andare in giro a volto scoperto, e non può guidare l'automobile.
Anche nei nostri paesi la donna non gode di fatto della libertà di movimento che è l'appannaggio del maschio.
E' dato per scontato che la donna, quando lavora, fa il doppio lavoro (esterno e domestico) e meno agevolmente di un uomo si potrebbe ricavare del tempo per relazioni clandestine.
Ancora una volta sono le classi più abbienti a concedersi maggiori libertà personali.
Nel mondo ancora governato da leggi arcaiche, la portata davvero negativa del termine "adulterio" (alterazione, degradazione) riguarda esclusivamente il comportamento fedifrago della donna.
Questo si spiega essenzialmente alla luce di una profonda misoginia discriminatoria, ma anche (e forse soprattutto) con il fatto che la donna, rimanendo gravida, è l'unica a portare i segni di un pregresso contatto sessuale.
La certezza della paternità, in fondo, costituisce il vero problema. Se teniamo conto che nelle nostre latitudini tutte le statistiche valutano intorno al dieci per cento del totale, il numero dei figli non realmente figli del marito (che nella maggior parte dei casi non verrà mai a saperlo), si capisce che una ceta differenza di contenuti, in riferimento all'adulterio nei due sessi, esiste.

Nel novero dei casi di adulterio possiamo considerare varie situazioni riconducibili alla "coppia aperta" o alla "coppia permissiva".
Laurence Olivier e sua moglie Vivien Leigh a un party a Hollywood nel 1940 conobbero Danny Kaye che da allora frequentò la coppia con una regolarità costante, ricoprendo di attenzioni il suo nuovo amico. Danny, pur essendo sposato e con figli, godeva di molta libertà (concordata reciprocamente con la moglie) e poteva vivere un nuovo "strano menage". La relazione intima tra Danny e Laurence era nota a Vivien, che la tollerava e all'esterno traspariva solo una grande armonia. La "liaison" tra Laurence Olivier e Danny Kaye durò una decina d'anni e finì per l'opposizione della successiva moglie di Olivier, Joan Plowright.
I potenti hanno sempre cercato di allentare gli schemi rigidi del moralismo nei rapporti di coppia. L'occidente cristiano si è caratterizzato come una civiltà ossessionata dal culto della castità e della continenza.
Se prendiamo ad esempio il dramma di Abelardo, non colpisce tanto quell'amore così appassionato che richiama tanta pietà (come è tenera Eloisa!), quanto la feroce ineluttabilità del castigo che cela in sé il germe di un masochistico autolesionismo.
"Che ciascuno abbia la sua donna", concedeva san Paolo. Ma sotto la scorza di quella concessione si nascondeva il marciume di una torbida mentalità che aveva dichiarato un'assurda guerra ai sensi.
La civiltà islamica, con tutti i suoi limiti, considera invece la sensualità uno degli aspetti essenziali della vita dell'uomo.
"Amor che a nullo amato amar perdona,...". I lussuriosi, come Paolo e Francesca, che Dante colloca nel secondo cerchio dell'inferno, non meritano più la feroce violenza, ma, oggi, tutta la nostra profonda comprensione.

Nelle "Mille e una notte" leggiamo una novella in cui la trasmigrazione tra la violenza e la comprensione nei confronti delle passioni sessuali, sembra esserci tutt'intera, ma sembra soltanto...
Il re Shahriar, che regnava nelle isole delle Indie e della Cina, chiese al fratello, il re Shahzaman, che regnava lontano da lì a Samarcanda, di venire a trovarlo.
Un contrattempo nella partenza lo fa tornare indietro e gli permette di sorprendere la propria sposa a letto con uno schiavo negro. In quel momento "il mondo si scurò nel suo viso" e trucidò con la spada entrambi e lasciò che continuassero a giacere sulla stuoia.
Con l'angoscia nel cuore intraprese il viaggio alla volta del fratello e quando giunse, da una finestra spalancata nella notte, poté osservare una scena stupefacente.
"Il portone del palazzo si spalancò e ne uscirono venti schiave e venti schiavi, e la moglie del re suo fratello era in mezzo a loro in tutto lo splendore della sua bellezza. Gli schiavi si diressero verso una grande vasca, si spogliarono e lì si accoppiarono. E d'un tratto la moglie del re esclamò:'O Massaud! Ya Massaud'. E subito un negro accorse e si unì con lei. E lei si unì con lui. Poi il negro la voltò di spalle e la prese in quella posizione. A quel segnale, gli altri uomini fecero lo stesso con le altre donne".
Aver compagno al duol scema la pena, e la scena a cui aveva assistito lenì in parte l'amarezza di Shahzaman.
Quando lo raccontò al fratello, questi decise di partire "sulla via di Allah".
Lungo il cammino incontrarono una giovane di una bellezza splendente, amica di un notabile locale.
Mentre costui dormiva, la ragazza costrinse i due re a fare all'amore con lei. Poi mostrò loro una collana di cinquecentosettanta sigilli (potenza dello spirito collezionistico!), dicendo: "Tutti i proprietari di questi sigilli sono stati a letto con me, sulle insensibili corna del mio signore".
L'episodio servì a consolare tutt'e due.
Tornato a casa davvero sollevato nell'animo, Shahriar compì il lavoro lasciato in sospeso in precedenza: fece tagliare la testa a sua moglie e ai quaranta schiavi.
Riflettendo su quanto gli era accaduto egli decise di andare a letto ogni sera con una giovane vergine e all'alba, a scanso di rischi, farla giustiziare.
Sheherazade, la figlia del visir, bella e saggia, pose una condizione per accettare la pericolosa corte del re: egli dovrà ascoltare una sua storia e solo quando avrà finito il racconto il re potrà (se crede) farla giustiziare.
La ragazza cominciò così a raccontare una storia che non finiva mai, poiché sfociava sempre in un'altra storia, e così di seguito all'infinito.
Siccome il re amava ascoltare le storie, continuò ad amarla e alla fine la fece regina.
Sheherazade meritava davvero il suo successo, poiché aveva dimostrato che la poesia era più forte dell'atto d'amore.

 
   
 
   
    Edvard Munch

Madonna
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17) LE CAREZZE SENZA COITO

Il senso del tatto ha un ruolo essenziale in materia di carezze. La
mano è l'organo che possiede più territorio cerebrale, e dunque la
sapienza tattile della mano è praticamente illimitata.
Molto distanziate arrivano le labbra, dotate anch'esse di sapienza tattile.
Tra i cinque sensi, il tatto è quello che ci consente di conoscere la
qualità intima dei corpi e dei volumi.
Dice Buffon nella sua "Storia naturale", che "il senso solido è la
misura di tutti gli altri".
Delille afferma: "Il tatto, re dei sensi, li supera tutti in ricchezza".
Il tatto ci dà il più grande godimento di partecipazione alla vita,
dato che, dal momento che apriamo gli occhi al mattino, la nostra
giornata si svolge in una continua manipolazione di oggetti e di corpi
viventi.
Il tatto comprende tre sensazioni fondamentali: il senso del contatto,
il senso della temperatura, il senso dell'umidità.
Ogni impressione tattile si trasforma in una sensazione positiva che
richiama una miriade di altre sensazioni.
L'erotismo ha nel tatto il suo vero fondamento e possiamo dire (e non
lo potremmo dire per gli altri sensi) che senza il tatto non potrebbe
esserci l'erotismo.
La carezza è il segno concreto di affetto che si esplica per mezzo
delle mani o delle labbra.
Le carezze sono il pane quotidiano dell'affettività. Darlington
sostiene che "Il corpo ha fame di un altro corpo e l'anima ha sete di
un'altra anima".
Secondo la tradizione erano solo le mani depositarie del senso del
tatto, ma la felice acquisizione dei nostri tempi è che ogni lembo di
pelle del nostro corpo può acquisire profonde sensazioni tattili. Le
carezze labiali, linguali, ciliari non hanno nulla da invidiare a
quelle fatte con le mani.
"Con una sola carezza / ti faccio brillare di tutto il tuo splendore",
scandiva il poeta Paul Eluard.
Anche quando le carezze non interessano zone erogene, se le
circostanze lo consentono, finiscono per richiamare qualcosa che
attiene all'erotismo.
Quando sono coinvolte zone erogene la carezza acquisisce
immediatamente un grande rilievo per l'interscambio sessuale.
Sia che funga da preliminare, sia che serva da sostituto, il godimento
che comporta la carezza ha il carattere della pienezza.
Senza la ricchezza delle carezze la vita erotica della coppia
risulterebbe asfittica e dunque moribonda.
Nell'autoerotismo il ruolo delle carezze è, con tutta evidenza,
essenziale, ma questo costituisce anche l'abc del dialogo erotico con
gli altri.
Descrivere il fascino delle carezze non è così agevole e tanti artisti
e scrittori vi si sono cimentati con il loro estro.
Si potrebbe tracciare una storia dell'arte soltanto prendendo in
considerazione la descrizione dell'atto intimo per eccellenza: la
carezza.
L'arte greca, l'arte romana, il medioevo, il rinascimento, il
settecento, il romanticismo, l'arte contemporanea hanno descritto con
grazia, e talvolta con audacia, la carezza, considerandolo un tema
centrale e privilegiato.
L'arte moderna e contemporanea ha affrontato questo soggetto con
sottolineature che hanno forzato la tradizionale mentalità moralistica
ed ipocrita.
La rappresentazione artistica delle carezze nel momento in cui perde
in innocenza, guadagna in vitalità e in fascino.
Quando la carezza prende delle forme ossessive o troppo fine a se
stessa, può rientrare secondo i casi nei meccanismi del feticismo o
anche del sado-masochismo.
Non è mai un problema di carezze quando si verifica una fissazione
esclusiva su un solo atto, ma appunto un problema di ossessività che
va inquadrato nella psicopatologia del soggetto.
Moll, per esempio, riporta un caso di un suo paziente che dalla
propria ragazza accettava unicamente un contatto masturbatorio con la
mano.

Il seno femminile ha sempre costituito il polo attrattivo del
desiderio del maschio. Che fossero scoperti come in Egitto e a Creta,
o coperti come ad Atene, a Roma o in altre città europee, i seni sono
la vera carta vincente del fascino femminile.
Le mammelle, viste o immaginate, muovono nella mente del maschio
diversi snodi attrattivi, dalla dolcezza tattile al complesso della
suzione.
Ciò richiama un indubbio infantilismo al pari dell'aberrante
aspirazione all'ipermastia variamente propugnata dal cinema e dalla
pubblicità.
Nulla è stato più mutevole del gusto erotico per il seno femminile:
gli egizi lo preferivano elastico e basso; il gusto greco, etrusco e
romano lo privilegiava sodo e muscoloso.
Il seno, in qualunque foggia, ha costituito il punto di confluenza
dell'essenza del desiderio maschile, anche perché non era colpito dal
feroce tabù che investiva le parti genitali. La visione del "decolté"
è stata sempre la moneta più spendibile del desiderio in ogni
circostanza.
Il governo della Serenissima Repubblica di Venezia invitava le
cortigiane a scoprire il seno allo scopo di distogliere gli uomini
dalla possibile omosessualità.
Dalla notazione che il piccolo bambino desidera il seno, più che la
madre nella sua interezza, si configura la ricerca di quel fantasma
materno e di quell'ingorgo di libido degli ex bambini, che non hanno
avuto abbastanza seno materno da succhiare.
Con il termine di "cinepimastia" intendiamo una variante delle carezze
precoitali che si finalizza in un onanismo intermammario.
La notevole eccitabilità di questo distretto erogeno non dipende in
alcun modo dal volume dei seni, avendo il capezzolo il centro
nevrargico della sensibilità.
Nella donna esiste un collegamento funzionale importante tra la zona
mammaria e gli organi genitali. Indubbiamente l'inserimento del pene
tra i seni fino al raggiungimento dell'eiaculazione è pratica non
simmetrica a discapito della donna, ma il coinvolgimento di
quest'ultima potrebbe essere, per le ragioni dette, tutt'altro che
anodino.
Questo, come altri giochi precoitali, vengono compresi sotto il
termine di "petting", molto indicato in quanto il verbo "to pet" in
inglese vuol dire "accarezzare".
Lo sviluppo del seno potrebbe avere una connessione con una lunga
pratica di carezze precoitali, che sicuramente avrebbe affinato una
maggiore ricettività erogena.
Sia come sia è indubbio che un busto generoso fa alzare molto il
livello dell'attrattiva muliebre, e quindi mettere la donna che ne è
dotata in una situazione di "privilegio".
Tante volte gli uomini sono disposti a concedere davvero molto alla
donna con un seno "autorevole".
In altri tempi la cinepimastia veniva indicata, un po' scherzosamente,
"gioco dell'oca" e per una certa mentalità un po' ipocrita la si
pensava riservata esclusivamente alle "demi-vierges", descritte nel
romanzo di Marcel Prévost. Vale la pena di riferire le quattro
tipologie di donne, secondo l'accademico Prévost: vi è la vergine
arcaica data in mano al defloratore consacrato e successivamente al
marito; vi è "l'oca bianca", violentata dal marito, e successivamente
frigida o libertina con altri; vi è la "demi-vierge" iniziata
dall'amante incompleto che non diventerà mai suo marito; vi è la
"maschietta" di ieri e di oggi che sceglie come defloratore colui che
non è probabile diventi suo marito.
Garnier, nella sua opera "De l'onanisme", narra di una giovane suora
dell'ospedale di Parigi, che respingeva violentemente ogni fortuito
contatto con le sue parti genitali, mentre ricercava essa stessa il
contatto con il seno e se lo lasciava addirittura accarezzare e baciare.
Il dottor Mauriac nell'opera "Dictionnaire de médecine et de chirurgie
pratique" del 1877, così parla della cinepimastia: "Esiste tra i seni
e gli organi della generazione una connessione talmente profonda che
l'erezione dei primi è generalmente seguita dall'orgasmo dei secondi.
Tutte le donne conoscono il grado di eccitazione dei loro seni e
soprattutto l'effetto del tatto, del contatto delle mani, della lingua
e delle labbra, delle carezze sui capezzoli (che praticano anche da
sole). Questo terzo focolaio di innervazione sessuale, infinitamente
meno attivo degli altri due, possiede o acquisisce in casi rari e
eccezionali una tale facoltà di eretismo voluttuoso che la
manipolazione singola o bilaterale può provocare le sensazioni
dell'orgasmo genitale in tutta la loro pienezza e intensità. Questo
fenomeno è raro, ma possibilissimo".
Questo tipo di carezza apprezzata particolarmente dal Delfino, figlio
di Luigi XIV, era indubbiamente assai diffuso nel sedicesimo e
diciassettesimo secolo, dal momento che i "Manuali per la confessione"
lo includevano nella lista di tutte le "abominazioni concepite fuori
del luogo naturale".
Il reverendo Debreyne nella sua "Moechialogia" proclama che "il solo
contatto dei seni di una donna deve essere considerato peccato mortale
se avviene direttamente e con compiacimento prolungato".
Ciò si poneva nel solco dell'insegnamento del celebre teologo
Charles-René Billuart di cui, sempre sull'argomento dei seni delle
donne, lo stesso reverendo Debreyne riassume il pensiero: "Le donne
che si scoprono il petto in modo da rivelare la fessura tra i due seni
non si possono assolutamente perdonare, giacché ciò non ha nulla a che
fare con la bellezza, ma piuttosto con la lussuria".
Altri divulgatori del pensiero teologico e morale hanno dichiarato che è "peccato mortale guardare con compiacenza i seni nudi di una bella donna".
Ciò implica che "nulla quaestio" se si guarda il seno di una donna brutta.
A parte l'umorismo, c'è poco da ridere di fronte alla ferocia di tali dettami morali. La donna doveva essere consapevole della colpa dello "scoprirsi il seno e lasciarlo vedere, provocando stimoli lubrichi".
Condotta abominiosa per gli sposi era "abbandonarsi a pratiche tali per cui la donna accoglie nel seno il membro virile".
Dal versante erotologico la cinepimastia è stata considerata con uno spirito alquanto diverso rispetto a quello dei moralisti.
Noto come "Meursius" o "Aloysia", un bel classico dell'erotismo descrive a lungo la pratica e la definisce "abitudine voluta dall'amore". Più oltre si afferma che "l'interstizio tra i seni ha servito di strada a Venere".
Un tariffario della fine del settecento ("Le tarif des prètresses de Vénus") specifica: "Mademoiselle Aimée, con le sue quattro ragazze di bottega, è specializzata negli amori mammari, 12 libbre".
A metà dell'ottocento Théophile Gautier nel suo libro "La Présidente", descrive l'operazione fatta da un suo personaggio tra due enormi seni romani.
Alfred Kinsey con il suo primo rapporto rilevò la buona diffusione delle carezze mammarie nell'ambito delle nazioni di cui aveva acquisito dati, non solo quindi gli Stati Uniti, ma anche la Germania, L'Italia, l'India.
Egli osservò che "forse la metà delle donne ha i seni, e in particolar modo i capezzoli, dotati di sensibilità erotica".
Constatava altresì che l'87 per cento delle donne che non praticavano il coito preconiugale, accettavano sollecitazioni bucco-labiali del seno, mentre la percentuale sale al 97 per cento tra quelle che praticavano il coito preconiugale. Purtroppo mancava nel questionario di Kinsey una domanda diretta sulla cinepimastia, altrimenti si sarebbe constatato che non ci si limitava ai baci al seno.
Il grande rilievo che il cinema ha dato al seno nudo della donna, ha favorito la diffusione del coito intermammario in tutti i paesi dell'occidente, sia in quelli in cui i mezzi contraccettivi erano poco diffusi (Italia, Spagna, America Latina), sia quelli con una buona diffusione dei mezzi contraccettivi (Scandinavia, Germania, Austria, Inghilterra, Stati Uniti).
Se prendiamo in considerazione il dato delle richieste fatte alle prostitute, abbiamo la conferma finale della grande diffusione della pratica.
Charles d'Orléans, poeta del quindicesimo secolo, dedica un verso delicato a questo argomento. "Nel mio seno lo metto dolcemente / per farne quello che vorrete".
Con il termine di "telotismo" indichiamo la contrazione del muscolo areolare delle mammelle, che determina un corrugamento dell'areola e l'indurimento e la sporgenza del capezzolo. Il fenomeno si verifica su sollecitazione esterna, come il freddo, le carezze, la suzione.
Con l'orgasmo l'intumescenza di questa regione diviene massima e caratterizzante. In caso di prolungata eccitazione mammaria la sensazione voluttuosa potrebbe divenire dolorosa.
Tale erogenità del seno fa sì che anche la donna vi faccia autonomamente ricorso con carezze, spesso nel contesto della masturbazione.
Essendo spesso le mammelle accessibli alla bocca della donna, accade che essa si abitui a succhiarsi da sola, ricavandone sensazioni voluttuose tali da poterla portare all'orgasmo.

Il cunnilinctus e la fellatio hanno subito in passato pesanti ostracismi da parte del potere moralistico, e solo recentemente hanno acquisito piena cittadinanza nella normalità sessuale.
La sollecitazione bucco-genitale è ad alto contenuto erotico, sia nel senso di sostenere le stimolazioni che conducono all'orgasmo, sia nel potenziare i meccanismi del desiderio.
A causa della svalutazione ideologica della donna, il cunnilinctus poteva assumere per l'uomo un aspetto di umiliazione tanto più accettata con entusiasmo tanto più sospettata di declivio di perversione feticistica.
Tale sospetto oggi non è più legittimo, a patto che la pratica non assuma il carattere dell'eccessiva preminenza.
Bisogna precisare che nel caso del rapporto tra lesbiche quella preminenza può avere piena giustificazione.
Dobbiamo ulteriormente precisare che non costituisce problema l'estensione, nel senso dell'anilinctus.
Sia nelle coppie omosessuali, che in quelle eterosessuali quest'ultima pratica (fatta salva una scrupolosa igiene) ha il carattere della normalità.
La perversione esiste solo nel caso si vagheggi troppo complicazioni coprofagiche e sadomasochiste.
Nella rappresentazione cristiana l'anilinctus (come del resto il cunnilinctus) veniva direttamente definita come procedura satanica, in cui il Principe delle Tenebre esigeva dai suoi adepti (streghe e stregoni) tali omaggi nel corso del sabba.
Il primo significato del cunnilinctus va ricercato nella sua grande naturalità, che lo rende universale in tutti i mammiferi.
La presa di possesso del corpo femminile avviene proprio con questo gesto, che annienta ogni spazio per esplorazioni ulteriori.
Risponde a tre fondamentali esigenze: l'eccitazione del desiderio maschile, l'approfondimento delle sensazioni femminili, l'aumento della lubrificazione locale.
L'osmosi di odori e sapori sono fondamentali per i processi cerebrali dell'attaccamento, su cui si fondano i legami stabili.
Così, al pari della marcatura territoriale da parte di certi animali, il cunnilinctus esprime il bisogno inconscio di marcare un possesso. In questo modo la donna attraverso il bacio sulla bocca è in grado di riconoscere il "self" ed eventualmente (purtroppo) anche il "not self", che rende pazze di gelosia.
Per il maschio, la presa di possesso attraverso l'odore e il sapore intimo
della donna, ripete il meccanismo dell'attaccamento nei confronti della madre attraverso il "sapore" del seno.
La crescita della donna che riceve l'"omaggio" di quest'atto, con la capacità di offrire il proprio corpo a quel fiducioso abbandono, potrebbe risultare notevole in senso affettivo ed erotico.
Sfidando il più tenace tabù dell'Occidente, quello che vuole occultare ed obliterare il sesso femminile, la donna afferma la propria completa statura di "persona".
Nello stesso tempo essa si appropria interamente della promessa fatta di essere fedele.
La donna avendo acquisito la personalità per "sostenere" senza infingimenti la propria sessualità, riesce a provare davvero un'intensa voluttà, che unita a quella del compagno, tempra la forza dell'intesa.
Quanto all'uomo, poco importa se in lui prevalga il desiderio di dominanza o la generosità di far godere la partner, egli in ogni caso si qualifica con una accresciuta maturità erogena, che alla lunga ripaga se stesso e la coppia.
E' inutile sottolineare che la mentalità positiva del godimento erotico non può appartenere a quelle culture dissociate e sessuofobiche, che vogliono punire la donna, non farla godere. Le popolazioni che ancora oggi praticano l'infibulazione e l'escissione del clitoride, e anche il mondo musulmano in genere, considerano con disgusto la pratica del cunnilinctus, al pari di tutto il nostro "passato"(?) cristiano.
L'uomo capace di affondare il viso nell'intimità femminile è tutt'oggi accreditato di un certo coraggio, per i motivi poc'anzi ricordati, ma egli segue in realtà un istinto profondo, in cui i sapori e gli odori dell'intimità rinviano all'afrore inebriante del mare in cui siamo nati.
La forza emotiva di questa carezza supera in intensità quella del coito, poiché realizza un più felice ritorno al momento del primo contatto con il mondo.
Il contenuto magico di accostare le labbra alla conchiglia vulvare dispensatrice del profumo del mare è stato spesso evocato dai poeti ("Noi ci ameremo sulle tue labbra", ha scritto Mallarmé).

La fellatio è una pratica sessuale secondaria molto diffusa, che consiste in carezze oralmente profuse al membro virile.
La sessuofobia a vario titolo vi ha proiettato delle riserve, qualche volta raccolte dalla stessa psicoanalisi, ma è fuor di dubbio che la pratica soddisfa il maschio e anche (non infrequentemente) la donna, che vi accondiscende di buon grado.
La traguardatura sado-masochista, sebbene utile per spiegarne le dinamiche, non deve indurre a pensare che la pratica contenga dei "coté" perversi.
Le varianti dell'atto sono numerose e le collocazioni nel contesto del rapporto sessuale altrettanto, ma la costante rimane la sollecitazione con la lingua e con le labbra.
Un contenuto di umiliazione per la donna può sussistere unicamente in un contesto di costrizione sadica. Non a caso Sade, nelle sue narrazioni, vi fa spesso riferimento.
I problemi, come per qualsiasi cosa sessuale, vi possono essere solo quando manca la variabilità e si verifica così un'ossessiva fissazione.
La cultura (questa sì perversa) delle "demi-vierge", ne ha fatto l'approccio che consente di restare "virgo intacta".
Esiste evidentemente una fellatio tra uomini (omosessuali, transessuali) che ovviamente ha un'enorme diffusione.
Sono state descritte pratiche in contesti di zoofilia, che in questa sede non ci interessa ricordare.
La fellatio è spesso contenuta nei sogni e nella fantasmazione erotica, sia degli uomini che delle donne.
La storia dell'arte e l'archeologia ci riportano infiniti esempi di atti di fellatio. Pitture egizie, cretesi, etrusche, greche, romane, indiane, peruviane ne danno copiose testimonianze.
Numerosi anche gli esempi letterari e paraletterari.
A mano a mano che si procede verso la modernità e i nostri giorni, la pratica cessa di essere considerata una perversione e gli si attribuisce vieppiù piena legittimità nelle relazioni sessuali.
"Se, anziché accanirsi nel nascondere le vergogne, le si svelasse, penso che tutto andrebbe assai meglio", auspicava Octave Mirbeau.
Catulle Mendès, nel suo romanzo "La première Maitresse" del 1887 racconta di un giovane che sedotto da una ragazza, conosce primariamente la fellatio. Egli successivamente, nonostante tutti gli sforzi di volontà, non riesce mai più a prescindere da quella forma di erotismo. Egli così diviene dipendente e "schiavo sessuale della donna", che lo induce a commettere un delitto.
Successivamente sposa un'altra ragazza, sperando di spezzare il legame perverso con la prima donna, ma presto forze oscure lo riportano all'amante.
Al di là della drammatizzazione di Mendès, tipica della sua epoca tardo-romantica che parla di quei rapporti orali in termini che oggi ci appaiono ridicoli, si avverte palese l'angoscia della trasgressione.
La donna "aveva tutto il male possibile nel bacio", e si parla anche di "violenza avida, frenetica, silenziosamente divoratrice di un lungo bacio infame".
Nel 1960 viene pubblicato un romanzo, "La confession anonyme", in cui si parla in termini alquanto diversi della fellatio. La voce narrante è di una donna, che descrive la fellatio come il culmine e l'emblema della propria schiavitù. In questo senso vi sono analogie in quanto narrato in "Histoire d'O".
La differenza è che qui la protagonista accetta liberamente quella "schiavitù". Riportiamo qualche passo del romanzo.
"La più umile delle carezze, la più bella anche, quando non è la più ignobile, quella in cui si annullano misticamente i contrari, quella in cui la vergogna si conclude e, con il capovolgimento proprio delle cose sacre, si trasforma improvvisamente in suprema venerazione... Non avevo desiderato Livio neppure un istante, neppure un istante avevo voluto il piacere... ma quando il piacere di Livio mi ebbe tutta pervasa, sollevandomi sulla cresta delle sue onde, mentre bevevo la sacra linfa e me la sentivo scorrere nella gola come fosse quella della terra, tutto quel che si mosse dentro di me fu il mio cuore. Ero rimasta incredibilmente casta".

 
 
   
    Gustave klimt

Le tre età della donna
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18) AUTOEROTISMO: TRA NATURALITA' E DEMONIZZAZIONE

Il termine di "autoerotismo" fu introdotto da Havelock Ellis, che lo
riallacciava alla visione freudiana che dalla sessualità infantile,
attraverso i tre stadi corrispondenti ad altrettante zone erogene
(orale, anale, genitale), conduce alla sessualità adulta.
L'atto, tendente a sollecitare le sensazioni sessuali fino
all'orgasmo, può essere espletato in autonomia con varie modalità,
anche in un contesto di gruppo.
Il cristianesimo l'ha sempre considerato un peccato grave. Nei cinque
rituali penitenziari del medioevo, venticinque paragrafi erano
dedicati alla masturbazione dei laici e soltanto ventidue riguardavano
la sodomia e la bestialità.
La masturbazione degli ecclesiastici aveva una trattazione a parte.
San Tommaso d'Aquino gli attribuisce una maggiore gravità rispetto alla
fornicazione, un termine questo che deriva dal latino "fornix" (volta,
portico) e designava il "peccato carnale" commesso in qualunque modo
al di fuori dell'atto coniugale finalizzato alla procreazione.
Galeno giudicava la masturbazione realisticamente un atto che "non è
per piacere, ma per liberarsi da un fastidio".
Anche Diogene di Sinope (detto "il cinico") la pensava così, tanto che
sembra egli fosse solito masturbarsi in pubblico per dimostrare il
proprio disprezzo per le convenzioni sociali, e per affermare
l'autarchia del saggio che non deve essere schiavo di alcunché. Ciò
vuol dire che la sua impostazione non era di tipo epicureo, bensì di
tipo stoico.
Con il cristianesimo, portatore di una carica sessuofobica senza
precedenti, l'autoerotismo fu gravato di una pesante "infamia".
La Bibbia riporta uno dei tanti episodi poco edificanti, che (chissà
perché) il credente contempla con assoluta assenza di senso critico.
Da tale episodio deriva il termine di "onanismo", che a dispetto del
contesto etimologico, è divenuto un sinonimo di "masturbazione".
L'episodio riguarda Onan, un uomo agli occhi della mentalità odierna
del tutto normale, ma che (poveretto) fu ricoperto di tutte le
ignominie e di tutte le maledizioni di Dio e degli uomini.
Che aveva combinato Onan? Si era rifiutato di ottemperare a una legge
barbarica, quella del levirato, che obbligava il fratello di un morto
a sposarne la vedova, al fine di evitare che estranei profanassero la
depositaria del seme del defunto (logico, no?).
Il solerte Onan (ci ha provato), non sentendosela di dare un
primogenito alla vedova del fratello, praticava il "coitus
interruptus" ed eiaculava fuori della vagina.
Fu certamente la vedova delusa a denunciarlo alle autorità e Onan fu
condannato impietosamente a morte e giustiziato.
Gli emuli di Onan, che eiaculavano in varia maniera per loro conto, se
non messi a morte direttamente, certamente furono ricoperti di tutte
le infamie.

Tralaasciando le infinite tecniche autoerotiche nei due sessi,
sottolineamo che l'onanismo è l'appannaggio di tutte le età.
Nell'adolescenza costituisce il passaggio obbligato per i due sessi, e
accompagna il transito verso la maturità sia sessuale che relazionale.
Con la maturazione puberale, la spinta ormonale acuisce il desiderio
ed automaticamente porta alla scoperta delle sensazioni autoindotte.
Se non ci fosse l'opera nefasta del moralismo sessuofobico, tutto
fluirebbe con grande naturalità. Nell'ambiente contadino, tale
naturalezza è risultata sempre più facile rispetto all'ambiente
urbano. Con la rivoluzione industriale e con l'affermarsi della
mentalità puritana, le cose si complicarono e ci fu un martellamento
debilitante sulla serenità di generazioni e generazioni di individui.
Nella maggior parte di casi la fase autoerotica sfocia in una
relazione sessuale; in altri casi l'onanismo resta l'unica
soddisfazione per categorie quali i portatori di handicap, gli
appartenenti ad ordini religiosi, le vergini a vario titolo, le vedove
che restano tali.
Numericamente ampia è la categoria dei soggetti con problemi psicologici che ne ha impedito la costruzione stabile di una relazione sessuale. In questi casi l'autoerotismo è la modalità costante di espressione sessuale.
In soggetti normalmente relazionati, è fisiologico il ricorso più o meno sporadico alla masturbazione.
Considerata (forse a torto) appagamento di qualità inferiore, la masturbazione spesso è accompagnata da un correlato di frustrazione. La letteratura erotica e la ponografia, sotto varie forme, nonostante la feroce persecuzione da parte dei moralisti, hanno goduto sempre di grande fortuna soprattutto per il loro ruolo di supporto per l'autoerotismo.
Prima della piena affermazione della mentalità scientifica, i pericoli dell'onanismo sono stati follemente enfatizzati per l'azione congiunta delle religioni e della pseudo-scienza.
Dei veri maniaci, sotto la qualifica di dottori, come Tissot, Pilcher, Garnier, predicevano agli onanisti tutte le malattie e le sciagure del mondo, tra cui l'impotenza, l'epilessia, l'idiozia e la morte direttamente.
A sostegno di tali orribili prognosi essi portavano le pezze d'appoggio di osservazioni fatte nei manicomi, nei quali capitava di vedere degli squilibrati praticare un onanismo sfrenato.
Quindi, con grande dispiego di logica, confondevano la causa con l'effetto, e l'indignazione rinfocolava l'orrore e l'orrore rinfocolava l'indignazione. Ma in questi "luminari" non c'era buonafede, poiché erano dei moralisti e i moralisti sono sempre caratterizzati da disonestà e malafede.
Purtroppo, la cosa peggiore non erano le convinzioni bensì i rimedi sadici che tali figuri approntavano: castrazione, clitoridectomia, sezione dei nervi pudendi interni.
Le opere perniciose di tali criminali hanno avuto, grazie al clero, capillare diffusione, opprimendo e angosciando tante generazioni di adolescenti.
Ci furono dei benemeriti che si opposero all'ondata folle di terrorismo sulla masturbazione. Charles Brown-Séquart, nato nel 1817 e morto nel 1894, fu un importante neurologo e fisiologo britannico, di madre francese e di padre statunitense. I suoi studi furono decisivi per la comprensione della fisiologia del midollo spinale e per la definizione della patologia che porta il suo nome. Ugualmente importante fu il suo apporto per la comprensione del ruolo degli ormoni.
Ai miei occhi Brown-Séquart ha anche il grande merito di aver proclamato a chiare lettere l'innoquità della masturbazione. Anzi egli la consigliava come pratica benefica, e non esitò a raccomandarla anche ai suoi colleghi dalla tribuna dell'Académie Française.
Anche Sigmund Freud segnò con la sua opera un decisivo impulso al superamento della mentalità oscurantista e antiscientifica propugnata dagli apostoli della "purezza".

Samuel-Auguste Tissot, medico di Losanna, ha scritto nel 1760 un opera, che si è rivelata un'autentica cuccagna per i moralisti di ogni risma, "L'onanismo, dissertazione sulle malattie prodotte dalla masturbazione".
Tissot, riprendendo idee dell'antichità, sostenne che lo sperma era un liquido essenziale per il funzionamento del corpo e che quindi disperderlo voleva dire andare incontro alle più terribili malattie.
I predicatori celebri della chiesa cattolica, come Bossuet, Bourdalou o Lacordaire avevano ispirato il quadro di degradazione in cui l'onanista volontariamente si pone e una congerie di medici, sull'esempio di Tissot, aveva fornito le pezze d'appoggio "scientifiche".
Forniamo un esempio tra i tanti possibili, da uno scritto del dottor Rozier del 1825: "Le persone dedite a perniciose abitudini segrete presentano più o meno rapidamente i sintomi della consunzione dorsale. Non hanno affatto febbre, all'inizio; tuttavia, sebbene conservino l'appetito, il loro corpo dimagrisce e si consuma; hanno l'impressione di un formicolio che passa dalla testa lungo la spina dorsale. Camminare, anche solo semplici passeggiate, soprattutto su strade difficili, le fa ansimare, le debilita, le fa sudare, procura loro pesantezza alla testa e disturbi alle orecchie; sopraggiungono poi malattie del cervello e dei nervi, stupidità e imbecillità. Hanno disturbi di stomaco, diventano pallidi, impacciati, pigri. Se sono giovani assumono l'aspetto e i malori della vecchiaia, i loro occhi si incavano, il corpo si incurva e le gambe non riescono più a sostenerlo; provano nausea per tutto, sono inabili a tutto; spesso giungono alla paralisi".
Nel 1879 il dottor John H. Kellogg diede alle stampe un suo libro: "Plain Facts for Old and Young".
Il dottor Kellogg è l'inventore dei corn-flakes e del burro di arachide e l'iniziatore di un'azienda che è diventata un colosso internazionale.
Era un membro della "Chiesa cristiana avventista del settimo giorno" e fu avvelenato di religione e di oscurantismo.
Se il civile paese degli Stati Uniti ha avuto, a livello legislativo, sconcertanti leggi antisessuali, lo si deve anche al dottor Kellogg.
Sotto il manto della "scientificità" egli diffuse nella società americana un cumulo di aberranti informazioni, che rovinò la vita a più di una generazione.
Certo, quando si prende per saggio un autentico squilibrato, i danni potrebbero essere incalcolabili.
Ossessionato dal peccato sessuale, egli faceva discendere ogni male (malattie, degenerazioni, morte precoce) non solo dalla masturbazione, ma anche dalla normale attività sessuale coniugale.
Il desiderio sessuale, in tutte le sue forme, risultava ai suoi occhi una perversione. Consigliava alle coppie di coniugi di concepire evitando di provare qualsivoglia piacere, affinché il figlio non nasca lussurioso "come un negro".
Come si vede qesto illustre scienziato non si priva di nulla, ivi compreso il più bieco razzismo.
Tra le cause che conducono alla "depravazione sessuale" metteva il tabacco, che in pochi anni è in grado di trasformare un casto adolescente in "un vulcano di lussuria, che vomita torrenti di oscenità e i fumi sulfurei della lascivia. L'uso del tabacco conduce all'evirazione".
Il dottor Kellogg fece scoperte incredibili. Secondo lui le malattie veneree nascono spontaneamente a causa degli abusi sessuali, e la gonorrea fa spesso una "apparizione spontanea negli sposi novelli".
Ognuno vede il potere rassicurante di queste informazioni scientifiche ed asettiche!
Kellogg ci svela tutto sulla donna. Secondo lui la donna normale prova il desiderio solo al quattordicesimo giorno del ciclo mestruale; se lo prova in altri momenti è segno indubitabile di una sua depravazione.
Il dottore, poi, ha un debole particolare per l'argomento "masturbazione", che secondo lui è la "devastazione" dei giovani, che va evitato a ogni costo.
Circa i rimedi per evitare questa nefasta abitudine, credo che non proponga la soppressione fisica immediata, tutto il resto (possibile ed immaginabile) lo propone. Tra gli interventi raccomandati: rapide e ripetute incursioni nel cuore della notte togliendo all'improvviso le lenzuola e le coperte del letto del giovane addormentato.
Se questo non basta si può passare all'applicazione di bendaggi bagnati e di corsetti di contenzione all'uopo da lui ideati; indi (proseguendo) si può passare alla castrazione vera e propria.
Egli cita a tal proposito un esempio edificante: una notte un padre che aveva "sorpreso" il figlio per l'ennesima volta provvide ad eseguire la castrazione con le sue stesse mani.
Sarebbe bello che oggi, chiunque si accinga a versare i kellogg's nella tazza del latte, potesse leggere (per aprire lo spirito a una nuova giornata) un brano di questo delizioso libro.

 

 
 
   
    Egon Schiele

L'abbraccio
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19) LE COSE CHE UN TEMPO SI CHIAMAVANO COMPLESSI

Fu Jung per primo a parlare di "complesso", intendendo un elemento
dell'Io che non si integra bene con la coscienza, per le spinte
disturbanti provenienti dall'inconscio. In parole povere si tratta di
modi di essere dell'individuo, che non sono necessariamente patologici.
Dice Baudouin: "La psicoanalisi non collega direttamente i fatti
psicologici agli istinti, ma ai complessi in cui sono rappresentati
numerosi istinti allo stato di combinazione già ristretta.
Inversamente tutti i grandi istinti sono rappresentati in ognuno dei
grandi complessi".

Il complesso di re Marco prende il nome da un mito della tradizione
gaelica. Marco era il marito di Isotta, la figlia del re di Irlanda.
Egli, con mossa poco chiara, manda Tristano, suo nipote, a prelevare
Isotta in Irlanda, pur sapendo del rischio che tra i due potesse
esplodere la passione amorosa.
In Marco e nei suoi emuli vi è l'ambivalenza di coloro che desiderano
e temono nel contempo, di essere traditi. Essi sono penalizzati
internamente da un meccanismo di espiazione per cui hanno
inconsciamente bisogno di essere puniti. Probabilmente ci sono
elementi di omosessualità a sostenere tutto questo.
Il soggetto vede la possibilità del tradimento della partner, teme
questa eventualità, ma fa in modo che le cose procedano verso la cosa
temuta.
Si tratta di una "fuga in avanti", un meccanismo di difesa che induce
a buttarsi verso il pericolo che si teme.
Ciò avviene perché l'ansia rende insopportabile l'attesa e il dubbio,
e si preferisce la certezza del "guaio" reale.

Il complesso di Agar-Sara è una locuzione creata da Maryse Choisy e si
riferisce alla schiava egizia di Abramo, Agar, che con il consenso
della moglie di lui, Sara, diede al suo padrone un figlio, Ismaele.
Sara aveva fatto tale scelta poiché credeva di essere sterile. Ma
inaspettatamente rimase incinta, e quando nacque il figlio Isacco,
fece in modo che Agar e il figlioletto Ismaele fossero abbandonati a
morire nel deserto (cio non avvenne ma non per volontà di Sara).
Si tratta di uno dei tanti quadretti edificanti presentati nella
Bibbia, che indubbiamente rende il credente orgoglioso di avere radici
giudaico-cristiane.
Questo complesso descrive la tendenza di molti uomini di dividere le
donne in due categorie: quelle che si amano ma non si toccano e le
donne-oggetto con le quali tutto è permesso sessualmente parlando ma
che non si amano e all'occorrenza si gettano via come un barattolo
vuoto.

Il complesso di Anfitrione richiama la storia mitologica in cui Zeus
con cinismo ricorre all'inganno pur di soddisfare la passione erotica.
Anfitrione era figlio di Alceo, re di Tirinto, e marito di Alcmena,
per la quale Zeus si era preso una cotta.
Il padre degli dei si faceva spesso ospitare da Anfitrione, e una
volta prese l'aspetto di quest'ultimo per giacere indisturbato con
Alcmena e da tale rapporto sessuale fu generato Ercole.
Il complesso si gioca tra l'entità superiore che assume la mitica
funzione di fecondatore salvifico e l'inganno che occorre per
acquisire i favori sessuali della donna.

Il complesso di Brunilde esprime la deformazione di ottica di alcune
ragazze che tendono ad idealizzare troppo l'oggetto del loro amore.
Eroina dell'epopea dei Nibelunghi, Brunilde era moglie di Gunther ed
istigò, per gelosia, l'uccisione di Sigfrido di cui era innamorata.
Dunque la tendenza è di vedere l'uomo amato come eroe nella prima
fase, ma poi, una volta sposatolo, sminuirlo drasticamente.
Freud descrive il fenomeno come "amore a distanza", in cui a distanza
c'è l'idealizzazione dell'amato, ma poi nel cimento concreto della
convivenza si verifica la totale dissipazione della stima.

Il complesso di castrazione, come locuzione, fu introdotta da Freud
per esprimere il timore di essere castrati. Come complesso ha il
difetto di essere unilaterale, ossia che si può ragionevolmente
applicare solo ai maschi.
La proiezione sulla donna di un'angoscia di essere stata castrata, con
la conseguente nozione di "invidia del pene", rappresenta uno dei
"buchi neri" delle teorie del grande viennese.
Una miriade di personaggi che la storia ricorda sono incorsi, per vari
motivi, nella castrazione: Abelardo, Narsete, Aristonico, Plotino,
Eutropio, Salomone (luogotenente di Belisario), Alì (gran visir di
Solimano II), Favorino, Lawrence (detto "d'Arabia").
L'angoscia di castrazione presuppone un orgoglio fallico, da cui la
donna per forza di cose è esclusa. Quando gli interdetti sessuali si
fanno presenti, cresce anche il timore del castigo per le inevitabili
infrazioni.
L'angoscia di castrazione incombe anche per un ricordo arcaico
stratificato in una sorta di inconscio collettivo, costituitosi in
epoche in cui era effettivamente diffusa la punizione tramite
castrazione.
In tante società antiche era nell'arbitrio del padre decidere la
castrazione del figlio, come oggi noi facciamo con il nostro gatto di
casa.
Gli interdetti sessuali della nostra storia, sostenuti
dall'irriducibile sessuofobia del cristianesimo, hanno fatto sempre
balenare sullo sfondo l'ablazione dello strumento della colpa.
Lo stupidario linguistico dei pii e buoni educatori di una volta si
incentrava sulla seguente soave frase: "Se non te la smetti, te lo
taglio".
Negli adulti l'angoscia di castrazione si esprime con l'impotenza
erettile, in cui può succedere che una madre-moglie orchessa fagocita
la fantasia erotica del povero agnello sacrificale ad essa dedicato.

Il complesso di Dafne designa la paura della ragazza di fronte alla
sessualità. La condizione oggi più frequente è il vaginismo, che
esprime appunto un'angoscia legata alla eventualità di essere
penetrata, che è sostenuta da forti meccanismi emotivi.
Dafne era una ninfa, figlia del fiume Peneo. Fu amata da Apollo e da
lui inseguita; ma spaventata gli sfuggì, tramutandosi in alloro,
albero da allora sacro al dio.

Il complesso di Diana equivale al freudiano "desiderio del pene" da
parte della donna.
Diana, figlia di Giove e di Latona, non era destinata al matrimonio.
Il padre la fornì di arco e frecce ed ella non pensò ad altro che alla
caccia. Pur conservando l'avvenenza delle forme tipiche della donna,
Diana non desidera sottomettersi al maschio e segretamente ne invidia
gli attributi.

Il complesso di Don Giovanni presenta delle analogie con il complesso di Brunilde, in quanto esprime la ricerca frenetica di una donna ideale, ponendo l'asticella così in alto da vanificare la possibilità della realizzazione.
Tale ideale troppo alto spesso si fonda su una fissazione eccessiva del ragazzo sulla propria madre.
Ovviamente il mito di Don Giovanni esprime moltissime sfaccettature, ma ha come fondamentale rimando psicoanalitico un inciampo nella liquidazione edipica.
Ciò significa che tale ragazzo ricerca troppo la propria madre in ogni donna, con l'automatico ripetersi dell'alternanza tra ricerca e delusione.
Nell'abbandonare l'amante per cercarne un'altra, l'uomo prova il sottile piacere della vendetta contro tutti (la donna stessa, la madre e il marito della madre, ossia il padre).

Del complesso di Edipo, Freud ne ha fatto un vero totem, forse solo in parte a ragione.
Edipo è un eroe della mitologia greca, figlio di Laio, re di Tebe, e di Giocasta. Il padre, preavvisato dall'oracolo che Edipo lo ucciderà e sposerà la madre, per sfuggire al fato fa esporre il figlio sul Citerone; ma Edipo si salva e cresce ignaro della sua famiglia. Incontratosi per caso con Laio, l'uccide. Giunto poi a Tebe, la libera della Sfinge sciogliendo l'enigma che essa proponeva; viene eletto re e sposa la madre Giocasta. Spinto dall'oracolo a ricercare l'uccisore di Laio, a poco a poco viene a conoscere l'orribile verità; si acceca, maledice i suoi figli, Eteocle e Polinice che finiranno per uccidersi a vicenda. Successivamente Edipo va errando con la figlia Antigone, finché a Colono presso Atene scompare nel boschetto delle Eumenidi.
Il complesso di Edipo rappresenterebbe una sorta di punto focale dal cui superamento dipende l'equilibrio dell'individuo adulto. Il meccanismo del complesso è semplice, ma molto difficile da sostenere ancora ai nostri giorni: amore nei confronti del genitore di sesso opposto, ed ostilità verso il genitore dello stesso sesso.
Freud stesso cercò di attenuare quest'ardua formulazione, parlando di un complesso di Edipo normale, a decorso positivo, e di un complesso di Edipo alla rovescia, con un decorso negativo.
Il mio parere è che sarebbe meglio lasciare tutto questo nello stipo riservato ai reliquiari della storia.

Il complesso di Emma si riferisce a Emma Bovary, il personaggio del famoso romanzo di Flaubert.
Il bovarismo definisce un atteggiamento schizoide della persona che credendosi diversa da quella che è, segue una deriva di vicende aberranti che l'allontanano sempre più dal proprio sé.

Il complesso di Oreste indica una sorta di complesso di Edipo negativo e una omosessualità latente, rivelata a volte dalla gelosia.
Oreste, figlio di Agamennone e di Clitennestra, vendica con l'aiuto della sorella Elettra, l'assassinio del padre, uccidendo la propria madre. Poi fa sposare Elettra all'amico Pilade.
Il meccanismo di questo complesso rivela il disegno inconscio dell'individuo che spinge la propria moglie verso il proprio migliore amico, che cerca di possedere per procura. Tutto questo è accompagnato da una reazione esagerata di gelosia verso qualunque elemento di tradimento negli amori eterosessuali.
Tale barriera di forte gelosia rappresenta una muraglia difensiva verso le pulsioni omosessuali inconscie.

Il complesso di Policrate è stato individuato da Maryse Choisy e da J.C. Flugel, che hanno ripreso delle osservazioni di Freud.
Policrate era il tiranno di Samo e si procurò un vasto impero nell'Egeo esercitando la pirateria. Mecenate, accolse nella sua corte Ibico e Anacreonte. Fu abbandonato dalla flotta e attratto con l'inganno a Magnesia dove fu sopraffatto dai suoi nemici e crocifisso.
E' famoso per "l'anello di Policrate". Questo tiranno, a cui era andato tutto bene nella vita, a un certo punto cominciò a preoccuparsi proprio per questo: quella grande felicità gli dei gliela avrebbero fatta pagare. Così, per espiare in qualche modo, Policrate gettò in mare il suo anello più prezioso.
Ma il giorno dopo lo ritrovò nel ventre di un pesce, che faceva bella mostra di sé sulla sua tavola.
Policrate prese questo segno come nefasto e convintosi di avere l'avversione degli dei, fu molto meno accorto di quanto lo era stato abitualmente, nella fase della guerra che lo vide soccombere, con un evidente ingenuità che gli costò un'atroce fine.
Il complesso illustra il meccanismo di colui che raggiunto il pieno successo, si avvita a un certo punto in un viluppo di sensi di colpa che lo porteranno alla distruzione. In presenza di un fondo di ansia, l'uomo ha sempre mostrato di sopportare con difficoltà il successo pieno e la piena libertà.

Il complesso di Prometeo si incentra sull'impresa di questo titano amico degli uomini, ai quali decide di restituire il fuoco che era stato tolto loro da Zeus. Il padre degli dei, per vendicarsi, lo incatena a una rupe del Caucaso dove un aquila gli dilania con il rostro continuamente il fegato.
Prometeo esprime l'orgoglio intellettuale, la sete di conoscenza. Il fuoco ha sempre simboleggiato un contenuto sessuale.
Presso gli indiani accendere il fuoco esprimeva un segno di virilità per gli uomini. A Roma le vergini vestali alimentavano in continuazione il fuoco, di cui si consideravano spose.
La lingua di fuoco che Prometeo riporta sulla terra, costituisce il fallo eterno perpetuatore dell'umanità, senza più bisogno della benevola concessione del cielo.

Il complesso di prostituzione descrive il meccanismo per cui una donna, sovvertendo la naturale rappresentazione degli affetti, accetta di essere una prostituta.
Non siamo dunque in presenza di meccanismi costringenti di ordine economico o di sopraffazione altrui, ma di un modo diverso di relazionarsi con il maschio. Il complesso il più delle volte agisce al livello dell'immaginario erotico, senza tradursi in alcun episodio di tipo mercenario.
Nel complesso di prostituzione si esprime da parte della donna una forte avversione per la figura maschile ed un relativo tentativo di dominarla.
In altri termini il ragionamento della donna è il seguente: poiché sono stata disprezzata (o non adeguatamente apprezzata) da uno, mi concedo a tutti.

Il complesso di Tieste indica la tendenza incenstuosa tra padre e figlia, come pure la tendenza incestuosa tra madre e figlio.
La storia di Tieste è narrata da Eschilo, nell'"Agamennone", come antefatto alla tragedia che ha al centro l'alleanza perversa tra Clitennestra ed Egisto.
Tieste è figlio di Pelope e fratello gemello di Atreo. Fu costretto ad abbandonare Argo per l'odio del fratello, che forse aveva qualche buona ragione in quando Tieste gli sedusse la moglie e poi l'assassinò.
Ritornato in patria dopo molti anni, Atreo finse di riconciliarsi con lui, lo invitò a un banchetto dove gli imbandì le carni dei suoi figli.
Tieste, pazzo di dolore, maledice la stirpe di Atreo, e la maledizione si compie anche a causa del suo unico figlio superstite, Egisto. D'altra parte Egisto era il frutto del legame incestuoso tra Tieste e sua figlia Pelopia. Egisto avrebbe di lì a poco sedotto Clitennestra e ucciso il marito, Agamennone, a sua volta figlio di Atreo.

 
 
   
    Marc Chagall

Nudo sopra Vitebsk
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20) GLI AMICI E I NEMICI DI EROS

Eros figlio di Marte e di Venere era il dio greco dell'amore. Detto
anche Cupido, univa in sé la dolcezza e l'amabilità della madre e il
carattere guerriero e coriaceo del padre. Lo si rappresenta con l'arco
in mano e la faretra piena di frecce, pronto a scoccarle verso il
cuore di povere vittime, nel senso che nessuna crudeltà potrebbe esser
loro risparmiata.
Sembra un bambino, ma è un giovane piuttosto sfrontato. Nel "Convito"
di Platone, Diotima lo descrive così: "E' valente, avventuroso, in
tensione continua, abile cacciatore, sempre pronto a tramare qualche
astuzia, curioso e ricco d'espedienti, amante della filosofia: abile
nelle stregonerie, nell'invenzione di filtri magici, nei sofismi: non
ha né la natura di un mortale né quella di un immortale, ma nello
stesso giorno può essere nel pieno delle sue forze, quando le sue
manovre gli riescono, oppure stremato, morente, e subito dopo è
capacissimo di ritornare in vita grazie alla natura paterna, mentre
dalle sue mani piovono i frutti della sua attività".
Carattere strambo, Eros era il confidente e l'amico di tutti gli
innamorati, ma anche il crudele persecutore di coloro che hanno
tentato di sottrarsi al suo potere. Sottomesso a Venere di cui era
l'ubbidiente messaggero, aveva anche grandi risorse di autonomia.
Sempre Diotima diceva a Socrate che a Eros "spettava il compito di far
conoscere agli dei quel che viene dagli uomini e agli uomini quello
che viene dagli dei: le preghiere e i sacrifici dei primi, le
ingiunzioni dei secondi e i loro favori in cambio di sacrifici.
D'altra parte, poiché egli è intermediario tra gli uni e gli altri,
quel che è demoniaco ne è complementare, e ogni cosa praticamente in
relazione con lui".
Eros è stato il protagonista di innumerevoli opere letterarie. La
storia di Eros e Psiche è narrata nell'"Asino d'oro" di Apuleio, nel
romanzo "Eros" di Giovanni Verga, nel dramma "Eros e Psiche" del poeta
polacco Jerzy Zulawski, nelle odi di "Eros sconosciuto" del poeta
inglese Coventry Patmore, e la lista potrebbe continuare.
Sigmund Freud attribuisce al concetto di Eros una centralità
energetica nell'esplicarsi della libido, sia narcisistica che
eterodiretta. In questo modo l'energia libidica, per sublimazione, può
venire investita nelle forme superiori della vita mentale.

"L'asino d'oro" di Lucio Apuleio è un libro complesso che ruota
intorno al grande tema dell'amore.
Apuleio è uno scrittore latino nato a Madaura, vicino Cartagine, verso
il 125 d.C. e morto verso il 180. Uomo brillante e versatile, Apuleio
fu autore di molte opere ma è ricordato unicamente per "L'asino
d'oro", esaltato dai posteri e che Gerard de Nerval affermò
costituisse "il modello poetico dello studio dell'anima umana".
Il protagonista del romanzo si chiama Lucio, come l'autore. Si tratta
di un ingenuo che durante un viaggio in Tessaglia incontra alcuni
mercanti appassionati di magia.
Ben presto Lucio si lascia suggestionare dai racconti di streghe ed
incantesimi. Gli fu fatto credere che le streghe erano amanti focose
ed insaziabili, ma anche crudelissime in quanto non esitavano a
compiere sul corpo dei propri amanti le più sfrenate nefandezze.
Il racconto di tali orrori acuiscono la curiosità di Lucio, più che
stimolarne la prudenza. La moglie del suo ospite, che è una strega, si
trasforma in gufo e Lucio volendo seguirla nella metamorfosi magica
prega la cameriera di trasformare anche lui allo stesso modo.
La poverina ci prova, ma si sbaglia. Fu così che Lucio si ritrovò
trasformato in asino, animale perennemente in fregola e per questo
sgradito a Iside.
Come asino, il povero Lucio fu sottoposto a tante umiliazioni. Dopo
molte peripezie egli ascolta dalla vecchia donna che si è preso cura
di lui la storia di Eros e Psiche.
Ma le sue sventure non sono finite e a un certo punto si trova ad
essere l'oggetto del desiderio della moglie del suo padrone, e fu
quindi costretto ad estinguerne le voglie.
Malauguratamente il marito viene a saperlo e deciso di vendicarsi,
organizza un singolare spettacolo teatrale: l'accoppiamento pubblico
tra l'asino e la moglie colpevole di bestialità.
Lucio non resse alla vergogna e fuggi, e supplicò incessantemente la
dea Iside di togliegli la forma asinina.
Un sacerdote della dea illustra a Lucio qual è il percorso che porta
all'esaudimento della sua richiesta.
Non appena Lucio personaggio viene iniziato ai misteri di Iside, Lucio
autore ne prende il posto e il suo discorso si fa mistico e moralista.
Dice Apuleio: "L'amore umano non procura la felicità. Bisogna come
Psiche amare un dio e esserne riamati per sfuggire alla sorte. I vizi
contronatura insudiciano il cuore delle donne. Salviamoci! Abbiamo
troppo sofferto. Non serviamo da spettacolo a questa gente corrotta.
Iside, regina del cielo e della terra, fa' che la grazia scenda sul
tuo figliolo pentito. Soltanto la religione è vera, mentre la magia è
fonte di errori. Viviamo nella continenza e al servizio della Dea!
Soltanto così potremo conoscere la libertà e la gioia".
Questo moralismo di Apuleio non gli aveva impedito un evidente
compiacimento nella descrizione dei passi pruriginosi del romanzo.
Ma veniamo alla favola di Eros e Psiche, che si trova al centro
dell'opera. Apuleio l'ha raccolta da una vasta tradizione ed ha
indubbiamente molto contribuito perché fosse tramandata alle epoche
successive.
Psiche, figlia di un re, era tanto bella da far tralasciare a chi la
conosceva il culto di Venere. La dea non poteva sopportare tale
affronto e ben presto decise di vendicarsi.
Mandò sulla terra il figlio Cupido con il compito di far innamorare la
fanciulla dell'uomo più brutto della terra.
I genitori della ragazza, avvertiti dal solito oracolo, decisero di
abbandonarla su una roccia deserta. Lì Zeffiro non tardò molto a
notarla, la prelevò e la condusse in un meraviglioso palazzo.
Qui Psiche venne sedotta e si concesse ad un amante che però non vide
mai in volto, e che le ingiunse appunto di non tentare mai di vederlo.
Psiche è felice e potrebbe continuare a vivere così per sempre.
Ma le insinuazioni delle sorelle circa la possibilità che lo sposo
fosse di aspetto mostruoso, spingono Psiche a infrangere la promessa
fatta.
Nel cuore della notte, mentre condivide con lui il ciaciglio, Psiche
accende un lume e scorge accanto a sé non un mostro ma il più
splendido degli dei. In quel momento una goccia di olio calda cade
dalla lampada sulla pelle di Cupido dormente, che sconvolto vola via e
scompare.
Venere viene tosto a sapere della disubbidienza del figlio e lo
rimprovera aspramente.
Per Psiche, la dea ha in mente una serie di prove umilianti, in modo
da dissuaderla dal persistere nella volontà di voler recuperare
l'amore di Eros. Tra le prove a cui fu sottoposta, Psiche fu obbligata
di recarsi negli Inferi, fino alle sorgenti dello Stige, in modo da
ricevere direttamente dalle mani di Proserpina un vaso di preziosi
cosmetici.
Durante il viaggio di ritorno Psiche non resiste alla tentazione di
usare su di sé alcuni di quei preziosi balsami, in modo da poter
ancora sedurre Cupido.
L'effetto che si produce è un sonno mortale e la giovane non potrebbe
avere scampo se Cupido non intervenisse a liberarla.
Successivamente egli impetra presso Zeus l'immortalità per la sua
amata e l'ottiene.
Definitivamente vinta, Venere non può più frapporre ostacoli a che
Eros e Psiche possano finalmente celebrare le nozze. La loro unione
sarà molto felice e nascerà una figlia a cui imporranno il bel nome di
Voluttà.

Il mito di Amore e Psiche esprime l'amore vero che resiste ai forti
venti oppositivi. Ma ciò è merce rara.
La merce corrente è un'altra cosa.
Molto più frequente dell'amore represso, c'è l'amore non amore,
l'amore immaginario. A causa di una forma di mimetismo psichico,
questo tipo d'amore ci appare inizialmente come vero, ma poi volge
sempre più verso il disagio e il disinganno.
L'amore fasullo si cela quasi sempre in un meccanismo di difesa per
dissimulare una disfatta, in un riempitivo per tappare una falla che
si è aperta sotto i nostri piedi, che poi vengono coltivati per pura
ostinazione.
Se dobbiamo estinguere il fiele di un'umiliazione subita, la ricetta
migliore non è mettersi alla ricerca di un amore.
L'amore vero si basa sulla scommessa di essere felici, non sulla
scommessa di essere meno infelici.
Ecco perché il più delle volte la schermaglia amorosa è "una finta sul
ring" e perciò non può appagare un bisogno autentico.
Tante volte l'individuo che è appena uscito da una delusione
sentimentale si innamora immediatamente e volontariamente di una
persona nuova (chiodo scaccia chiodo). Questo black-out volontario
sulla memoria ha un sentore di auto-dopaggio che stride alquanto con
il concetto dell'amore.
Dice Nietzsche: "La nostra memoria si cancella quando il nostro
orgoglio non la sopporta".

Spesso si scambia l'amore con il feticismo. Anche il fan che "adora" il suo idolo crede di essere mosso dall'amore, quando in realtà siamo in presenza di una diffusa forma di feticismo.
Il personaggio famoso, sia esso un attore, un cantante, un musicista, una celebrità di qualsivoglia categoria, richiama invariabilmente meccanismi attrattivi da parte di soggetti predisposti.
Fra le varie forme di feticismo l'amore da parte del fan, che è platonico per forza di cose, si sostanzia proprio con la distanza non potendo ragionevolmente sussistere alcunché a distanza ravvicinata. Il meccanismo di tale amore a distanza consiste in un'assurda sopravvalutazione dell'"idolo", che in realtà ha pochi punti di contatto con la fantasmagorica costruzione che il fan ha operato e di cui ha bisogno.
Chi non ricorda il film d'esordio di Federico Fellini, "Lo sceicco bianco"?
Quando la sovrastruttura creata dall'immaginazione amorosa barcolla e crolla sotto un improvviso "flash" di realtà, la crisi che ne consegue è dura e forse anche rischiosa per la sopravvivenza.
Quando la donna si sente inadatta o spaventata dall'amore fisico, le pulsioni potrebbero essere indirizzate verso amori inaccessibili, ma innocui.
Potrà dispiacere a qualcuno, ma tra gli amori "protettivi" a distanza bisogna annoverare le vocazioni religiose, in cui lo sposo o la sposa è Cristo o la Madonna, che tra i tantissimi loro meriti non hanno mai preteso di passare alle vie di fatto in materia sessuale.
La devozione religiosa che si sostanzia con il feticismo delle reliquie, ha stretti punti di contatto con il feticismo del fan che conserva del suo "idolo" immagini, autografi, articoli, filmati, gaget di vario genere.
I vari "fan club", dopo tutto, non sono così diversi dalle varie congreghe di tipo religioso.
Tutti coloro che sono terreno di scontro tra gli istinti e i relativi freni, hanno una grande spinta verso l'ascetismo, che più che sostanziarsi di un profondo sentimento di trascendenza, si fonda su un'angosciosa minaccia antisessuale frammista a un'oscura aspirazione alla lussuria.

Il mondo religioso del cristianesimo ha avuto uno dei suoi fulcri nel sommovimento interno definito tentazione. La pulsione è sempre direzionata verso il male e il perfido regista di tutto ciò è sempre il diavolo.
Si è cominciato con il viscido serpente nei confronti dell'ingenua Eva, e Bossuet fa risalire a questo lo stato di minorità che ha gravato sul genere femminile.
Bisogna dire che senza il concetto di tentazione, si farebbe fatica a giustificare la repressione di qualsivoglia tipo.
La peggiore repressione è quella interna, che ciascuno si infligge per proprio conto. La materia sessuale si presta perfettamente a tale meccanismo.
Quando è attivo il senso di colpa è automaticamente attiva la repressione della tentazione. Così senso di colpa e tentazione si rinfocolano a vicenda fino ad alimentare parossisticamente un'onda squassante per l'equilibrio psichico.
Freud fa risalire tutte le nevrosi alla repressione promossa dalla tirannica esigenza morale.
Quando la libertà del soggetto è stata imbrigliata nelle pastoie di mille tabù sessuofobici e moralistici, la libido non può che operare a singhiozzo strozzata continuamente dal conflitto senza uscita tra tentazione e repressione.
Di fronte a quel che succede in questi casi, parlerei di masochismo e di autolesionismo, se non sapessi che la malattia "religione" viene trasmessa come una malattia infettiva, senza colpa della vittima.
La cosa peggiore che la religione ha fatto nei confronti della sessualità, è stata quella di averla declassata a un livello inferiore di animalità, portando infinite schiere di esseri umani alla dissociazione e all'angoscia distruttiva.
Tale "male assoluto" che le religioni hanno fatto all'uomo, i credenti del nostro tempo saranno mai in grado di capirlo?
Si ha un bel dire: la religione di oggi non ha più la sessuofobia di una volta. Ammesso che sia vero (non è vero), ma chi risarcirà le vittime dei misfatti atroci del passato (anche recente)?
Nessuno.
Forse sarebbe ora che circolasse maggiore informazione circa il presente e circa il passato, e la si finisse una buona volta di dare un placet a priori alle religioni, come a dire: dopo tutto danno speranza all'uomo e gli attenuano l'angoscia della morte.
Forse è arrivato il tempo, per i pigri mentali, di capire che i rimedi delle religioni sono puro "effetto placebo"; molto spesso è anche peggio: è come dare a bere all'assetato acqua di mare.
Quando si creano i presupposti per l'insoddisfazione sessuale i fantasmi della tentazione picchiano duro.
La chiesa cattolica si è sempre esercitata in una descrizione minuziosa delle tentazioni considerate le ancelle del peccato.
Se consideriamo il povero S. Antonio Abate, nell'ultimo millennio vi sono state innumerevoli rappresentazioni pittoriche delle sue tentazioni, e si nota che tutte gareggiano in impudicizia.
Costretti a condannarle a parole, è proprio grazie a quegli spiragli di impudicizia che l'umanità è riuscita a sopravvivere.
Henri Met de Bles (detto "la Civetta") sciorina sotto gli occhi del Santo, con la mediazione di Satana, spendide donne dai seni più mozzafiato di quelli delle dive del cinema che conosciamo. Anche Cornelis Metsys, Domenico Morelli, Paul Delvaux e i classici Bosch, Bruegel, Peter Huys, accanto al volto terreo del povero S. Antonio, hanno saputo rappresentare l'insinuante bellezza della donna.

Nel 1970 Ken Russell diresse un film, "I diavoli", tratto dal libro "I diavoli di Loudun" (1952) di Aldous Huxley, che fece molto scalpore e fece scattare le tagliole censorie.
La vicenda storica è ambientata nella Francia del 1634 sotto il cardinale Richelieu. I protagonisti sono Urbano Grandier, prete illuminato e peccatore, che avendo intuito tutto si rifiutò di fare il confessore in "quel" convento; e suor Giovanna degli Angeli, superiora di un convento di orsoline a Loudun.
Il vero nome di Jeanne des Anges era Belcier. Era figlia del barone di Cozes e nacque a Saintonge. A venticinque anni fu nominata superiora delle orsoline di Loudun, sotto il regno di Luigi XIII.
Jeanne era isterica e malinconica, megalomane ed affetta da manie di persecuzione, ed era (cosa più importante) un'erotomane repressa.
Era giunta alla raggurdevole carica, oltre che per motivi di nascita, grazie alla sua personalità falsa ed istrionica che le permetteva di simulare perfettamente le pratiche di devozione.
Si era follemente innamorata dell'abate Urbain Grandier senza nemmeno conoscerlo.
Al processo per stregoneria lo accusò di aver inviato una legione di diavoli all'assalto del convento, e sulla scorta di tale accusa l'infelice Grandier fu condannato ed arso vivo.
Alla morte del prete, Jeanne diede insormontabili problemi a tutti gli esorcisti che l'avevano avvicinata per liberarla dai suoi demoni osceni.
Il gesuita padre Surin, mentre la flagellava completamente nuda, fu vittima di Iscarione, il temibile demone dell'impudicizia.
Il lavoro degli esorcisti su Jeanne (la cui isteria si sarebbe potuta curare con un nerboruto marito o in subordine con quegli "olisbo" che da allora qualcuno introdusse anche nei conventi) fu travagliato e, a parte la risoluzione di una gravidanza isterica, misero di risultati.
A seguito di questi infernali percorsi alla povera Jeanne non restava che il suicidio, ma per l'intanto la superiora si ritrovò con le stimmate alle mani.
Per fortuna S. Giuseppe in persona le fece visita più volte, recando seco un portentoso balsamo che lenì le piaghe e dissolse pure la gravidanza.
L'agitazione erotica delle suore del convento a un certo punto toccò vertici inauditi, con schiere di diavoli operativi 24 ore su 24.
I tempi erano quelli che erano e l'afflusso di curiosi a Loudun era tale che nemmeno un mondiale di calcio oggi. Il miracolo di S. Giuseppe aizzò la sbavante devozione della gente di tutti i ceti.
La camicia della reverenda madre fu considerata una portentosa reliquia e applicata perfino sull'ano di Richelieu per guarirlo dalle croniche emorroidi, e sulla pancia di Anna d'Austria che non si decideva a sfornare il Delfino di cui il regno aveva vitale bisogno.
Il gioco visionario della religione, sempre in bilico tra follia e falsificazione (dovendo sostenere un'ardua natura angelica dell'essere umano), oggi non è cambiato granché rispetto ad allora (le stimmate di Padre Pio, le recenti apparizioni della Madonna, su cui le "gerarchie" hanno il solito atteggiamento utilitaristico: non è vero ma credeteci pure!).
La penosa vicenda di Jeanne scivolava lentamente verso una condizione scontata: gli amori diabolici diminuirono nel convento, mentre i deliri verbali della superiora venivano raccolti con immutata devozione.
Jeanne prese a raccontare di godere quotidianamente dell'amplesso di Cristo. Sempre più fuori di senno ed ormai paralizzata, Jeanne des Anges lasciò questo mondo nel 1665 e, incredibile (anzi, credibile) a dirsi, le orsoline mancarono per un soffio l'obiettivo della sua beatificazione.
Accennavo prima che in certe cose l'atteggiamento della chiesa di oggi è identico all'atteggiamento della chiesa d'allora.
Nel 1961 uscì un film del regista polacco Jerzy Kawalerowicz, "Madre Giovanna degli Angeli", ispirato ai fatti di Loudun.
Vergognosamente l'"Osservatore Romano" lo attaccò e lo bollò come composto "di rappresentazioni empie e blasfeme".
E' come se un capo del narcotraffico si indignasse se qualcuno lo ha accusato di essere responsabile delle morti per over-dose.
Cannes premiò il bel film di Kawalerowicz. Ma oggi quanti credenti sono consapevoli che se nel mondo c'è meno oscurantismo di una volta non è minimamente merito della chiesa cattolica?

 

 
   
 
   
    Paul Delvaux

Pigmalione
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21) IL DIFFICILE RAPPORTO TRA RELIGIONE E SESSUALITA'
 

Negli ultimi decenni le chiese cristiane hanno cercato di rispondere
al grido di dolore dei propri fedeli, che vedevano sempre più
divaricarsi il magistero ecclesiale in materia sessuale dalle
posizioni sempre più nette della psicologia e della medicina.
Le pastoie tradizionali delle chiese sulla sessualità, che affonda i
suoi principi nel pensiero arcaico, deve fare necessariamente i conti
con gli inevitabili disagi dei fedeli, gravati da una divaricazione
insostenibile rispetto ai liberi pensatori.
Prendiamo un esempio dei nostri giorni: l'uso del profilattico. La
chiesa si dimena in un equilibrismo oscillante tra due assurdi
contrapposti: Dio non vede di buon occhio l'uso del profilattico; va
ignorato l'atroce grido di dolore di quelle popolazioni a rischio di
AIDS.
Tenuta a tendere concretamente la mano al fedele sofferente, la chiesa
non può far proprio il mussoliniano: me ne frego.
Se la scienza e l'attività clinica va da una parte, la chiesa non può
dire: vado dalla parte opposta, costi quel che costi. Ecco perché in
ultima analisi non c'è via d'uscita al dilemma. o la chiesa distrugge
la propria sessuofobia o distrugge se stessa.
L'impostazione del giudaismo e del cristianesimo è quella che la
storia dell'uomo non è altro che la risultante della presenza di Dio
nella realtà. Tutto quello che l'uomo elabora in termini mentali non è
che un epifenomeno della regia di Dio sulla realtà di questo mondo.
Quando lo studio dei testi sacri non ha potuto più prescindere
dall'aiuto delle scienze in costante progresso, ai teologi è apparsa
palese la necessità di evitare arroccamenti su posizioni di
anacronismo insostenibile.
Certo, conciliare due posizioni opposte, quella statica della
rivelazione e quella dinamica delle acquisizioni delle scienza, può
essere arduo, ma non impossibile, a patto che la rigidezza religiosa
non risulti eccessiva.
Prendiamo un esempio illuminante: l'opposizione della chiesa alle
teorie evoluzionistiche di Darwin. La chiesa ha attribuito (forse
giustamente) all'evoluzionismo un impatto distruttivo per qualsivoglia
dogma, e così ha deciso di attaccare a testa bassa e di non lasciare
alcun spiraglio di ammorbidimento.
La sfida portava dritto dritto al ridicolo, come è ridicolo il
creazionista americano che querela l'insegnante che ha parlato in
classe di evoluzione, dopo avergli ovviamente squarciato tutti e
quattro gli pneumatici (il ridicolo si sposa quasi sempre con la
stupidità e la ferocia).
Oggi la posizione della chiesa sull'evoluzionismo e su tanti temi su
cui la scienza ha favorito visioni illuminanti, ha il carattere
dell'ambiguità: no all'attacco frontale, no all'accettazione
sostanziale.
Certo, la vita è difficile per quelli che sono obiettivamente di
retroguardia, ma che devono mostrare di essere all'avanguardia. Lavoro
davvero difficile, non li invidio!
Voler capire il mondo di oggi con gli occhi di primitivi, abbastanza
incolti rispetto ad altri popoli coevi, anche questa è una bella
sfida. La sessualità umana ce la spiega Adamo, Abramo, Lot, Onan,
Aronne con la sua verga. E la politica estera della Casa Bianca ce la
spiega Fuffi, il gatto di casa!

Dal II al XX secolo, la dottrina cristiana ha condannato in maniera
assoluta la ricerca del piacere sessuale nel matrimonio. Restava la
distinzione tra fornicazione e matrimonio unicamente in presenza della
procreazione, altrimenti la distinzione cadeva.
Sant'Agostino fonda l'avversione cristiana verso il piacere carnale
sulla teoria della concupiscenza, che si è quasi incistata nella carne
dell'uomo dopo la caduta del peccato originale e che nemmeno il
battesimo può risolvere.
Tale situazione determina l'inguaribile perversione dei nostri organi
sessuali. Nell'accoppiamento carnale la concupiscenza prende il
sopravvento e sommerge lo spirito.
San Giustino nel II secolo affermava esplicitamente: "O ci sposiamo
unicamente per procreare figli o, se rifiutiamo di sposarci, siamo
completamente continenti".
Atenagora nel 177 ingiungeva alle coppie di evitare il contatto
sessuale durante la gravidanza "come l'aratore che gettato il seme nel
terreno, attende le messi per seminare di nuovo".
Palesemente si era andato anche oltre il pensiero di san Paolo, che
parla del matrimonio come un rimedio alla concupiscenza.
Fin dai primi tempi, nei testi cristiani, si prese a dare grande
enfasi alla castità e alla verginità. Si prendeva a modello il Cristo,
che non si era mai sposato e che non aveva avuto commercio sessuale
con alcuno.
L'evangelista Matteo mette in bocca a Gesù parole di elogio per gli
eunuchi volontari. Il matrimonio modello, quello di Giuseppe e di
Maria, non aveva mai contemplato rapporti carnali.
Fin dalle origini si era insistito sulla verginità di Maria. In modo
assurdo, ma seriamente, si era stabilito che la via ideale alla
procreazione fosse quella dell'astensione totale dai rapporti sessuali.
La storia del cristianesimo si è dipanata sul folle assioma che è la
parola e non la carne a far sopravvivere l'uomo.
Nei vangeli, alcuni dei quali solo più tardi sono stati dichiarati
apocrifi, si leggono frasi del genere: "Infelici le donne che sono
incinte e quelle che allattano in questi giorni"; "la morte regnerà
per tutto il tempo in cui voi, donne, porterete dei figli"; "Benedetto
è il ventre che non ha mai concepito e il seno che non ha mai
allattato".
Ci furono delle sette, quelle degli gnostici, che hanno preso alla
lettera il rifiuto della sessualità e spesso adottavano la
castrazione volontaria.
La teoria spesso rasentava pericolosamente la follia e l'ortodossia
cristiana faceva equilibrismi incredibili per barcamenarsi, senza
staccarsi troppo dal vivere concreto dei fedeli, che non avevano
comportamenti granché diversi da quelli degli ebrei e dei pagani.
All'interno del magma cristiano, sette contrapposte cozzavano armate
di contrapposte teorie: avere ragionevolmente accesso ai rapporti
carnali oppure avere una vita rigorosamente casta per poter accedere
al Regno di Dio.
La verità è che in ogni epoca, se si comprime la vera natura
dell'uomo, vengono fuori comportamenti mostruosi (argomento preti
pedofili docet).
Anche nei primi secoli della chiesa, a carico dei fautori della
castità assoluta, si riferivano comportamenti orribili.
Ireneo, a proposito dei discepoli di Valentino, riferisce che essi
"praticavano la fornicazione e l'adulterio, seducevano spesso le donne
alle quali insegnavano e, vivendo insieme come fratelli e sorelle,
ingravidavano spesso le sorelle".
Clemente scrive: "Ce ne sono alcuni che chiamano Afrodite Pandemia -
cioé l'amore fisico - una comunione mistica... Essi hanno commesso il
sacrilegio di dare il nome di comunione a qualsiasi relazione
sessuale... Questi uomini tre volte scellerati trattano i rapporti
sessuali e carnali come miti sacri e credono ch'essi conducano al
regno di Dio".
Per diciotto secoli la chiesa ha rifiutato di ammettere l'amore umano,
se non orribilmente sfigurato. L'attrazione sessuale veniva
semplicemente definita una trama di Satana e neppure lontanamente
poteva costituire una legittimazione del legame coniugale. La pulsione
sessuale è dunque pura concupiscenza.
Fin dal XII secolo i teologi raccomandavano ai confessori di
accertarsi se "il marito vorrebbe aver commercio con sua moglie anche
se non fosse sua moglie". (Perversione della teologia!). Se sì, egli è
colpevole di concupiscenza e quindi è in pieno peccato mortale.
Dopo questo infinito retroterra ideologico, come fa la chiesa a
rifarsi una verginità e ad accreditarsi un magistero morale credibile
per la sessualità nei nostri giorni?
La sua è pura preoccupazione di non essere messa completamente
nell'angolo dalla modernità.

Ci si è messo molto tempo (siamo arrivati ai giorni nostri) perché qualcuno di autorevole del mondo cristiano, abbia sostenuto che la sessualità, essendo anch'essa opera di Dio, non può che essere buona nella sua essenza, anche se si deve esplicare con modalità controllate.
Molto timidamente qualche teologo ha sostenuto che, rimanendo fermo l'assunto che la sessualità si giustifica unicamente con la procreazione, forse una piccola concessione al piacere degli individui bisognava farla, sempre con infinite cautele.
A parole qualche studioso cristiano ha affermato che la sessualità, essendo dono di Dio, deve essere usata dall'uomo in maniera del tutto libera al fine di raggiungere quella pienezza di vita che il Creatore gli ha destinato.
Nei fatti tale assunto comporta il rischio che, se la libertà dell'uomo è così piena, il concetto di peccato perda la sua principale ragion d'essere.
Il clero ha sempre avuto un ruolo di consigliere, ma che oggi, in materia sessuale, appare arduo senza un profondo ripensamento dei principi fondamentali legati alla bibbia.
Il clero, nei confronti della sicurezza della scienza, si sente incerto in questo campo e comprende la necessità di dover fare ancora molti progressi in materia.
L'aiuto del sacerdote in questioni gravi in cui entrano in gioco i sentimenti esplosivi (amore, odio, desiderio d'indipendenza) è un impegno molto gravoso (per l'uomo tarpato dal celibato e dalla castità).
Personalmente ho avuto più di una volta l'esperienza del prete che ha consigliato la donna di chiudere la terapia con il sessuologo o con lo psicologo, per intraprendere un "percorso" con lui stesso. Non so onestamente quante garanzie ci possano essere di tenere davvero la barra dritta verso il futuro, in tal genere di "percorso".
Un pastore oggettivamente imperniato su una sessualità sempre in bilico sul peccato, non so con quanta padronanza si possa muovere tra flutti, spesso tutt'altro che di ordinaria amministrazione.
Siamo alle prese con autentiche armi a doppio taglio, in cui non ci sono concetti lapalissiani come: anche il verduraio mangia la verdura.
Il potere distruttivo della sessualità si sostanzia nel fatto che essa si situa al centro della personalità.Se vogliamo scherzare diciamo: esistono i maschi, le femmine e i puffi. Se vogliamo essere seri va affermato che ogni tentativo di negare o minimizzare la sessualità di qualsivoglia individuo, equivale ad innescare terribili deflagrazioni.
Ogni prete o suora, comunque impegnati sul fronte degli altri, non può eludere la crucialità dell'esigenza di trovare una vera armonia tra la propria missione e la propria mascolinità o femminilità. Se tale necessità produce solo una povera menzogna, non si va da nessuna parte.
Soltanto un essere umano tranquillo e in pace con se stesso, può essere davvero amico delle cose del sesso. Una povera persona costretta a dire sempre dei no difensivi, resta sempre tale, anche se ricopre un alto ruolo gerarchico. Dire sempre no alle pratiche anticoncezionali, no alla masturbazione, no al sesso prematrimoniale ("Fa arrivare tardi alla cerimonia", ha detto Woody Allen), non è possibile poiché la sessualità si sostanzia di grandi e sonore "trasgressioni".

Se un credente si vuole innovare in materia sessuale, deve capitolare su tutta la linea. Deve dire: tutto è lecito purché non si faccia del male al prossimo. Altrimenti è solo propaganda, ossia aria fritta.
Se la bibbia è andata davvero oltre nella sua concezione della sessualità in modo che il dato prevalente è stato quello della sessuofobia e del negativismo, vuol dire che nel corso dei tempi non si è mai preso in considerazione la necessità di rinnovare l'interpretazione dei testi, alla luce di nuove acquisizioni culturali.
Se sant'Agostino, san Girolamo, Tertulliano, san Paolo hanno sostenuto che la repressione degli istinti fosse meritoria agli occhi di Dio, nessun credente di oggi può pensare la stessa cosa.
Comunque sbaglierebbe chi credesse che nelle epoche pregresse ci sia stata pedissequa accettazione della visione puritana. In un sermone pronunciato nel 1620, Thomas Gataker sosteneva che non era giusto dipingere il cristianesimo come orientato ad avversare le gioie della vita: "Abbracciare una via che è al servizio di Cristo non significa dare eterno addio a ogni gioia e allegria e non è affatto vero che nel regno di Cristo vi siano soltanto sospiri e lamenti, digiuni e preghiere: nel regno di Cristo, nella sua Dimora e luogo di feste e sposalizi, vi si beve vino e si gode e si gioisce anche al cospetto di Cristo".
Un altro celebre puritano, William Gouge, sostiene che l'unione carnale "è una delle particolarità più appropriate ed essenziali del matrimonio e non bisogna disapprovare le manifestazioni di tenero affetto".
Tuttavia è innegabile che, al di là del buon senso che è difficile abolire se si vuole conservare l'equilibrio mentale, il puritanesimo ha determinato un'assurda congiura del silenzio sulla sessualità, che ha trovato il culmine nell'età vittoriana.
Oggi siamo usciti da tali secche, da quel folle silenzio, e forse paghiamo il passato con taluni eccessi di sessismo, e di sessualità superficialmente usata nella spettacolo e nella pubblicità.
Ma oggi tutto il negativo sul versante della sessualità (malattie, deviazioni, tragedie, disorientamento) va detto che affonda le radici nel nostro torbido passato moralistico.
Certo oggi possiamo essere molto più ottimisti, perché la religione ha dovuto fare un deciso passo indietro e non ci tiranneggia più, e al nostro fianco c'è la scienza.
Nonostante ciò paghiamo ancora alti prezzi per le follie moralistiche del passato: siamo vittime di una dicotomia in cui tutto si divide in "buono" e "cattivo".
Ci sono le donne buone (oculate amministratrici delle proprie concessioni sessuali) e le donne cattive (una volta nei bordelli, oggi direttamente fruibili con una semplice chiamata telefonica).
Si è diffusa in tutti i settori una concezione falsa e romanzata del sentimento amoroso, e siccome si è battuto fino all'inverosimile che il matrimonio è la sola legittimazione dell'esercizio sessuale, ci ritroviamo un istituto matrimoniale in crisi, che ha molteplici falle.
L'affermazione della libera scelta del partner matrimoniale e sessuale, sebbene abbia promosso la personalità umana e il primato dell'individuo, ha creato non pochi problemi in relazione al fatto che in un tempo di grande "analfabetismo" dei sentimenti, si è puntato quasi esclusivamente sul sentimento che, qualora venga a mancare, determina l'asfissia dell'unione.
Chi si incaricherà della crescita personale degli individui, chiamati a una scelta quasi inappellabile?
La famiglia, sballottata dalla necessità di mettere insieme il pranzo con la cena? La scuola, che come ognuno vede ha perso ogni legittimazione a fornire il "viatico" culturale? La categoria degli psicologi, che sono novantanove per cento supponenza e uno per cento reale capacità? I sacerdoti o le suore, costretti sulla difensiva per dissimulare una "incompletezza" che appare palese anche a un cieco? Lo spettacolo sotto tutte le forme, che deve rispondere esclusivamente all'idolo dell'"audience"?
Dice Arlette Lebigre, in una analisi storica della nozione di divorzio: "La curva dei divorzi, sempre in aumento, ha raggiunto quella del 1793: uno ogni tre matrimoni a Parigi, uno ogni cinque in provincia. Il dato più importante tuttavia non è qui; è nel fatto che la curva dei matrimoni non smette di scendere: sono già 100.000 in meno rispetto al 1970. La convivenza, giovanile o no, è forse l'avvenire del matrimonio? Ma allora, perché divorziare il giorno in cui tutti diranno, come nella canzone di Brassens: 'Ho l'onore di non chiedere la tua mano'?".

 
 
   
    Felix Vallotton

Donna con cappello nero
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22) IL RINASCIMENTO FU RINASCITA ANCHE PER IL SESSO

La rivoluzione intellettuale compiutasi in Italia e nell'Europa
occidentale che va sotto il nome di Rinascimento, significò una
profonda riscossa rispetto a secoli e secoli di torpore fatalistico in
attesa dell'aldilà.
Siamo nel quindicesimo e sedicesimo secolo e il risveglio artistico e
culturale partito da Firenze divampa con la forza di un fuoco
liberatore. E' come se lo sguardo umano si riaprisse sulla bellezza
della vita e della natura.
Il sesso, che il cristianesimo aveva voluto cancellare, riprende a
poco a poco il proprio spazio naturale. Il "Decameron" di Boccaccio,
che la chiesa pur volendolo non aveva osato censurare, rimetteva in
primo piano la vita vera e il corpo umano. Dice Boccaccio: "La natura,
che non crea niente senza scopo, ci ha dato queste parti nobili perché
noi se ne faccia buon uso e non le si trascuri".
Giulio Romano, l'allievo prediletto di Raffaello, sembra raccogliere
l'esortazione di Boccaccio e coraggiosamente la porta alle estreme
conseguenze. Con un geniale senso per le forme del corpo umano disegna
sedici posizioni dell'accoppiamento sessuale e con l'aiuto di
Marcantonio Raimondi ne fa delle incisioni.
La penna mordente dell'Aretino le illustra e le commenta. Lo stesso
Aretino, in una lettera a Battista Zotti, cerca di dissimularsi la
gravità delle conseguenze che ne avrà, insieme a Romano e a Raimondi.
"Non si devono nascondere quegli organi che hanno generato tante belle
creature, donne e bambini, con un brandello di seta. Sarebbe meglio
nascondere le mani che giocano il nostro denaro, fan falsi giuramenti,
prestano denaro a interesse da usurai, torturano l'asino, feriscono ed
uccidono".
Tali parole non servirono certo a frenare l'ira del papa Clemente VII,
che ordinò la distruzione dell'opera oscena e la cattura dei tre
furfanti, che prontamente fuggirono da Roma. Solo Raimondi fu preso e
gettato in una prigione.
In esilio a Venezia, Pietro Aretino pubblica i "Ragionamenti".
L'Aretino era davvero uno spirito moderno dotato di scetticismo e
ironia, e anche di un grande cinismo ed opportunismo. Nella Roma in
cui aveva cercato di accreditarsi negli ambienti dei potenti, lo si
poteva trovare un giorno in Vaticano e il giorno dopo nei quartieri
frequentati dalle prostitute.
Girovagando per l'Italia frequentò i palazzi di Venezia e le taverne
di Perugia: era perfettamente a suo agio sia nei saloni dei nobili sia
nei bassifondi.
Letterato geniale, alla fine della sua esistenza si era fatto una
solida fama europea di poeta licenzioso, di cortigiano brillante e di
inguaribile donnaiolo. Nella "Cortigiana" fornì un preciso ritratto
della Roma papale, con il suo pullulante mondo di aspiranti
cortigiani, signorotti vanesi, servi infidi, losche mezzane, mariti
cornuti e mogli adultere.
Avendo scelto il registro della commedia, riusciva sempre a far
sorridere anche dove non c'era tanto da ridere. Era mordace con tutti i
ceti, con i potenti e con la gente di bassa estrazione. Non perdonava
il ridicolo a nessuno.
Con un sesto senso per le cose del sesso, nei "Ragionamenti" raggiunse
una grande libertà di linguaggio nel descrivere minuziosamente la vita
erotica delle monache, delle maritate e delle puttane.
Sebbene spregiudicato, Pietro Aretino mostra sempre una grande onestà
intellettuale, che lo avvicina molto alla mentalità contemporanea.
Egli è un vero psicologo ante-litteram, che sa sempre cogliere la vera
indole dell'essere umano.
Di se stesso dice: "Da quando ho un tetto sotto cui stare, mi pare che
ogni sera il mio letto lanci un appello verso un corpo di donna".
Egli coglie la vera natura dell'erotismo. Dice: "Come è vicino il
delitto al piacere dei sensi! Basta che Lucia mi parli del suo
assassinio e io mi eccito come se il mio sangue si tramutasse in vino
potente".
Del matrimonio vede tutti gli aspetti punitivi: "L'inferno si vendica
della redenzione facendo della coabitazione legale un deserto di noia".
Non per questo simpatizza con le donne adultere e spiritosamente
osserva: "Chi pianta corna non raccoglie olive".
In più d'una occasione mostra di avere una propensione per le monache,
che colloca ai livelli alti del potere eccitatorio.
Una monaca che era stata a letto con lui, rosa dal rimorso, si fa in
seguito flagellare da una certa Anna. L'Aretino si identifica con
quest'ultima e causticamente commenta: "Che strana catena: la notte
dell'Aretino, il castigo della monaca, il piacere di Anna".
I contenuti libertini del pensiero dell'Aretino si stemperano in una
indubbia saggezza: "L'amore non è null'altro che una febbre che
travaglia la bestia umana. Tutti gli uomini diventano buffoni nelle
mani di questo tradimento perpetuo che si chiama donna".
Un altra prova della saggezza di Pietro Aretino la evinciamo da un
passo di una lettera che egli inviò a Francesco I dopo la disfatta di
Pavia: "Ogni vittoria è la rovina di chi la conquista e la salvezza di
colui che perde, poiché, accecato dall'insolenza del suo orgoglio, il
vincitore dimentica Dio e non si ricorda più che di se stesso, mentre
il vinto, ridotto all'umiltà, dimentica se stesso per non ricordarsi
altro che di Dio".
Soltanto per questa frase, pervasa da tanti sottintesi, l'Aretino
meriterebbe di essere collocato tra i Grandi!

L'opera di Giulio Romano è ricca di tanta bellezza, non ultima quella
di voler restituire al corpo umano il ruolo estetico che gli compete.
Il Rinascimento segna la rivalutazione del nudo ed afferma una forte gioia
di vivere, ma si ferma alle soglie della rappresentazione dell'atto
sessuale, di volta in volta espresso dagli elementi mitologici del
Serpente, del Cigno o del Toro.
Romano ha tra l'altro il merito di aver tentato di varcare
quell'invalicabile confine.
Un altro superamento dell'interdetto aveva consentito allo studio
dell'anatomia umana enormi progressi. La dissezione dei cadaveri
(ferocemente avversata dalla chiesa) consentiva finalmente di vedere
cosa c'era sotto la pelle.
I quaderni d'anatomia di Leonardo da Vinci svelano i misteri della
struttura del corpo di cui si avvarrà grandemente da una parte
l'arte, e dall'altra la scienza medica.
Dall'unione di questi due capisaldi, arte e medicina, nasce la
chirurgia estetica. Gaspare Tagliacozzi, nella sua "De curtorum
chirurgia" del 1597, delinea i principi dell'innesto epidermico;
Agnolo Firenzuola, oltre ad aver tradotto "L'asino d'oro" di Apuleio,
scrive un vero e proprio manuale delle cure estetiche, "Della bellezza
delle donne", in cui sottolinea l'importanza del trucco quale
correttore della natura.
La moda comincia ad avere un importante ruolo sociale in quanto esalta
la bellezza e l'erotismo femminile.
Da Venezia partì la moda di liberare i seni, nudi e truccati al pari
del viso: era il celebre "espoitrinement", che si estese rapidamente
nelle capitali europee.
Il recupero di un paganesimo delle forme fu essenziale per ridare alla
donna un ruolo precipuo nelle dinamiche della gioia di vivere, e
l'amor cortese si affermò come modello dominante nelle relazioni tra i
sessi.
La figura della Laura di Petrarca, della Beatrice di Dante o della
Vittoria Colonna di Michelangelo (suo devoto amico) affermarono il
prototipo di una nuova sensibilità.
Il genio shakespeariano rilancia la pervasività della tragedia
dell'amore ostacolato di Giulietta e Romeo. Riprende vigore il fascino
delle storie d'amore, come quella di Tristano e Isotta.
L'argomento "amore" occupa sempre più spazio nelle opere letterarie,
dal "Roman de la Rose" all'"Astrée", per arrivare al primo vero
romanzo moderno, "La Princesse de Clèves" di Madame de La Fayette
pubblicato nel 1678.
Finalmente l'amore occupa il posto che gli compete. I figli bastardi
chiamati "figli dell'amore", recuperano dignità rispetto alle epoche
precedenti. Del resto si tratta di una categoria che annovera figure
di massimo rilievo: dopo Boccaccio: Leonardo da Vinci, Giorgione,
l'Aretino, i Borgia.
Il nuovo status della "ragazza madre" promuove una sorta di
matriarcato in cui ai padri è consentito di legittimare o meno la
prole a proprio capriccio.
Per la donna è l'affermarsi del diritto all'amore e alla bellezza,
quale soltanto i greci avevano conosciuto duemila anni prima. E' il
primo passo del lungo cammino verso la parità dei sessi.
Il rispetto della donna lo si comprende dalla considerazione che
l'uomo del Rinascimento aveva per la cortigiana, condizione voluta ed
accettata liberamente, che, come per le antiche etere, significava
cultura, padronanza di sé e sottigliezza di spirito.
Alte vette raggiunse Tullia d'Aragona che tra le tante qualità, ebbe
quella di scrivere il saggio "Dialogo de l'infinità d'amore"; Veronica
Franco fu poetessa raffinata amica di Tintoretto, Enrico III e
Domenico Venier. Donne come Margherita Emiliani, Cornelia Griffo e
Bianca Saraton diedero lustro alla loro epoca e portarono in loro la
preziosa impronta degli uomini che le hanno amate.

Soltanto la civiltà cristiana non ha accordato rispetto alla
cortigiana, bollandola con la stessa abiezione riservata alle comuni
prostitute.
Alle etere greche allude Demostene che dice: "Bisogna aver tre tipi di
donne: le 'etere' per la voluttà dell'anima, le 'palacche' per la
distrazione dei sensi, le 'matrone' perché ci diano dei figli della
nostra razza e perché ci tengano in ordine la casa".
Ad Atene, a Corinto e a Coo sia cortigiane che prostitute erano
tassate allo stesso modo del vino, del legno, dell'orzo e degli affitti.
Analoga tassa fu introdotta da Caligola a Roma dove la prostituzione,
in origine sacra, era divenuta profana, ma dove la distinzione tra
donne "oneste" e donne "galanti" era praticamente scomparsa.
Nell'antica Grecia le cortigiane avevano una chiara funzione sociale.
A Corinto, una di esse, Ermanossa, ha scritto un trattato, giunto fino
a noi, su come orientare verso il divino la voluttà dell'amore fisico.
Le "geishe" giapponesi sono l'equivalente più raffinato delle etere
greche. Per raggiungere tale status l'iniziazione era lunga e
difficile. E' il motivo per cui l'educazione a questo scopo iniziava
fin dalla prima infanzia.
La geisha deve saper cantare, ballare, suonare, partecipare a feste e
cerimonie, preparare il tè, vestirsi in modo distinto, disporre con
arte i fiori nei vasi. Esse suonano uno strumento musicale chiamato
"shamisen"; recitano poesie sottili, fragili e delicate. Si incarnava
così la realtà della congiunzione tra la finezza di spirito e
l'erotismo, proprio tutto l'opposto della brutalità di cui la civiltà
cristiana diede prova fin dalle origini.
Fu l'ex cortigiana Teodora, che aveva sposato a Bisanzio l'imperatore
Giustiniano, che prese a perseguitare ferocemente le sue compagne di un tempo.
Immemori dell'indulgenza di Gesù per Maria Maddalena, nel medioevo, ad
ogni epidemia di peste o in occasione di carestie o di grandi sventure
collettive, si scatenava la rabbia verso le prostitute che venivano
uccise o bandite, per placare la collera celeste.
Gira gira, da inguaribile misogino, Dio, da Eva in poi, andava in
collera sempre per colpa delle donne, che per questo a cadenze
periodiche incorrevano in persecuzioni.
Sulle prostitute ogni buon devoto esercitava la propria aggressività.
A Roma, al tempo di Paolo IV, i giovani nobili usavano incendiare le
case chiuse in cui in precedenza avevano fatto i loro comodi.
A Tolosa, le prostitute che osavano mettere piede in un convento
venivano immediatamente impiccate. A Beaucaire ogni anno si
organizzava una simpatica festa in cui in un ippodromo si facevano
correre le donne nude fino allo stremo delle forze (quando si dice la
carità cristiana). A Mantova se una ragazza di vita toccava un
qualsiasi oggetto in una bancarella di mercato, la si costringeva ad
acquistarlo a causa dell'impurità che gli aveva trasmesso.
Un po' dovunque, la prostituta che si muoveva nei contesti sociali era
costretta ad appendersi al collo una campanella come fosse una lebbrosa.
Nonostante tutte le persecuzioni, però, la civiltà cristiana non seppe fare
a meno delle prostitute.
I crociati si portarono al seguito oltre tredicimila cortigiane e a
Bruges, il dittatore Guillaume de Juliers le incluse nel suo seguito
più intimo.
La chiesa, che ha sempre cercato di mettere la croce su ogni cosa, le
obbligava ad abitare nelle vicinanze dei luoghi di culto in modo da
poter assistere frequentemente alle funzioni religiose.
Ci fu un periodo in cui i superiori e le superiori dei conventi più
ricchi, diventarono proprietari e controllori di bordelli e per darsi
una legittimazione fondarono le "case delle Maddalene" per la
redenzione delle peccatrici pentite (in genere a causa dell'età).
Durante il Rinascimento la situazione, perlomeno in Italia, mutò considerevolmente. Abbiamo già accennato ad alcune cortigiane che assursero a un rango sociale brillante. Nonostante tali esempi il Rinascimento con il suo fruttuoso spirito di recupero della classicità greca e romana, non riuscì a sovvertire il puritanesimo cristiano.
In tal modo la dicotomia perversa e dissociata di comportamenti prevalenti e censure moralistiche, si è perpetuata fin quasi ai nostri giorni.
Schopenhauer mostra l'incompletezza della signora occidentale, senza il "pendant" della prostituta.
A tutt'oggi non si riesce a sottrarsi del tutto dalla confusione che ci fa rimbalzare tra l'immagine della donna-angelo e quella della donna-puttana.

Nel Rinascimento l'amore ideale o carnale che sia, assurge a una dimensione più alta da come secoli di bieco moralismo l'aveva ridotto. La passione comincia ad essere un dilemma pieno di fascino. Il vigore della profferta virile e la tenera e docile risposta femminile, finalmente suscitano tutta l'attenzione che meritano.
A poco a poco si affermerà la mentalità dell'anti-Tristano, ossia quella libertina e libera di Don Giovanni. Quando comincia ad allentarsi il tirannico controllo sulle coscienze operato dalla religione, finalmente comincia ad affermarsi la ricerca di nuovi spazi di libertà, sia nella scienza che nell'arte.
Anche il linguaggio e il costume si arricchiscono di nuove possibilità e la monotonia da giaculatoria del moralismo allenta la sua cappa opprimente.
Tutto questo concorre a dare il primato all'individuo, che comincia a poco a poco ad essere il vero gestore della propria coscienza.
La fame di libertà spinge al sovvertimento di antichi apparati. Finalmente la vita dell'uomo comincia a collocarsi sul terreno adatto per la sua estrinsecazione, come successivamente disse Nietzsche: "Al di là del bene e del male".
Lo spirito del Rinascimento promuove una profonda anarchia che non è distruttiva, ma spinge verso la ricerca di equilibri nuovi.
L'arte con la sua forza espressiva rosicchia il terreno su cui è abbarbicata la sclerotica morale.
Nicolò Machiavelli è il profeta dell'uomo nuovo, dell'uomo tipico del Rinascimento: un condottiero, un uomo d'armi o signore.
Basterebbe citare Sigismondo Malatesta che con il suo individualismo e la sua anarchia afferma il superamento di tutte le leggi, divine e umane. Anche Bartolomeo Colleoni e Galeazzo Maria Sforza sono importanti esempi in questo senso.
Un altro celebre condottiero, Werner von Usslingen, porta inciso sulla sua armatura: "Nemico di Dio, della Pietà e della Misericordia".
Sono gli uomini di tal genere, con la loro personalità esclusivamente centrata su loro stessi e con sentimenti feroci sì ma non ambigui, che possono rompere il cortocircuito trascendente e moralistico destinato a svuotare di significato l'esistenza dell'uomo.
La violenza che ha espresso il medioevo aveva il marchio di un'ossessiva insoddisfazione, che aveva bisogno di elevate ragioni per giustificare se stessa.
La violenza del Rinascimento, al contrario, non cerca affatto delle giustificazioni e l'uomo non si vergogna di essere quello che è. La volontà di potenza, così lucidamente rappresentata da Machiavelli, abolisce il senso di colpa con tutte le ricadute sul piano ideologico che ne consegue.
Naturalmente, come in ogni passaggio critico, si creano problemi nuovi che mettono a dura prova le mentalità precedenti.
I condottieri introducono il devastante fenomeno dei soldati di ventura, votati al saccheggio e alle violenze di ogni genere. Le guerre assicurano loro l'impunità e gli eccessi non trovano alcun freno.
E' così che l'aristocrazia della spada, del sangue e della lussuria sprofonda in un'inarrestabile decadenza.
Quello che era il motto: "Honestà e terribilità", da momento di affermazione della volontà e dell'onore, scivola verso la confusione e la decadenza.
La rivolta rinascimentale contro le regole tradizionali suscita inevitabilmente correnti contrarie: il cristianesimo conosce con la Riforma la più profonda frattura della sua storia.
Se Alessandro VI aveva auspicato un papa ereditario, Lutero sovverte ogni regola sposando una ex suora e dando l'assenso al matrimonio poligamo di Filippo d'Assia.
Calvino, cui la moglie era morta prematuramente, va all'eccesso opposto e propugna il celibato a ogni costo. Questo mentre la Dieta francese, per far fronte alle perdite umane della guerra dei trent'anni, legittima la poligamia. Erasmo da Rotterdam definisce la Riforma come "una seconda guerra di Troia, ingaggiata per le donne".
Davvero tutto quello che succede nell'ambito del potere che ruota intorno al cristianesimo è all'insegna della donna (negata) e del sesso (negato).
Intanto fa la sua sontuosa comparsa sulla scena, sua eccellenza il "Treponema pallidum" dell'illustre famiglia delle Spirochete.
Mentre la chiesa cattolica, con il concilio di Trento, cerca di organizzare la controriforma, Enrico VIII, preso da frenesia di divorzio, organizza un ulteriore colpo per Roma, lo scisma della chiesa anglicana.
A dispetto di pochi spiriti che hanno saputo cogliere l'autentico significato del Rinascimento, della Riforma e della Controriforma, la confusione e il disordine irrazionale sono assai diffusi. Soprattutto in campo sessuale, la tirannia moralistica di secoli ha prodotto un delirio erotico pervasivo a tutti i livelli.
Emblematica la corruzione di Roma che riguarda soprattutto i comportamenti quotidiani del clero e delle alte gerarchie. Omosessualità e bestialità più che mai debordano, soprattutto a causa dei disordini sociali provocati dalle guerre. Se i crociati conducevano con sé tredicimila prostitute, successivamente si è toccato il fondo con i soldati italiani del sedicesimo secolo, sotto la guida del duca di Nemours, all'assedio di Lione, che portavano al seguito un gregge di ben duemila capre, con la funzione di "petites-amies", coperte di gualdrappe di velluto verde con i galloni d'oro.
Gli argini che il concilio di Trento tenta di porre sono una cura che ben presto si rivelerà peggiore del male: nuove ondate di vuoto moralismo.
Si riafferma l'indissolubilità del matrimonio sottolineandone la natura sacramentale.
Il voto di castità dei monaci reso tassativo produce solo un aumento della dissimulazione e dell'ipocrisia.
Nell'arte si dichiara la guerra al nudo sotto qualunque forma: così si rinverdisce una sempreverde ossessione religiosa.
Il lavoro di Michelangelo alla Cappella Sistina è accompagnato dai fulmini censori ecclesiastici, ma per fortuna il papa Paolo III fa sì che il lavoro del "Giudizio Universale" possa procedere essendo stato iniziato già da diversi anni. Ma il successore, Giulio III, che riaprì il concilio di Trento, era determinato a distruggere gli affreschi. A lui uno stizzito Buonarroti mandò a dire: "Cambi pure il mondo secondo i suoi desideri, io poi glielo dipingerò tale e quale".
Fu allora che per fortuna prevalse l'idea del compromesso: chiamare Daniele da Volterra, che per i ritocchi che operò si guadagnò sul campo il nomignolo di "Braghettone".
Non sempre andò così bene per le opere d'arte e per lo stesso Michelangelo. Una sua opera, "Leda e il cigno", donata a Francesco I dal duca di Ferrara, fu ritenuta scandalosa dai bigotti e in un primo tempo sottratta alla vista di tutti. Successivamente il quadro fu bruciato da un ministro di Luigi XIII, a cui spetterebbe, al pari di ogni moralista che si rispetti, il massimo premio per la stupidità.

 
 
   
    Felice Casorati

Le signorine
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23) PERCHE' IL SESSO DELLE DONNE E' STATO UN TABU'

Più della metà del genere umano possiede un organo sessuale chiamato
vulva. Eppure l'uomo bianco occidentale, più o meno pervaso dei miti
giudaico-cristiani, è ancora alle prese con una grande perplessità: il
sesso femminile non è uno dei due sessi, ma qualcosa di diverso, di
misterioso.
Per oltre venti secoli le arti plastiche occidentali non hanno osato
rappresentare il sesso femminile, nei suoi semplici connotati
distintivi. Spesso omesso o comunque sempre velato o falsificato,
molto raramente l'organo sessuale della donna è stato mostrato a
differenza di quello dei maschi.
Il pelo pubico, di solito abbondante nella donna bianca, non ha mai
avuto il minimo accenno nell'arte classica.
Cosa diversa si è verificata nelle civiltà extra-occidentali e
nell'arte che ha preceduto l'epoca greca classica.
Numerosi esempi preistorici, egizi, micenei, indiani, africani ci
mostrano la naturalezza della rappresentazione genitale femminile.
Di fronte a un secolare interdetto dobbiamo dire che il cristianesimo,
sebbene responsabile in modo preminente, ha avuto nella civiltà greca
un complice inopinato nell'instaurazione di quella censura sistematica.
La civiltà greca per prima ha propugnato la libertà del corpo e dello
spirito. Soprattutto la scultura greca è un inno al corpo umano e alle
sue forme, con un trionfo del sesso femminile rappresentato da giovani
nude e belle.
Tale libera esplosione di forme ha l'incomprensibile corrispettivo
nella totale obliterazione genitale: non c'è alcun segno di apertura o
di apparato pilifero. La stessa Venere, la dea dell'amore, non reca
mai alcun segno della propria peculiarità femminile.
Dobbiamo riconoscere che, nella civiltà greca, esiste una
dissociazione tra la libera espressione corporea e la totale censura
genitale.
Non capiremmo tale dicotomia se non riflettiamo sulle caratteristiche
del pensiero greco basato sulla parola, sul "logos".
Il termine "logos" è la pietra di fondamenta della logica, che informa
la nostra civiltà occidentale.
La logica greca (che è assai diversa da quella dei nostri giorni
basata sulla ricchezza dei dati) si fondava sul buonsenso e tendeva a
semplificare, poiché la semplicità aumentava la chiarezza. La
preoccupazione del "logos" greco era l'origine, la collocazione di
ciascuna cosa al suo proprio posto.
In tal senso si capisce bene la preoccupazione di eliminare una vulva,
che avrebbe senza dubbio "complicato", e complicare non si doveva, pena
il rischio di smarrire i "ragionamenti semplici".
Da Eraclito a Socrate, da Pitagora a Epicuro la preoccupazione è
sempre quella: difendere la semplicità del reale, che sola può rendere
comprensibile l'intero universo.
Il pensiero socratico, quello della maieutica, si basava sulla fiducia
che attraverso il "logos" si può giungere alla comprensione di tutto.

La scienza del ragionamento, che è alla base di una scienza esatta
come la geometria, informa anche la comprensione della morfologia
umana e dunque il canone estetico. I rapporti tra ogni parte del corpo
e l'insieme del corpo, rientra pienamente nelle nozioni geometriche
semplici e dunque in grado di riferirsi all'universale.
Dunque dal piccolo al grande, dalla curva di un seno alla collocazione
delle stelle, ogni elemento risponde ai procedimenti logici della
geometria.
Tale modo di pensare presenta alcuni gravi difetti.
In primo luogo il nominalismo, ossia l'idea che nulla può essere
conosciuto se prima non viene nominato. Ne consegue che la conoscenza
del mondo deriva da processi di ragionamenti, piuttosto che da
esperimenti ed esperienze sensibili. Tutti i non-senso dei sofisti
derivano da questa cieca fiducia nel "logos".
Rilanciare sempre all'esterno e non interrogare mai le cose
dall'interno, ha portato alla rappresentazione delle sventure degli
eroi esclusivamente sotto l'ottica del destino e mai con
l'introspezione obiettiva dei sentimenti.
Aristofane ricopre di sarcasmo Euripide poiché questi tenta di entrare
nella psicologia dei personaggi. Vi è il disgusto per l'introspezione,
per il guardare dentro, prova ne sia la totale ripulsa per la
dissezione dei cadaveri, a cui farà eccezione Aristotele con il suo
"Trattato anatomico".
Il pensiero greco, nel tentativo di comprendere l'universale, finisce
per universalizzare tutto. L'impostazione tendente alla semplicità,
essendo rigidamente applicata, approda invariabilmente a conclusioni
semplicistiche.
La filosofia greca non prende minimamente in considerazione che la
verità possa essere complessa.
Se per malaugurata ipotesi il pensiero umano si fosse affezionato
troppo all'assioma della semplicità, la scienza non sarebbe neppure
nata.
Anche l'asservimento dell'etica e dell'estetica al "logos" ha avuto
gravi conseguenze. Si è finito per svuotare di importanza i moti
affettivi e le evidenze biologiche.
Sul piano dell'estetica del corpo della donna, per esempio, si ha
assurdamente la prevalenza del canone formalistico sull'oggettività
dell'anatomia.
La rappresentazione dei concetti universali finisce per prevaricare
del tutto l'oggettività del particolare. In tal modo l'armonia dei
corpi umani risulta essere più di carattere geometrico che di evidenza
anatomica. Perciò non ha senso criticare le misure della Venere di Milo.
La prevalenza geometrica fa sì che le immagini risultino stereotipate
e le statue scolpite finiscano per avere poca variazione tra loro, in
un incarnato corporeo e in una fisionomia del viso sostanzialmente
sovrapponibili.
Ecco il perché nell'arte greca il ritratto non esiste quasi,
interamente fagocitato dall'universalità delle forme.

La civiltà greca non è stata affatto sessuofobica. Non aveva tabù di
linguaggio né remore nella pratica del nudo.
Se prendiamo le commedie e la poesia notiamo un'espressione totalmente
libera per ciò che riguarda l'amore carnale. Non ci sono perifrasi per
indicare gli organi e gli atti sessuali, ma li si nomina semplicemente
con terminologia corrente.
Dopo la predominanza cristiana, nessun drammaturgo occidentale ha
mostrato altrettanta libertà linguistica. Nei nostri teatri,
Aristofane non potrebbe essere rappresentato in una traduzione
letterale dei testi, che ci risulterebbero troppo crudi e volgari.
Per esempio nella "Lisistrata" si parla apertamente di pene, vulva e
clitoride e la nostra tradizionale sensibilità non potrebbe accogliere
tale schiettezza.
Fin dalla antichità in Grecia c'era la pratica del
nudo integrale nei contesti pubblici e questo per entrambi i sessi.
E' risaputo che le gare olimpiche vedevano atleti competere senza
vestiti ed anche i normali esercizi ginnici e il bagno pubblico erano
l'occasione per la gioventù di denudarsi senza alcuna remora.
L'organo sessuale maschile, il fallo, è ubiquamente rappresentato e
fatto oggetto di onore per diversi motivi. Il fallo viene scolpito e
dipinto, ed esposto in ogni dove.
Se ne fanno amuleti portafortuna che si indossano costantemente.
Il dio Priapo è il protettore della fertilità dei campi e dipinto di
rosso funge da pietra miliare o da spauracchio per i ladri. E' un
simbolo religioso molto venerato dalle ragazze, che lo portano in
processione, considerando un privilegio poter portare in spalla quel
simbolo fallico al pari di ciò che avviene nelle nostre processioni
del santo patrono.
Le statue maschili sono dotate di tutti gli attributi virili: pene e
apparato pilifero. Il fallo e lo scroto, lungi dallo scandalizzare i
greci, sono rappresentati con compiacimento. Il motivo va ricercato
nella morfologia di quegli organi che perfettamente si apparentano
alle figure geometriche elementari.
Al pari dei seni femminili, il fallo e lo scroto hanno le doti
dell'estroversione e della palpabilità, e anche i peli circostanti
riposano su terreno sicuro.
Le statue femminili risultano sempre prive di organi genitali. Non c'è
il minimo accenno a una fessura o alla peluria pubica: tutto liscio
senza il minimo rilievo.
Palesemente l'organo sessuale femminile non ha diritto di cittadinanza
nel mondo della rappresentazione artistica.
Il motivo l'abbiamo già detto in precedenza: la vulva non è semplice
ed è introflessa. Non si presta affatto alla comparazione geometrica,
e dunque non si presta all'elaborazione da parte del "logos".
Perché il sesso femminile sia aperto e leggibile occorre una posizione
particolare della donna a cui solo l'amante può avere accesso.
Il maschio in tal modo può elaborare l'oggetto pudendo solo mentalmente per conto proprio, ma non lo può esplicitare nella rappresentazione artistica.
Di tutti gli organi del corpo umano, la vulva è il più inafferrabile e
complesso, a causa delle sue anfrattuosità.
I numerosi paragoni poetici sottolineano tale natura criptica che
richiama il mistero, ma anche l'insidia.
L'immagine della conchiglia (valva=vulva) implica il concetto della
chiusura ermetica oltre la quale si può nascondere la perla, ma anche
il mollusco sfatto.
La configurazione delle pieghe vulvari suggerisce un continuo
ripiegamento su se stessa, che nel plurimo rimando all'oltre esprime
l'impossibilità della catalogazione.
In tanta varietà e rimandi all'oltre ogni donna differisce dall'altra,
molto di più delle differenze fisionomiche espresse dal volto. Ciò è
un dato lapalissiano per ginecologi e sessuologi, ma potrebbe
aggiungere smarrimento e confusione a chi già è molto confuso di suo.
Il mio riferimento non benevolo va alle persone con una rigida
mentalità religiosa.
François Mauriac, uno scrittore cattolico in auge qualche decennio fa,
a proposito del "Riposo del guerriero" di Christiane Rochefort,
scriveva: "Perché dovrebbe interessarci la storia del sesso di una
donna, dato che questo è il punto in cui essa differisce meno dalle
sue simili? O ignobile parola di tre lettere...".
Mauriac, come gli è accaduto spesso, si sbaglia completamente. E poi,
poveretto, tutta quell'angoscia per la semplice parola "con" (fica)!
Il protagonista della "Noia" di Alberto Moravia, al contrario, trova
molto più espressive le linee del sesso della sua amante rispetto a
quelle del volto, banale e insipido.

L'individualismo del sesso femminile è uno dei pilastri del mistero dell'erotismo. Prima di Courbet, nessun artista era riuscito a mostrare in primo piano una vulva con il suo apparato pilifero.
D'altra parte l'abbondante peluria contribuisce al nascondimento e al mistero. Oggi, con la dilagante tendenza alla depilazione genitale, si tende a rendere più facile il contatto, in tutti i sensi, con la vulva.
La rasatura del pelo pubico, in ogni epoca, ha risposto a imperativi di igiene parassitaria. Non dimentichiamo che pulci, piattole e pidocchi erano ubiquitariamente presenti solo pochi lustri fa.
Nell'antica Grecia le donne "oneste" erano solite depilarsi, proprio allo scopo di togliere dall'organo sessuale quel sottinteso di complessità e di mistero. Il mistero riguarda soprattutto il terreno "instabile" da cui nasce il vello pubico femminile, contrariamente alla solidità del terreno maschile.
In altre parole è come se la vegetazione femminile nascondesse la palude, insidiosa per la sua melma e per i suoi miasmi.
Le donne greche che si depilavano lo facevano soprattutto per accattivarsi l'adesione maschile placandone i timori. Depilandosi si otteneva anche il grande vantaggio di mettere a nudo il clitoride, che divenendo più facilmente visibile al maschio ne attraeva la curiosità tattile e la familiarizzazione.
Anche glabra, però, la fessura vulvare non supera l'interdetto della rappresentabilità.
Nelle statue femminili nude, non essendoci il minimo accenno di fessura, si produce un'assoluta ed assurda negazione: quella dell'organo genitale femminile.
A ben pensarci, l'argomento della scarsa geometricità dell'organo, non regge, poiché nella casta posizione eretta si impone la visione del triangolo del monte di Venere, con la sua precisa bisettrice fissurale.
Queste forme vengono ricordate da vicino anche da due lettere dell'alfabeto greco: delta e pi greco.
A dispetto del preciso richiamo geometrico si ha la totale obliterazione sia del monte di Venere sia della fessura labiale. Dunque non è questione di geometria bensì di allontanamento di un inquietante mistero che non ci si sente sicuri di affrontare.
Così si è optato per la mera espunzione della vulva, proprio come successivamente ha fatto il cristianesimo.
Dice Georges Valesin: "Il vello femminile non ha alcuna ragione di essere trattato diversamente dalla barba di Giove o dai riccioli del pastore: c'è tuttavia una ragione della differenza che in pratica esiste: Giove e il pastore sono uomini!".
Si giunge dunque a una falsificazione: poiché il sesso della donna è introflesso viene semplicemente investito dall'irrilevanza e dall'impercettibilità.
Il pensiero greco, come la teologia cristiana, si è bloccato di fronte a un organo del corpo umano, e non riuscendo a ingoiarlo né a sputarlo è restato inebetito in una specie di catalessi.
Il detto di origine greca: "Natura abhorret vacuum" esprime molto bene il senso di tale "impasse".
Due considerazioni vanno fatte di fronte all'inquietudine prodotta dalla vulva: la "profondità" da una parte richiama il mare e dall'altra richiama il mistero della nostra origine. Gustave Courbet, grandissimo artista dall'interessante biografia "ribelle", intitolava la sua celebre vulva: "L'origine del mondo"; e di colpo si è prodotta una grande illuminazione su millenni di buio.

I greci non erano stati grandi navigatori, al contrario dei fenici e dei romani.
Si limitavano a spostamenti da costa a costa e sfuggivano la crociera nei mari aperti. L'elemento liquido, quando si impone in un rapporto troppo a lungo esclusivo, procura grande inquietudine.
I greci hanno inventato l'atletica: corridori, saltatori, lottatori, ma non praticavano per nulla sport nautici. Il nuoto si apprendeva unicamente per cercare la salvezza in caso di naufragio.
Nei poemi omerici ci sono frequenti riferimenti alla profondità vorace ed infida del mare.
Ai greci non sono sfuggite le grandi affinità tra il sesso della donna e gli elementi marini. Tale intima corrispondenza è stata approfondita soprattutto dagli autori della psicoanalisi.
Ferenczi, nel suo saggio "Thalassa", sostiene che negli animali superiori il desiderio maschile è espressione della nostalgia per la vita marina vissuta dai nostri antenati. Il feto, nel periodo della gestazione, realizza totalmente questo ritorno alle origini marine, essendo completamente immerso nelle calme e calde acque dell'amnio.
Anche la donna in amore, secondo Ferenczi, lasciandosi sommergere dai flutti orgastici che portano a una prodigiosa immersione in se stessa, realizza il ritorno all'elemento primario del mare.
Tali suggestioni dello psicoanalista ungherese sottolineano la verità che non è affatto il maschio a "prendere" la femmina, ma è totalmente quest'ultima a costituire il polo attrattivo che innesca l'osmosi sessuale.
Se l'eros femminile attrae vuol dire anche che quella porta d'ingresso può anche "ingoiare" e "perdere".
I fantasmi castratori della "vagina dentata" spiegano con evidenza il panico di certi uomini di fronte allo spettro della "voracità" femminile.
Non è un caso che i mostri marini creati dalla mitologia greca siano tutti di sesso femminile: Cariddi, Scilla, le Sirene.
Anche l'unico occhio del Ciclope, antropofago e vampiro, ha una suggestione vulvare.
Le baccanti, che sono i simboli dionisiaci dello scatenarsi dei sensi, appaiono inquietanti, come dice Comelin: "Gli occhi stralunati, la voce minacciosa, i capelli sparsi sulle spalle nude".
Le baccanti, in più episodi, sono lo strumento della vendetta del loro padrone, Bacco.
Perloppiù nel corso di feste dionisiache, la libido femminile nasconde l'insidia della morte. E i greci rappresentavano la morte come una caverna concava, uguale in tutto all'antro femminile.
Anche gli Inferi sono costituiti da antri, gallerie e pantani che a ogni passo minacciano di inghiottirci.
La parola "baratro", inventata dai greci, esprime perfettamente il concetto, e l'accostamento alla donna non poteva che favorire una svalutazione di quest'ultima.
L'aberrante accoppiamento, concepito dai greci, tra Eros e Thanatos fu ripreso da Freud che ne ha fatto uno dei temi più fertili della psicoanalisi.
Ma anche la psicoanalisi, è bene ricordarlo, ha lanciato il suo sasso nella millenaria lapidazione della donna.

 
 
   
    Christoffer Eckersberg

Donna in piedi di fronte allo specchio
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24) L'ORGASMO E' UN OGGETTO MISTERIOSO

L'orgasmo è il culmine, lo spartiacque conclusivo dell'eccitazione
sessuale. Quando è normale (e abbastanza forte) produce una rapida e
salutare detumescenza, il che vuol dire che il sangue in eccesso
affluito in certe parti del corpo torna a defluire normalmente,
permettendo anche un rilassamento generale dei muscoli.
Benché si tratti di un fenomeno naturale alla portata di tutti (alla
portata di tutte le tasche, starei per dire), l'orgasmo non raramente
può essere fonte di problemi, e non solo per le frigide e per gli
impotenti.
L'orgasmo dell'uomo avviene in maniera più lineare rispetto a quello
della donna. Dopo una fase di mantenimento dell'eccitazione, più o
meno lunga, si ha una rapida impennata del piacere e ci si accorge di
aver superato un "punto di non ritorno", dopo il quale tutto diviene
inesorabile e rapido.
Il fenomeno insopprimibile dell'orgasmo normalmente coincide con il
fenomeno insopprimibile dell'emissione dello sperma. Il piacere è
folgorante alle prime scariche e va rapidamente deperendo alle
successive.
Le ultime eiezioni dello sperma sono prive di sensazioni piacevoli.
Gli orgasmi, prima della pubertà, si verificano "a secco", ma non
raramente si prolungano maggiormente rispetto alle epoche pubere.
Al momento dell'acme orgasmico l'intumescenza è al culmine e la
rigidità peniena non potrebbe essere maggiore. I muscoli del perineo
anteriore, l'elevatore dell'ano, lo sfintere anale sono in contrazione
tonica. Tutto si svolge nello spazio di cinque, dieci secondi. Più è
stata folgorante la rottura delle cateratte orgasmiche più il deflusso
ematico avviene rapidamente.
Nella donna l'orgasmo adulto, pur se orchestrato dal clitoride,
coinvolge anche la vagina.
L'orgasmo femminile risulta più complesso di quello maschile in
ragione della più larga diffusione delle zone del piacere.
Pur essendo unico, l'orgasmo presenta delle caratteristiche di
variabilità peculiare secondo che la sollecitazione si localizzi
esclusivamente sul clitoride, esclusivamente sulla vagina o in
entrambi gli organi simultaneamente.
Oggi appare palese la necessità di abbandonare la vecchia distinzione
tra orgasmo clitorideo e orgasmo vaginale, su cui un tempo si basava
una sorta di classificazione della sessualità di quella singola donna.
Il discorso può essere riassunto nel modo seguente: avendo la donna
più vasti territori erogeni vi può essere una sinergia di
sollecitazioni diverse in modo che l'una (sollecitazione) rinvigorisca
l'altra, determinando convergenze additive.
Tali medesime ragioni spiegano la peculiarità femminile degli orgasmi
plurimi. Nella donna, adeguatamente sollecitata, vi è un
coinvolgimento a macchia d'olio che partendo dai siti erogeni primari,
si allarga a poco a poco al bacino, all'addome, ai seni e dunque a
ogni distretto del corpo dalle dita dei piedi all'attaccatura dei
capelli.
Quando si procede in questo percorso lento e progressivo può succedere
che il corpo intero divenga un'unica zona erogena.
Durante l'orgasmo della donna si producono ripetute contrazioni
cloniche di vari muscoli pelvici. La produzione di liquido
lubrificante è al massimo grado e a volte si assiste a una vera
mareggiata (eiaculazione femminile).
Peculiarità della femmina umana è l'estensione territoriale
dell'interessamento orgasmico e dunque la possibilità di provarne in
successione nel corso dello stesso coito.
Nei due sessi l'orgasmo ha i medesimi fenomeni di base. Le
modificazioni neurovegetative giungono al culmine al momento
dell'orgasmo. Al livello della testa si ha congestione facciale e
scialorrea.
I muscoli striati producono una serie di contrazioni involontarie: il
viso si increspa ed è solcato da tic, la bocca si spalanca e si
contrae come se avesse fame d'aria, la testa oscilla mentre il corpo
si flette.
La laringe emette suoni inarticolati che si approssimano a parole
chiave care al soggetto. La respirazione si rallenta improvvisamente e
quasi si blocca, in espirazione nell'uomo e in inspirazione nella donna.
La posizione particolare del corpo riflette uno spasmo tonico,
differente nei due sessi.
Nell'uomo è convessa in modo da consentire la protrusione del membro
in avanti. Gli arti inferiori sono congiunti, tesi ed irrigiditi.
Spesso appoggiandosi sugli arti superiori, l'uomo contempla la donna
tenendo la schiena concava e spingendo al massimo il pene in avanti a
raggiungere le profondità del corpo femminile.
La posizione tipica della donna è concava, pronta all'avviluppamento
che si realizza più facilmente nella posizione frontale. Le cosce sono
nettamente divaricate, le braccia e le gambe ripiegate sul partner che
essa afferra strettamente con le mani. La schiena si incurva per
accogliere il più possibile l'uomo, il suo membro e il suo seme. C'è
una sorta di risucchio aspirante e cannibalico che espime il massimo
della libido consumatoria.
I coiti da tergo sebbene soddisfino nella donna il desiderio di essere
soggiogata, la disorientano alquanto frustrando il suo bisogno di
afferrare e di stringere il corpo del partner.
Tale bisogno si appunta in questo caso nella foga con cui abbranca gli
oggetti (il cuscino, la testiera del letto).
Anche in occasione di orgasmi senza coito la donna ha un forte bisogno
di contatto con il corpo del compagno (la lettura del "Rapporto Hite"
fornisce mille esempi in tal senso), non fosse altro che una mano da
stringere.

Quello che ha fatto parlare e sparlare poeti e visionari, è la
dimensione psichica dell'orgasmo che potrebbe suggerire a soggetti
predisposti voli di fantasia che portano a stati ultraterreni e
paradisiaci.
Per fortuna è tutto molto terreno, anzi neurologico. E' il nostro
cervello il nostro paradiso, a patto di averne abbastanza per capirlo.
Al riguardo degli stati mentali relativi all'orgasmo, si notano
spiccate differenze in ciascuno dei due partner.
L'uomo, con l'acme del piacere, viene in contatto con una particolare
lucidità e senso di potenza, in relazione al successo della
penetrazione della donna e della sua metamorfosi conseguente.
In nessun momento la donna deflette di più dal suo stato abituale,
rompendo l'organismo le griglie di controllo. Più rigide sono tali
griglie più esplosivo e imprevedibile potrebbe risultare l'orgasmo.
Quando questo decorso non prenda pieghe preoccupanti, l'uomo è
orgoglioso della metamorfosi che si produce.
L'uomo, dopo aver concluso con l'eiaculazione un rapporto ben
condotto, conferma con il suggello indubitabile della
"trasformazione", il suo orgoglio di padrone (momentaneo).
Il sentimento (e la volontà) di potenza dell'uomo durano lo spazio
dell'illusione di aver fatto felice la partner. Ma l'ebbrezza è
effimera: la forza che "trasumana" è un puro miraggio.
La coscienza normale e il trantran quotidiano non tardano a riprendere
il sopravvento.
Solo la consapevolezza di aver reso felice la donna stimata (amata)
riesce a prolungare la particolare atmosfera estatica provata,
costituendo il "post-orgasmo", che se vogliamo è il vero legante che
tiene insieme le coppie.
Quando la donna è poco valutata o addirittura indifferente, l'orgasmo
provato è come un fiore nel deserto che avvizzisce prima ancora che si
abbia il tempo di ammirarlo.
Tante volte l'orgasmo provoca rabbia, ravvisando una sorta d'inganno
(una fregatura) per un qualcosa che si era molto vagheggiato e che
invece si rivela inconsistente.
In tal caso si può applicare il poco incoraggiante detto, attribuito
ad Aristotele: "Post coitum omne animal triste".

Se nell'orgasmo maschile abbiamo ravvisato una sorta di fuoruscita da
se stesso, nella donna si verifica, al contrario, un'implosione,
un'immersione nel proprio essere e nelle proprie viscere.
Se ci riferiamo a un rapporto ben condotto, la donna fa un'operazione
di concentrazione nel punto in cui agisce l'organo sessuale maschile.
La coscienza felicemente si diluisce e si attua nel senso migliore del
termine quanto espresso da un altro motto latino: "Tota mulier in
utero".
Deliziosamente immersa nel proprio elemento vitalistico, la donna
perde totalmente i punti di riferimento con se stessa e con la propria
collocazione temporale e spaziale.
Qualche volta la perdita del controllo si manifesta in modo esplosivo.
Lo smarrimento è come operato da forze misteriose e primordiali e il
rapimento conduce alla nozione di "estasi".
Di fronte a tali sensazioni, la donna poco colta potrebbe essere
indotta a parlare di "assunzione in cielo" e di "esperienza
paradisiaca". La donna più colta forse non userebbe tali espressioni,
ma faticherebbe molto a razionalizzare le sensazioni fisiche
soggettive del proprio organismo.
Palesemente la lucidità dell'autoanalisi potrebbe essere sommersa da un
sentimento di confusione.
Quando avviene, la ricchezza dell'orgasmo femminile basta per colmare
di soddisfazione anche quello più esiguo del compagno.
In questo caso l'uomo gongola in cuor suo e si riempie d'orgoglio per
aver provocato l'apertura di tali cateratte. L'uomo che ha scontato
molto più rapidamente i postumi del suo orgasmo sta lì ad assistere
alla lenta risalita della donna.
Dice Otto Adler: "L'orgasmo dell'uomo precipita come una valanga,
quello della donna si estingue dolcemente".
La ripresa della coscienza è come un lento riemergere dalle profondità
marine, non con le proprie forze ma con quelle cosmiche insite
nell'immensità. In tal senso la nozione di "piccola morte" è
suggestiva pur se può comportare qualche "trappola".
La questione se sia più intenso l'acme voluttuoso femminile o quello
maschile ha poco senso essendo chiaro che il "quantum" energetico
investito non può differire, e le uniche differenze sono sul versante
delle "modalità".
Coloro che hanno familiarità con la mitologia classica sanno che
Tiresia incorse nella terribile punizione dell'accecamento per essersi
imprudentemente pronunciato sulla questione di cui stiamo parlando:
secondo lui Era provava sensazioni nove volte più forti di quelle che
provava Zeus.
A parte la sconsideratezza di "sminuire" il capo dei capi, Tiresia ha
sbagliato per aver buttato lì delle cifre a caso (nove volte di più?!)
esattamente come fanno molti andrologi che sparano cifre su una
materia, la sessuologia, che conoscono assai poco, non avendo alcuna
competenza sul "mentale".
Malgrado una credenza popolare attribuisca alla donna un più intenso
coinvolgimento orgasmico, bisogna precisare che i fatti ci dicono che
generalmente il sesso femminile fa più fatica di quello maschile a
raggiungere l'orgasmo.
Tradizionalmente la donna raggiunge buone "performance" dopo un lungo
periodo di apprendistato.
Una volta tale apprendistato veniva un po' idealizzato, infatti Stekel
dice: "L'orgasmo più intenso può prodursi soltanto se viene raggiunto
lo scopo segreto dell'individuo".
Tanti luoghi comuni sull'orgasmo sono frutto di indebite
generalizzazioni. Se esso facilita a volte la fecondità, vi sono casi
accertati in cui l'ha sfavorita.
L'orgasmo difficoltoso (a cui ho dedicato più d'uno scritto) nei due
sessi ha molteplici cause, ma il punto di riferimento generale può
essere senz'altro ravvisato nell'ansia.
Qualche volta l'orgasmo è asfittico ed insoddisfacente a causa di un
insufficiente coinvolgimento sull'oggetto.
Quella donna o quell'uomo ci devono piacere veramente perché la
scarica orgastica sia forte e coinvolgente.
L'orgasmo poggia, oltre che su meccanismi fisiologici, su una
scommessa di "trasfigurazione", di proiezione verso un polo attrattivo
che abbiamo posto molto in alto, come una costellazione di stelle.
Così, c'è la costellazione di Venere, c'è la costellazione di Marte e
c'è una terza costellazione: quella di Urano.
Una volta con il termine di "uranismo" si intendeva il vasto mondo
dell'omosessualità.
Oggi, per capire la pienezza dell'orgasmo, dobbiamo considerare le
costellazioni che ho detto, e soprattutto il fatto che (nello spazio e
nel tempo) esse possono contrarre tra di loro delle stupefacenti
commistioni.

Certamente non esiste autore che ha dato più enfasi all'orgasmo, di
Wilhelm Reich (1897-1957), psicanalista austriaco che si è nutrito in
ugual misura delle dottrine freudiane e di quella marxista.
Reich probabilmente è stato uno dei tanti visionari del novecento, ma
il fatto di essere morto in una prigione americana gli conferisce un
carisma che richiede il rispetto anche di chi non ha condiviso le sue
idee.
Dopo l'avvento del nazismo si trasferì all'estero e in fine
stabilmente negli Stati Uniti. Seguendo un suo pensiero costante che
metteva in rapporto frustrazione sessuale e oppressione sociale,
ipotizzò l'esistenza dell'"orgone", un'entità fisiologica espressione
energetica dell'organismo.
Su tali impostazioni egli fonda nel 1949 la "Wilhelm Reich Foundation"
e ben presto entra in rotta di collisione con la scienza ufficiale, e
ciò gli procurerà guai giudiziari e anche la prigione.
Prima che potesse essere rimesso in libertà sulla parola, Reich muore
nel penitenziario di Lewisburg, in Pennsylvania, il 3 novembre 1957.
Prima di morire ripeté le parole di Lincoln: "Nessun uomo ha il
diritto di governare un altro uomo senza il suo consenso".
Molte opere di Reich, richiamando contenuti sessuali, furono bruciate
pubblicamente, facendo così un salto indietro di secoli.
La "scienza dell'energia vitale" che Reich aveva messo al centro del
suo sistema, si incentrava sulla sessualità di ciascun individuo.
La diversa concezione della sessualità aveva provocato la rottura tra
Reich e Freud. Il maestro viennese a poco a poco aveva modificato il
pansessualismo iniziale, e Reich aveva visto questo come un
indebolimento della teoria freudiana della libido.
Sembrava a Reich che Freud si fosse piegato a un conformismo borghese
e puritano. La sua delusione fu forte e il suo attacco al maestro
veemente: "Così svirilizzata, privata del suo contenuto sessuale,
simile a una conchiglia vuota, la psicoanalisi subisce la stessa sorte
del marxismo caduto in mano ai socialisti riformisti e alla reazione
staliniana".
Come si vede, l'impostazione di Reich è un attacco frontale alla
società borghese e alla sua morale fatta di bigottismo e di sessuofobia.
Senza mezzi termini accusa Freud di aver "rinnegato" se stesso e la
sua teoria delle nevrosi. Reich avrebbe voluto che la psicoanalisi
cercasse di demolire su basi psicologiche, la religione e l'ideologia
moralistico-sessuale, come avrebbe dovuto fare il marxismo nei
confronti della società capitalistica.
Reich metteva in relazione la repressione sessuale e l'instaurazione
di un ordine sociale concepito per tenere asservito il proletariato.
Avendo con ogni evidenza messo troppa carne a cuocere, ipotizzando un
moto rivoluzionario totalizzante e palingenetico, Reich riscosse la
generale diffidenza e il silenzio attorno a sé.

Quando l'orgasmo, argomento semplice e nel contempo complesso, offre
il destro a una sublimazione che lo collaca all'altezza degli dei,
vuole dire che non stiamo più parlando di un automatismo fisiologico,
ma di una commistione ascendente di elementi affettivo-relazionali.
Quanto tutto questo sia territorio dell'amore e quanto territorio del
sesso, poco importa. Quello che importa è che la coppia per essere
tale deve amalgamarsi in un percorso metaforfosante.
Quando si supera la paura del corpo, del proprio e di quello del
partner, il percorso può iniziare (Che la festa cominci!).
Bisogna superare, uccidere tutte le paure, poiché il fallimento è
sempre in agguato. A volte il fallimento nasce da un'eccessiva attesa,
che non ha saputo convogliare i rivoli iniziali della voluttà in un
corso d'acqua più vigoroso.
L'errore che più spesso fa la coppia è quello di non tenere conto che
la parabola della voluttà non ha un corso identico nei due sessi,
poiché generalmente la donna ha da involgere un filo d'Arianna più
lungo.
Non può che essere l'uomo che si deve adattare alla donna, e la
pretesa che sia il contrario va annoverata tra le cose irrealistiche.
Quando ci sono problemi emotivi è bene che ciascuno si attivi per
conto proprio per risolverli. Ma in materia di orgasmo "a due" bisogna
industriarsi per ritardare e non avere la pretesa assurda di affrettare.
La donna con qualche ascendente nella costellazione della frigidità,
ha il dovere di ridurre in proprio la sua ansia, ma legittimamente
deve pretendere che il compagno faccia un vero sforzo per agevolarle
il percorso.
Sappiamo tutti che in materia di "ars amandi" l'analfabetismo è molto
diffuso e si brilla molto per supponenza e molto poco per reali
capacità.
Il motivo di così diffusa inadeguatezza, a dispetto di una
informazione sessuale diffusa e pervasiva, risiede nei blocchi emotivi
e nella pigrizia mentale.
Quest'ultima ha avuto un inopinato impulso dalla civiltà del
benessere, in cui tutto è già pensato ed organizzato e noi non
dobbiamo più nemmeno allungare la mano, perché qualcuno è pronto con
il cucchiaio per imboccarci.
In tal modo può succedere (mi figuro la vignetta) che la coppia sia a
ridosso di una zuppiera fumante ma alla fine muore di fame poiché
ciascuno dei partner pensa che deve essere l'altro ad imboccarlo.
L'incompetenza nell'ars amandi dipende molto dalla malaugurata
retorica della castità. Millenni di sessuofobia ancora oggi ci induce
a credere che non sia "chic" coinvolgersi nell'inturgidimento
pulsionale. Così, per educazione, si resta costantemente in sospeso,
costantemente a metà strada.
Per quale terribile sortilegio oggi ancora tante ragazze pensano che
sia essenziale arrivare vergini all'altare?
Spesso la donna lamenta un'incompetenza, una insensibilità. In questi
casi si potrebbe essere indotti alla rassegnazione o al pessimismo. E'
fondamentale capire che nelle cose del sesso, come in tantissime altre
cose, siamo "in itinere" e forse dobbiamo ancora farci pervadere dalla
"filosofia" del godimento.
Spesso ci si impantana a causa di una violenza (brutale) subita o a
causa di una violenza (dolce) non subita. Spesso vi è la mancanza di
carezze o l'eccesso della stessa cosa a motivare l'"impasse".
Il sesso deve essere violentemente gentile (o gentilmente violento):
troppa retorica sui fiori forse fa bene solo ai fiorai!
Il misogino Nietzsche diceva: "Se vai da una donna, non dimenticare la
frusta!". Ma, poveretto, egli fa testo su tutto ma su questo no: aveva
sostanzialmente interagito nella sua vita con un'unica donna: sua
sorella. Ma siccome dobbiamo avere molto rispetto per Nietzsche, va
detto che la sua frase adombra qualcosa di vero: guai se nella coppia
il maschio è troppo poco autorevole.
Spesso la donna è "ritardata" dallo spettro di poter provare dolore, e
l'atteggiamento difensivo fa sì che risulti fastidiosa la minima
carezza pubica. Non è infrequente una certa "anaesthesia sexualis",
che interessa la donna ma anche l'uomo.
I motivi possono essere tanti, e con una buona frequenza vi può essere
una omosessualità non riconosciuta.
In effetti, quando i freni moralistici sono troppo presenti e troppo
forti gli stereotipi omofobi, la "negazione" del proprio orientamento
sessuale potrebbe apparire al soggetto una via obbligata.
Se prendiamo le pulsioni omosessuali nella donna, esse potrebbero
essere messe tra parentesi più facilmente di quelle maschili, ma poi
si palesa fortissimo il rifiuto a "sottomettersi" all'uomo, e dobbiamo
dire che negli ultimi decenni frange meno autentiche del movimento
femminista si sono caratterizzate per una mera "lotta all'altro sesso".
Mi vengono in mente tante feroci separazioni coniugali in cui la donna
ha "estromesso" con livore l'uomo, pur dotato di un carattere e di
un'indole positiva.
Per tornare alle femministe, alcune di esse l'orgasmo lo trovavano
facilmente in altri contesti e nei cortei di una volta gridavano in
coro: "Col dito, col dito, orgasmo garantito".

Nemico degli orgasmi è indubbiamente l'idealismo e lo spiritualismo
che favoleggiano sempre di "forma d'amore superiore", quasi ad
intendere che lo sfogo della carne costituisca una forma "inferiore"
d'amore.
Quando c'è tale scissione è sempre un guaio e la difficoltà di
lasciarsi andare (per entrambi i sessi) potrebbe divenire pesante.
La qualità dell'orgasmo può essere valutata sul versante della
permeabilità al fascino.
Che cosa intendo per permeabilità al fascino?
Chi crede che la vita abbia un significato di per sé, e si rintana
dentro il guscio come fa la lumaca, non capirà mai il "fascino".
Al pari della Bella Addormentata non si può sonnecchiare tutto il
tempo, ma bisogna dare le labbra al bacio del Principe che così ti
risveglia.
San Paolo fu folgorato sulla via di Damasco: non è necessario che la
cosa si ripeta ai nostri giorni. Basta molto meno in tempo di
"austerity".
Basta farsi folgorare da una voce, da un sorriso, da una "lacrima sul
viso" che resta il dubbio se sia "pioggia o pianto".
L'importante è non aspettare inerti la morte (che può essere anche
quella di una speranza), ma vivere la nostra "eternità" ogni giorno,
senza frenesie, lasciandoci travolgere dall'emozione delle piccole cose.
Ogni giorno dobbiamo fare un atto di sottomissione all'amore, stando
attenti a non pagare neppure un centesimo alla follia.
Il delitto peggiore è quello di rimanere inerti al fascino!
Bisogna sempre anteporre il fascino e la fascinazione alla
preoccupazione delle convenienze.
Dice Stekel: "Colui che è affascinato si innamora all'improvviso di
colui che lo affascina, perché questi corrisponde al suo ideale. La
cristallizzazione dell'ideale comincia dalla prima infanzia. Il nostro
ideale è un passato proiettato nell'avvenire. L'ideale sconvolge, è
incomprensibile e ardentemente desiderato nello stesso tempo, è il
miracolo che abolisce ogni realtà. Davanti all'immenso valore
passionale di questo amore, ogni critica diventa inefficace. La realtà
si eleva alle altezze del prodigio".
Ogniqualvolta si compie, nell'esplosione orgastica, un processo di
"affinità elettiva", noi riusciamo a segnare un punto nell'incerta
partita della nostra esistenza.
Per vincere davvero bisogna soccombere al fascino irresistibile delle
cose che non si comprano con il denaro. Tale fascino è parte
importante della sensazione di riconoscere se stesso nell'altro.
Qualcuno ha detto: "In fondo si ama solo se stessi". In questo c'è una
fondamentale verità, che però va capita: non puoi amare te stesso se
non ti perdi nell'altro.
Ecco: l'orgasmo è il modo più sublime di perdersi (e ritrovarsi) nell'altro.

 
 
   
    Jean Leon Gerome

Pigmalione e Galatea
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25) IL SESSO NELLE VARIE CULTURE

La terra di Spagna, a causa delle sue peculiarità storiche, ha
ospitato una specie di miracolosa sospensione della grigia mentalità
medioevale in materia di erotismo.
Nel 711 gli arabi arrivarono in Spagna e la pervasero di una diversa
visione dell'amore e della donna, più lirica e più raffinatamente
erotica.
L'apporto arabo costituì, non solo per la Spagna ma alla lunga per
tutto il continente, un vitale scuotimento della rozza piattezza
cristiana imperante nel basso medioevo.
L'orientamento erotico degli arabi si sostanziò in una perpetuazione
morbosa del desiderio, che si traduceva in una immersione quotidiana
in un erotismo inebriante fatto di vino, donne meravigliose e notti
interamente dedicate al piacere.
Fu così che i frigidi precetti cristiani furono scalfiti dalla
mentalità gaudente musulmana e si determinò una tempra diversa
nel modo di pensare e nella cultura spagnola.
Con la riconquista, gli arabi di Spagna persero sì la guerra, ma
vinsero la battaglia amorosa. Il mondo cristiano che gli sopravvive è
impregnato intimamente dello spirito arabo.
Se Don Giovanni è nato in Spagna, certamente fu a causa di tale
fermento che ha avuto la forza di generare quella voglia di ribellione.
Il cavaliere medioevale spagnolo, che odia gli arabi, ma che ha
imparato ad amare la donna moresca, indulge sì allo sfogo salutare
della carne ma non sa cogliere il vero spirito della voluttà, di cui
gli arabi erano maestri.
L'impronta cristiana ha portato allo sfogo "precoce" (rapido e
furtivo) della sessualità, mentre il cavaliere arabo è capace di
assaporare interminabili notti d'amore sotto un cielo stellato sulle
rive del Guadalquivir.
Esposto alla tristezza del "post coitum", il poeta ispanico canta
solo per poco la voluttà dell'alcova, poi invariabilmente declina
verso il misticismo della crisi religiosa.
Egli invariabilmente è deluso dalla donna, che non gli ha dato quello
che si aspettava, e dunque devia sublimando verso il divino.
La retorica devozionale verso la Vergine Maria, nasce così. "Nostra
Dona" per lo spagnolo diviene il simbolo dell'amore puro per la donna,
e ad essa solo si può rivolgere il vero amore del cavaliere, senza
macchia e senza peccato.
Su questo filone ideologico si situano gli esempi "alti" di santa
Teresa e di san Giovanni della Croce, il cui misticismo è pervaso di
una veemenza erotica.
Una figura significativa dell'ambiguità mistico-erotica del medioevo
spagnolo, è Juan Ruiz, arciprete di Hita.
Ecclesiastico dai liberi costumi, finì in prigione per amore. Gran
inseguitore di sottane (femminili), ha norme di buon senso sia per la
donna cristiana che per quella moresca, sia per la delicata cittadina
che per la vigorosa montanara.
L'arciprete di Hita pagò con la prigione la sua schiettezza virile.
Dopo aver amato una giovane novizia, conciliando nella sua coscienza
la condizione di prete con gli impulsi di uomo, si invaghisce di
Garoza, monachella avvenente e candida e alla morte di questa, con il
cuore gonfio di tristezza, si consola con una ballerina araba.
L'arciprete di Hita fu autore di un poema di grande importanza
letteraria, "Libro del Buon Amore", nel quale, nel dibattito diuturno
tra anima e corpo, si difendono con dovizia di storie narrate le
ragioni di quest'ultimo.
Nel capolavoro di Cervantes si esprime la fissazione di un epoca: la
castissima fissazione di Don Chisciotte esprime la condizione
"psichiatrica" del voto di castità in presenza di Dulcinea del Toboso,
vittima della più incredibile "astrazione" amorosa.
Quando, in qualunque contesto, si afferma la naturalità della vita,
trionfano insieme la poesia e l'erotismo.
Nel diciottesimo secolo, un frate francescano, Damian Cornejo, che
aveva tradotto i "Fioretti", fu autore tra l'altro del sonetto che
riportiamo.
Questa mattina, alla buon'ora di Dio,
lasciai la mia casa e venni al mercato.
Vidi un occhio nero, tagliato a mandorla,
una fronte bianca e dei capelli biondi.
Andai da lei e le dissi: "Paradiso delle mie pene,
il pensiero di te mi tiene morto mentre ancora sono in vita.
Rendimi la mia anima giacché me l'hai rapita
con questo tuo fascino di aspide o di sirena".
Lei passò, io passai; lei guardò, io guardai; lei mi vide, io la vidi;
lei mostrò la sua buona volontà ed anch'io;
lei strizzò l'occhio, io anche; lei tossì, io tossii e la seguii
alla sua casa e senza che lei si togliesse il mantello,
glielo sollevai, raggiunsi, toccai, baciai, la coprii.
E lasciato il denaro, me ne andai come un santo.

Se diamo uno sguardo alla storia artistico-letteraria dei popoli
europei pervasi del cristianesimo, ci accorgiamo che in ogni dove
(Italia, Polonia, Austria, Germania) l'espressione dell'erotismo è stata soffocata.
Se poi, continuando nella panoramica sul mondo, volgiamo lo sguardo
alle civiltà orientali, ci accorgiamo di essere in situazioni
diametralmente opposte alla nostra.
Se guardiamo all'India, vediamo che la divinità, Krishna, è l'essenza
della pulsione vitalistica. Infatti dice di sé: "Io sono il desiderio
negli esseri". Tutto l'universo è impregnato di gioia e di sensualità.
La rappresentazione di Budda, l'Illuminato, la vedono padroneggiare in
scenari artistici in cui alle sue spalle un gruppo di donne è nello
stato di "riposo d'amore", la post-voluttà che favorisce l'abbandono
nel sonno.
Sia l'ideale buddista, sia l'ideale indù, attraverso la pratica comune
dello yoga, converge verso una grande valorizzazione del corpo.
In india, fin dai primordi, la sessualità (kama) è una dei quattro
scopi fondamentali della vita.
Vatsyayana, maestro di poesia erotica, è l'autore del famoso "Kama
Sutra", in cui si esprime al massimo grado il concetto che il piacere
sessuale costituisce il simbolo della beatitudine suprema.
Il libro traccia le vie per raggiungere tale suprema beatitudine,
favorendo la vera unità tra mente e corpo. L'autore parte dalla
constatazione che la curiosità sessuale è la causa principale della
perversione mentale ed indica dunque la modalità per giungere a un
sano godimento dei piaceri carnali e così purificare lo spirito da
ogni turbamento e da ogni sudiciume.
Il sistema di Vatsyayana si basa sulla psicologia dell'educazione
erotica che si compie alla luce di finissime sensibilità.
Nel capitolo intitolato "Arte di conquistare la confidenza della
propria donna" si illustrano i mezzi per entrare nella confidenza
della giovane sposa, usando sempre le modalità della dolcezza e così
"conquistare l'amore della donna prima di avere con lei relazioni
coniugali".
La tecnica dell'approccio si avvale dell'"abbraccio", per giungere poi
al "bacio" e poi avviarsi verso "un trattenimento intimo" come il
"titillamento del seno" e la "tecnica della manipolazione".
Il capitolo intitolato "Classificazione delle unioni sessuali" verte
sull'istruzione nei seguenti argomenti: "I due aspetti dell'unione
sessuale, la classificazione degli organi secondo le loro dimensioni,
diversi generi di unione che dipendono dalla natura delle passioni e
ne determinano la durata, quattro categorie di godimento sessuale".
Il capitolo intitolato "L'arte di abbracciarsi" esamina
"sessantaquattro accessori" utili al rapporto sessuale, la tecnica
dell'amplesso, gli amplessi intimi e le carezze e le pressioni che
procurano piacere.
Il capitolo sull'"Arte e tecnica del bacio" comprende "l'ordine dei
baci e delle altre forme di giochi d'amore, la tecnica del bacio, tre
maniere di baciare una donna sulla bocca, un gioco che comporta il
bacio come pegno, il bacio ottenuto di pieno accordo o condiviso, il
bacio su altre parti del corpo che non siano le labbra, altre forme
particolari di baci, baci sulle mani e sui piedi".
Il capitolo intitolato "Posizioni nel corso della comunicazione
sessuale" tratta di "Tre posizioni di unione stretta, quattro
posizioni di unione rilassata, altre posizioni durante l'unione
sessuale, una posizione in cui la donna volta le spalle all'uomo, la
posizione della caccia o dei quadrupedi, il coito di gruppo nelle
società matriarcali, la condanna del coito nell'ano della donna".
Il capitolo intitolato "Rovesciamento delle posizioni normali e
tecniche dell'intromissione" tratta i seguenti argomenti: "Due maniere
in cui la donna può avere un ruolo attivo: come accrescere il
godimento nella donna, segni rivelatori di una maggiore passione da
parte della donna, dieci modi di intromissione del membro, tre modi di
invertire le posizioni".
Il capitolo intitolato "Condotta da osservare prima e dopo i rapporti
sessuali" tratta di "come ricevere una donna che si desidera, quel che
si dovrebbe fare dopo il coito, come accrescere la passione degli
innamorati, differenti specie di coito secondo la natura della
passione".
Questo trattato che nel corso dei secoli è stato tradotto in tutte le
lingue, ha il grande merito di esprimere una visione del mondo in cui
l'erotismo prende un grande spazio.
Le formule di Vatsyayana oltre che filosofiche sono anche poetiche e,
per confronto, ci fa riflettere su quanto è stato grande il "gap" che
il cristianesimo ha determinato rispetto alla gioia di vivere.

In Cina la vita sessuale è stata libera e fantasiosa in tutti i ceti sociali. Una ricca iconografia erotica era assai diffusa e fungeva da insegnamento esistenziale e religioso nel contempo.
Il poeta Hiu Ling (507-583) raccomanda a un amico il buon uso delle pitture erotiche: "Provate insieme le differenti posizioni in tutta libertà e seguite gli insegnamenti del 'Classico della Ragazza Semplice'. Eseguite il movimento ascendente e quello discendente. Realizzate con l'aiuto della vostra compagna tutte le immagini che appaiono nelle pitture dell'Imperatore Giallo. Benché viviate in un'umile capanna, non dovete trascorrervi le ore della notte in solitidine. Perché preoccuparvi della droga dell'immortalità quando avete la possibilità di bere alla fontana di giada?".
L'Imperatore Giallo oltre a una vasta opera di sistemazione del territorio tramite dighe e canali, aveva promosso una campagna di istruzione erotica del popolo. Aveva svelato a tutti un segreto importante: l'erotismo, che se usato male si traduce in una perdita di energia vitale, poteva essere un mezzo per identificarsi con il Tao e aggiudicarsi l'immortalità.
L'Imperatore Giallo aveva appreso la scienza dell'erotismo dalla Ragazza Semplice. Tramite i dialoghi tra il primo e la seconda gli antichi manuali taoisti presentavano una scienza sistematica davvero vitale.
Le tecniche taoiste applicate al coito, permettevano di far godere la propria compagna senza giungere all'eiaculazione, e di sublimare lo sperma accumulato durante l'eccitazione sessuale in modo da permettergli di potenziare il cervello.
In tutte le varie fasi storiche del Celeste Impero le pitture erotiche sono state una costante e l'uso generalizzato consentiva la crescita culturale ed umana di tutti i sudditi.
In occasione delle nozze, i genitori degli sposi tradizionalmente donavano rotoli di pittura erotica in modo da facilitare l'educazione e l'apprendistato sessuali.
Non essendoci alcuna forma di sessuofobia, esisteva il piacere dell'esibizione dei corpi. Al tempo dei Sung (960-1279) c'erano nelle città i quartieri del piacere, ed oltre che all'esercizio sessuale, si poteva assistere a partite di lotta libera disputate da ragazze nude.
L'assenza di sessuofobia ha caratterizzato la mentalità orientale, infatti spesso le divinità dell'India, del Tibet e della Cina venivano rappresentate nell'atto dell'amplesso.
Durante la dominazione mongola della Cina la religione dei vincitori, il tantrismo, si sovrappose e potenziò l'atteggiamento filo-erotico del Tao. Negli "Annali degli Yuan" (1279-1367) si racconta che l'imperatore consigliato dai monaci tibetani ed indiani, assisteva e partecipava a cerimonie tantriche, durante le quali tutti i presenti si accoppiavano con la massima libertà.
Nel famoso romanzo "Jou P'u-t'uan" attribuito a Li-Yu (1611-1680), si racconta di un uomo che ha sposato una frigida e per tentare di risvegliarla sessualmente acquista un album illustrato.
"Quest'album era diverso dai soliti: ogni foglio portava sul recto una immagine e sul verso il commento di un autore noto metteva in rilievo le particolarità del soggetto e le qualità dell'artista... La terza illustrazione rappresentava la posizione 'dell'uccello perduto che ritorna alla foresta'".
Il commento diceva: "La donna è sdraiata sul letto con le gambe al cielo: con le mani stringe i fianchi dell'uomo. Si direbbe che essa sia già giunta al piacere e che tenta un nuovo smarrimento dell'uomo. Tutti e due sono al momento culminante, la loro eccitazione è estrema. L'immagine non potrebbe essere più sublime se si vedesse il pennello volare e l'inchiostro danzare".
Negli ultimi tempi della dinastia Ming, dalla fine del quindicesimo secolo alla metà del diciassettesimo, l'erotismo in Cina conosce il suo massimo splendore. Tutte le classi sociali, ma soprattutto quella ricca dei mercanti, danno impulso a tutte le arti e a tutte le modalità espressive (artigianato) della realtà amorosa.
La letteratura, insieme alle arti figurative, esprime con l'erotismo anche un fertile movimento intellettuale che ebbe il fulcro nei quartieri del piacere delle grandi città.
Il romanzo "Chin P'ing Mei" del sedicesimo secolo, si rifà a un romanzo precedente ambientato al tempo dei Sung (960-1279). E' un'opera di costume che descrive la vita dissoluta di un ricco mercante dell'epoca. Le descrizioni realistiche delle relazioni tra il mercante e le sue concubine, amanti e cortigiane ci forniscono un nitido ritratto dell'erotismo cinese. Vi si descrivono particolareggiatamente afrodisiaci, strumenti erotici e tutte le posizioni possibili.
Al tempo dei Sung la letteratura aveva trovato una peculiare espressione nell'erotismo, accasandosi nei quartieri del piacere delle grandi città in cui avevano dimora cortigiane, attori, tenutari di cabaret, acrobati, cantastorie, chiromanti, prestigiatori.
A un certo punto, tutti gli intellettuali che non riuscivano a conquistare un adeguato ruolo sociale a causa della rigidità della classe egemone controllata dai monarchi mongoli, si inventarono un'occupazione in quel mondo variegato dedicandosi alla scrittura di testi teatrali e a mettere in forma stampata una ricca tradizione orale di storie vissute.

La mentalità tradizionale giapponese in materia di comportamenti sessuali e struttura familiare, ha avuto nei secoli scarsa evoluzione. In tale materia risultano evidenti i pochi diritti delle classi subalterne e lo strapotere dei ricchi.
Gli uomini agiati si esprimevano eroticamente con le concubine piuttosto che con le mogli. Dunque avveniva che dentro casa si coltivava un'atmosfera rigorosamente antisessuale, ma appena fuori si sguinzagliavano i peggiori istinti.
Solo i ceti medio-bassi, non avendo soverchie risorse economiche, praticavano l'erotismo domestico.
Nelle case dei ricchi, la moglie era orfana di qualsiasi piacere sessuale, a differenza magari delle sue cameriere. Per giustificare la propria condizione, la donna dei ceti "alti" alimentava un'ideologia antisessuale in cui le concessioni agli istinti si addicevano solo alla gente di basso rango.
La posizione della donna, come si vede, era tutt'altro che felice essendo il sistema sociale interamente dominato dal maschio.
Le donne delle classi superiori non avevano altra strada che dedicarsi alla ricerca spirituale e al perfezionamento della loro personalità, badando ad adottare ogni accorgimento per evitare di risvegliare i sensi.
La loro frigidità era ideologicamente costituita. La società giapponese, poggiando sul presupposto che la donna può avere solo la funzione di soddisfare gli appetiti sessuali dei maschi e non i propri, ha dato da sempre grande spazio alla prostituzione autorizzata e istituzionalizzata.
In questo senso il Giappone aveva una situazione bloccata, e solo negli ultimi decenni sta cercando di dare più spazio e dignità alla donna.
Nella storia del Giappone è stato presente, fin dai primordi, il culto fallico. Oggetti di pietra falliformi sono stati scoperti negli scavi archeologici in tutto il Paese. Ancora nei nostri giorni il fallicismo è presente nelle campagne, nelle manifestazioni religiose e nei riti propiziatori.
Il fenomeno della procreazione e quello della germinazione nei campi, sono stati sempre strettamente legati. Il Giappone, fin dalle origini, ha avuto una civiltà agricola, basata sulla coltivazione del riso, e per questo ha conferito a ogni forma di culto o di manifestazione culturale (in particolare il teatro) uno spiccato carattere sessuale ed erotico.
Nella cultura e nella letteratura giapponesi viene negletto il sentimento amoroso per dare spazio alla sfera dell'atto sessuale.
L'età dell'oro dell'erotismo in Giappone è coinciso con l'epoca d'Heian, intorno all'anno 1000 d.C. Nella corte di questo sovrano viveva un'aristocrazia dedita unicamente agli oziosi piaceri della poesia e dell'intrigo.
Nel chiuso delle stanze di quei palazzi, nascoste nella penombra e dietro i paraventi, le donne coltivavano accattivanti atmosfere propizie ai giochi amorosi.
Fu un periodo felice per le donne giapponesi, che coltivando la sottile sapienza dell'erotismo poetico erano spesso le autrici (oltre che le protagoniste) di opere letterarie che raccontavano seducenti gesta amorose e recavano, alla maniera cinese, esplicite illustrazioni che evidenziavano la molteplicità delle posizioni coitali.
La ricca letteratura dell'epoca ci ha fatto conoscere i costumi Heian, che avevano nella donna, fatto unico nella storia mondiale, il proprio fulcro e il proprio motore propulsore.
Il romanzo più celebre dell'epoca è "Genji-monogatari", scritto da una donna di corte. Narra le avventure galanti del principe Genji, in un'atmosfera di frivolezza e con una nota di saggezza per la fugacità delle cose umane.
La descrizione dei palazzi è minuziosa con i lunghi corridoi, le porte scorrevoli lasciate socchiuse per favorire il contagio erotico attraverso l'ascolto furtivo e il voyeurismo.
Dopo l'epoca Heian subentrò l'epoca Kamakura, un periodo caratterizzato dalla bellicosità con il conseguente viraggio verso un'espressione artistica violenta e brutale.
I vantaggi di cui aveva goduto la donna alla corte di Heian furono perduti ed essa divenne oggetto di spregio e considerata creatura malefica, alla stregua della visione presente nelle opere buddiste.
Pur di scansare la donna, ebbe un grande sviluppo il sesso efebico con gli adolescenti, e l'omosessualità diviene l'orientamento erotico prediletto dal clero e dalla cerchia dei samurai.
Un'opera, il "Daigoji", fatta di disegno e testo, racconta gli amori di un vecchio prete impotente, padre superiore di un tempio, che prima di distendersi sulla stuoia accanto al corpo anelato del suo giovane favorito, si doveva far "preparare" da un domestico.
A quell'epoca risale anche la nascita del teatro "no" e la sua progressiva affermazione nell'ambito della corte. Uno dei caratteri fissi del "no" ha per protagonista il giovane amico del prete, che viene rappresentato con i tratti di un giovane delicato ed effeminato.
Successivamente l'erotismo ebbe una ripresa con il periodo Edo che non recuperò però le sottigliezze degli angoli segreti di Heian, che si era nutrito dell'erotologia cinese, ma promosse un gusto più grossolano, espressione propria del ceto commerciale.
Per i nuovi ricchi la preoccupazione principale era quella del divertimento misto al "sake", da cui discendeva lo stato mentale giusto. Nel periodo Edo si ebbe il trionfo dei lupanari, al pari del periodo Sung in Cina.
Per ciò che riguarda la donna, si affermò definitivamente il costume buddista che la considerava un personaggio senza rilievo da relegare agli esclusivi doveri domestici, e che doveva "spurgarsi" da qualsivoglia tentazione di provare gelosia.
Il borghese Edo, liberato dal fardello dei diritti della donna, era padrone di fabricarsi un modello femminile interamente dedicato al gioco erotico.
In quest'epoca apparve in Giappone la figura della prostituta nei suoi vari gradi di specializzazione: dalla ragazza di bassa estrazione alla cortigiana raffinata depositaria di "finezze" comportamentali e di sapere.
Le "oiran" di Shimabara a Kyoto, le "yujo" di Yoshiwara e soprattutto le "geisha", deliziavano i clienti in una vasta gamma di sensazioni, della cui competenza le mogli a casa erano diametralmente lontane.
Tale situazione ci illustra un particolare importante della mentalità giapponese: nulla si improvvisa (soprattutto in materia di erotismo) e tutto è frutto di un lungo apprendistato.
In tal senso la donna "nature" non poteva essere detentrice di alcun potere erotico senza un apprendimento specialistico.
Come già si è detto, il ruolo dei rotoli dipinti fu importante in molti sensi e a livello artistico e culturale ebbe il merito di tramandarci lo spirito autentico delle varie epoche.
Uno di questi, il "Fukuro-Hoshi-e-Kotoba", illustra la storia di un bonzo che di mestiere faceva il barcaiolo. Un giorno che traghettava sulla barca tre donne, le seduce una dopo l'altra, ma gli eventi prendono una piega imprevista per lui.
Le tre donne, che sono delle cameriere, apprezzano molto le facoltà amatorie del bonzo ed hanno l'illuminazione di rapirlo, chiuderlo in un sacco e portarlo alla loro "digiuna" padrona, nella cui casa il poveretto fu adibito a soddisfare l'insaziabile appetito delle quattro donne.
Ma non basta: per ventura un'amica di casa, una venerabile suora, un giorno partecipò con gusto al "banchetto" e pensò che non poteva privare di tale delizia tutte le altre monache del convento.
Fu così che il bonzo (non so se a quel punto felice o disperato) fu assunto a tempo pieno a prestare la sua "opera" sia nella casa che nel convento.
In tempi successivi, un autore, Kaibara Saikaku (1642-1693) rivoluzionò il romanzo introducendo un linguaggio realistico ed osceno. Le sue opere sono ambientate nelle case chiuse, di cui era assiduo frequentatore.
Vi si descrivono le cortigiane con finezza psicologica, mai sottolineando la venalità del loro "lavoro", ma vedendole dignitosamente impegnate a vivere con le loro personalità e con il loro libero arbitrio.
Ciò costituisce un'esplosiva novità!
In un mondo caratterizzato da una mentalità tendente a sminuire costantemente la donna, Kaibara Saikaku è il primo femminista "ante litteram".
Le protagoniste dei suoi romanzi hanno tutte uno spessore "esistenzialistico" denso di dignità. Una per tutte. Si tratta di una prostituta che racconta dettagliatamente la sua vita, si dichiara nemica degli uomini ma assicura il suo attaccamento ai piaceri della carne e al suo mestiere, che ha fatto con convinzione.
E' straordinario che la dignità di una donna passi una volta tanto per una via lontana anni luce dal moralismo!

 
   
 
 
 
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